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La storia senza la filosofia della storia
di Fabio Ciaramelli

La lezione di Montale1
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce fugge.

Eugenio Montale, “La storia”.




Il lutto della necessità razionale e il rifiuto della nostalgia

Attraverso la rilettura di alcuni nodi nevralgici del “pensiero poetante”2 di Eugenio Montale, mi sembra possibile mostrare che anche e soprattutto nelle sue prime tre raccolte di versi (Ossi di seppia [1925], Le occasioni [1939], La bufera e altro [1956]) l’opera poetica del Premio Nobel ligure, grazie alla sua implicita ma innegabile estraneità rispetto alla filosofia della storia – alle implicazioni teleologiche e sempre più o meno provvidenzialistiche di quest’ultima, e soprattutto ai suoi presupposti ontologici –, riesce a ‘pensare’ la storia, anche quando non vi si riferisce espressamente, anzi, intendendo proprio prenderne le distanze, neppure la nomina. Più precisamente, mi propongo di argomentare che la messa in discussione della necessità razionale e del senso ideale in quanto presunte premesse degli eventi storici, esplicitata in modo particolare nel componimento intitolato La storia, ricompreso nel 1971 in Satura3, oltre che in altri versi di questi suoi ultimi anni, è resa possibile e trova il suo fondamento nel modo di concepire l’esistenza e la poesia che traspare dalla produzione precedente. Ne consegue che la singolarissima attitudine della poetica montaliana a intercettare il “male di vivere”4 quale emblema indimenticabile dell’esistenza nel “secolo breve”5 deriva da questo congedo dalla filosofia della storia e dalle sue implicazioni ontologiche, preliminare necessario, ancorché implicito, all’incontro con le irredimibili contingenze della storia.
Montale non fu mai un laudator temporis acti. Al contrario, dichiarò esplicitamente di amare il suo secolo: «Io amo l’età in cui sono nato perché preferisco vivere sul filo della corrente anziché vegetare nella palude di un’età senza tempo: quella che, certo per nostro errore, ci appare l’età dei nostri antenati. Preferisco vivere in un’età che conosce le sue piaghe piuttosto che nella sterminata stagione in cui le piaghe erano coperte dalle bende dell’ipocrisia 6. Consapevole dunque di vivere in un’epoca critica e autocritica, in cui sono crollati i capisaldi su cui lo stesso pensieromoderno aveva basato le sue certezze, la sua opera poetica procede dall’avvertimento lucido e magari anche doloroso, benché sicuramente non nostalgico, del carattere irrecuperabile della necessità razionale del senso e quindi dell’appartenenza preliminare all’universalità dell’assoluto. Se, nel contesto d’un pensiero altamente sintetico come quello di ascendenza hegeliana, la figura e il ruolo della mediazione si dimostravano essenziali alla costruzione della comprensione concettuale del proprio tempo, nel caso d’un pensiero come quello di Montale che, nella forma del lirismo, registra e rielabora il vissuto d’una perdita irreparabile, diventa centrale l’immediatezza. Ne consegue che il lutto da cui procede l’opera poetica di Montale – e di cui essa costituisce l’elaborazione – è il lutto della mediazione concettuale, organon indispensabile d’una visione della totalità storica e cosmologica retta dal carattere indiscutibile della necessità razionale. L’esito del sistema hegeliano avrebbe dovuto essere la fine della storia, ma in realtà ciò che dopo Hegel entra in crisi fino a rivelarsi del tutto improponibile è la struttura necessaria della mediazione concettuale, che inevitabilmente culmina nella ricapitolazione/conciliazione del reale nel pensiero. Questo trionfo della necessità regge la filosofia della storia, in nome della quale, come suggerisce Hannah Arendt, ai pensatori di professione «la libertà era meno ‘gradita’ della necessità»7. Osserva altrove la stessa autrice: «Ogni volta che l’età moderna aveva motivo di sperare in una nuova filosofia politica, si trovò di fronte ad una filosofia della storia»8.
L’inettitudine della filosofia moderna a pensare la politica, intesa nel modo più generale come lo spazio dell’agire umano, imprevedibile e non predeterminabile in quanto sprovvisto d’un modello a priori da realizzare, ha comportato l’identificazione abusiva della storia e della stessa storicità con la messa in opera della verità. Ed è probabilmente per reazione al privilegio della totalità razionale e della mediazione concettuale alla base delle filosofie della storia, del loro determinismo, della loro idea d’un progresso universalizzante, che la poesia diMontale sembra estranea alla storia. Per buona parte della sua opera, Montale evita perfino di nominarla, fedele alle filosofie novecentesche della crisi che, raccogliendo quella che de Giovanni ha recentemente chiamato l’onda d’urto proveniente da Heidegger e dalle filosofie della vita, sostituiscono alla parola storia la parola esistenza9.
Le poesie più note di Montale sono figlie di questo clima culturale di apparente rifiuto della storia e ripiegamento nell’interiorità. Secondo un’osservazione di Italo Calvino – contenuta nel saggio del 1959 in cui Montale è definito «il poeta della nostra giovinezza»10 – le poesie del primoMontale, «chiuse, dure, difficili, senza alcun appiglio a una storia se non individuale e interiore»11, sono emblematiche di questa chiusura in una singolarità immediata. La stessa lingua che l’esprime, anche quando si fa colta e letteraria, attraverso il suo sorvegliato rigore e la sua esattezza subordina perfino l’espressione più ricercata alla comunicazione diretta. Il paesaggio pietroso delle prime poesie costituisce in tal modo il simbolo efficace, perché in sé stesso immediatamente comunicativo, d’una situazione psicologica di malessere e disagio.
A ben vedere, però, non è la storia – il contesto, la temperie culturale, il mondo comune – ciò a cui le poesie diMontale risultano estranee e che di conseguenza rifiutano. Anzi, quanto più appaiono concentrate sul vissuto individuale del poeta, sulla «corrosione critica dell’esistenza»12 che esso testimonia, sulla «atonia»13 che quella corrosione provoca, tanto più chiaramente volgono le spalle alle filosofie della storia – e soprattutto alla loro premessa ‘ontologica’: la presunta coincidenza originaria tra realtà empirica e idealità necessaria del senso. E così, proprio attraverso il rifiuto del privilegio delle mediazioni concettuali, riemerge l’immediatezza del mondo comune, nella sua contingenza e precarietà.




Il paradosso poetico dell’immediatezza e la “crisi della presenza”.

A ben vedere, dunque, quello che Montale rifiuta, ciò da cui rifugge e a cui si sente estraneo, quel che egli nega, non è tanto la storia quanto la filosofia della storia. Quest’ultima, nelle sue diverse declinazioni, si muove su un piano ideale, ha la pretesa d’intercettare la necessità razionale e a questo scopo si serve di mediazioni concettuali, mentre la poesia di Montale resta tenacemente ancorata all’immediatezza del vissuto.
La centralità d’una simile dimensione di immediatezza adialettica, estranea alle mediazioni concettuali, è fortemente sottolineata da Giacomo Debenedetti, nelle sue lezioni universitarie sulla Poesia italiana del Novecento, nelle quali lo specifico della poetica di Montale consiste nel «paradosso di comunicare direttamente, in maniera intuitiva e immediata, una incomunicabilità: sebbene tanto diversa da quella di Mallarmé, che era insieme incomunicabilità dell’Assoluto e della poesia. È una incomunicabilità non ontologica», che allude alla «nostra concreta, quotidiana, empirica avventura umana»14. Più precisamente, l’incomunicabilità di Montale è connessa all’assurdità del mondo, alla sua inspiegabilità, e dunque all’impossibilità di renderne conto razionalisticamente attraverso il ricorso alle mediazioni concettuali o misticamente attraverso l’evocazione dell’Assoluto (sia pure d’un Assoluto irrazionale e inafferrabile, com’era appunto il caso in Mallarmé)15.
È quindi la presenza immediata delle cose, o il loro immediato venir meno («il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco»16) a esprimere direttamente, nei versi di Montale, la perdita della totalità ontologica, rassicurante perché (ritenuta) necessaria. Nelle sue lezioni, che risalgono al 1958/59, Debenedetti parla di «crisi della presenza», facendo riferimento agli scritti di Ernesto De Martino, che proprio nel 1958 aveva pubblicato uno studio sul pianto rituale17, in cui denominava «crisi della presenza» lo stato di abulia e destorificazione dell’individuo che si produce in seguito al lutto18. Da qui il suggerimento di Debenedetti: «Una sorta di ‘crisi della presenza’ si potrebbe riconoscere anche nell’atonia del Montale degli Ossi»19, giacché in essi il poeta registra senza edulcorarla la «negatività totale», evitando di disconoscere il lutto della pienezza, del senso universale, della necessità razionale da cui procede «il male di vivere». La forza della poesia consiste nel non contrapporre le velleità conciliative della mediazione concettuale alla contingenza precaria del senso che immediatamente emerge dal «dolente mostrarsi delle cose»20. Sono esattamente le costruzioni concettuali della razionalità che appaiono illusorie, ingannevoli, bisognose di demistificazioni.
«La poesia ermetica – aggiungeva Debenedetti, per il quale almeno un segmento della produzione diMontale era riconducibile all’ermetismo – è la poesia dell’orfano»21: d’un orfano che sa bene di non poter surrettiziamente ricostruire le rassicuranti garanzie fornitegli dalla razionalità universalizzante della mediazione paterna, e che perciò accetta la precarietà della contingenza quale insuperabile principium individuationis. Questa assunzione d’una responsabilità imprescrittibile e singolarizzante, sguarnita di certezze oggettive, lungi dal configurarsi come fuga del singolo dalla realtà storica, costituisce in realtà l’unico modo di fronteggiare nella sua concretezza il contesto storico, senza ridurlo alle stilizzazioni delle filosofie della storia. Una volta venuta meno la pretesa necessità universale della storia come processo razionale, il vissuto individuale cessa di contrapporsi alla storicità: ed allora, proprio perché intriso di contingenza, si scopre radicalmente storico.




La disarmonia con la realtà.

Il rifiuto della necessità storica nella sua pretesa universalità è quindi al centro del pensiero diMontale, che nell’Intervista immaginaria uscita nel 1946 col titolo di Intenzioni, così dichiarava: «Il bisogno di un poeta è la ricerca di una verità puntuale, non di una verità generale. Una verità del poeta-soggetto che non rinneghi quella dell’uomo-soggetto empirico, che canti ciò che unisce l’uomo agli altri uomini ma non neghi ciò che lo disunisce e lo rende unico e irripetibile»22. Questa verità soggettiva, nel caso di Montale, aveva un baricentro ben preciso: l’avvertimento acuto d’una disarmonia radicale nei confronti della realtà. «Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia»23.
Come ha sostenuto Calvino in un testo scritto all’indomani della morte del poeta, «il mondo di cui ci parla Montale è un mondo vorticante, spinto da un vento di distruzione, senza un terreno solido dove poggiare i piedi, col solo soccorso d’una morale individuale sospesa sull’orlo dell’abisso»24: ebbene, proprio questo è il mondo storico del Novecento, il mondo, aggiunge Calvino, della Prima e della Seconda guerra mondiale; forse anche della Terza. Il filo conduttore dell’opera di Montale la riconduce, dunque, al mondo storico, al mondo comune; è la «precarietà che si presenta agli sguardi dei giovani nel primo dopoguerra a far da sfondo agli Ossi di seppia, come sarà l’attesa d’una nuova catastrofe il clima delle Occasioni, e il suo compiersi e le sue ceneri il tema della Bufera», in cui Montale parla dell’orrore dei campi di concentramento passati e futuri (ne Il sogno del prigioniero25) e della catastrofe atomica26.
Analoga corrispondenza tra contesto storico e poesia si ritrova nel Montale “decostruttivo”, colloquiale e dissacrante delle ultime raccolte di versi, nei quali l’atonia giovanile, il negativismo esistenziale, il lutto per la mediazione concettuale divengono esplicitamente rifiuto e superamento della filosofia della storia. Qui sarebbe necessario ricopiare integralmente La storia (di cui ho citato in esergo qualche verso), un componimento emblematico che mette alla berlina ogni idea filosofica che postuli un’intrinseca finalità o una necessaria razionalità della storia. Solo liberandosi da queste pretese speculative, è possibile restituire dignità alla contingenza quotidiana. In questi versi appare «notevole il percorso stilistico, in direzione quasi giornalistica, compiuto da Montale che, pur incrementando la ricerca retorica, ne concentra gli effetti nelle parole più comuni, mirando a dissimulare la perizia tecnica con esiti talora volutamente goffi e grotteschi: la metafora gastronomica della ‘pentola della storia’ che non prepara ‘cibi per il futuro’ «nulla che in lei borbotti / a lento fuoco»; l’imprevedibilità della storia le cui direzioni non sono verificabili attraverso la consultazione di un orario ferroviario «non procede / né recede, si sposta di binario / e la sua direzione / non è nell’orario»; […] la storia – devastante ruspa – che smentisce persino i suoi interpreti, deridendone la prosopopea fondata su incertezze e approssimazioni»27. Da qui l’ironica conclusione della poesia, secondo la quale chi per caso è scampato alla rete inglobante della totalità storica, si scopre inopinatamente libero. Da qui anche la leggerezza delle conclusioni di “Intercettazione telefonica”:
Posso così vivere nella gloria
per quel che vale - con fede o senza fede
e in qualsiasi paese
ma fuori dalla storia
e in abito borghese28.

Un passaggio dall’ironia ad un sarcasmo altrettanto corrosivo percorre le allusioni a «lo storicismo dialettico / materialista /autofago / progressivo / immanente / irreversibile (…)» che si leggono in “Fanfara”29 o in quel verso della “Lettera a Malvolio” che perfidamente contesta all’interlocutore (Pier Paolo Pasolini) l’agilità con cui rimescolava «materialismo storico e pauperismo evangelico»30. Se la storia non è il luogo del senso oggettivo e universale, tantomeno lo sono il Linguaggio («È tutta qui la mia povera idea / del linguaggio, questo dio dimidiato che non porta a salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente /nulla di sé)»31 o la Natura («… Non è vero /che la Natura sia muta. Parla a vanvera e la sola speranza è che non si occupi / troppo di noi»)32. In fin dei conti, non c’è alcun ‘luogo’ universale di auto-donazione del senso ideale e della sua presunta necessità, a cui il pensiero umano possa demandare la responsabilità di dare un senso – finito, fragile, storico – alla propria esperienza. Conclusione radicalmente antimetafisica che non merita, per essere enunciata, un eloquio solenne e altisonante, giacché nella sua colloquialità deve risuonare la precarietà del quotidiano.




La fedeltà alla contingenza del quotidiano.

Un elemento che accomuna il Montale lirico – dagli Ossi alla Bufera – e il Montale “decostruttivo” e spesso diaristico delle ultime poesie, è il rifiuto d’una poesia solenne, dai toni alti, in cui la “deontologizzazione del linguaggio”, che è stata intelligentemente riconosciuta alla base della sua poetica33, culmina nell’evocazione di una quotidianità incapace di ricevere il suo significato dalla presunta idealità necessaria del senso.
Al riguardo è da citare un’acuta annotazione di Calvino sulla frequenza e la portata delle rime nei versi di Montale, sulla loro posizione spesso insolita, sulla loro freschezza talora inattesa. Il passo di Calvino è tratto dalla sua lettura di Forse un mattino, pubblicata in occasione dell’80° compleanno del poeta. Vale la pena avere sotto gli occhi i pur celebri versi che egli commenta:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto34.

Ecco dunque il commento di Calvino: «La sorpresa della rima non è solo fonetica:Montale è uno dei rari poeti che conoscono il segreto d’usare la rima per abbassare il tono, non per alzarlo, con effetti inconfondibili sul significato. Qui ‘il miracolo’ che chiude il secondo verso viene ridimensionato dalla rima con ‘ubriaco’ due versi dopo» e trattandosi d’una parola piana che rima con una parola sdrucciola, «tutta la quartina resta come in bilico, con una vibrazione sgomenta»35. Questo effetto di understatement dà alla rivelazione dell’inanità delle illusioni metafisiche un tono quasi colloquiale. L’improvviso ritorno della realtà quotidiana torna a velare il nulla: ed è questo velo, questa maschera pietosa sovrapposta all’assenza, a costituire ora l’inganno consueto della quotidianità, alla quale ancora una volta non si sfugge.
Il ricorso alla rima come alleggerimento della tensione tematica è una caratteristica costante di tutta l’opera, che negli ultimi versi tende a virare nella parodia ironica e talora anche autoironica. Si pensi a “Piove” in cui la parodia di D’Annunzio s’accompagna a una presa in giro di sé stesso: «Piove/ non sulla favola bella/ di lontane stagioni, /ma sulla cartella /esattoriale, /piove sugli ossi di seppia,/ e sulla greppia nazionale… Piove /in assenza di Ermione /se Dio vuole, /piove perché l’assenza /è universale …»36. Ebbene, è proprio questa assenza universale dell’idealità del senso che spiega il rifiuto del tono alto e l’ostinata fedeltà alla quotidianità immediata.
Il fondamentale contenuto teorico che il pensiero poetante diMontale invita a focalizzare è dunque l’inaccessibilità immediata della presenza piena del senso. Fin dai versi celeberrimi de “I limoni” il tema dominate è l’oltrepassamento del campo d’apparenze cui siamo strutturalmente vincolati:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità37.

Per un breve momento sembra realizzabile la fuoriuscita metafisica dall’esperienza quotidiana nel mondo comune verso il fondo ontologico delle cose.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose…38

In tal modo, il vagheggiamento dell’inattingibile è subito interrotto. L’evasione è impossibile, illusoria. Il campo d’apparenze si rivela il nostro unico orizzonte, la pretesa d’un soggiorno stabile presso l’“ultimo segreto” delle cose è – ontologicamente – preclusa alla nostra mente. Il negativismo antropologico-esistenziale («Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»39) si fonda su questo negativismo ontologico: ed è senz’altro l’“assenza universale” – cioè la mancanza d’un senso necessario e oggettivo alla base della nostra esperienza nel mondo – a costituire la ragione profonda del congedo dal razionalismo delle filosofie della storia.
Senza la rivelazione dell’irrealtà, senza la libertà o il miracolo («il fatto che non era necessario»40), non sarebbe possibile riconoscere che al fondo della storia non c’è la necessità universale ma il nulla, il vuoto, l’assenza. Senza il lavoro del lutto, senza il riconoscimento della perdita originaria della coincidenza di essere e significato, non sarebbe possibile ammettere che solo l’opera umana può dare senso al nulla, come si legge in una delle tante poesie in cui Montale dialoga con la moglie morta:
Non apparirai più dal portello
dell’aliscafo o da fondali d’alghe,
sommozzatrice di fangose rapide
per dare un senso al nulla41.

Nel dare alla vacuità del tutto che ci circonda un senso precario, provvisorio e fragile, sprovvisto d’ogni garanzia d’oggettività universale – l’unico senso che ci è possibile elaborare per orientarci nel mondo quotidiano delle apparenze – consiste per Montale, almeno secondo la lettura che qui ho cercato di argomentare, l’opera della storia senza la filosofia della storia.









NOTE
1 Intervento al Convegno “La nottola di Minerva e l’inafferrabilità del presente”, organizzato dal Premio di filosofia Viaggio a Siracusa il 10-11 gennaio 2014, in occasione del conferimento del premio alla carriera a Biagio de Giovanni.^
2 L’espressione è heideggeriana e si applica originariamente a Hölderlin: «La poesia pensante [denkendeDichtung] di Hölderlin ha contribuito a determinare questo dominio del pensare poetante [dichtendesDenken]» (Perché i poeti?, in M. Heidegger, Sentieri interrotti, a cura di P. Chiodi, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 251), ma è già stata felicemente applicata a Leopardi (cfr. A. Prete. Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Milano, Feltrinelli, 2006) e non si vede perché non possa essere applicata al più leopardiano dei poeti del Novecento italiano.^
3 E. Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1984 (volume apparso nella collana I Meridiani, qui citato secondo la quarta edizione del 1989), pp. 323-324.^
4 «Spesso il male di vivere ho incontrato», Ossi di seppia, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 35.^
5 E. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991, trad. B. Lotti, Milano, Rizzoli, 2007.^
6 E. Montale, Auto da fè, Milano, Il Saggiatore, 1966, p. 263.^
7 H. Arendt, La vita della mente, a cura di A. Dal Lago, Bologna, il Mulino, 1987, p. 347: «Non sarà forse che ai pensatori di professione, che basano le loro speculazioni sull’esperienza dell’io che pensa, la libertà fosse meno ‘gradita’ della necessità?» (corsivo nel testo).^
8 H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, trad. it. S. Finzi, Introduzione di A. Dal Lago, Milano, 1988², p. 279, n. 63.^
9 Cfr. B. de Giovanni, Disputa sul divenire. Gentile e Severino, Napoli, Editoriale Scientifica, 2013, p. 74.^
10 Cfr. I. Calvino, (Tre correnti del romanzo italiano d’oggi, Id., Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenchi, t. I, Milano, 1995, p. 64.^
11 Ivi.^
12 Queste parole di Alfredo Gargiulo, innumerevoli volte riprese dalla critica posteriore, sono contenute nell’Introduzione alla seconda edizione degli Ossi di seppia (Torino, 1928, presso l’editore Ribet, mentre la prima edizione, quella del 1925, era stata stampata da Gobetti). L’Introduzione di Gargiulo, in ragione del suo peso sulla recezione critica dell’opera, è stata ristampata nel Meridiano (cfr. E. Montale, Tutte le poesie, cit., pp. 1072-1074): «La corrosione critica dell’esistenza, che in queste pagine di poesia costituisce l’essenziale motivo, ha certo, in tutto risalto, un tale aspetto aspro, ‘pietroso’» (ivi, p. 1072).^
13 S. Solmi, La poesia di Montale (1957), ora in La letteratura italiana contemporanea, a c. di G. Pacchiano, Milano, Adelphi, 1992, t. I, p. 372.^
14 G. Debenedetti, Poesia italiana del Novecento. Quaderni inediti, Milano, Garzanti, 1974, p. 39.^
15 Su Mallarmé, cfr. G. Debenedetti, op. cit., pp. 21-32.^
16 “Forse un mattino”, Ossi di seppia, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 42.^
17 Cfr. E. De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Torino, Boringhieri, 1958, che nelle successive edizioni si sarebbe intitolato Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria (cfr. l’ultima edizione, con Introduzione di C. Gallini, Torino, 2000).^
18 Sulla «crisi della presenza» tematizzata da Ernesto De Martino (1908-1965) a partire da Il mondo magico, Torino, Einaudi, 1948, fino agli scritti dei primi anni Sessanta confluiti nell’opera postuma (La fine delmondo Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di C. Gallini, Torino, Einaudi, 1977), rinvio a quanto ne ho scritto in L’asprezza della storicità». Ernesto de Martino e la critica filosofica, in «L’Acropoli» 3 (2002), pp. 586-610 e in Tra storia e antropologia. Sulla ricezione trasversale di Ernesto de Martino, in «L’Acropoli» 4 (2003), pp. 710-719.^
19 G. Debenedetti, op. cit.,p. 36.^
20 Ivi, p. 37.^
21 Ivi, p. 61.^
22 E. Montale, “Intenzioni (intervista immaginaria)” (1946), in E. Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976, p. 562.^
23 E. Montale, “Confessioni di scrittori (interviste con se stessi)” (1951), in E. Montale, Sulla poesia, cit., p. 570.^
24 I. Calvino, “Lo scoglio di Montale”, in Id., Saggi, t. I, cit., p. 1191.^
25 Cfr. E. Montale, Tutte le poesie, cit., pp. 276-277.^
26 I. Calvino, “Lo scoglio di Montale”, in Id., Saggi, t. I, cit., p. 1191.^
27 B. Arci Biffoni, La disarmonia tra poesia e storia, leggibile al seguente indirizzo elettronico: http://eugeniomontale.xoom.it/txt_disarmonia.html.^
28 “Iintercettazione telefonica”, Satura, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 331.^
29 “Fanfara”, Satura, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 336.^
30Lettera a Malvolio”, Diario del ’71 e del 72, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 467. Nella commedia di Shakespeare La dodicesima notte Malvolio è un maggiordomo che nasconde la sua ipocrisia dietro comportamenti puritani e rigorosi; polemicamente Montale intitola “Lettera a Malvolio” la sua risposta a Pier Paolo Pasolini che aveva criticato, in una recensione a Satura, il disinteresse di Montale per gli eventi sociali e politici di quegli anni. La poesia di Montale così comincia: «Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio, / e neanche d’un mio flair che annusi il peggio/ a mille miglia. Questa è una virtù/ che tu possiedi e non t’invidio anche / perché non ne potrei trarre vantaggio. No, / non si trattò mai d’una fuga/ ma solo di un rispettabile /prendere le distanze» (ivi, p. 466).^
31 “Un tempo”, Quaderno di quattro anni, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 530.^
32 “Dopo pioggia”, Quaderno di quattro anni, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 548.^
33 Cfr. C. Ott, Montale e la parola riflessa, Milano, Franco Angeli, 2006 (si veda in modo particolare l’Introduzione sulla “deontologizzazione della lirica”, pp. 11-55).^
34 “Forse un mattino”, Ossi di seppia, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 42.^
35 I. Calvino, Eugenio Montale, Forse un mattino andando (1967) in I. Calvino, Saggi t. I, cit., p. 1182.^
36 “Piove”, Satura, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., pp. 345-346.^
37 “I limoni”, Ossi di seppia, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., pp. 11-12.^
38 Ivi., p. 12.^
39 “Non chiederci la parola”, Ossi di seppia, in E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 30.^
40 “Crisalide”, p. 89.^
41 “Gli uomini che si voltano”, in Satura, E. Montale, Tutte le poesie, cit., p. 386.^
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