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Recenti studi sulla teoria della storiografia
di Luca Tedoldi
1. Una scarsa vitalità

Chi volesse scorrere la sequenza di studi, dedicati alla teoria della storiografia, pubblicati in italiano negli ultimi dieci anni, colmo di curiosità per la complessità delle questioni, che intrecciano la metodologia della storia, la storia della storiografia, l’epistemologia delle scienze umane, la teoria della conoscenza, forse rimarrebbe stupito dal sapere che si tratta di testi che raramente si caricano di questa ricchezza ed eterogeneità, anzi, sembrano cercare l’isolamento o cadere nel dialogo tra sordi. Con la sua incapacità di prendere in considerazione la totalità dei suoi problemi, totalità che la connette ad altre discipline, a partire dalla filosofia; con la sua riluttanza ad evadere dai recinti di propria familiarità, la teoria della storiografia sembra opporre debole vitalità al clima allarmistico ed emergenziale diffuso ormai da tempo1.
La storia, una volta regina delle scienze umane, base della formazione dei politici, fondamento dell’educazione delle nuove generazioni2, viene spesso dichiarata preda di un traumatico declassamento. Al suo interno molti, usando il lessico bellico della sfida e dell’assalto, si sentono circondati e assaliti. Di fronte agli scricchiolii intrinseci e alle incursioni esterne, la forma dell’apologia dilaga: colmi di avvertimenti e preoccupazioni, accorrono i protettori della disciplina, uniti nella reazione alla confusione delle identità e all’invasione nei propri confini. Tornano a catalogare e selezionare lo spazio, ricordando a ciascuno la sua collocazione, scansando riduzionismi ed eterodossie inquinanti, regolando debiti e slittamenti, prestiti e contaminazioni nelle relazioni con la retorica, la letteratura, le scienze sociali e naturali. L’arma difensiva più usata è il professionismo metodologico, quasi immaginato come una sentinella, immobile e attenta nella sua garitta, pronta a respingere l’assalto dei vandali. Apologie e allarmi si susseguono, come se gli storici fossero testimoni che non vengono più creduti da un presente autofago e disperso nei suoi istanti puntuali e irrelati, ormai uscito dalla cultura della necessità storica e del tempo orientato.
Pochi si fanno carico della crisi tanto da riconoscere che ad essa deve seguire, secondo la sua stessa etimologia, un giudizio ed una scelta. Alcuni si affannano su pochi aspetti senza considerare l’intero, riproponendo saggi principi, ma che vengono presi per tòpoi autoreferenziali. Altri protestano erigendo solide mura protettive, per evitare che l’inevitabile fame di storia finisca per essere saziata dai dilettanti senza tecnica o da coloro che, stregati dal ricorrente ripudio delle idee di «totalità, progresso, sviluppo e senso del movimento storico, non perdono l’occasione di liquidare supposti ancien regime, ammucchiando nubi dove resta l’incertezza lasciata dalle loro improvvisate demolizioni3. La posa difensiva provoca meritati allontanamenti, ma insufficienti messe in questione dell’impossibile insularità di una scienza per sua natura plurale, ambigua, meticcia. Ognuno crede di dover restare al proprio perimetro, concedendo nel caso molto alla metodologia e al suo codice, poco all’ardire di una riflessione filosofica sulla storia, sui fondamenti della sua conoscenza, sulla logica dell’argomentazione storiografica, sulla natura del passato.
Se dietro la crisi della storia è possibile scorgere la senilità dell’umanesimo occidentale4, non bastano le descrizioni dell’ “anarchia epistemologica”5 o del campo comune tra gli storici come “campo di battaglia”6. Nonostante alcuni ancora concludano che possiamo limitarci a raccogliere solo i cocci di quella vastità indominabile che è il passato, senza mai unirli, si sente il bisogno di resistere ad un futuro di frammentazione e incomunicabilità.
I segni di quest’inquietudine si rilevano nel manuale di storiografia italiano più diffuso7: il richiamo a sollevare gli scudi; il freno all’invadenza della memoria sul mestiere storico; l’attacco etico e scientifico al negazionismo e al revisionismo8, soprattutto la fermezza del metodo opposta al dilettantismo crescente. Il peso dell’extrametodico nella storiografia intimorisce a tal punto da aprire la possibilità di un distacco dalla verità. Diventa assillante il bisogno di contrastare la serpeggiante presunzione che il mare delle incertezze e dei punti di vista non sia navigabile, se non attraverso un vagabondaggio che si cela dietro effetti illusivi e mimetici, che non ci siano rotte razionali e ripetibili in grado di lasciare risultati comunicabili e cumulativi. Naturalmente questa presunzione annega in quello stesso mare, solcato da un lungo passato di navigazioni riuscite perché figlie di altre precedenti, debitrici delle loro scie, dei loro tragitti e delle loro acquisizioni. Resta l’ambiguità di una disciplina che combina la creatività delle domande e delle ipotesi e il rigore degli esami intrinseci ed estrinseci dei documenti. C’è chi si oppone, come si è detto, restringendo le porte dell’accesso con l’enfatizzazione del normativismo metodico, scrupolosa dogana atta anche a respingere. Oppure con le armi dello scientismo, che punta tutto sul legame causalistico-nomologico nelle azioni degli attori storici, invarianza logica che dovrebbe garantire la veridicità della ricostruzione.
Si può trattare il peso del soggetto e delle sue interpretazioni come un veleno o come un elemento controllabile, lungi dal precedere o divorare i fatti. Si dipartono allora due orientamenti contrapposti: quello di chi costruisce o si affida ad una procedura critica in grado di neutralizzare le potenzialità distruttive dell’interpretazione; oppure quello di chi vede in quest’ultima nient’altro che la facoltà di «violentare, riassettare, accorciare, sopprimere, riempire, immaginar finzioni, falsificare radicalmente» 9. Quest’ultima posizione, ripresa da molti (da Roland Barthes a Paul Veyne, da Hayden White a Frank Ankersmit) in funzione antistorica, è stata per lo più ritenuta di corto respiro e per questo trascurata dagli storici professionisti, eccettuati coloro che ne hanno approfittato per uscire dalla trincea e tornare a riflettere sulle caratteristiche della retorica e della scrittura nei testi storici, come Carlo Ginzburg, Jerzi Topolski, Richard Evans. E’ necessario precisare che in questi contributi si scorgono solo delle tracce di una compiuta teoria della storiografia, che si affaccerà solo dopo un ampliamento di prospettiva, secondo cui gli aspetti da loro presi in esame saranno abbracciati dalla totalità del discorso storiografico, totalità mobile, incompiuta e articolata, passibile di estendersi e arricchirsi sempre di più, anch’essa parte di una totalità più ampia, il movimento storico.


2. Come frutti staccati dall’albero

In attesa di una più ampia contestualizzazione ci chiediamo se le verità del passato possono essere recuperate anche grazie alla scrittura e all’immaginazione narrativa (Ginzburg), alle argomentazioni e al sottofondo ideologico di ogni storico (Topolski) e, infine, se dobbiamo agli epigoni della tesi nietzscheana sopra riferita la scoperta dei presupposti della conoscenza storica (Evans). La scrittura non solo è inseparabile dall’elaborazione delle fonti, ma è così necessaria che lo storico deve essere in grado di traslocare nel laboratorio del narratore di finzioni e avvantaggiarsi dei suoi attrezzi. Laboratorio frequentato in modo magistrale da uno storico italiano, Carlo Ginzburg.
Questi racconta, nell’introduzione al suo ultimo saggio10, che quando ha iniziato il mestiere di storico, verso la fine degli anni Cinquanta, pochi si soffermavano sulla questione del rapporto problematico tra fonti e realtà. Il clima cominciò a cambiare solo nella seconda metà degli anni Sessanta. I saggi radunati ne Il filo e le tracce. Vero falso finto spaziano dal Montaigne interprete dei cannibali al Voltaire non compiutamente illuminista, dalla conversione degli ebrei di Minorca del 417-418 alle sorgenti letterarie dei Protocolli dei savi di Sion, dalla genealogia dell’idea di microstoria ad una prova di autobiografia intellettuale, dalla sfida del romanziere Stendhal agli storici al principio di realtà opposto al soggettivismo estremo. Nonostante questa ricchezza al centro dell’interesse dimora ancora un tema determinato: il rapporto tra storia e finzione retorica, di cui, Ginzburg dice di essersi interessato a partire dai primi anni Ottanta, con la postfazione, del 1984, al libro di Natalie Zemon Davis Il ritorno di Martin Guerre, postfazione ripresa in questa raccolta. Allora, afferma lo storico nell’introduzione, c’era già «un programma di ricerca e il suo obiettivo polemico»11: ipotizzava, infatti, che tra narrazioni di finzione e narrazioni storiche si dovesse svolgere un conflitto fatto anche di «prestiti reciproci, ibridi». In questa raccolta la ricerca di ibridi parte dal principio, mutuato da Auerbach, della molteplicità degli approcci alla realtà12, e transita alla tesi della letteratura come storia delle interiorità e delle verità sommerse e invisibili, territori per lo più chiusi agli archivi. Un romanzo medievale come Lancelot du Lac ci propone una storia più intima e profonda della storia ufficiale; la sua finzione ha un diretto rapporto con la verità storica di quel tempo. Il giovane Anarchasis, protagonista del Voyage du jeune Anarchasis en Grèce, pubblicato nel 1788 da Jean Jacques Barthélemy, racconta le minute circostanze della vita quotidiana della società greca, colmando le lacune della storiografia. La tecnica del discorso indiretto libero consente a Stendhal di attingere un territorio precluso agli storici.
La molteplicità degli approcci alla realtà implica che a chi asserisce l’inseparabilità netta di finzione e realtà storica, in quanto entrambi fenomeni linguistici e retorici, non si può reagire solo ribadendo le regole del gioco e, in sintesi, rispondendo di non aver inteso correttamente la natura della storia: «Non si poteva combattere il neoscetticismo ripetendo vecchie certezze. Bisognava imparare dal nemico per contrastarlo in maniera più efficace. Sono queste le ipotesi che hanno orientato, nel corso di vent’anni, le ricerche confluite in questo libro»13. Momigliano, già tre anni prima della postfazione di Ginzburg, criticò14 lo scetticismo di Hayden White opponendogli le consolidate certezze della disciplina: «Agli storici si chiede di essere scopritori della verità. Non c’è dubbio che, per poter essere chiamati storici, essi debbono volgere la loro ricerca in una qualche forma di storia. Ma le loro storie devono essere storie vere»15. Una ricerca storica ridotta ad una forma di letteratura perde di vista che il lavoro dello storico è tenuto a rispettare altre norme. Se per Momigliano «la retorica non porta con sé tecniche per la ricerca della verità»16, Ginzburg, recatosi in partibus infidelium, vuole complicare il discorso: nella macina della storiografia l’artificio del vero viene spremuto anche dal falso e dal finto. Al disvelamento, operato da White, del nucleo retorico e fabulatorio delle narrazioni storiche, Ginzburg risponde concentrandosi sul nucleo cognitivo delle narrazioni di finzione.
In Il giudice e lo storico Ginzburg ricorda17 un saggio di Momigliano18 in cui si spiega che la storia, nata dall’unione tra medicina e retorica, impara ad osservare i fatti e a cercare le cause naturali dalla prima e a persuadere argomentando dalla seconda. Il saggio continuava con la tesi della negazione di un rapporto consustanziale tra storia e retorica. Ginzburg, con un percorso autonomo dal maestro, si propone di imparare dal nemico, provando a comprendere i suoi errori dall’interno. La frequentazione della storia della retorica lo conduce ad affermare che non le risposte, ma certamente le domande dello scetticismo postmodernista sono giuste19.
Stupisce che il proposito di costruire la storia vera anche sulla finta debba attraversare questa riconoscenza nei confronti di quei filosofi che hanno mostrato scarsa stima per la dottrina delle fonti, quando questa, fin dai suoi primi passi, mossa dalla ricerca dell’autenticità e dell’attendibilità dei documenti, costruisce ed esalta la dignità epistemologica del falso e la necessità di smettere di relegarlo ai margini della conoscenza, come un veleno da cui liberarsi. Lo concepisce invece come una lente che getta un fulgore eccezionale sugli scopi dell’autore della falsificazione o interpolazione, sul contesto nel quale si è ritenuto di doverla produrre, sulle conseguenze che ha suscitato. Le tecniche di analisi e controllo estendono la loro considerazione alla vicenda storica, cui il falso mostra di partecipare allo stesso titolo del vero, garantendo anch’esso le sue imprescindibili risorse testimoniali e aperture di significato. Un’ulteriore perplessità provoca il nesso tra l’insistenza sulla prova e la contiguità professionale tra giudice e storico, la quale, oltre ad essere smentita dal fatto che il giudice è intimamente condizionato dal codice, dalle norme e dalle procedure, come dall’obbligo di giungere ad una sentenza definitiva, è amica del principio di realtà, ma non meno del metodo storico-critico.
Ginzburg parte da un altro presupposto, con una dichiarazione di principio non priva di effetti: sceglie di anteporre le "cattive cose nuove" alle "buone vecchie cose" e si trova a correre in difesa della storiografia uscendo dal suo stesso territorio. Ripercorrendo l’evoluzione dell’intreccio tra retorica e storia ci accorgiamo perché percepiamo come reali i racconti storici. Il saggio Descrizione e citazione, scritto nel 1988 ma rivisto successivamente, pone al centro il ruolo della retorica nella costruzione degli effetti di verità. Se è vero che esiste una realtà extralinguistica, innegabile è la storia dei procedimenti, innanzitutto testuali, usati per controllarla e comunicarla. Questi mezzi retorici sono, in estrema sintesi, prima l’enargeia, ossia la vividezza descrittiva, poi, le note a margine e le citazioni. Il percorso vede protagonisti Francesco Robortello, impegnato a difendere la storia intrecciata con la retorica, dagli attacchi scettici di Sesto Empirico; l’aristotelico Pomponazzi e il suo allievo Sperone Speroni, ostile agli ornamenti retorici tanto da tenere in gran pregio la veridicità degli annali; Baronio, che elimina i discorsi fittizi e avvalora la sua lotta contro la storiografia protestante adoperando testimonianze citate in nota, cioè espedienti affini a quelli che Krzysztof Pomian, come vedremo, chiama "marchi di storicità": «Le citazioni, le note e i segnali linguistico-tipografici che le accompagnano possono essere considerati, in quanto procedimenti volti a comunicare un effetto di verità, come dei corrispettivi dell’enargeia»20.
Battere gli scettici sul loro stesso terreno significa anche opporre loro un’altra concezione di retorica, come già è stato fatto nel libro precedente21: la storia è tenuta in vita dalla retorica propugnata da Lorenzo Valla, che nella sua scoperta della verità sulla donazione di Costantino s’ispira alla prova razionale di Aristotele; non dalla mozione degli affetti di Cicerone e dal riduzionismo della linea Nietzsche-postmodernismo, che assimila la realtà del passato a linguaggio, testo o interpretazione. La retorica della prova e degli effetti di verità non solo rinforza la storia in funzione antiscettica, ma è anche un mezzo per ricucire le scissioni operate dalla Poetica di Aristotele: storia e poesia, verità e immaginazione, realtà e possibilità. Come ricorda Paul Ricoeur22, Aristotele rifiuta la storia perché la considera dominata dalla contingenza: Ginzburg, invece, romanziere sui generis, immune dall’idea dello storico come sovranità onnisciente o monopolista del senso, apre alla contingenza e all’imprevedibilità, facendo di tutto per prenderla sul serio e rispettarla anche nel movimento avventuroso della sua indagine, illustrabile solo ex post, attraverso un racconto incompiuto e plurale, capace di coniugare insistenza sulla prova e disponibilità alla sua falsificazione, ricettività alle somiglianze non evidenti e provvisorietà delle metafore proposte.
Abituato per lunghi anni ad analizzare i processi dell’Inquisizione con gli strumenti della critica stilistica di Spitzer e Auerbach, ancora una volta mostra come la vocazione interdisciplinare e l’invasione di campo siano una necessità scientifica: in questo caso insegna agli scettici a fare buon uso della retorica, dei sospetti sulle testimonianze, dello stesso relativismo. Come Montaigne critica l’Europa usando i cannibali, lo storico italiano illustra le virtù della finzione criticando chi, con la testa nelle tracce e nelle rassicuranti metodologie astratte, perde di vista il filo, ossia la narrazione, con le sue casualità e colpi di scena.
A proseguire l’opera di rilettura della dimensione retorica della storiografia s’impegna Narrare la storia di Jerzi Topolski23, che si propone di conciliare la filosofia analitica della storia ed il narrativismo vagamente definito come postmodernista. Dopo aver analizzato la definizione di storia e valutato la sua scientificità in Metodologia della ricerca storica24 qui il metodologo e storico polacco indaga il concetto di narrazione storica e le sue modalità di costruzione. Al centro c’è il tema della produzione della storia. I precedenti filosofi della narrazione storica hanno trascurato di costruire un impianto globale, limitandosi solo all’analisi di alcuni aspetti, dimenticando che il racconto storico costituisce una totalità testuale compiuta, determinata da tre caratteristiche necessarie: la necessità della base empirica, la descrizione “dall’esterno” delle azioni umane e il fattore temporale. Inoltre è strutturato attraverso tre livelli, che danno conto delle teorie della storiografia espresse nel ventesimo secolo: livello informativo, persuasivo, teorico e ideologico.
Il primo livello, quello informativo o logico/grammaticale, intende comunicare ai lettori una serie di conoscenze riguardanti il passato. Il secondo, il livello persuasivo, è dovuto ad un fatto di per sé ovvio: le fonti indiziarie e soprattutto il racconto storico non si limitano mai a descrivere un passato, ma comunicano un qualche messaggio, spesso implicito, che tende a porsi come la verità, e per questo ha bisogno di efficacia retorica. La composizione delle informazioni deve tenere conto del sistema dei valori e delle conoscenze dei lettori, ma anche di altre necessità strutturali: la selezione naturale delle fonti disponibili; la selezione effettuata dalla prospettiva intellettuale dello storico, che non può che gerarchizzare le informazioni e usare le convenzioni storiografiche della sua data epoca; il valore cognitivo delle metafore e quello persuasivo, pedagogico ed estetico degli altri tropi. Questa serie di scelte determina la costruzione della cornice retorica che intrama il racconto e ne caratterizza l’unità narrativa, ma è anche espressione del sottofondo ideologico dello storico.
Questo è il motore propulsore della narrazione, responsabile della definizione del contenuto e delle forme degli altri due livelli. L’analisi di questo terzo livello rivela che la concezione positivista e poi analitica della lingua come mezzo neutrale di rispecchiamento del passato è da abbandonare, perché incapace di valorizzare e distinguere i fattori che entrano in gioco nel processo dell’immaginazione e della costruzione del racconto: i miti intellettuali dell’attività storiografica; le convenzioni linguistiche; le conoscenze teoriche e filosofiche dello storico; il suo sistema, più o meno coerente, di valori. Nell’esigenza irrinunciabile di fedeltà ricostruttiva lo storico, che non è uno straniero che giunge in una terra ignota da nessun luogo, deve sapere che le sue visite al passato risentiranno sempre di una sorta di mancanza di innocenza.
Dopo aver contrapposto la concezione realista, secondo lui diffusa nella maggior parte degli storici di mestiere, alle critiche al realismo provenienti dalla filosofia contemporanea, Topolski afferma la sua propensione per il “realismo interno” di Hilary Putnam, filosofo statunitense che, cercando un varco tra scetticismo e realismo metafisico, sottolinea il ruolo del soggetto nella costruzione dell’immagine della realtà e sostiene che «chiedersi di quali oggetti consista il mondo abbia senso soltanto all’interno di una data teoria o descrizione»25. Il realismo interno implica l’esistenza di diverse verità relative ad uno stesso oggetto ed una discussione continua a proposito di queste verità, che possono essere sia interne ad uno stesso paradigma sia rappresentanti di diversi paradigmi.
Il realismo interno risolve la netta duplicazione che raduna, da una parte, positivisti e analitici, e, dall’altra, «le filosofie non positiviste della storia»26, delle quali chiama a testimoni Hayden White, in assoluto il più citato e ascoltato, Michel Foucault, Paul Ricoeur, Frank Ankersmit, i più interessati al ruolo della «langue in senso saussuriano» nella scrittura della storia. Come è chiaro, chi rivendica le sue posizioni moderate non può garantire di essere immune dal vizio di smodatezza nello stabilire quali siano gli estremi. In questo caso, scelti questi estremi, al centro resta ancora una folla di diverse tesi. Giunti al cuore della produzione storiografica, quello che qui viene chiamato “livello profondo”, risulta evidente il credito attribuito da Topolski a tutti quegli autori che avvicinano la storia alla letteratura. Non bisognava attendere i vari Roland Barthes, Jacques Derrida e Hayden White, se tracciamo una possibile traiettoria nella foresta dei nomi affastellati, per una rottura più o meno radicale con la prospettiva positivista e “logocentrica” (nella terminologia postmoderna) legata alla concezione classica di verità. Collocate fuori strada sia le varie modulazioni dell’empirismo sia il costruttivismo scettico, dimostrando da una parte «quanto l’obiettivo del realismo sia costitutivo della storia stessa»27, dall’altra quanto sia fuori luogo la tesi secondo cui la realtà del passato sia indipendente dal soggetto, restava da chiedersi quali nozioni di realtà, verità, riferimento, ci consegna la prospettiva del realismo indiretto, che sembra andare a nozze con le indicazioni di quanti sottolineano il ruolo della mediazione nella decifrazione del passato. Il breve capitolo conclusivo, incentrato sul tema della verità storica, sembra infilato apposta a bilanciare la complicità mostrata con la cosiddetta «filosofia narratologica della storia», che comprende i nomi più distanti ed eterogenei. Topolski non sembra muoversi sempre a proprio agio nella filosofia contemporanea, cui si limita a rinviare28 . Lo stesso Putnam, gettato in un terreno non suo, rischia di rappresentare solo una schiva auctoritas, alla quale non si rivolgono quelle domande che, secondo la stessa concezione dinamica delle fonti del metodologo polacco, possono rendere vivo e loquace un testo.
Un sospetto di incompiutezza emerge anche dopo la lettura del pamphlet antipostmoderno di Richard Evans29, il quale, come Topolski e Ginzburg, si propone di avanzare una posizione intermedia tra il relativismo postmodernista e il tradizionalismo degli storici conservatori. Benchè l’obiettivo polemico privilegiato sia il primo la denuncia viene spesso compensata con inaspettate remunerazioni. Le prime righe dell’introduzione acconsentono all’idea che esista un’ “epoca postmoderna” e che sia stata questa a rendere necessario un ritorno alle domande essenziali sulla teoria della storia. Per lo storico inglese le tesi dei volgarizzatori anglosassoni di Barthes, Foucault e Derrida, i vari Hayden White, Frank Ankersmit, Keith Jenkins, Patrick Joyce, Beverley Southgate, Elisabeth Deeds Ermath, ampiamente citati, consentono di svecchiare un dibattito rimasto, come si dice sempre nell’introduzione, a Carr e Elton30, ormai insufficienti, nonostante siano ancora alla base degli studi dei giovani storici. In questo modo sarebbe addirittura venuta l’occasione di tornare alla filosofia31. Tuttavia Evans evita lo sforzo di distinguere filosofi e divulgatori spericolati32, atto che avrebbe messo da parte certi equivoci. Il ritorno della storia ai singoli individui sarebbe merito dei postmoderni, tra i quali viene arruolato persino Carlo Ginzburg33. Insomma, dietro l’aperto tono accusatorio, non è arduo scorgere non solo attestazioni concilianti, ma anche riconoscimenti della novità di asserzioni non inedite34.
Lo storico inglese non adduce argomentazioni a sostegno del preteso ritorno alla filosofia; in realtà le prove sarebbero tutte contrarie a questa tesi, se consideriamo la filosofia come qualcosa di più complesso e ampio della disputa sulla giusta interpretazione della storia come opus oratorium maxime e sul ruolo dell’immaginazione narrativa, dei presupposti ideologici, degli strumenti retorici nei testi storici, lavoro al quale si sono limitati gli stessi critici dei postmodernisti. All’assolutizzazione del momento narrativo o retorico non si è risposto con la via teoretica, con la considerazione dall’alto e a tutto campo, ma si è accettato il terreno dell’isolamento di fasi o aspetti dell’attività storiografica, dissolti dal movimento di cui fanno parte, con il pretesto di indugiare su di essi per disseppellirne la trascurata rilevanza. Gli aspetti della retorica, dell’immaginazione, dell’argomentazione non sono certo di poco conto; tuttavia necessitano di una considerazione che li concepisca come parti di un intero, frutti di un albero, figli suoi ma anche della terra che lo ha prodotto, delle condizioni climatiche e di tutte quelle che determinano il complesso della sua vita. Isolare questi temi significa dedicarsi ai frutti dell’albero senza badare alla vita completa dell’albero stesso che, per tradurre la nota immagine cartesiana in quella di una vera e propria filosofia del sapere storico, ha le radici ed il tronco che rappresentano l’ontologia e la gnoseologia, la teoria dell’essere storico e la teoria della conoscenza storica.


3. L’albero della teoria della storiografia

Ci avviciniamo al territorio della filosofia della storiografia quando abbiamo a che fare con un’indagine razionale delle condizioni generali della pratica e della conoscenza storica. E’ la filosofia a porre le basi per una chiarificazione complessiva ed unitaria della logica, del linguaggio, degli strumenti, delle azioni e dei limiti della ricerca storica. Una riflessione di questo genere non può privilegiare i metodi, le questioni e le presupposizioni di una particolare tradizione o modello storiografico, né si dichiara impotente o inopportuna di fronte alla trasformazione della specializzazione della ricerca in una accumulazione di linguaggi e oggetti che talora diventa babelica, con prospettive epistemologiche e visioni del passato che rischiano di essere inconfrontabili. Nemmeno può eludere il compito di affrontare questioni come la natura dell’oggetto di conoscenza e l’elaborazione dei modi di comprensione di quest’oggetto; non può non tematizzare il rapporto tra storia e storiografia. Attribuire a ciascuno di questi due soggetti la propria collocazione e la specificità del proprio modus operandi significa scoprirne il nesso problematico, la reciprocità di azioni e reazioni. Le questioni fondamentali della filosofia si ripropongono: che cosa c’è; come si conosce; qual è il rapporto tra il soggetto e l’oggetto della conoscenza.
La teoria della conoscenza storica non può evitare di riflettere sul problema della relazione tra l’ambito di riferimento della disciplina e le modalità del suo sapere. La storia, immensa foresta di eventi che accadono e si susseguono incessantemente, viene percorsa, con una tensione ed un dinamismo che tentano di star dietro alla fuga del tempo, dalle diverse indagini storiografiche, che ricostruiscono il passato grazie alle rappresentazioni fornite dai documenti. L’essere del passato, di cui è impossibile avere un’esperienza diretta, dipende dalle complesse aperture di senso sollevate dalla documentazione. La natura dell’oggetto di conoscenza, in questo caso il passato ed i suoi eventi, viene alla luce soltanto attraverso le forme indirette con le quali lo apprendiamo e ne facciamo esperienza, ma ciò non implica che queste mediazioni siano immediate e originarie; infatti, anche il preteso a priori della storiografia, la fonte documentale, è una costruzione storica.
Ricordare la costituzione storiografica della realtà del passato non significa avanzare la tesi della sua produzione o creazione concettuale e soggettiva, perché non si può non inquadrare la documentazione all’interno del lungo processo di addestramento e raffinamento delle modalità e dei criteri con cui essa viene rintracciata, letta e interpretata, parallelamente alla costruzione di una severa disciplina armata di rigorose procedure di controllo e verifica. Le diverse fonti non garantiscono una solida oggettività alle informazioni che trasmettono, perché sottostanno alle intenzioni, agli interessi e alle caratteristiche di chi le ha prodotte, come a quelle di chi le reinterpreta portandole alla luce della considerazione storiografica posteriore. Ne consegue che, se le strategie di cattura concettuale dell’oggetto storico sono anch’esse storiche e condizionate, e la storiografia è figlia del proprio tempo, come lo stesso dominio temporale che si propone di studiare, allora il sapere storico, trascendentale che definisce la storicità, ne è a sua volta definito. La nostra relazione con il passato è sempre costantemente determinata dall’elaborazione, sempre imperfetta e rivedibile, dei documenti, ma a rendere possibile questa dipendenza è la stessa storia, fonte delle fonti. Il sapere storico procede verso il suo oggetto così come ne proviene, lo frequenta e apprende come frequenta e apprende se stesso.
Queste osservazioni sono debitrici di uno dei pochi testi che prende sul serio la relazione tra storia e storiografia, dunque tra ontologia e teoria della conoscenza; un ritratto della storiografia ricco di sintesi ricostruttive ma anche di robuste e coraggiose valutazioni: Nient’altro che storia di Giuseppe Galasso35, «forse lo storico che in Italia ha più il gusto e la capacità di misurarsi con la teoria»36. Non si tratta di una semplice riproposizione dello storicismo crociano, innanzitutto perchè la stessa autenticità di questa filosofia esclude recisamente ogni volontà di mera restaurazione. Prendere sul serio l’universale storicizzazione dell’attività umana e del mondo nel quale essa si compie significa anche negare la possibilità di riproduzioni del passato immuni dai mutamenti del divenire storico. E’ lo stesso storicismo, secondo cui la verità, come quella di tutti gli enti, è figlia del tempo, delle sue evoluzioni e dei suoi condizionamenti, a chiedere di essere storicizzato. La storicità incarna e caratterizza ogni regione della realtà, senza residui o scarti astorici e agognate trascendenze metastoriche, senza obliare l’intreccio e la circolarità dialettica di mente e realtà, storiografia e storia, logica e ontologia, presente e passato.
Alla base di questa circolarità sta il presupposto che la cellula primaria del pensiero, il giudizio, è storico come sono storiche la conoscenza e la realtà stessa ed è storico in tutte le sue forme ed attività, nei diversi ambiti di riferimento nei quali si esprime, nelle scienze naturali come in quelle morali. L’unità tra conoscenza e realtà è tutt’altro che monolitica e indifferenziata, ma consente di superare alcune scissioni mistificanti. A partire da quella, di origine humiana e poi weberiana, che separa fatti e valori, con la pretesa di poter dare una descrizione obiettiva e neutrale dei dati fattuali senza aver avviato con essa una parziale e inevitabile valutazione. La stessa storiografia, la cui logica è la stessa di ogni pensiero, è una messa all’opera della sostanziale inaccettabilità di siffatta astrazione, un cantiere che non produce mai eventi senza valori, ma sempre seleziona, periodizza, conta, associa e dissocia, esalta e trascura; in una parola, giudica. La relatività storica della mente e del giudizio definisce una conoscenza che non contempla spaccature epistemologiche o gnoseologiche; neppure le scienze naturali possono sfuggire alle categorie che determinano ogni pensiero e giudizio e che sono altresì caratteristiche della realtà: il mutamento e il successo, ossia il divenire e l’avvenire, le modificazioni ed i loro risultati, il loro accadere condizionato, il loro prevalere su altre possibilità. La realtà viene correttamente intesa alla luce del quadro trascendentale di queste categorie, che ne manifestano il carattere dinamico, attivo, operativo ed affermativo. Queste categorie della mente e della storia costituiscono l’orizzonte intrascendibile e originario, dunque trascendentale, di ogni esperienza umana, che è ciò che compie nella storia (modus essendi e modus operandi coincidono) e solo conoscendo questa conosce se stessa.
Solo una nozione può rispettare pienamente la combinazione di movimento e senso, di incertezza e razionalità, di libertà e progresso: la nozione di dialettica, secondo cui la realtà, compresa la mente, è conflitto e lotta, disobbediente a leggi e direzioni prestabilite, spinta e contrapposizione di forze e potenzialità diverse, azioni e reazioni feconde e indominabili. I soggetti della storia sono connessi ad una successione di avvenimenti trascorsi, dai quali la mente umana, ossia la stessa storiografia come autoriflessione della storia, trae la loro descrizione; avvenimenti che non paralizzano la volontà libera e le azioni degli uomini né le costringono ad una diretta derivazione, in quanto illuminano e chiariscono il presente, senza determinarlo o emanarlo. E’ il presente, invece, a muoversi verso il passato avanzando le domande che servono ad elaborare quell’incessante esercizio di autocoscienza che è la stessa storia, sempre contemporanea e maestra del suo oggetto di studio, ma non arbitraria e sciolta dalla filologia, vigile guardiana dei diritti della realtà ed oggettività dei fatti storici.
Per oltrepassare punti di vista parziali o di corto raggio, che indagano i problemi di una disciplina senza uscire dai suoi confini, interrogando l’oceano storico nel quale nuota, è necessario ricorrere alla ricostruzione panoramica di Galasso, che, in virtù della comunione tra introspezione e retrospezione, mostra come la definizione della storiografia dipenda dal recupero del fondo umanistico-civile, filosofico e storico, con cui è nata, si è sviluppata e si è affermata nel quadro mondiale la stessa Europa, che ha innestato sull’umanesimo antico un umanesimo moderno più ricco e composito. Ne consegue non solo che dietro l’obnubilamento dello sguardo storico e la «crisi delle scienze europee» si staglia la più rilevante crisi dell’umanesimo europeo, con la sua valorizzazione del ruolo attivo dell’uomo nel mondo e soprattutto con la centralità della storicità come prospettiva dominante, ma anche che la via di superamento è da ricercare nella stessa Europa storicistica e umanistica in crisi, Europa «che, come Odino, può anche guarire, quando guarisce, ma prima ferisce e lacera»37.
Uno storicismo all’altezza della sua necessaria storicizzazione riprende a gonfiare i polmoni grazie ad un dialogo serrato con le teorie che lo hanno, per tutto il XX secolo, criticato e relegato nell’ombra; uno storicismo, dunque, che si nutre della sua dialettica, capace di negare e conservare le sue contraddizioni. Galasso mostra come l’errore di molti sia stato quello di sfuggire alla dimensione integrale della storia, invocando strutture immobili (lo strutturalismo), differenze ontologiche tra un esserci storico ed un essere intemporale (Heidegger), soggetti orfani e creatori della realtà (idealismo solipsista). Il ritratto della storia come dialettica libera e aperta, come processualità creativa e non determinata, pluralista e flessibile, confuta la tesi popperiana dello storicismo come padre delle visioni chiuse e totalitarie della realtà e delle connesse teorie politiche autoritarie.
A questa ricca e articolata concezione della storia, incompatibile con i vecchi determinismi e le vecchie teleologie, deve rispondere la storiografia, anch’essa dialettica incompiuta e aperta, aliena da monismi causali o ermeneutici, sempre più complessa di una semplice filologia o archeologia. La priorità del presente e la necessità dell’attività di presentificazione spiegano la costruzione di un senso della storia sempre approssimativo, parziale e a posteriori, nella relazione necessaria con un passato autonomo e dipendente, altro e prossimo, interno al presente e alle sue volontà particolari e plurali, ma dotato di una eloquente oggettività. Non ci può essere storia senza storiografia, che è parte dell’opera del mutamento; essa, infatti, affronta la tenacia del passato a non passare, in un persistente processo di affrancamento dalle sue eredità, in vista di nuove eredità, nuovi presenti, da cui dipendere e da cui liberarsi.
Il contributo di K. Pomian alla teoria dell’essere storico si limita ad una catalogazione degli oggetti passibili di essere studiati dagli storici. Sfugge l’ontologia della storia, cui si dedicano Galasso e Ricoeur, emerge un lavoro di classificazione degli oggetti visibili, «un’ontologia del mondo visibile»38, in cinque classi funzionali: corpi (tutto ciò che l’uomo trova nell’ambiente circostante), residui (oggetti abbandonati o distrutti), cose (oggetti destinati a influire sull’aspetto visivo o le proprietà osservabili, come macchine, abitazioni, cibo, medicine), semiofori (segni dell’invisibile), media (oggetti che producono segni attraverso supporti visibili). Nessun oggetto rimane a vita nella sua classe originaria, ogni oggetto può diventare un semioforo e quasi tutti possono diventare una cosa. Non possono essere analizzati prescindendo dagli uomini, dalla loro storia, dalle loro volontà di conferire loro delle funzioni particolari o, nel caso dei semiofori, dei significati.
I temi principali di Che cos’è la storia, che raccoglie nove saggi scritti nell’arco di trent’anni, sono il rapporto tra storia e finzioni; l’evoluzione della conoscenza del passato come declassamento progressivo della memoria e della percezione a favore delle mediazioni delle fonti; la molteplicità della disciplina storiografica; il superamento dello strutturalismo attraverso la storia culturale intesa come storia dei semiofori. Nel saggio posto all’inizio, Storia e finzione, si segnano i punti fermi. Lo smarrimento del confine che separa storia e finzione costringe la prima a ridursi ad una «provincia subalterna all’impero della letteratura», un ramo della retorica, un prodotto dell’arte della scrittura senza sbocchi nella realtà extratestuale. Responsabile di questa deriva scettica è «una scuola filosofico-sociologico-psicoanalitico-letteraria nata negli anni Sessanta», un insieme diverse discipline accomunate dall’errore di ridurre la realtà ad un solo aspetto: il linguaggio (la filosofia del linguaggio e la linguistica), l’inconscio (la psicanalisi), i rapporti conflittuali tra le classi (la sociologia). Una storia considerata iuxta propria principia non può che fare dell’attacco a questa teoria una questione di principio, una questione da premettere a tutte le altre per preservare la propria identità. La disciplina storica è definita dalla presenza, nelle narrazioni storiche, di segni e formule che rinviano alla realtà esterna ai testi: i marchi della storicità, elementi distintivi che servono a comunicare l’intenzione dello storico di sottoporsi al controllo del lettore, cui viene data la possibilità di ripercorrere il percorso di ricerca e di verificare i risultati delle ricostruzioni proposte.
La separazione della storia dalla finzione, che, per mezzo dei marchi di storicità, è un a priori fondativo della disciplina, non implica lontananza né reciproca esclusione: la storia contiene la finzione. Ci sono due aspetti del passato che è impossibile restituire senza il suo intervento: la dimensione visibile, tutto ciò che si offre allo sguardo, e la dimensione vissuta. Qui sta il “ruolo euristico” delle finzioni, che consentono, come dice anche Ginzburg, di occupare i vuoti delle fonti e di recuperare delle voci altrimenti inudibili. Il mestiere dello storico sta in bilico tra «la necessità di stanare instancabilmente le finzioni nascoste nella storia» e «l’impossibilità di eliminarle completamente e per sempre»39. Più attento all’irriducibile molteplicità della storia, Pomian è propenso a concepirla al contempo come scienza, filosofia e arte, ma anche come, a differenza della scienza, priva di teorie proprie e incapace di vagliare tutte le variazioni possibili dei fattori causali e condizionanti.
Il filosofo polacco tenta di avvalorare le sue tesi attraverso una storia della gnoseologia storica: «Questi marchi di storicità sono il provvisorio sbocco di uno sviluppo plurisecolare di cui costituiscono gli apporti susseguitisi nel tempo»40. Prima di essere fondati sulle fonti, i marchi di storicità sono stati connessi, per secoli, a persone o istituzioni degni di fede, che testimoniavano della veridicità del racconto sul passato. Quest’ultimo, per tutto il Medioevo, era oggetto di fede; inizia a diventare oggetto di conoscenza quando nascono le diverse tecniche di ricerca e critica delle fonti. Si tratta di una trasformazione delle determinazioni temporali (cambia il passato ma anche il presente), avvenuta tra il Quattrocento ed il Settecento, collegata ad una rivoluzione epistemologica. Prima della fine del Medioevo solo gli oggetti della percezione diretta erano considerati passibili di conoscenza. La fede era il necessario completamento della conoscenza immediata. E’ la scienza moderna a sostituire la memoria messa per iscritto con la ricerca delle verifiche, la conoscenza immediata con quella mediata. Lo storico smette di affidarsi alle testimonianze e diventa critico delle fonti, pervaso dalla necessità di provare sempre quello che afferma: in questo modo il suo sapere non deve nulla alla percezione e tutto alle prove della propria veridicità. La storia della storia illustra questa rottura con la percezione e con la memoria e la conquista della mediazione come fondamento della sua conoscenza. Ancora una volta emerge la consapevolezza che «il passato ci è accessibile soltanto in maniera indiretta, mediata»41.
L’insistenza sulla referenzialità indiretta viene accolta da Paul Ricoeur, che introduce il concetto di traccia come luogotenenza, rappresentanza del passato, contrapposta ad un’idea di rappresentazione o duplicazione mentale di ciò che fu. Garanzia di credibilità tra gli storici è non solo questa professione di realismo indiretto, ma anche l’uso della traccia come ponte per passare dall’ontologia all’epistemologia42. Il filosofo francese, che già aveva proposto una conciliazione tra ermeneutica ed epistemologia43, nel suo ultimo studio44 dedicato alla storiografia, si propone di colmare la lacuna di Tempo e racconto, dove, nel lavorare alla tesi dell’implicazione reciproca tra tempo e narratività, perdeva di vista il ruolo della memoria e dell’oblio. Ora la tesi della relazione indissolubile tra storia e memoria emerge già dalla struttura lineare del libro: la prima parte è dedicata proprio ad una fenomenologia della memoria, la seconda ad un’epistemologia della storia, la terza ad un’ermeneutica della condizione storica, culminante in una riflessione sull’oblio e il perdono.
La teoria della storia di Ricoeur è figlia del nesso fondamentale tra la teoria della memoria, considerata nella sua veste cognitiva ed in quella pragmatica, e l’ontologia del passato storico, nesso all’interno del quale memoria e passato si definiscono ed illuminano reciprocamente. La memoria, come dice Aristotele nel suo trattato De memoria et reminiscentia, è del passato, è la prima ad annunciare che qualcosa è avvenuto, ha avuto luogo prima di noi e dei nostri ricordi; infine, la sua incerta affidabilità, che la lega all’immaginazione e all’oblio, riposa proprio sul carattere antecedente e conchiuso del suo oggetto. L’essere del passato, il suo duplice statuto ontologico, ossia il suo essente stato ed il suo non essere più, il suo essere presente e assente, è alla base delle stesse condizioni e capacità della conoscenza storica. In virtù della funzione matriciale della memoria nei confronti della storia, il problema della rappresentazione del passato si segnala prima con la virtù del ricordo e poi con la storiografia, prima con l’ambizione di fedeltà della prima, poi con l’ambizione di verità della seconda. Il tema della verità in storia è aggredito a partire dalla continuità tra storia e memoria, per opera della quale il passato è contemporaneamente abolito e preservato nei ricordi, antecedente e assente in quanto tale, ma presente nell’immagine mnemonica che ne reca la traccia.
L’antecedenza della memoria non nega l’autonomia scientifica di quella che Ricoeur chiama, con De Certeau, operazione storiografica, che, pur non essendo al riparo dalle aporie della dialettica di presenza e assenza, costruisce la sua autodeterminazione a partire dall’intervento della scrittura, il cui progetto pratico e cognitivo si sostanzia attraverso una fase documentaria, che punta all’accertamento della prova documentaria; una fase esplicativa/comprensiva, che indaga i legami tra i fatti documentati; ed una fase rappresentativa, che tratta della messa in forma letteraria. Non abbiamo di fronte delle tappe distinte da una successione cronologica, ma degli atti metodici intrecciati gli uni agli altri. Quest’intreccio è percorso da cima a fondo dalla scrittura, che, nel suo carattere di presa di distanza dalla testimonianza orale, si carica della missione di separare la storia dalla memoria dichiarativa, pur senza abbandonare la problematicità di ogni rapporto con il passato. I paradossi della verità storica affiorano non solo nella fase rappresentativa, ma già nella testimonianza, nell’archivio, nella ricerca delle prove documentali.
L’atto storiografico è inaugurato dal gesto archiviale del mettere da parte le testimonianze scritte e non scritte del passato. L’intenzione veritativa della fase documentaria si esprime nella costruzione del fatto a partire dalla questione e dalle ipotesi dello storico e nell’uso del documento come prova, con cui ci si propone di superare il carattere fiduciario della testimonianza. L’intreccio tra questione e spiegazione, la varietà dei modi esplicativi, il ricorso metodico a variazioni di scala, il protagonismo dell’interpretazione a tutti i livelli del discorso storico, la funzione cognitiva della dimensione narrativa consentono al filosofo francese di dare per concluso il dibattito sul presunto antagonismo tra spiegazione e comprensione. Qui s’indagano non le caratteristiche logiche e gnoseologiche della spiegazione/comprensione, ma la relazione con il suo oggetto privilegiato: le rappresentazioni sociali. Per questa ragione essa viene messa alla prova della storia della mentalità, attentamente riformata grazie all’idea più ricca e complessa di rappresentazione, che «esprime meglio la plurivocità, la differenziazione, la molteplice temporalizzazione dei fenomeni sociali»45. Soltanto a partire da una storia delle rappresentazioni è stato possibile assistere al singolare rovesciamento di ruoli tra storia e memoria, in virtù del quale la seconda diventa oggetto di studio della prima.
Le diverse articolazioni esplicative di causalità e ragioni, come quelle delle letture derivanti da diversi giochi di scala, sfociano nella fase testuale o scritturale, laddove, lottando con i limiti retorici opposti al desiderio di verosimiglianza, «la storia fa mostra della sua appartenenza all’ambito della letteratura. Questo vassallaggio era già implicito fin dal piano documentario; diventa manifesto con il diventare testo della storia»46. La tesi del vassallaggio ricorda che la scrittura appare già nella fase archiviale, nel gesto di mettere da parte le testimonianze e di segnare con esse e con il paradigma fiduciario, una cesura netta, cesura che consente di introdurre il modo di comprensione proprio della storiografia, quello di una conoscenza indiretta, congetturale, probabile, analoga al paradigma indiziario di cui parla Carlo Ginzburg.
La ripetizione narrativa dell’aporia della memoria, che rende immagine l’assente e lo presentifica, non significa, come valeva già in Tempo e racconto, sostenere il narrativismo, giacchè la narratività, che non è né surrogato né alternativa alla spiegazione, svolge una funzione cognitiva e referenziale che esce dalle strettoie della coppia saussuriana significante-significato. La tesi dell’inseparabilità di pensiero e linguaggio non conduce all’abbattimento della frontiera tra finzione e realtà, ma alla costruzione di un complesso e stratificato edificio storiografico e nell’articolazione delle sue diverse fasi operative: la prova documentaria, la spiegazione causale/finale, la rappresentazione letteraria. Se le sorelle memoria e storia sono accomunate dalla dimensione veritativa, secondo cui entrambe ambiscono a rappresentare fedelmente il passato, alla prima è concesso ciò che non è concesso alla seconda: il piccolo miracolo del riconoscimento, carattere distintivo della memoria, che merita dunque l’appellativo di “felice”. La memoria permette al passato di liberarsi della negatività del non essere più allorché viene esperita, attraverso un limpido atto d’identificazione, la sopravvivenza dell’avvenimento nell’immagine, il suo ritorno alla presenza nella rappresentazione mnemonica e nella sua certezza assertiva.
La storia, invece, è una conoscenza senza riconoscimento. Questa mancanza, insieme all’eredità delle aporie del recupero dell’assenza del passato, mina alla radice la missione scientifica dell’operazione storiografica. Uscita dal realismo ingenuo della testimonianza diretta, dal semplicismo della teoria del rispecchiamento e della copia mimetica, la storia si trova condannata ad un rango minore nella relazione con il passato. Ciò che l’ontologia dell’essere storico concede alla memoria, è negato alla conoscenza documentale, esplicativa, letteraria del passato. Questo disagio viene controllato, non superato, da una nozione che, nonostante il suo carattere precario e problematico, si assume la responsabilità di non smarrire la pulsione realistica costitutiva della disciplina. Si tratta di un concetto chiamato a custodire l’ineludibile pretesa referenziale, dichiaratamente non risolutivo, ma enigmatico quanto l’enigma che deve gestire: la rappresentanza, rappresentazione vicaria e non rispecchiata di ciò che è stato, traccia che non corrisponde al passato, ma sta al suo posto, supplisce alla sua assenza.
Ricoeur non nasconde di non potersi accontentare della rappresentanza, che sancisce solo le condizioni di possibilità dell’ambizione alla ricostruzione fedele, e prosegue il tragitto giungendo alla frontiera della regione epistemologica. Benché l’ambizione veritativa sia il fondamento della storia, essa viene ridimensionata dalla relazione privilegiata memoria-passato, al cui confronto l’edificio epistemologico della storia, appare come un progetto necessariamente incompiuto. Nella triade memoria-storia-oblio il secondo soggetto è indagato proprio nella sua aspirazione conoscitiva, che si realizza in un sapere di carattere indiziario; tuttavia, giunti alla resa dei conti con la questione della verità in storia, questa è sottoposta ad un improvviso slittamento, rivelandosi come orizzonte più ampio del solo territorio epistemico, ed anche come priva di quella felicità del riconoscimento di cui gode la memoria; come se non potesse essere altro che luogo dell’indagine e, al contempo, della mancanza della verità.
La sua inquietante estraneità la rende meno scienza del passato che operazione storiografica, condizionata dalla presenza, in tutte le fasi operative, della scrittura:
La rappresentazione letteraria o scritturale dovrà lasciarsi compitare, in definitiva, come rappresentanza, laddove la variazione terminologica proposta serve a mettere l’accento non soltanto sul carattere attivo dell’operazione storica, ma anche sulla prospettiva intenzionale, che fa della storia la dotta erede della memoria e della sua aporia fondatrice47.

La scrittura, su cui grava il sospetto, scaturito dalla rilettura del mito del Fedro, se sia farmaco o veleno, irrompe nella continuità tra storia e memoria e crea uno strappo che può essere ricucito solo uscendo dall’intenzionalità veritativa e senza ricadere nella deriva scettica, ma traslocando su un’altra scena e introducendo concetti etici e pragmatici quali il debito e la sepoltura.
Gli eventi reclamano di essere stati. Il loro irrevocabile accadere chiama all’ascolto, lo impone, ne esige la ricezione e la responsabilità, la facoltà di rispondere alla loro eredità e al loro essere stati. L’eredità del passato si presenta come debito, come sentimento di obbligo nei confronti di chi ci ha preceduto. Questo sentimento di debito viene assunto dalla scrittura intesa come sepoltura, sepoltura dei morti di un tempo, atto di pietà dovuto ai predecessori. Lo storico, che, in quanto cittadino non può ridurre la storia a retrospezione, trovando un posto ai morti, fa spazio ai viventi. La mancanza epistemologica diventa primato etico, l’indigenza di una verità simile al riconoscimento mnemonico si trasforma nel privilegio della sepoltura scritturale di rispondere alla chiamata dei morti. L’operazione storiografica diviene luogo della presentificazione del passato come risultato del lavoro del lutto della sepoltura, occasione del riscatto di chi non è più, riscatto raggiunto non nella fedeltà ricostruttiva, ma nella continua crescita di senso offerta dalla stessa storia della storiografia. Solo in questo modo la storia può continuare ad esercitare la sua “funzione correttiva di verità” rispetto alla memoria. Questa eredità e dipendenza impedisce di credere alla tesi, avanzata da Pomian, della memoria come semplice provincia della storia, al termine di una emancipazione cognitiva di quest’ultima dalla prima.


4. Il passato dal punto di vista della ricezione immediata

Infine ci proponiamo, sulla scia delle considerazioni di Ricoeur e Pomian sul rapporto tra storia e memoria, di esaminare alcuni elementi dello spirito del tempo attuale in grado di illustrare il mutato rapporto con il passato e la conseguente marginalizzazione della prospettiva scientifica e filosofica. La memoria, soggettiva, qualitativa, singolare, peritura e intrecciata all’oblio, non sempre amica delle prove e della distanza, sembra oggi più accattivante delle fatiche della storia48. L’ipertrofia della memoria, la tendenza alla cerimonializzazione e alla canonizzazione liturgica, con i suoi risvolti sacralizzanti e banalizzanti, hanno preoccupato molti. Abbiamo visto come Krzysztof Pomian considera l’evoluzione dei rapporti tra storia e memoria come storia dell’emancipazione della prima dalla seconda, dal suo modo di conoscere immediato, percettivo, diretto. Oggi numerosi segnali sembrano annunciarci una pressione di questo modo di rapportarsi al passato sul modo distanziante, scientifico, etico e civile, proprio della storiografia: il successo della storia contemporanea che relega nell’ombra le altre fasi cronologiche; la tendenza a confondere tra le memorie personali ed una storia critica e documentata; la voga del far passare il passato attraverso la vita emotiva di un io narrante; la progressiva intimizzazione del ricordo; il perdurante successo di biografie e romanzi storici; il frequente ricorso al punto di vista dei perdenti della storia «e cioè la pretesa dei nostri contemporanei a installarsi nella posizione di vittima»49.
Da non trascurare anche l’effetto delle nuove fonti mediatiche: le immagini, i dischi, i nastri magnetici, le cassette, la radio sembrano avere il potere di avvicinare il passato, creando una sorta di presentificazione estetica. La storia, che permette di conoscere attraverso le mediazioni, ora apre alla possibilità di sentire attraverso i media. L’apprensione diretta di suoni e immagini conferisce al passato «una dimensione sensibile di cui in precedenza era privo», «ne fa l’oggetto di una quasi percezione»; si tratta di un’esperienza surrogatoria o suppletiva dell’assenza «che produce spesso la fortissima impressione di essere in presenza di questo stesso reale»50. Il rischio della personalizzazione ed estetizzazione della relazione con il passato ci consente di richiamare l’attenzione su un testo51 che si è proposto di analizzare come è stato sentito il passato dalla storiografia novecentesca. Giacenti nel retroterra del pensiero storiografico, in bilico tra l’immaginario culturale e quello esistenziale, ormai distanti dalla teoria della storiografia, i sentimenti del passato si trovano spesso a dibattere con le lacerazioni interne dei moti del tempo: «Si generano nell’urto interno alla temporalità ma la rinnegano: innescano, per meglio dire, la loro carica dirompente proprio occultando la misura spazio/temporale di cui sono compenetrati»52. Facendo riferimento a un’ampia rassegna di testi letterari, filosofici e storiografici, Antonella Tarpino svela i quattro sentimenti - sepolcrale, sperimentale, differenziale e esotico - che hanno attraversato la pratica storiografica dell’ultimo secolo.
Il sentimento sepolcrale del passato si diffonde nel disagevole passaggio tra XIX e XX secolo: il tempo si paralizza, appesantito da un passato appassito e mortificante. Un passato che non passa e che congela e frena la vitalità dell’uomo come dello storico che, secondo le rappresentazioni letterarie di Henrik Ibsen, George Eliot, e Andre Gide, è come un vampiro che si attarda su un tempo imbalsamato, distolto dalla vita e letale per chi lo avvicina. La storia è dunque solamente un sapere arido che pretende di essere maestro di vita, ma che la vita stessa rinnega e la tragedia imprevista ed epocale della Grande Guerra mette in discussione. Nel laboratorio delle nuove scienze sociali emerge un nuovo modo di rapportarsi al passato, un sentimento rigenerato che viene chiamato sperimentale. Emerge con l’indagine sociologica di Durkheim, Simiand e Halbwachs, ma soprattutto con la svolta storiografica delle Annales. Lo spostamento dalla fugacità delle azioni individuali alle permanenze della durata corrisponde alla fuga dall’antropocentrismo verso l’interesse per le interazioni tra uomo e ambiente naturale. La nuova percezione si mostra nei piani molteplici dei quadri di Cezanne, ma soprattutto nelle innovazioni di Braudel.
Ad esprimere una nuova figura del sentimento del passato, sostiene Antonella Tarpino, che qui trova un terreno fertile per la sua vocazione al metaforismo acceso, è la straordinaria percezione dello spazio e del tempo. Lo spazio è liquido, astratto, fluido. Come accade nella pittura dei cubisti, è superata la gerarchia di figure di primo piano e figure di sfondo. Il tempo è, come è noto, geografico, sociale e individuale, plurale e aperto a tutte le tonalità dell’accadere, un tempo dal battito rallentato, non più effimero e fragile come quello delle scienze sociali. Infine, il sentimento differenziale del passato è «espressione di una cultura storica ormai rassegnata alla cesura temporale, intimamente consapevole della natura discontinua del tempo»53. A rappresentare questa rassegnata consapevolezza Antonella Tarpino chiama una folla di attori, ciascuno degno di considerazione per tre o quattro pagine, come se si dovesse concedere spazio a tutti. Segue la quarta figura, il sentimento esotico del passato, quando, a partire dagli anni Settanta, in sintesi, “l’alterità dilaga”54. Si tratta di una proliferazione dei soggetti prima trascurati e rimossi, ma anche di un’integrazione forzata che paga lo scotto di perderne l’autentica natura tragica. L’accelerazione caotica dell’esperienza, accentuata dal dominio della velocità che valorizza il nuovo e l’effimero, depriva lo spazio della sua natura di luogo praticato.
Una sorta di smania d’inclusione, un’affannata erudizione quantitativa provoca una grandinata di temi e autori dalla palese eterogeneità, ammassati nelle maglie flessibili dei sentimenti del passato. Non sempre la partita con la pluralità e complessità di questi numerosi ospiti sembra vinta. La rigida quadripartizione è un coperchio che non riesce a non farsi sopraffare dalla materia che tenta di contenere, una materia straripante e renitente a passare sotto quelle quattro categorie fumose e onnicomprensive, mai definite con rigore, come se ciò valesse a far indossare il loro sformato cappello ad un numero imprecisato di svariate teste. Questo denso libro squaderna la versatilità, ambiguità e drammaticità della vita dello storico, mostrato nelle varie fogge (vampiro, cerusico, detective, cacciatore, antropofago) che assume nella relazione con il suo oggetto di conoscenza o meglio, di esperienza. Rappresentativo del rischio dell’assolutizzazione del vissuto personale, fa cadere una pioggia di nomi e di pratiche del passato, di approcci esistenziali alle sue caratteristiche spazio-temporali, proponendo l’io dello storico di volta in volta immerso nella condizione della reificazione congelante, dell’osservazione entomologica, della caccia ai nuovi oggetti storici, imprevisti e volatili.


6. Per una teoria della storiografia

Per concludere, non preoccupano né la pluralità dei compiti e delle maschere dello storico, né la pluralità delle memorie, divise e indipendenti, ma la possibilità che da esse possa nascere una professionalità priva di coscienza filosofica ed emotiva, cedevole alla prepotenza adescatrice dell’utile, frettolosa nel negare il silenzio alle vittime o pronta a usare i giudizi delle parti perdenti delle vecchie contese come inequivocabili rivelazioni di una storia rinnovata. Ciò che serve non è un ripiegamento sui moti dell’anima dello storico, instabile quasi fosse quella di un attore, o sulle vaghezze dei sentimenti del passato, che sembrano sposarsi con uno spirito del tempo che illude di autosufficienza i mondi emotivi dei singoli. La crisi della storia, lungi dall’essere una novità del fine del XX secolo, affonda le sue radici già nei suoi primi decenni, quando, per lo più tra le due guerre, si fecero sentire, oltre ad una varietà di esempi di vivacità intellettuale, bradisismi o terremoti culturali ai danni delle diverse scienze naturali e culturali che ancora rivendicavano l’ambizione di pensare ad una concezione generale della realtà.
Di questa profondità storica ed ampiezza d’orizzonti non può non tenere conto chiunque s’interroghi sulle diverse considerazioni riflessive sulla storiografia, sulle loro incompiutezze ed elusioni, sul loro allontanamento dalla concreta pratica di ricerca. I diversi riduzionismi incontrati in questa rassegna, responsabili di semplificare la storiografia privilegiando un elemento sugli altri (il codice normativo, la dimensione scritturale e retorica, la fase esplicativa e causalistica, la dimensione estetico-sensibile), non attendono altro che un’autocoscienza teorica che, al riparo da teleologie deterministiche ma anche dal mito della totalità onniesplicativa, sia in grado, al contempo, di superare la loro insularità e problematizzare i loro intrecci o le loro collisioni. La parola theoria è figlia del greco theia orào, ossia “osservo le cose divine”. Ora sappiamo dalla Metafisica di Aristotele che la filosofia deriva dallo thaumazein, dalla capacità di provare stupore e meraviglia per i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, segni della presenza degli dei nel cielo. Compito del filosofo della storiografia è proprio quello di considerare l’universo o l’universale della storia, i collegamenti tra gli eventi, le diverse costellazioni, la loro natura, la legittimità della loro conoscenza, la validità del progetto di trovare una trama e un ordine nel cielo stellato del passato. Per resistere alle minacce del soggettivismo tribunalizio, del dilettantismo sregolato, del narrativismo antirealista e dell’ipermnesia acritica è necessario l’intervento di una riflessione unitaria che, superando atomismi e monolitismi, raccolga i frammenti sparsi, ne illustri le connessioni alla luce della dialettica storica, resusciti lo sviluppo congiunto di storia e filosofia.




NOTE


1 Per citare un esempio tra tanti, George Iggers, più di trent’anni fa, in Nuove tendenze della storiografia contemporanea, Catania, Edizioni del Prisma, , 1981 (1975), parlava della disciplina di Clio come di una malata vinta dai «troppi abbandoni» e da «troppe stanchezze», cause di una grave crisi d’identità (p. VII e passim). ^
2 Cfr. P. Prodi, Eclissi della storia? Prospettive della ricerca storica in Italia, in «Passato e Presente», n. 61, 2004, pp. 91-100. ^
3 Numerosi attacchi alla storia sono scaturiti da autori affascinati dal linguistic turn e dal postmodernismo. ^
4 Cfr. G. Galasso, Nient’altro che storia, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 153, passim. ^
5 J. Revel, La storia come biografia. La biografia come problema storiografico, in F. Cigni-V. Tomasi (a cura di), Tante storie. Storici delle idee, delle istituzioni, dell’arte e dell’architettura, Milano, Bruno Mondadori, 2004, pp. 3-14. ^
6 G. Levi, La storia come campo di battaglia. Gli storici, la psicanalisi, la verità, in Id. , cit. , pp. 24-37. ^
7 A. D’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, Milano, Bruno Mondadori, 2002. ^
8 A ben vedere il revisionismo è letto con profondità, ma non nella sua autonomia dal negazionismo. ^
9 F. Nietzsche, Genealogia della morale, Milano, Adelphi, vol. VI, tomo II, p. 356. ^
10 C. Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero, falso, finto, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 8 e sgg. ^
11 Ivi, p. 8. ^
12 Ivi, pp. 166-7. ^
13 Ivi, p. 9. ^
14 A. Momigliano, The Rhetoric of History and the History of Rhetoric: On Hayden White’s Tropes, in E. Shaffer (a cura di ), Comparative Criticism: A Yearbook, Cambridge, 1981. Poi tradotto in La retorica della storia e la storia della retorica: sui tropi di Hayden White, in Sui fondamenti della storia antica, Torino, Einaudi, 1984. ^
15 Ivi, p. 466. ^
16 A. Momigliano, Storicismo rivisitato, in Sui fondamenti della storia antica , cit. , p. 457. ^
17 C. Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Milano, Feltrinelli, 2006 (1991), p. 92. ^
18 A. Momigliano, History Between Medicine and Rhetoric, in Ottavo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma, 1987, pp. 14-25. ^
19 Cfr. C. Ginzburg, Il filo e le tracce, cit. , pp. 15, 155, 277. ^
20 Ivi, p. 35. ^
21 C. Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Milano, Feltrinelli, 2000. ^
22 P. Ricoeur, Tempo e racconto, Milano, Jaca Book, 1983, p. 244. ^
23 J. Topolski, Narrare la storia. Nuovi principi di metodologia storica, Milano, Bruno Mondadori, 1997. ^
24 Id. , Metodologia della ricerca storica, Bologna, Il Mulino, 1975. ^
25 H. Putnam, Ragione, verità e storia, Milano, Il Saggiatore, 1994, p. 57. ^
26 Cfr, J. Topolski, cit. , p. 117 e sgg. ^
27 K. Pomian, Che cos’è la storia, Milano, Bruno Mondadori, 2001, p. 77. ^
28 Il realismo interno non è affatto creazione di Topolski, come si dice nella recensione di S. Balzaretti, in «Storia della storiografia», n. 36, 1999, pp. 121-125. ^
29 R.J. Evans, In difesa della storia, Palermo, Sellerio, 2001. ^
30 Autori di, rispettivamente, di Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966 (1961) e The practice of history, London Routledge, 1967. ^
31 «White ha ragione a ribadire che gli storici – i professori non meno degli studenti – hanno tanto da imparare dai non addetti ai lavori. [...] Sono sempre di più gli studiosi che, forse stimolati dalla sfida postmoderna, trovano necessario fermarsi a riflettere sulla natura del progetto in cui sono coinvolti»., R. Evans, cit. , p. 37. ^
32 Chiaro l’esempio di Derrida: se lo liberassimo dall’abbraccio mortale di Rorty, De Man e altri suoi epigoni statunitensi, lo scopriremmo, sebbene citato senza posa come fonte filosofica delle tesi scettiche sulla storia, estraneo, per così dire, ai fatti. Cfr. J. Derrida, Come non essere postmoderni, Edizioni Medusa, 2002 e le tesi di M. Ferraris, Ontologia del telefonino, Bompiani, 2005. ^
33 Ivi, pp. 210-211. ^
34 «La storiografia postmoderna [...] ci ha costretti a interrogarci sui metodi e procedure come mai prima d’ora, rendendoci così più autocritici, il che non fa che bene. Ha portato a riconoscere più apertamente la soggettività dell’autore, cosa che non può che essere utile al lettore per un giudizio critico sul lavoro storico. Ha riportato la scrittura - ad eccezione delle opere metodologiche – dal modello scientifico-sociale a modelli letterari, cominciando così a renderla più accessibile al pubblico fuori delle università (e nelle università agli studenti). Ha restituito alla storia i singoli esseri umani, che la storiografia influenzata dalle scienze sociali aveva più o meno cancellato». R. Evans, cit. , pp. 266-267. ^
35 G. Galasso, cit. . ^
36 G. Ricuperati, Apologia di un mestiere difficile. Problemi, insegnamenti e responsabilità della storia, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 158. ^
37 G. Galasso, cit. , p. 161. ^
38 K. Pomian, Che cos’è la storia, Milano, Bruno Mondadori, 2001, p. 152. ^
39 Ivi, p. 48. ^
40 Ivi, p. 53. ^
41 C. Ginzburg, Il filo e le tracce, cit. , p. 36. ^
42 Cfr. P. Ricoeur, Tempo e Racconto, cit. , pp. 213-240. ^
43 Cfr. P. Ricoeur, Il conflitto delle interpretazioni, Milano Jaca Book, 1977 (1969). ^
44 P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003. ^
45 Ivi, p. 325. ^
46 Ivi, p. 336. ^
47 Ivi, p. 337. ^
48 «Lo storico può leggere, ascoltare o guardare le testimonianze, senza mai cercarvi ciò che sa di non potervi trovare: dei chiarimenti sugli eventi precisi, sui luoghi, le date, sulle cifre, tutti elementi che nelle testimonianze sono, con assoluta regolarità falsi.» A. Wieviorka, L’era del testimone, Milano, Raffaello Cortina, 1999, p. 143. ^
49 P. Ricoeur, cit. , p. 123. ^
50 K. Pomian, cit. , p. 233. ^
51 A. Tarpino, Sentimenti del passato, Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1997. ^
52 Ivi, p. 3. ^
53 Ivi, p. 6. ^
54 Ivi, p. 7. ^
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