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Antonio Guarasci storico*
di Fausto Cozzetto
Nel 1969 Antonio Guarasci pubblicava sull’Annuario dell’Istituto scolastico di cui era Preside, l’Istituto Tecnico Femminile “A. Nitti”, sito in Piazza Paolo Cappello a Cosenza, un saggio tra i più lucidi e significativi della sua produzione scientifica, in grado di offrire una chiave di lettura molto significativa della sua produzione storiografica, nei quindici anni in cui essa poté esprimersi. Il saggio si intitolava La Questione Meridionale e la Calabria nella cultura italiana dell’ultimo secolo1. Guarasci avviava il suo studio scrivendo:

Nel corso degli ultimi decenni, il dibattito sulla “questione meridionale” ha allargato le sue dimensioni culturali, per diventare uno dei problemi centrali del più grosso problema storiografico del Risorgimento nazionale e dell’intera storia d’Italia […]. Poiché la “questione meridionale” si riduce a questo: essa è lo sviluppo dualistico della nostra società, per cui dopo appena 50 o 60 anni, ci si accorgeva che si era fatta un’Italia bifronte, con un Nord che già cominciava a raccogliere i frutti della sua partecipazione al generale moto di progresso economico e sociale europeo connesso alla prima rivoluzione industriale della seconda metà del Settecento ed un Sud agricolo ancora arretrato e isolato, chiuso negli antichi rapporti civili e sociali, ancora abituato ad una vita semifeudale, povero e analfabeta2.

Occorre sottolineare, che quando Guarasci parlava di «un Sud agricolo ancora arretrato e isolato» non si riferiva a tutto l’ex Regno delle Due Sicilie, quanto ad alcune regioni del Mezzogiorno e più specificamente alla Calabria, non casualmente inserita nel titolo del saggio che stiamo esaminando.
Guarasci non aveva alcun dubbio sul valore storico e nazionale dell’Unità d’Italia. In occasione del primo centenario dell’Unità, nel 1961, alle celebrazioni in Calabria Guarasci aveva partecipato come politico di rilievo (toccò proprio a lui, l’anno successivo, il 1962, di presiedere la prima giunta di centro-sinistra Dc e Psi formatasi in Calabria, alla giunta provinciale di Cosenza). Presto sarebbe dive come intellettuale pienamente impegnato nella ricerca storica su posizioni assai lontana da una storiografia filoborbonica, presente nel Mezzogiorno e in minor misura in Calabria che addebitava le ragioni dell’arretratezza delle regioni meridionali alla “Conquista Regia” del Sud del paese, operata dalla monarchia sabauda. Molto più diffusa anche in Calabria, soprattutto tra i docenti di formazione comunista era la volgarizzazione delle idee di Gramsci sul concetto di “Risorgimento come rivoluzione agraria mancata, per incapacità del Partito d’Azione (la sinistra risorgimentale, resa subalterna ed egemonizzata dai liberali cavurriani, che avrebbe portato alla riduzione a colonia del Sud dell’Italia, operata dall’Italia settentrionale e dal suo sviluppo capitalistico.
Guarasci era invece convinto che la differenza di sviluppo tra il Nord e il Sud non fosse affatto conseguenza dell’Unità, ma che essa si fosse palesata dopo l’Unità come permanenza di un ritardo socio-economico e civile addebitabile all’età pre e pre unitaria. La sua indagine storiografica, avviatasi nel 1960, aveva perciò perseguito alcuni specifici temi di indagine. In primo luogo la scelta della Calabria come permanente punto di osservazione del sottosviluppo del Mezzogiorno, poiché la regione offriva tracce profonde e secolari del Sud “semifeudale, povero e analfabeta”. Nel 1968 pubblicava il libro La Sila nel Risorgimento 1790-1847. Le ragioni della scelta di questo tema sono esplicitate nell’Introduzione, dove Guarasci scriveva:

La “questione silana” è forse il problema centrale della storia della Calabria dell’800, nel senso che esso esprime, con maggiore compiutezza, una continuità di situazioni che impegnarono a fondo per lunghi anni la monarchia borbonica e la sua classe dirigente di fronte alla borghesia fondiaria calabrese ed ai contadini “bracciali” non ancora maturi per assumere compiti di responsabilità politica, ma vivi e presenti nel processo storico di trapasso dalla feudalità allo Stato moderno3.

Per Guarasci la centralità della questione silana nasce dal fatto che la soppressione del regime feudale da parte francese nel 1806, ebbe un esito eversivo del feudalesimo (laico ed ecclesiastico) e in particolare del suo esclusivo privilegio di detentore della proprietà terriera, o, come si esprimevano i giuristi, dell”utile possesso” nei secoli dell’età medievale e moderna. L’abolizione del feudo produsse una rilevante trasformazione del regime della proprietà della terra anche in Calabria, ma non in Sila. Qui non esisteva il regime feudale: tutto l’altopiano silano era, infatti, a diverso titolo, Demanio Regio, tranne una sezione della così detta Sila Badiale assegnata nel corso del basso medioevo a ordini religiosi, in particolare all’ordine Florense dell’Abate Gioacchino. Al demanio Regio si accompagnava la presenza di importanti e antichi privilegi concessi al capoluogo provinciale di Cosenza e al centinaio di Casali, che circondavano questa città ed erano collocati nel territorio silano. Esisteva altresì una diffusa grande proprietà che aveva usurpato parte cospicua del demanio regio, a cui lo Stato, nel corso dell’età Moderna, aveva imposto, in più occasioni, forti pagamenti a titolo di transazione delle loro usurpazioni. Perciò in Sila le leggi eversive della feudalità non poterono applicarsi. L’intero complesso territoriale vide, nel corso dell’Ottocento, l’acuirsi dei conflitti tra i difensori dei diritti del demanio statale (gli ufficiali della Intendenza Provinciale di Cosenza e i funzionari del governo centrale di Napoli); i sindaci e i legali procuratori della città di Cosenza e dei suoi Casali; personalità eminenti e avvocati delle grandi famiglie di usurpatori silani. La situazione di stallo della questione della Regia Sila era peraltro acuita dall’incapacità dello Stato meridionale di portare a compimento i progetti di riforma che esso stesso aveva progettato sul Demanio Silano (non molto diversi, secondo Guarasci, da quelli realizzati un secolo dopo dalla riforma agraria della Repubblica italiana).
Guarasci, nel suo saggio, individua alcune fasi nella politica silana dei Borbone tra il 1815 (anno della sua seconda restaurazione alla guida del Regno) e la fine della dinastia nel 1860. In una prima fase, conclusasi nel 1838, il governo borbonico dopo un periodo di apparente distacco dai problemi silani, esprime

un tentativo di conciliazione con la borghesia agraria, usurpatrice delle terre silane, e con i baroni calabresi, al fine di rafforzare la compagine dello Stato, attraverso il recupero della classe egemone […]. Solo quando dietro la spinta della miseria della campagne calabresi la questione minaccia di spostarsi sul terreno politico con il pericolo di una sollevazione contadina, la monarchia borbonica emana i famosi decreti del 1838 e del 1843 contro gli usurpatori con l’istituzione del Commissario Civile per gli affari della Sila. Con questi decreti ha inizio l’ultima fase della lotta tra monarchia e baronaggio ed essi determinano il rovesciamento delle alleanze: i baroni silani cercano di spingere anche i contadini a rivolgersi contro i Borbone e solo [dopo] il 15 maggio 1848, quando cioè la rivoluzione [a Napoli] ha uno sbocco più accentuatamente democratico, e i contadini silani cominciano a occupare le terre comuni usurpate dai baroni, questi ultimi decidono, per la difesa dei propri interessi, di guidare direttamente la rivoluzione in Calabria. Li troveremo infatti con Garibaldi nel 18604.

L’autore cita, nel suo testo, ripetutamente come protagonista di questo gattopardesco comportamento baronale gattopardesco la figura del suo concittadino roglianese Donato Morelli.
Come si vede, la ricostruzione del Guarasci aderisce, in buona misura, alla già citata gramsciana interpretazione del Risorgimento, con l’importante differenza che rende protagonista e responsabile della vicenda la dinastia borbonica e il ceto degli usurpatori silani. Inoltre Guarasci opera uno studio molto attento sulle fonti di indagine disponibili sulla questione silana e fornisce dati quantitativi estremamente interessanti «sui confini storici [della Sila] su cui si svolge la lotta politica ed economico sociale nel corso dell’800 in Calabria Citra5». Secondo questi dati il complesso del territorio cui ci si riferisce aveva un estensione di circa 110mila ettari. Su queste basi Guarasci ricorda come questi 110.000 ettari di terra rappresentassero la più importante risorsa economica per circa 100mila persone che allora vivevano sull’Altopiano silano o nel complesso dei territori limitrofi, appartenenti sia all’attuale provincia di Cosenza, sia in minor misura, alle attuali province di Crotone e di Catanzaro6. E sua convinzione che un provvedimento di divisione della terra silana tra i braccianti dei borghi che da secoli vi operavano, creando un vasto ceto sociale di piccola proprietà contadina avrebbe avviato l’altopiano e i suoi abitanti verso un ben diverso destino storico. Invece dopo l’Unità d’Italia, il primo maggio 1876, la camera dei deputati del Regno d’Italia «per porre fine allo stato di precarietà e di incertezza nel maggior numero di possedimenti» approvò la legge che pose termine alla questione silana dichiarando legittimi proprietari gli abusivi possessori e usurpatori. Èstato calcolato che il danno conseguente per i Comuni e gli abitanti del territorio silano comportò la perdita per gli stessi di oltre 50mila ettari di terreno a favore della grande proprietà usurpatrice7. Da qui la responsabilità del ceto politico liberale post’unitario della permanenza dell’arretratezza contadina; da qui altresì l’individuazione da parte dello storico roglianese, come si vedrà, nel cattolicesimo democratico murriano e del suo seguace calabrese Don Carlo De Cardona i protagonisti politici di una rinascita del Calabria e del Mezzogiorno contadino.
È questa la base dei fatti da lui ricostruiti che fa riconoscere al Guarasci, nella vicenda silana, uno dei fattori storici che hanno reso permanente il carattere dualistico dell’assetto complessivo dell’Italia unita. Lo storico roglianese, per la sua immatura e tragica scomparsa, non poté conoscere gli esiti di un Convegno organizzato a San Giovanni in Fiore, nel 1994, in occasione del 150° anniversario della spedizione dei Fratelli Bandiera, da Gaetano Cingari, uno dei maggiori storici della Calabria del Novecento. Questi, già gravemente malato, incaricò chi scrive di tenere una relazione sul tema: “Il dibattito su arretratezza e sviluppo: le società economiche”. Cingari aveva ragione: dalla lettura delle carte prodotte dalle società economiche calabresi emerse, come per la prima volta nei fatidici anni Trenta dell’Ottocento calabrese, di cui scrive Guarasci, che le carte delle Società Economiche non poté consultare, si realizzò una importante presa di coscienza da parte del migliore ceto intellettuale della regione. Da essa «emerge con chiarezza il nodo strutturale del sottosviluppo regionale che non è tanto costituito dal mancato sviluppo delle attività manifatturiere, quanto dall’arretratezza rilevante del fattore produttivo terriero e dall’indigenza prevalente negli addetti al settore» Una delle analisi più acute sulla condizione del mondo contadino della provincia cosentina venne prodotta da Giuseppe de Matera e presentata all’Accademia Cosentina. Questa analisi individua una condizione economica di quel mondo contadino che li porta a vivere nell’indigenza proprio nel grande altopiano silano dove certamente non può bastare un ettaro di terra concessa ai contadini per consentire anche la mera sopravvivenza. Per De Matera i rimedi a questa situazione «passano attraverso il braccio possente del governo», attraverso una vigorosa politica di bonifica che dovrebbe «attirare la popolazione nelle vaste pianure deserte» e pensa alla Valle del Crati e di Sibari, a causa della malaria e che, invece, opportunamente lavorate, produrrebbero un reddito ben più consistente delle magre terre collinari e montane che, per il loro scarso prodotto, costituiscono la causa strutturale dell’indigenza dei contadini. Per De Matera «si tratta di ostacoli grandi, ma non insormontabili quando l’impulso venisse dal braccio possente del Governo» De Matera parla e scrive nel 18388. Quel braccio possente, il Borbone, rifiutò di attivare, perché la modernizzazione ad essa collegata il Governo di Ferdinando II sentiva profondamente connessa al liberalismo che aborriva. Da qui la scelta da parte del migliore ceto intellettuale, dai Padula ai Mauro in Calabria, e della parte più moderna del ceto proprietario regionale compiuta con l’adesione alla rivoluzione liberale e al partito dell’Unità d’Italia, rischiando la propria vita e i propri averi, affrontando uno dei migliori eserciti, quello borbonico, tra gli Stati italiani dell’Ottocento.
Il testo sulla Sila costituisce perciò, un tramite essenziale per comprendere l’orientamento politico di Guarasci. La sua attività politica è profondamente connessa alla sua attività intellettuale, poiché i suoi studi sul movimento cattolico, che fu premessa indispensabile per la nascita in Italia e in Calabria di un partito cattolico costituiscono parte preponderante della produzione storica di Guarasci tra il 1960, anno di avvio di questa produzione, e il 1973, l’anno precedente della sua scomparsa9. Si tratta per la gran parte di saggi pubblicati sulla rivista da lui fondata e diretta “Cronache Calabresi”, rivista meridionalista, ma anche ideologica, espressione di una importante corrente della Democrazia Cristiana, la Sinistra di Base di cui Guarasci fu uno dei cofondatori. Tali studi si muovono in un ambito che, come è attestato dai titoli, ricostruisce, da una parte le origini del Movimento cattolico organizzato in Italia, dall’altra promuove fino dal 1960 la conoscenza delle personalità che avviarono la nascita dello stesso movimento in Calabria. È poi molto significativo il fatto che nel 1972, nella prospettiva di misurarsi in un concorso universitario per la cattedra di Storia Contemporanea, Guarasci riunisca e sviluppi adeguatamente in volume, intitolato Il cattolicesimo dopo l’Unità, i saggi sopra citati sul movimento cattolico calabrese e italiano. L’anno dopo, il 1973, ancora una volta in quella prospettiva concorsuale, pubblica la sua migliore e più matura opera storica: Politica e società in Calabria dal Risorgimento alla Repubblica. Vol. I Il collegio di Rogliano.
Il volume sul Collegio elettorale di Rogliano viene presentato dall’autore come il tentativo «con gli elementi disponibili nel nostro caso, di stabilire come cento anni di storia hanno lasciato un comune meridionale (ovviamente Rogliano) per nulla importante10». Un giudizio, quello di Guarasci, che nel contesto storiografico di quegli anni, lo inserirebbe in una importante corrente della storiografia italiana ed europea influenzata dalla rivista francese “Les Annales”. Questa, infatti. sulla base di un’indagine scientifica identifica in maniera neutra e oggettiva il tema della ricostruzione storica (Rogliano o Timbuctu non ha importanza); inoltre privilegia una metodologia di lunga durata, la storia millenaria o “quasi immobile”, che consente di cogliere la struttura profonda della realtà storica, al contrario della tradizionale storia degli avvenimenti che si limiterebbe a cogliere solo la parte superficiale del processo storico. Perciò, nella scelta dei temi storici da indagare Guarasci sembra mettere da parte le motivazioni morali, civili e politiche. Come succede sovente, per fortuna, il risultato del volume sul Collegio di Rogliano, inserisce Guarasci tra i migliori esempi di storiografia locale sull’età contemporanea, soprattutto profondamente intriso di passione civile, politica e morale.
Alla metodologia della lunga durata appartiene, si e no, il primo capitolo, intitolato “Momenti di storia roglianese nell’Età Moderna”, capitolo in cui l’autore mostra scarsa dimestichezza con gli esiti sia della storiografia calabrese tradizionale che con la robusta storiografia sulla Calabria medievale e moderna, prodotta nel secondo dopoguerra da storici importanti, come Ernesto Pontieri, Giuseppe Galasso, Gaetano Cingari e Umberto Caldora. Autori tutti che Guarasci cita ripetutamente nelle sue opere precedenti il testo sul Collegio di Rogliano e che proprio nulla hanno in comune con la metodologia della lunga durata. Con questa scarsa attenzione, nell’impianto iniziale del capitolo del volume, alla storia degli avvenimenti, si possono forse spiegare le osservazioni di Guarasci che scrive che Rogliano «era comune demaniale già per concessione sovrana sin dal 1631(e forse anche da tempi lontani per altri documenti reali)11» osservazione erronea, perché la cittadina fino al tardo Settecento faceva parte della Grande Università di Cosenza e dei suoi Casali; ne era più precisamente una delle baglive, una entità amministrativa che metteva insieme gruppi di casali, per Rogliano precisamente, Rota, Spani, Marzi e Cuti, come Guarasci avrebbe potuto facilmente constatare consultando presso l’Archivio di Stato di Cosenza uno dei Libri rossi (di fatto il libro dei verbali) del parlamento della Bagliva di Rogliano lì conservati; Quanto alla scarsa dimestichezza con le fonti storiografiche tradizionali calabresi e meridionali, è attestata dalla citazione di Lorenzo Giustiniani, che diviene, citato nel corpo del testo, Giustiniano, autore settecentesco napoletano fra i più importanti, che appunto a fine Settecento correttamente definisce Rogliano città regia; e l’altra ancora più incomprensibile incertezza con la quale Guarasci cita uno dei testi più noti della storiografia tradizionale calabrese, Padre Fiore da Cropani, il cui testo “Della Calabria Illustrata”, diviene nel libro di Guarasci “L’Italia Illustrata”. Ma poi nella seconda parte dello stesso capitolo la storiografia senza problemi morali lascia il posto alla orgogliosa presa di contatto con la realtà storica della sua città, Rogliano, che giustamente definisce «non contadina», per la presenza di «gruppi di scalpellini e intagliatori […] di costruttori di ponti e di chiese […]. Mastro Nicolò Ricciulli lavorò al portale e alla gradinata del Duomo di Montalto e lavorò al palazzo reale di Napoli, al tempo di Carlo III di Borbone e per questo gli furono concessi speciali privilegi12». Ancora, Guarasci per più pagine ricostruisce figure, realizzazioni e opere che fanno di Rogliano una città d’arte. Tre anni fa Giuseppe Galasso in un suo volume sulla Calabria spagnola in età moderna, ha sottolineato come questa prestigiosa attività artigiana sia forse il contributo più originale che la regione abbia offerto all’Italia nei secoli tra Cinquecento e Settecento13. Poi Guarasci, nel secondo capitolo del suo volume, recupera il ruolo centrale che Rogliano e il suo hinterland hanno svolto nella questione silana, riprendendo il suo testo sulla Sila nel Risorgimento, ma compiendo alcune molto opportune revisioni dei sopra accennati drastici e negativi giudizi sul ceto politico liberal-rivoluzionario del 1848-1860, in particolare su Donato Morelli. E scrive:

«Nel ’60 Rogliano diventa il centro della rivoluzione garibaldina in Calabria. Alla testa del movimento rivoluzionario cosentino vi è il barone Guzzolino, ma l’anima è Donato Morelli. Egli da Rogliano organizza le bande, i cacciatori della Sila; organizza la resa del generale [borbonico] Caldarelli prima a Cosenza; e poi l’accerchiamento delle truppe del generale borbonico Ghio ad Agrifoglio. La resa di Soveria Mannelli è il frutto della pressione degli insorti cosentini organizzati da Donato Morelli e guidati da Saverio Altimari [altro grande rivoluzionario di Rogliano risorgimentale che Guarasci segnala come «ormai vecchissimo»] e continua con malcelato orgoglio municipale «Il telegramma di Garibaldi a Donato Morelli: “dite al mondo che oggi con i miei prodi calabresi ho fatto deporre le armi a 10mila soldati borbonici» è testimonianza di un riconoscimento e di un impegno determinante per la Storia della Calabria. Tutti i volontari raccolti nei Comuni del Cosentino aderiscono alla rivoluzione nel nome “Italia e Vittorio Emanuele” e il 19 luglio in casa Morelli, tutti i rappresentanti [di quei comuni] sottoscrivono l’adesione all’Italia unita14».

Guarasci, come si comprende benissimo, ha ormai messo da parte quelli che all’epoca costituivano i “paludati”(è espressione dello storico roglianese) riferimenti scientifici alla storiografia francese. Il Terzo capitolo egli lo intitola, modestamente, rispetto al suo contenuto “Geografia Roglianese”. Guarasci mette a frutto con risultati molto importanti, la metodologia di uno dei maggiori geografi dell’Italia del Novecento, Lucio Gambi e del suo capolavoro “La Calabria”. Da qui la sua entusiastica adesione alla metodologia del Gambi, «la geografia vista come impegno umano e quindi storico». Il capitolo del volume di Guarasci diventa percìò una narrazione, intrecciata mirabilmente tra dimensione oggettiva del territorio, dei suoi caratteri geologici, del suo clima e delle modificazioni che a questa dimensione ha impresso storicamente il mondo civile e umano in cui Rogliano vive. I risultati sono stati rilevanti: il sistema stradale che dall’epoca murattiana collega la cittadina al capoluogo provinciale che costituirà la base della futura SS 19, asse stradale che per un secolo collegherà da Nord a Sud la regione con il resto d’Italia; il più modesto sistema viario comunale che collega Rogliano con la Sila e con le varie realtà del territorio pedemontano; infine, in seguito alla realizzazione sulle due dorsali marine della Calabria, quella Jonica e quella Tirrenica, dei due importantissimi collegamenti ferroviari con il resto d’Italia, tra fine Ottocento e inizio Novecento, la soluzione del problema delle ferrovie complementari, cioè di strade ferrate che costituissero tracciati interni di collegamento tra i due assi marittimi, raggiungendo i centri abitati più rilevanti della Calabria Interna. Nel corso della prima guerra mondiale, nel 1916, si aprì il primo tratto della “ferrovia calabro-lucana” che avrebbe collegato Cosenza a Catanzaro, ma che alla sopracitata data raggiungeva, attraverso una serie di stazioni intermedie che toccavano otto ex casali di Cosenza, Rogliano. E Guarasci esplode «e fu un avvenimento eccezionale15». Non meno eccezionale quanto avvenne e viene descritto nei due capitoli successivi: il quarto “economia e classi sociali”, nel quale si analizza la distribuzione della ricchezza nel Collegio di Rogliano, ma anche il modo in cui questa ricchezza era prodotta dalle classi che ne erano protagoniste. Poi il capitolo fondamentale per comprendere ciò che avviene dopo l’Unità “Popolazione, scuola, emigrazione”. Già a meta dell’Ottocento la cittadina ha raggiunto, per il miglioramento della pratiche igieniche e soprattutto la forte diminuzione della mortalità infantile, circa 5mila abitanti. Per capire cosa sarebbe successo in seguito alla crescita spontanea della demografia roglianese, sulle basi sopra citate, occorre guardare al dato demografico della cittadina nel 1911: cinquanta anni dopo l’Unità, Rogliano supera i seimila abitanti. Guarasci indica giustamente nel titolo del suo capitolo il fenomeno umano che impedì il disastro demografico che quella tumultuosa crescita della popolazione avrebbe comportato. Senza le dolorose scelte umane dell’emigrazione Rogliano avrebbe in un secolo raddoppiato la sua popolazione: la struttura produttiva della sub regione di cui Rogliano fa parte non l’avrebbe in alcun modo consentito. Assieme all’emigrazione un fenomeno ad esso fortemente connesso la progressiva alfabetizzazione dei roglianesi. Secondo dati ripresi dal Guarasci era analfabeta nel 1872 l’80% degli abitanti, sessant’anni dopo, nel 1931, gli analfabeti al di sopra dei sei anni erano circa la metà della popolazione. Non poco aveva contribuito a raggiungere questo risultato la prova di alfabetizzazione a cui venivano sottoposti quanti volevano emigrare negli Stati Uniti, e Rogliano diventò un comune in cui molte famiglie, come ricorda Guarasci a partire dalla propria esperienza familiare, poiché aveva visto il padre emigrare in America, avevano congiunti negli Stati Uniti16.
L’ultima e più voluminosa parte del volume costituisce una storia della vita politica roglianese dall’Unità alla Repubblica. L’autore avvia la sua narrazione a partire dal cap. VI intitolato Vita religiosa e Movimento cattolico fino al 1920 che contiene notizie sull’organizzazione ecclesiastica roglianese a partire dal Seicento, utilizzando quanto fonti eterogenee gli consentono di rilevare. Un punto di svolta nell’esperienza religiosa di Rogliano è costituito, ad inizio Novecento, dall’ingresso dei cattolici nel mondo della politica, dopo il divieto papale, successivo alla presa di Roma del 1870, pronunciato da papa Pio IX col “non expedit”, che vietava la partecipazione dei cattolici alla vita politica dello Stato italiano. Ad inizio Novecento il divieto viene eluso attraverso la partecipazione alla vita politica locale. In Provincia di Cosenza, il sacerdote moranese Carlo de Cardona crea un movimento associativo di Leghe del Lavoro e di Casse Rurali, sulla base dell’adesione ai principi dell’enciclica Rerum Novarum, di papa Leone XIII. L’8 aprile 1906 nasce anche a Rogliano la Cassa Rurale costituita, sotto la guida spirituale del sacerdote Michele Caruso, da soci per la maggior parte contadini. Guarasci sottolinea come nel collegio di Rogliano la nascita della Cassa rurale «costituiva una prima risposta politica e sociale […] al carattere laicistico e massone, radicale e giolittiano del Comune che nel 1904 aveva eletto Luigi Fera, un radicale di sinistra, a deputato del Collegio17».
A partire da questo innestarsi nella dialettica politica del Collegio di Rogliano delle istanze del mondo cattolico, alternative al laicismo radical-massonico, si avvia un altro dei più importanti problemi storiografici, forse il più importante, che il Guarasci ha inteso affrontare nel suo volume e che si traduce in approfondite analisi delle motivazioni etiche e politiche che hanno guidate le personalità espresse dal Collegio di Rogliano. La vita politica del Collegio elettorale, nato con lo Stato liberale nel secondo Ottocento, è dominata per mezzo secolo dall’egemonia esercitatavi da Donato Morelli. La storiografia sul Risorgimento di area non marxista, da Romeo a Galasso, ha individuato tre correnti essenziali tra le maggiori figure dei protagonisti del Unità d’Italia: i democratici, i moderati e, infine, i liberali. Ebbene Donato Morelli è stato molto significativamente inserito nella corrente liberale. Prima e dopo l’Unità la sua personalità politica ha un peso preponderante in provincia di Cosenza, ancora maggiore ed egemonico il suo peso politico a Rogliano nella seconda metà dell’Ottocento. Guarasci ricostruisce con finezza e stima profonda i termini di questa egemonia politica:

«Da governatore con poteri illimitati[…]non volle agire contro i radicali, Sostituì tutto il vecchio corpo amministrativo che aveva governato la Provincia borbonica e per questo venne a conflitto con i ministri napoletani fino a rassegnare le dimissioni. Donato Morelli sarà deputato del Collegio di Rogliano nella IX, nella X, nella XI legislatura[…] senza opposizione attraverso un predominio incontrastato […] All’avvento della Sinistra, nel 1876, si presentò una candidatura della sinistra: Francesco Vetere di Cosenza. Fu sconfitto lo stesso. Poi Morelli fu uno dei quattro meridionali eletti nelle liste di destra (la sinistra ne elesse 140). Nelle liste comunali sono i suoi consorti che dominano; egli stesso diventa sindaco nel 1876 e viene riconfermato anche successivamente. Il Comune, Scrive Guarasci, indubbiamente progredisce. Poi nella sua trattazione del Collegio roglianese l’autore propone la personalità di Giovanni Domanico e scrive «il socialismo libertario nacque dunque a Rogliano nel 1870-1874 e nacque collegandosi allo spirito risorgimentale garibaldino che, pur nei suoi limiti di classe e di casta, Donato Morelli impersonava». Domanico e i suoi compagni rivoluzionari protestano le loro idealità repubblicane: Guarasci trova nell’Archivio di Cosenza la bellissima difesa con cui Morelli fa scagionare quel gruppo di giovani socialisti e repubblicani:«Lo spirito pubblico non avendoli in alcun concetto, come in allora non si commosse, non può scotersi né commoversi, né subire influenza alcuna dalle espressioni inconsiderate si possono da medesimi proferire18».

Con la morte di Morelli nel 1902, il collegio di Rogliano troverà il suo nuovo protagonista in Luigi Fera e abbiamo già visto come Guarasci sottolinei che per contrastare l’ascesa di Fera nasca anche a Rogliano il movimento Decardoniano, che non saprà esprimere, tuttavia, personalità in grado di contrastarlo.
«Luigi Fera aveva in un certo senso ripresa la tradizione democratica risorgimentale, garibaldina, interpretata dapprima da Donato Morelli. Giovanni Domanico interpretò un momento più avanzato, una esperienza democratica e socialista intensamente vissuta, a Rogliano, qual è appunto la tradizione libertaria e rivoluzionaria del Risorgimento; Fera il momento della riflessione radicale, ma direi liberale e conciliativa; una pausa razionale e giolittiana19».
Guarasci ricostruisce e valuta gli atteggiamenti successivi del Fera, con la sua scelta interventista nella guerra mondiale, per cui interrompe i suoi rapporti con il neutralista Giolitti; con il suo ruolo nel dopoguerra e i suoi atteggiamenti verso il fascismo, fino alla scelta di non candidarsi nel listone di Mussolini nelle ultime e parzialmente libere elezioni del 1924, prima della dittatura. Ma l’atteggiamento di Fera, sottolinea Guarasci, non segna in nessun momento un vero e proprio rigetto del progetto politico mussoliniano. A questa riflessione, che identifica l’atteggiamento radicalmente antifascista di Guarasci, è dedicata una parte tra le più interessanti e profonde delle riflessioni storico-politiche del Guarasci. Esse avrebbero meritato un seminario di studi di storia contemporanea, nella nuova UNICAL che a Guarasci qualcosa che possiamo chiamare “destino”, non dette il tempo di svolgere.


















NOTE
* Pubblico qui il testo, in parte rivisto, di un intervento tenuto nell'ambito delle manifestazioni periodiche della Fondazione Antonio Guarasci di Cosenza.^
1 A. Guarasci, La questione meridionale e la Calabria nella cultura italiana dell’ultimo secolo, estratto da Annuario 1968-1969, dell’Istituto Tecnico Femminile “A. Nitti”, Cosenza 1969.^
2 Ivi, pp. 3-4.^
3 Idem, La Sila nel Risorgimento 1790-1847, in Quaderni di Cronache Calabresi, Cosenza, 1968, p. 5.^
4 Ivi, pp.10-11.^
5 Ivi, p. 27.^
6 Ivi, p. 28.^
7 F. Spezzano, La lotta politica in Calabria (1861-1925), Lacaita, Manduria, 1968, pp 147-148.^
8 Cfr. F. Cozzetto, Il dibattito tra arretratezza e sviluppo: le società economiche, in Idem, Città di Calabria e hinterland nell’età moderna, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, pp. 271-284.^
9 Nel 1960 esce il saggio Il Movimento cattolico in Italia (1874-1915); l’anno dopo pubblica Carlo De Cardona e il movimento cattolico a Cosenza (1898-1906); nel 1967 I cattolici calabrese dopo l’Unità; nel 1969 Il Giobertismo on Calabria dopo l’Unità; nel 1970 Il Movimento cattolico a Cosenza ai tempi dell’Arcivescovo Camillo Sorgente; nel 1972 Il cattolicesimo dopo l’Unità; infine nel 1973 I Domanico: alle origini del cattolicesimo politico e del socialismo in Calabria.^
10 Idem, Politica e società, op. cit., p. 15.^
11 A. Guarasci, Politica e società in Calabria dal Risorgimento alla Repubblica, EDIZIONI FRAMÀS, Chiaravalle Centrale, 1973, pp. 30-31.^
12 Ivi, p. 31.^
13 Cfr. G. Galasso, La Calabria Spagnola, Rubbettino, Soveria Manneli 2012, passim.^
14 A. Guarasci, Politica e società, op. cit., pp. 49-60.^
15 Ivi, pp. 71-95, qui p. 89.^
16 Ivi, pp. 115-129.^
17 Ivi, 155-158, qui pp. 157-158.^
18 Ivi, pp. 167-180.^
19 Ivi, p. 211.^
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