Rubbettino Editore
Rubbettino
Torna alla Pagina Principale  
Redazione: Fausto Cozzetto, Piero Craveri, Emma Giammattei, Massimo Lo Cicero, Luigi Mascilli Migliorini, Maurizio Torrini
Vai
Guida al sito
Chi siamo
Blog
Storia e dintorni
a cura di Aurelio Musi
Lettere
a cura di Emma Giammattei
Periscopio occidentale
a cura di Eugenio Capozzi
Micro e macro
a cura di Massimo Lo Cicero
Indici
Archivio
Norme Editoriali
Vendite e
abbonamenti
Informazioni e
corrispondenza
Commenti, Osservazioni e Richieste
L'Acropoli
rivista bimestrale


Direttore:
Giuseppe Galasso

Responsabile:
Fulvio Mazza

Redazione:
Fausto Cozzetto
Piero Craveri
Emma Giammattei
Massimo Lo Cicero
Luigi Mascilli Migliorini
Maurizio Torrini

Progetto grafico
del sito:
Fulvio Mazza

Collaboratrice per l'edizione online:
Rosa Ciacco


Registrazione del
Tribunale di Cosenza
n.645 del
22 febbraio 2000

Copyright:
Giuseppe Galasso
 
Cookie Policy
  Sei in Homepage > Anno XIV - n. 3 > Appunti e Note > Pag. 275
 
 
L’elezione di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica. Cronaca delle votazioni parlamentari
di Michele Donno
Il 28 dicembre 1964, Giuseppe Saragat fu eletto quinto Presidente della Repubblica, al termine del ventunesimo scrutinio e dopo tredici giorni di votazioni, che videro il Parlamento italiano impegnato nella più lunga seduta comune per l’elezione del Capo dello Stato, seconda solo a quella di Leone1. Durante le settimane precedenti la prima votazione del 16 dicembre, furono assunte dai partiti e da singole personalità politiche una serie di iniziative che, tuttavia, non avrebbero portato a definire alcuna sicura strategia2.
I socialisti invitarono i democristiani ad avviare trattative comuni per la scelta di un candidato unico, non necessariamente democristiano, sicuri che, se i partiti della maggioranza organica di centro-sinistra avessero raggiunto un accordo, avrebbero eletto il loro candidato, potendo disporre di 548 voti: 399 democristiani, 96 socialisti, 48 socialdemocratici, 5 repubblicani. La maggioranza dorotea della DC, tuttavia, respinse l’invito, pur consapevole che l’elezione di un candidato comune avrebbe rafforzato la coalizione di centro-sinistra e il governo Moro, ma intenzionata a non perdere il controllo su un centro di potere così importante, già conquistato con l’elezione di Segni. Per conseguenza, il 15 dicembre, i tre partiti “laici” PSI, PSDI e PRI, su proposta del leader repubblicano La Malfa, ufficializzarono la candidatura di Saragat3.
La DC, nonostante l’orientamento favorevole del Presidente del Consiglio dei Ministri, Moro, alla candidatura di Saragat, suo Ministro degli Esteri, non sembrava disposta a rinunciare all’elezione di un proprio esponente e si presentava alla vigilia della prima votazione nettamente divisa tra i sostenitori della candidatura di Fanfani, da una parte, e i morotei con i dorotei, che detenevano la maggioranza del partito, dall’altra4.
Presidente del Consiglio quando ancora non esisteva una coalizione “organica” di centro-sinistra e i socialisti garantivano solo un appoggio esterno, Fanfani era stato accusato di aver dato a quella formula governativa un indirizzo troppo orientato a sinistra. I dorotei, quindi, preoccupati anche dal calo di consensi registrato dalla DC alle elezioni politiche del 1963, con il sostegno di Saragat, il cui obiettivo, quello dichiarato, era di difendere il governo di centro-sinistra dagli attacchi interni provenienti dal centro e dalla destra democristiani, avevano condotto un’aspra battaglia contro Fanfani, che fu costretto a dimettersi, su esplicita richiesta del PSDI5, e al quale sarebbe poi subentrato Moro, allora segretario della DC.
Leone fu eletto candidato ufficiale della Democrazia cristiana la sera del 15 dicembre 1964, al termine di una votazione interna al partito, i cui risultati, tuttavia, non furono soddisfacenti per nessuno, neppure per i dorotei, in quanto il leggero margine di vantaggio registrato da Leone lasciava prevedere votazioni in aula dagli esiti difficilmente prevedibili. Saragat era il candidato naturale della coalizione di centro-sinistra. La sua elezione, tuttavia, oltre che dai fermi propositi dei dorotei, fu ostacolata dalle ambizioni di Fanfani, il quale, trovandosi in minoranza nel suo partito, era molto attivo nella ricerca di consensi trasversali, puntando ad ottenere l’appoggio dei comunisti e, quindi, dei socialisti e dei partiti laici. Anche Saragat, in realtà, era disposto ad accettare i voti del PCI; nel novembre 1964, durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative, egli aveva ribadito come il socialismo democratico fosse «il vero avversario» del comunismo, precisando, tuttavia, che se i socialdemocratici si fossero trovati «a votare in Parlamento una legge giusta, con le forze reazionarie che fanno il sabotaggio e i franchi tiratori che cercano di impedire che la legge passi, io dico: …ben vengano i voti comunisti»6. Questa posizione, ribadita da Saragat in più occasioni, probabilmente tenendo anche conto dell’imminente nuova elezione del Capo dello Stato, per la quale, del resto, egli aveva già ricevuto il voto dei comunisti nel 1962, furono criticate dal segretario della DC, Rumor, il quale negò ogni possibile convergenza di voti con il PCI, e spingevano il leader liberale Malagodi ad accusare Saragat di essere più a sinistra dei socialisti di Nenni e a sostenere che le politiche del centro-sinistra miravano, in definitiva, ad un diretto coinvolgimento dei comunisti. Fra il 1963 ed il 1964, i liberali avevano incrementato i loro consensi proprio grazie alle dure e costanti critiche rivolte ai governi di centro-sinistra, e per questa ragione, durante le votazioni presidenziali del dicembre 1964, non condivisero alcuna strategia con i partiti di maggioranza, ma soprattutto non appoggiarono Saragat come candidato laico comune.
Nel PCI, guidato da Longo, dopo la morte di Togliatti nell’agosto 1964, le due personalità più influenti erano Ingrao, favorevole a Fanfani e all’apertura di un nuovo dialogo con le forze cattoliche, e Amendola, sostenitore di Saragat e convinto che l’elezione del leader socialdemocratico avrebbe rafforzato la sua linea laica e laburista. Nonostante ciò, alla vigilia delle votazioni presidenziali, i comunisti si presentarono compatti, fermamente intenzionati, come nel 1962, a votare per Terracini, e avendo come obiettivo principale quello di utilizzare i 253 voti a disposizione per spaccare la DC su un candidato democristiano meglio ancora della minoranza democristiana, e quindi Fanfani o, comunque, per mettere in difficoltà l’alleanza governativa di centro-sinistra. I comunisti, quindi, erano pronti a votare per Fanfani, a patto che quest’ultimo dimostrasse di avere almeno 150 voti del suo partito, che il leader della dissidenza democristiana, a conti fatti, non aveva7. Sull’appoggio dei comunisti, inoltre, l’orientamento del Vaticano appariva chiaro: era preferibile che i voti del PCI fossero accettati da un laico piuttosto che da un cattolico.
Alla vigilia della prima votazione, quindi, il candidato ufficiale della DC era Leone; PSI, PSDI e PRI presentavano Saragat. Gli altri partiti, invece, decidevano di attendere l’evolversi degli equilibri interni all’assemblea e di votare, in prima battuta, ciascuno per un proprio candidato: il PCI per Terracini, il PLI per Martino, il PSIUP per Malagugini, il MSI per De Marsanich. I monarchici si sarebbero astenuti. Fanfani, da più parti sollecitato a rimandare la presentazione della propria candidatura solo alla quarta votazione che prevedeva un abbassamento del quorum alla maggioranza assoluta dei voti per dare maggiore forza alla candidatura di Leone la cui debolezza, come prevedibile, sarebbe emersa già dalle prime votazioni e per raccogliere in questo modo consensi anche nelle correnti democristiane di maggioranza, decise fin da subito di partecipare ai giochi elettorali facendo convergere sul suo nome un quarto degli elettori della DC. Durante i primi sette scrutini, al termine dei quali nessun candidato si avvicinò al quorum richiesto, emerse chiaramente l’inconsistenza della candidatura di Leone, che raccolse non più di 319 preferenze, mentre Saragat non superò i 149 voti8. Questa prima tornata di votazioni confermava l’incertezza delle previsioni iniziali e dimostrava quanto il partito democristiano fosse condizionato dalle dissidenze interne guidate da Scelba e Pastore, oltre che da Fanfani, favorite anche dai risultati negativi riportati nelle elezioni politiche del 1963.
Come si è detto, Fanfani era disposto ad accettare i voti dei comunisti, favorevoli ad appoggiare il più agguerrito avversario del governo Moro, ed era ben accetto anche dal gruppo socialproletario del PSIUP, fuoruscito dal PSI in polemica con il varo, nel dicembre 1963, del governo di centro-sinistra organico e i cui voti si sarebbero riversati su Fanfani, consentendogli di raggiungere 132 preferenze9. I dorotei, a questo punto, temendo i risultati della quarta votazione ed una crescente emorragia di consensi dal fronte interno alla maggioranza, cercarono inutilmente l’appoggio di socialisti e socialdemocratici, esortandoli a sostenere Leone e facendo anche riferimento alla possibile convergenza dei 57 voti liberali.
Al quarto scrutinio si fece avanti la candidatura di Pastore, voluta da Moro nel tentativo di far confluire sul nome del sindacalista democristiano una dissidenza interna contraria a Fanfani e che appoggiasse, in un secondo momento, l’elezione di Saragat. L’azione dei morotei fu, quindi, orientata a sostenere il leader socialdemocratico, facendo attenzione a non scoprire il gioco “a tre sponde” del Presidente del Consiglio, formalmente schierato con Leone e Pastore ma nei fatti grande elettore di Saragat. Ma questi, nonostante tutti gli sforzi, in sesta votazione avrebbe ulteriormente perso terreno (133 voti); e ciò a causa del persistente veto dei lombardiani del PSI, contrari al governo di centro-sinistra e sicuri che fosse oramai fallito il tentativo di raccogliere attorno a Saragat il favore di tutti i partiti di sinistra. Non mancava, infine, l’opposizione di alcuni socialdemocratici di destra, guidati da Rossi, che avevano fortemente contestato la decisione di aprire la compagine governativa al PSI.
I comunisti erano, invece, disponibili a votare per Saragat, a condizione, però, che il leader socialdemocratico chiedesse pubblicamente i loro voti, facendosi promotore di un accordo fra PCI, PSI, PSIUP, PSDI e PRI, che vincolasse i cinque partiti ad appoggiare apertamente la sua candidatura ed, eventualmente, anche quella di altri candidati. Queste condizioni non furono accolte dai socialdemocratici e Saragat, deluso dai risultati della settima votazione (138 voti), alla vigilia dell’ottavo scrutinio, decise di ritirarsi: mossa probabilmente necessaria ma certamente rischiosa, perché il vantaggio di evitare un logoramento della propria candidatura veniva meno dinanzi al pericolo secondo Saragat abbastanza remoto di una possibile convergenza dei voti comunisti e democristiani sui nomi di Pastore o Fanfani. In realtà, i due esponenti della sinistra democristiana furono, infine, costretti a ritirarsi, pressati dagli ambienti vaticani fortemente preoccupati dalle divisioni interne alla DC e dalla minaccia di dure sanzioni disciplinari da parte della maggioranza dorotea del loro partito10. Pastore fu il primo ad abbandonare la competizione, in decima votazione; lo seguì poco dopo Fanfani, il quale giunse ai limiti di una scissione, potendo ragionevolmente raccogliere i voti di Pastore che, sommati a quelli di comunisti e socialisti, avrebbero potuto portare alla Presidenza della Repubblica il capo della dissidenza democristiana, trascinando il governo Moro in una fatale crisi politica.
Fanfani si ritirò, senza però rinunciare alla sua personale battaglia: i voti dei suoi sostenitori si sarebbero, infatti, trasformati in schede bianche; ciò mise i dorotei in ulteriore difficoltà, anche per le dure critiche di Scelba, il quale osservò polemicamente che l’unità del partito non poteva essere invocata soltanto quando a trovarsi in difficoltà erano gli esponenti della maggioranza, i quali, con la complicità di Moro, avevano progressivamente emarginato le correnti di minoranza. Sicuramente l’intenzione di Scelba era quella di proporsi per una candidatura unitaria, in alternativa a quella di Leone, senza, tuttavia, riscuotere consensi tra i dorotei11.
Alla decima votazione, uscito momentaneamente di scena Saragat, i socialisti del PSI decidevano di votare per il loro leader Nenni, forti del fatto che l’accordo iniziale con cui i tre partiti laici avevano presentato un’unica candidatura stabiliva che non venissero poste preclusioni reciproche; il loro obiettivo principale, in realtà, era quello di sganciare il PCI dal nome di Terracini, magari sacrificando Nenni, ma facendo emergere nuove candidature che riuscissero a raccogliere una maggioranza di centro-sinistra, con l’apporto determinante dei voti comunisti. I socialisti non escludevano, ovviamente, Saragat ma pensavano anche a Pastore o Fanfani, a condizione però che la candidatura di questi ultimi fosse ufficialmente avanzata dalla DC12.
L’ingresso di Nenni nella competizione elettorale determinò un forte malumore nel PSDI, tra le cui file cominciò a serpeggiare il sospetto che, fin dall’inizio, l’obiettivo del PSI fosse stato quello di “bruciare” Saragat per favorire l’elezione del proprio leader, il quale poté, alla fine, contare solo sul consenso di socialisti, socialproletari, comunisti e repubblicani, raggiungendo i 385 voti, con i socialdemocratici che votarono scheda bianca. La candidatura di Saragat era stata proposta dalle componenti laiche dello schieramento di centro-sinistra, mentre a sostegno della candidatura Nenni si sarebbero espressi socialisti e comunisti, con qualche evidente nostalgia per la stagione frontista.
Con il dodicesimo scrutinio, ai voti democristiani per Leone si unirono i 44 voti del MSI, ma ciò allontanò il consenso di coloro i quali non erano disposti ad eleggere un Presidente della Repubblica con i voti della destra post-fascista. Longo dichiarò che obiettivo prioritario del PCI fosse, a questo punto, quello di impedire l’elezione del candidato imposto dai dorotei e rilanciò il tentativo di ricompattare il fronte delle sinistre sulla candidatura di un laico; il segretario comunista offrì nuovamente ai socialdemocratici l’appoggio del PCI per l’elezione di Saragat, non più sulla base di un organico accordo politico, ma ritenendo sufficiente una riunione ufficiale dei partiti di sinistra; ancora una volta, i socialdemocratici respinsero la proposta, dichiarando che il PSDI poteva da ultimo accettare che i voti comunisti confluissero autonomamente sul nome di Saragat13.
Alla vigilia della tredicesima votazione anche il PCI decise di votare per Nenni. Fino a quel momento il leader socialista pensava che la sua dovesse essere una candidatura di transizione, ma il leggero scarto di voti (393 contro 351) che lo distanziava da Leone lo convinse di avere concrete possibilità, a tal punto che sollecitò i repubblicani affinché gli confermassero il loro appoggio, molto utile per “legittimare” la sua candidatura anche al di là della vecchia area frontista. L’attivismo di Nenni irritò ulteriormente Saragat, il quale si ritirò in un “ermetico isolamento”14. Nonostante tutto, al leader socialista sarebbero andati soltanto i voti socialisti, repubblicani e comunisti; i fanfaniani continuarono a votare scheda bianca, mentre i socialproletari ripresero a votare per Malagugini, nell’eventualità che la candidatura di Fanfani riprendesse quota.
Mentre i consensi per Nenni aumentavano, Saragat, Fanfani e Pastore si erano ritirati, dopo la quindicesima votazione anche Leone decise di rinunciare, mettendo in grave difficoltà i dorotei, i quali, convinti della loro autosufficienza, avevano respinto la proposta di un accordo iniziale con i partiti della maggioranza di centro-sinistra, costretto Pastore e Fanfani a ritirare le proprie candidature, illuso le opposizioni di destra, lasciando intendere che il compromesso del 1962 fosse ripetibile, respinti i voti del PCI, del PSIUP ed anche del PSI. Ogni strategia democristiana, quindi, si era dimostrata fallimentare, smentita dall’andamento delle votazioni parlamentari, e la DC, nell’impossibilità di controllare una situazione oramai sfuggitale di mano, alla sedicesima votazione, il giorno di Natale, decise di astenersi. Era oramai evidente che senza i voti dei partiti laici e, soprattutto, dei comunisti non si sarebbe potuto eleggere il nuovo Presidente della Repubblica; per questa ragione, la dirigenza democristiana, confermando l’astensione anche al diciassettesimo scrutinio, convocò i gruppi parlamentari per discutere di una nuova candidatura; si decise che la scelta del candidato sarebbe potuta avvenire anche tra i “non democristiani” e, quindi, prese nuovamente quota la candidatura di Saragat. Per quanto riguarda l’atteggiamento da assumere nei confronti dei comunisti, i democristiani erano disposti ad accettare che i voti del PCI confluissero su un loro candidato, a condizione però che questa convergenza si verificasse di fatto e poi ufficialmente la si ignorasse. Lo stesso Scelba si convinse che, qualora sul nome di Saragat si fosse realizzata un’ampia convergenza dei partiti laici e democratici, i voti del PCI avrebbero perso di importanza; e fu lui a proporre formalmente che la DC sostenesse la candidatura del leader socialdemocratico.
Alla vigilia del diciottesimo scrutinio, Saragat ripresentò la propria candidatura. La dirigenza comunista chiese ai socialdemocratici di diffondere un comunicato ufficiale con cui fosse apertamente sollecitato il sostegno dei comunisti; nel PSDI, invece, l’orientamento prevalente era quello di rivolgere un appello a tutti i partiti con la sola esclusione del MSI con cui rendere nota la decisione di riproporre la candidatura di Saragat, ma i democristiani si opposero a questa soluzione, poiché, a loro avviso, quell’appello avrebbe, comunque, messo in risalto il ruolo determinante del PCI. Il segretario del PSDI, Tanassi, quindi, decise di dare una semplice comunicazione della ricandidatura del leader socialdemocratico e i comunisti, a questo punto, reagirono duramente, dichiarando che non avrebbero appoggiato Saragat se questi non avesse pubblicamente dichiarato di non discriminare i loro voti.
La diciottesima votazione vide la singolare contrapposizione fra Nenni e Saragat, il primo sostenuto da PSI, PCI e PSIUP, il secondo appoggiato da PSDI e DC. Nenni ottenne 380 voti, Saragat 311. La dissidenza democristiana proseguiva e i dirigenti della DC iniziarono a temere che il voto comunista a Nenni facesse naufragare definitivamente anche la candidatura di Saragat; decisero, quindi, di pressare ulteriormente i socialdemocratici perché riuscissero ad ottenere l’appoggio dei comunisti, senza che la DC fosse, di fatto, costretta a smentire la decisione iniziale di non far convergere i propri voti con quelli dell’estrema sinistra.
Dopo la diciannovesima votazione, Fanfani ripropose la sua candidatura; i dissidenti democristiani non si arrendevano, ma anzi tornavano alla carica. La DC si trovava oramai dinanzi ad un bivio: votare per Fanfani, l’unico esponente democristiano nelle condizioni di raccogliere una maggioranza sufficiente per essere eletto, con l’apporto determinante dei voti comunisti, o votare per Saragat, anche lui sostenuto dal PCI ma in grado di ottenere un consenso più ampio, che avrebbe in un certo senso consentito ai democristiani di porre in secondo piano il ruolo determinante dei comunisti nell’elezione del Presidente della Repubblica. Nel frattempo, alcuni socialisti sostenitori del governo Moro, fra i quali il ministro Corona e i sottosegretari Cattani e Guadalupi, invitarono la direzione del PSI ad appoggiare Saragat, il quale, uscito dal suo ermetico isolamento, si incontrò con Nenni. Il leader socialista si dimostrò disponibile a fare un passo indietro, a condizione, però, che la candidatura di Saragat fosse sostenuta da tutto il centro-sinistra e rilanciata con un appello ai partiti antifascisti e democratici; ciò significava dover chiedere apertamente i voti dei comunisti, cercando di non porre ulteriormente in difficoltà la DC. A questo punto fu Saragat a prendere direttamente l’iniziativa, rilasciando una breve ma risolutiva dichiarazione: «Ho posto per la seconda volta la mia candidatura a Presidente della Repubblica e mi auguro che sul mio nome vi sia la confluenza dei voti di tutti i gruppi democratici e antifascisti». In quelle parole non vi era un’esplicita richiesta dei voti del PCI, ma esse servirono ai comunisti per poter pubblicamente sostenere che ogni discriminazione da parte socialdemocratica era venuta meno. Risultava chiara, oramai a tutti i partiti, la necessità di dover addivenire ad una rapida conclusione della vicenda; ne erano consapevoli i comunisti, ne erano altrettanto coscienti i democristiani, i quali accettarono la dichiarazione del leader socialdemocratico, convincendosi che l’unica legittimazione dei voti comunisti, implicita nelle sue parole, consistesse nel fatto che essi non erano stati discriminati. Nenni, a questo punto, ritirò la sua candidatura e il cerchio si chiuse con l’opportuna visita di Saragat in casa Fanfani15.
L’elezione di Giuseppe Saragat avvenne al termine della ventunesima votazione, la sera del 28 dicembre: su 927 votanti, con un quorum di 482 voti, Saragat ne ottenne 646; 150 furono le schede bianche, 24 voti dispersi, 10 astenuti, 4 schede nulle, 56 voti per Martino, 40 per De Marsanich, 7 per Rossi16. Votarono per Saragat la quasi totalità dei socialdemocratici e dei socialisti, i repubblicani, la maggioranza dei democristiani e i comunisti, i cui voti come era prevedibile furono, infine, determinanti. Non votarono il leader socialdemocratico i democristiani guidati da Fanfani, missini e monarchici, perché esclusi fin dall’inizio dalle trattative, i liberali, perché si erano tenacemente opposti all’apertura nei confronti del PCI, i socialproletari, perché con l’elezione di Saragat vedevano rafforzarsi il governo Moro e la sua maggioranza parlamentare di centro-sinistra.
In conclusione, si era nei fatti registrata una sconfitta dei grandi partiti di massa, che non poteva non ripercuotersi sulle successive vicende che caratterizzarono il settennato della presidenza Saragat. La DC apprezzava il nuovo presidente, anche se non proveniva dalle proprie file; il PSI era soddisfatto per l’importante apertura nei confronti dei comunisti, anche se la candidatura di Saragat non era stata sostenuta da tutto il partito; il PCI acquisiva un ruolo decisivo sul piano parlamentare, pur non essendo riuscito nel suo principale intento: spaccare la DC su un candidato democristiano. Certamente soddisfatto, nonostante una rilevante dissidenza interna, era il partito di Saragat, assieme al repubblicano La Malfa, il quale, comunque, era ben consapevole del fatto che il PRI avrebbe dovuto fare i conti con l’inevitabile riavvicinamento tra PSI e PSDI, a seguito dell’elezione del leader socialdemocratico17. I grandi vincitori erano Moro e il suo governo di centro-sinistra, che usciva dalla vicenda rafforzato18; lo statista democristiano aveva visto, infatti, affermarsi il suo candidato ma soprattutto aveva neutralizzato Fanfani e i dorotei, mantenendo saldi i rapporti con le correnti di sinistra del suo partito19.









NOTE
1 Sull’elezione di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica, cfr. N. Valentino, La battaglia per il Quirinale, Milano, Rizzoli, 1965, pp. 63-248; G. Di Capua, Le chiavi del Quirinale. Da De Nicola a Saragat, la strategia del potere in Italia, Milano, Feltrinelli Editore, 1971, pp. 216-284; U. Indrio, La presidenza Saragat. Cronaca politica di un settennio 1965-1971, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1971, pp. 19-29; G. Averardi, I socialisti democratici. Da palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Milano, Sugarco Edizioni, 1977, pp. 352-356; A. G. Casanova, Saragat, Torino, ERI Edizioni Rai, 1991, pp. 198-195; V. Cattani, Giuseppe Saragat, in Aa.Vv., Il Parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia, vol. XV, 1948-1949. De Gasperi e la scelta occidentale. La strategia del centrismo, Milano, Nuova CEI, 1991, pp. 428-432; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, in Aa.Vv., Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, vol. XXIV, Torino, UTET, 1995, pp. 183-189; F. Fornaro, Giuseppe Saragat, Venezia, Marsilio, 2003, pp. 272-277.^
2 I voti a disposizione dei singoli partiti e dei loro gruppi parlamentari erano così distribuiti: DC 399, PCI 253, PSI 96, PLI 57, PSDI 48, MSI 44, PSIUP 36, PDIUM 10, PRI 5.^
3 Cfr. L’impegno dei laici, in «Il Mondo», 15 dicembre 1964.^
4 Sulle correnti democristiane, cfr. F. Malgeri (a cura di), Storia della Democrazia cristiana, vol. IV, Dal centro sinistra agli «anni di piombo» (1962-1978), Roma, Edizioni Cinque Lune, 1989; V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia degasperiana alle correnti democristiane, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010.^
5 A questo proposito, cfr. M. Donno, I socialdemocratici di Giuseppe Saragat e la nascita del centro-sinistra (1958-1968), in «L’Acropoli», 14 (2013), pp. 79-80.^
6 A questo proposito, cfr. anche l’intervista a Giuseppe Saragat pubblicata su «L’Espresso», del 24 settembre 1964.^
7 Cfr. I. Montanelli, Fanfani, in «Corriere della Sera», 16 dicembre 1964.^
8 Cfr. Si rivela inconsistente la candidatura di Leone, in «l’Unità», 17 dicembre 1964.^
9 Cfr. Chi fermerà Fanfani, in «L’Espresso», 15 dicembre 1964.^
10 Cfr. L’imperativo dell’unità, in «Osservatore romano», 21 dicembre 1964.^
11 Cfr. Dinastia dorotea, in «Il Mondo», 22 dicembre 1964.^
12 Cfr. La rissa continua, in «Corriere della Sera», 21 dicembre 1964.^
13 Cfr. Il PCI sollecita tutte le sinistre ad unirsi contro la prepotenza dorotea, in «l’Unità», 22 dicembre 1964.^
14 Cfr. L’incidente Saragat-Nenni, in «Corriere della Sera», 22 dicembre 1964.^
15 Cfr. Lo scontro del Quirinale, in «Il Mondo», 29 dicembre 1964.^
16 Per un resoconto analitico dei risultati dei ventuno scrutini, cfr. N. Valentino, Il Presidente. Elezione e poteri del Capo dello Stato, Torino, ERI, 1973, pp. 137-158.^
17 Cfr. G.P. Orsello, La sinistra democratica dopo l’elezione di Saragat, in «Battaglie democratiche», gennaio 1965; F. De Martino, Sull’unità del movimento operaio e socialista, in «Mondo Operaio», novembre-dicembre 1964.^
18 Per gli auguri rivolti dal Consiglio dei Ministri al neo eletto presidente Saragat, cfr. Archivio Centrale dello Stato, Archivio Aldo Moro, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio stampa, Comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 29 dicembre 1964, busta 40, fascicolo 2.^
19 Cfr. Vittoria democratica, in «Il Mondo», 5 gennaio 1965. Cfr. anche Fondazione di studi storici Filippo Turati, Archivio della Direzione nazionale del Partito socialista democratico italiano (1951-1967), Commenti della stampa sulla elezione di Saragat a Presidente della Repubblica, busta 4, serie 3, sottoserie A, fascicolo 6.^
  Cosa ne pensi? Invia il tuo commento
 
Realizzazione a cura di: VinSoft di Coopyleft