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I viceré spagnoli tra miti letterari, slittamenti semantici e realtà storica*
di Aurelio Musi
L’antispagnolismo romantico: Alessandro Manzoni

Non è possibile cogliere fino in fondo il senso della rappresentazione del Seicento ne I promessi sposi, se non si fa riferimento alla visione complessiva che Alessandro Manzoni esprime nello scritto Il romanzo storico. Il suo capolavoro è il risultato di un complesso rapporto tra miti letterari e senso comune storiografico secondo lo spirito del tempo: da questo punto di vista storia e sua trasfigurazione letteraria sono intimamente fusi nella realizzazione dell’opera e contribuiscono al valore del capolavoro.
Per Manzoni il romanzo storico è innanzitutto racconto in cui non è distinguibile la realtà dall’invenzione. Il romanzo storico non può rappresentare la realtà storica come tale e il racconto non può produrre «assentimenti omogenei»: nel primo caso, «è incompatibile con la sua forma che è la narrativa»; nel secondo caso, «co’ suoi materiali che sono eterogenei»1. Sia nella storia sia nel romanzo storico il dubbio svolge un ruolo importante: ma
nel dubbio provocato dalla storia, lo spirito riposa, non come al termine del suo desiderio, ma come al limite della sua possibilità: ci s’appaga, dirò così, come in un atto relativamente finale, nel solo atto bono che gli sia dato di fare. Nel dubbio eccitato dal romanzo storico, lo spirito invece s’inquieta, perché nella materia che gli è presentata vede la possibilità di un atto ulteriore, del quale gli è nello stesso tempo creato il desiderio, e trafugato il mezzo2.

Il soggetto principale del romanzo storico è interamente creato dal suo autore, «tutto poetico perché meramente verosimile»3. Un gran poeta e un gran storico «possono trovarsi, senza far confusione, nell’uomo medesimo, ma non nel medesimo componimento»4.
L’invenzione poetica de I promessi sposi è costruita sulla rappresentazione di un periodo storico, il Seicento milanese, fortemente debitrice dello spirito del tempo in cui fu concepito, elaborato e vide la luce il romanzo5. Se i soggetti principali, i protagonisti dell’opera, sono creazione di Manzoni, le figure storiche di riferimento e di contesto appartengono a quella realtà così come veniva ricostruita e rappresentata dagli storici e dal senso comune storico dei primi decenni dell’Ottocento.
Il ritratto del Seicento milanese è quello della decadenza: economica, sociale e soprattutto politica. Non solo carestia, peste, crisi manifatturiera e protoindustriale, ma anche e soprattutto «impunità organizzata»6, procedure arbitrarie, cioè discrezionali, dei giudici, indeterminazione degli indizi a loro arbitrio7, un sistema fondato su privilegi e clientele8, una società oligarchica.
In questo contesto sono calate le figure dei governatori spagnoli di Milano che fanno la loro apparizione nel romanzo a proposito delle grida. È particolarmente significativo che il primo governatore citato sia presentato con tutti i suoi titoli. Si tratta di Carlo d’Aragón, «Principe di Castelvetrano, Duca di Terranova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, Grande Ammiraglio e Gran Contestabile di Sicilia»9: una miscela ben calibrata di titulos, riferiti sia alle qualificazioni feudali del personaggio sia alla sua appartenenza a prestigiosi Ordini nobiliari, ma soprattutto un implicito riferimento – ce ne saranno molti altri, più espliciti, nel testo - al binomio onore-potere che costituisce la sostanza della barocca civiltà dell’apparenza e delle forme. È il 1585: ed è solo il primo atto, quello più risalente considerato da Manzoni, delle grida tese a reprimere la piaga dei bravi. La sequenza continua con Juan Fernandez de Velasco, Pedro Enriquez de Acevedo conte di Fuentes, Juan de Mendoza, Gomez Suarez de Figueroa duca di Feria, Gonzalo Fernandez de Cordoba, il governatore della storia di Renzo e Lucia, che nel 1627 emette la «solita grida contro i bravi»10. Oggi disponiamo di alcune spiegazioni per comprendere la reiterazione delle grida. Esse tendevano a fissarsi e a ripetersi per due ordini di motivazioni: giuridiche, con l’obiettivo di mantenere la vigenza delle norme al mutare dei governatori; politiche, perché l’onore del governatore si fondava sulla «prudente conservazione» dello Stato11. E tuttavia, una volta compresa la logica della reiterazione legislativa, resta assolutamente impregiudicata l’osservazione di Manzoni: il rapporto inversamente proporzionale, cioè, tra la minacciata asprezza delle pene e la capacità politica di far rispettare e applicare le leggi12. Azzecca-garbugli a Renzo: «a saper maneggiare le grida, nessuno è reo e nessuno è innocente»13. È il motivo della contraddizione tra il diritto formale e la prassi giudiziaria come tratto prevalente della dominazione spagnola, che ricorre in tutta la cultura politica italiana dell’Ottocento. A proposito del conte di Fuentes un altro contrasto viene sottolineato dall’autore de I promessi sposi: quello tra la potenza internazionale della massima autorità di governo nel Milanese e la sua impotenza nel controllo del territorio, esemplificata dalla mancata repressione del fenomeno bravi14. È il burocratismo inefficiente e controproducente una delle cifre che caratterizza il governo di Gonzalo de Cordoba «ingolfato nella guerra»15: nella crisi del pane egli ricorre ad una Giunta che ne rincara il prezzo e tutti i provvedimenti che assume in occasione della peste sono assolutamente impropri.
Preoccupati più dell’ordine internazionale della guerra che dell’ordine pubblico interno, i governatori sono cattivi governanti, corrotti, inefficienti. La rappresentazione negativa della Spagna nel governo milanese, l’antispagnolismo, si fa mito letterario e contribuisce, insieme con altri della cultura romantica, alla costruzione della nazione italiana16. Si tratta di una linea che enfatizza le tristi condizioni del Ducato di Milano e, più in generale, dell’Italia nel periodo spagnolo per sottolinearne la decadenza storica, morale e civile, nei secoli XVI e XVII e l’esigenza di un risveglio nazionale, che deve essere in primo luogo morale e civile, appunto. È questa una linea dai molteplici riferimenti, non ancora pienamente studiati e considerati: basti pensare al nesso tra Sismondi, Balbo e Manzoni.
Manzoni trasfigura nel mito, nel racconto e nell’invenzione letteraria una materia storica che, nella ricostruzione e nell’interpretazione del suo tempo, non si distacca dall’immagine che egli ricrea. La documentazione diplomatica dell’Archivio storico civico milanese, pubblicata da Angiolo Salomoni nei primi anni del XIX secolo17, doveva sicuramente essere a conoscenza del Manzoni: probabilmente è attraverso la sua guida che l’autore de I promessi sposi aiuta il lettore ad orientarsi tra le diverse magistrature milanesi, ma trasmette anche il paradigma dell’oppressione straniera, della durezza dell’alloggio degli eserciti, delle loro vessazioni nei confronti delle popolazioni, della ricerca dell’affermazione puramente personale da parte dei governatori spagnoli. Salomoni, come è stato notato18, si fa erede della tradizione in particolare del riformismo settecentesco (Pietro Verri e Gian Rinaldo Carli), integrata con gli accenti dell’esperienza rivoluzionaria e napoleonica: il buon popolo milanese veniva oppresso dalla fiscalità, dalle emergenze belliche, dal disordine e dagli abusi amministrativi, dalla «inclemenza e durezza de’ Governatori». Ma Manzoni va oltre. Egli ha una conoscenza diretta delle fonti documentarie: porta nuova linfa, «sollecitando interesse e suggerendo temi e figure ispirate da testimonianze storiche, che animano e rendono credibile il quadro della società secentesca»; ma, al tempo stesso, consolida il paradigma «introducendovi la Lombardia spagnola come manifestazione topica della decadenza»19. Cesare Cantù propone un commento storico a I promessi sposi, rilanciando al tempo stesso il successo dell’opera e l’antispagnolismo documentato, per così dire. Cita Ripamonti e altre fonti, compila un elenco dei governatori, approfondisce la legislazione annonaria dello Stato.
Tuttavia la ricerca erudita che si appassiona per tante vicende provinciali e cittadine rimane volta innanzitutto a raccogliere episodi che illustrino i tempi infelici della dominazione straniera. I fatti sono presentati al lettore secondo una formula narrativa efficace: la retorica e l’aneddoto hanno sempre la meglio sull’approfondimento e ne risulta una semplificazione oleografica del passato20.

Manzoni è un esempio alto di sintesi fra conoscenza storica e invenzione letteraria. Egli contribuisce non poco a definire una linea che costruisce un mito politico negativo di sostegno al trinomio patria-nazione-libertà, arricchito di componenti e tradizioni regionali specifiche. Così al triangolo dell’antispagnolismo, formato dalla Milano di Manzoni, Cantù e Cattaneo, dalla Firenze dell’«Archivio Storico», dalla Venezia della lunga tradizione polemica di residenti e ambasciatori, in pratica le “repubbliche italiane” di Sismondi, va ad aggiungersi Napoli che fin dal primo Seicento ha sviluppato, in alcune espressioni della sua cultura, una dura critica alle forme del governo e ai viceré spagnoli.
Governatori e viceré restano perciò a lungo esclusi da una considerazione storica adeguata e libera dal pregiudizio antispagnolo.
Per Napoli sia la tradizione storiografica ottocentesca sia l’importantissima revisione, operata da Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli, non aiutano molto in questa direzione. Per la prima i viceré erano il simbolo stesso della perduta autonomia politico-dinastica del Regno ed entravano così a pieno titolo nella formazione di quel potente pregiudizio antispagnolo, che tanta parte ha avuto nell’incomprensione storica del rapporto tra Spagna e Mezzogiorno, ma ha anche svolto la funzione positiva di potentissimo mito negativo della fondazione nazionale italiana. A Croce erano invece ben chiari la natura e il senso del termine viceregno, sostanzialmente equivalente all’istituzione vicereale, nonché la distinzione tra l’indubbia perdita dell’autonomia politico-dinastica e la conferma, in età spagnola, della condizione giuridicoistituzionale del Regno, col conseguente riconoscimento del patrimonio civile e amministrativo, accumulato dalla tradizione plurisecolare del Mezzogiorno. Ai viceré era dedicato spazio nella Storia del Regno di Napoli solo in quanto personalità dotate di forza e carisma o protagonisti dell’«opera mediatrice di pace sociale»21 voluta dalla Monarchia o strumenti della «nuova politica assolutistica»22 come il Toledo o artefici di riforme come il conte di Lemos23 e il duca d’Alba24 o iniziatori di una nuova linea politica nel Regno come il conte d’Oñate25. E insomma monarchia e viceré erano sicuramente per Croce i protagonisti dei due compiti storici svolti dalla Spagna nel Mezzogiorno: il ridimensionamento della potenza semisovrana del baronaggio e la protezione del territorio, precisamente le due più importanti funzioni dello Stato moderno. Ma i viceré non potevano certo costituire il cuore dell’opera che stava altrove: nella formazione di quella nazione napoletana, continuamente ricercata ma, come ha osservato Galasso26, mai pienamente ritrovata da Croce, quindi dissolta e trasformata nella preistoria della nazione italiana. I viceré non potevano certo appassionare chi ricercava «le origini della tradizione politica nell’Italia del Mezzogiorno»e non le aveva trovate «né nella nobiltà feudale, che per secoli dominò e non governò la nostra storia, né nella monarchia che non poté mai convertirsi veramente in organo di una coscienza nazionale»27.



Alle origini dello slittamento semantico: Federico De Roberto

Cerco di sintetizzare il ragionamento fin qui svolto. Il più importante romanzo italiano, mirabile sintesi di conoscenza storica, uso delle fonti documentarie e invenzione artistica, è all’origine dell’antispagnolismo ottocentesco che da un lato ha contribuito ad inventare un potente mito negativo di fondazione nazionale, ma dall’altro ha pesato non poco sulle difficoltà a comprendere il ruolo storico reale svolto dalla Spagna in Italia nei due secoli della sua egemonia mondiale. In questo contesto, viceré e governatori sono stati rappresentati tra i maggiori artefici di malgoverno, corruzione, inefficienza, e via discorrendo, insomma la parte responsabile per il tutto. La stessa revisione storiografica novecentesca, ad opera principalmente di Croce, non ha restituito a questa figura politica e istituzionale il ruolo che merita nella storia della maggiore potenza mondiale della prima età moderna.
Un altro monumento della letteratura italiana, I viceré di Federico De Roberto, ha contribuito in misura rilevante allo slittamento semantico del termine che, dalla sua origine storicamente determinata di carica politico-istituzionale e di alter-ego del sovrano spagnolo, è passato a costituire la metafora dei potenti che conservano indenni il loro potere pur nel trascorrere di regimi diversi.
Celebri le parole di Consalvo alla vecchia zia, quasi a conclusione del romanzo di De Roberto.
Vostra eccellenza giudica obbrobriosa l’età nostra, né io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perché è passato… L’importante è non lasciarsi sopraffare… Io mi rammento che nel Sessantuno, quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse: - Vedi? Quando c’erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; ora che abbiamo i deputati, lo zio va in Parlamento – Vostra Eccellenza sa che io non andai molto d’accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che m’è parsa e mi pare molto giusta…Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai re; ora viene dal popolo… La differenza è più di nome che di fatto… Certo dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo. E un uomo solo che tiene nelle proprie mani le redini del mondo e si considera investito di un potere divino e d’ogni suo capriccio fa legge, è più difficile da guadagnare e da serbar propizio che non il gregge umano, numeroso ma per natura servile… E poi, e poi il mutamento è più apparente che reale. Anche i Viceré d’un tempo dovevano propiziarsi la folla; se no, erano ambasciatori che andavano a reclamare in Spagna, che ne ottenevano dalla Corte il richiamo…o anche la testa!... Le avranno forse detto che un’elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel che dice il Mugnòs del Viceré Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila scudi al re Ferdinando per restare al proprio posto… e ci rimise i denari128!.

In questo passo è ribadita da Consalvo la continuità familiare da viceré a deputati del Regno d’Italia. Il principio, la forma della legittimazione della potenza non cambia. Cambiano solo i contenuti: dal re al popolo. Altra analogia: il ruolo politico della folla, serbatoio del consenso, è fondamentale sia nel regime democratico sia nel regime monarchico per diritto divino; anzi per i viceré costituiva quasi un contraltare ai capricci del sovrano. Infine il sistema della corruzione è vigente sotto ogni latitudine politica.
Molto di questo quadro di fondo del romanzo di De Roberto è confluito, insieme con altri elementi che hanno contribuito ad arricchirlo, in ciò che può essere definito il senso comune attribuito al termine, storicamente decontestualizzato, di viceré: politici onnipotenti soprattutto a livello locale, corrotti, impuniti e arroganti, indifferenti ai valori e smaniosi del potere per il potere, padroni del territorio attraverso la formazione e lo sviluppo di solidi network clientelari.



Governatori e viceré nel sistema imperiale spagnolo

Chi furono, nella realtà storica dei secoli XVI e XVII, viceré e governatori spagnoli? Essi costituirono la figura-chiave nella catena amministrativa di comando del sistema imperiale spagnolo. Oggi questo concetto è entrato nella considerazione storiografica italiana e internazionale. Esso è più denso di significati rispetto alla nozione di composite Monarchy, proposta da John Elliott: una nozione prevalentemente descrittiva, tesa ad enfatizzare la struttura pluralistica della Monarchia spagnola e la difficoltà di governare territori tra loro diversi e incorporati, con titoli e dinamiche assai differenti tra di loro, nella Monarchia. Anche il concetto di Monarchia cattolica, diffuso nella storiografia spagnola, appare parziale e non in grado di cogliere più aspetti e componenti di una particolare formazione politica. Assolutamente poi privo di riferimenti alla realtà storica effettiva è l’assimilazione di questa formazione a quella di una federazione: laddove la sottolineatura dell’autonomia delle diverse componenti non considera che a tenerle unite sono comunque la sovranità assoluta e il controllo della decisione politica da parte del re.
La nozione di sistema imperiale spagnolo fa riferimento ad altre caratteristiche: una struttura rappresentativa del processo storico che allude a tre associazioni sinonimiche, la totalità-unità, le interdipendenze, la presenza di fattori autoregolativi; una struttura che incorpora il termine impero come denominazione impropria dal punto di vista della forma giuridica, ma assai propria sul piano politico sostanziale, come sinonimo di potenza planetaria, associato, peraltro, alla nozione di civiltà; impero e civiltà, un’endiadi complessa, che supera dicotomie classiche (del tipo centro-periferia) e costituisce la base di quella forte e visibile autocoscienza della visione imperiale diffusa in tutti i reinos spagnoli.
È in questo contesto d’uso che lo schema sistema imperiale spagnolo è entrato ormai nel senso comune storiografico come cornice indispensabile per ricostruire sia le vicende interne e internazionali della Spagna tra XVI e XVII secolo sia la storia dell’Italia spagnola sia la storia di altri ambiti della Monarchia cattolica29. Si possono identificare cinque caratteri nel sistema imperiale spagnolo nel periodo del suo massimo sviluppo, l’età di Filippo II.
Il primo carattere è l’unità religiosa e politica. I due attributi dell’unità sono potentemente fusi per motivi diversi. In una società complessa come quella d’antico regime, caratterizzata dalla coesistenza di più fedeltà e più sensi di appartenenza (alla famiglia, al clan, al ceto, alla corporazione, alla professione, ecc.), solo due fedeltà si declinano al singolare: quella a Dio e quella al re. Un’antica e prestigiosa dinastia come quella asburgica seppe unificare questi due sentimenti e consolidare la fedeltà dei sudditi, facendo leva sia sull’unità della respublica christiana sia sull’unità dinastica.
L’unità dinastica, insieme con quella religiosa, è l’unico riferimento unitario del sistema imperiale spagnolo, costituendone il più potente fattore di legittimità e la sede più elevata e più efficace di aggregazione politica soprattutto durante il regno di Filippo II. Il sovrano spagnolo presenta una doppia personalità costituzionale: egli è il nesso di un vasto complesso di Stati con i loro poteri locali, ma è anche l’unico titolare della sovranità, delle decisioni di politica interna in ognuno degli Stati e della politica estera dell’intera monarchia. Il riferimento sintetico del complesso sistema politico è quello di Corona.
Era infatti questa a costituire il trait-d’union tra i paesi della monarchia, in quanto rappresentava in ciascuno di essi il potere legittimo indiscusso e in quanto formava, perciò, il centro di una loro convergenza e gravitazione unitaria e l’elemento comune di maggiore rilievo. Dunque paesi a regime monarchico congiunti nell’unione personale sotto lo stesso sovrano e sui quali la Casa regnante poteva vantare riconosciuti diritti patrimoniali o di altro ordine; paesi quindi reciprocamente autonomi e sullo stesso piano rispetto al diritto della Casa regnante30.

Il secondo carattere del sistema imperiale spagnolo è la presenza di una regione – guida al suo interno È la Castiglia a svolgere tale funzione. Da qui deriva la forza economica, sociale e politica del sistema. La regione, a partire dall’età di Carlo V, è cresciuta in risorse demografiche e in estensione territoriale grazie ai possedimenti americani, ha goduto di un notevole sviluppo economico grazie anche alla favorevole congiuntura internazionale, ha assunto un ruolo centrale nel mercato internazionale grazie alle sue importanti piazze finanziarie e al commercio a lunga distanza. Filippo II localizzerà la capitale a Madrid, posta a limite tra vecchia e nuova Castiglia, e darà vita ad un vero e proprio processo di castiglianizzazione, che investirà sia le élites economiche dell’impero sia le sue élites politiche. Il più influente e potente gruppo dirigente imperiale sarà espressione della più antica e prestigiosa aristocrazia feudale castigliana sia nel XVI che nel XVII secolo. E anche le forme della cultura più rappresentativa saranno castigliane. Il rilievo di questo paese-guida è altresì dimostrato dal fatto che la lunga crisi del Seicento, investendo la Castiglia, colpirà al cuore il sistema e sarà all’origine del suo lento declino.
La Castiglia ha un rilievo come regione-guida anche dal punto di vista del modello di governo. Esso si identifica con i caratteri di una maggiore centralizzazione del potere sia all’interno dei diversi reinos sia nel sistema imperiale spagnolo e costituisce il pendant del modello aragonese di tipo pattizio, fondato invece su una maggiore considerazione delle strutture rappresentative dei singoli paesi della Monarchia cattolica e su un’ipotesi di più ampia collaborazione tra periferia e centro dell’impero. I due modelli, oltre ad ispirare pratiche politiche differenti all’interno dei singoli territori e nella gestione del sistema imperiale, hanno costituito anche, tra altri elementi, la differente ispirazione di partiti e fazioni che, a partire dalla creazione del Consiglio d’Italia e fino al periodo del valido Conte-Duca d’Olivares, hanno caratterizzato la dialettica politica a Corte.
Il terzo carattere del sistema imperiale spagnolo è l’interdipendenza tra le parti attraverso la configurazione di sottosistemi. Sottosistema significa:
a) una serie di funzioni, tra loro coordinate, assegnate ad alcune parti, relativamente omogenee, del sistema;
b) un sistema di potenza regionale;
c) uno spazio politico relativamente unitario.
Il quarto carattere del sistema imperiale spagnolo è il rapporto tra concentrazione e partecipazione politica, fra linee direttrici relativamente uniformi per il governo dell’impero e strumenti concreti di politica del territorio, che possono anche essere variabili. È un tema, questo, che rinvia alla questione del rapporto tra dominio e consenso e fra integrazione, rappresentanza, resistenza. Infine il quinto carattere: l’egemonia nelle relazioni internazionali. È qui la radicale novità di un’organizzazione di potere che al suo stadio più compiuto – gli ultimi anni dell’età di Filippo II – inaugura, secondo le parole di Maravall «il piano mondiale della vita politica in quanto richiede che in ogni sua parte ci si debba porre il problema delle relazioni con codesta organizzazione di potere, obbligando tutti gli altri paesi a entrare in combinazioni internazionali che abbracciano il pianeta»31.
Viceré e governatori contribuirono al consolidamento di questi caratteri. Essi furono la cinghia di trasmissione tra il re e i territori da essi amministrati e cercarono di rafforzare l’unità dinastica del sistema. Le loro nomine e la loro prosopografia confermano il processo di progressiva castiglianizzazione dell’impero a partire da Filippo II, dopo una maggiore articolazione delle origini geografiche (soprattutto catalane e fiamminghe) nell’epoca di Carlo V. Viceré e governatori oscillarono di continuo fra interessi dinastici del sovrano e gioco cortigiano delle fazioni. Alla circolazione delle élites, che caratterizzò la storia di queste figure, dotate di capacità politica, straordinaria mobilità, passaggi dalla parte europea a quella extraeuropea dell’impero, corrispose un controllo sempre più chiuso della carica, concentrata, soprattutto nel secolo XVII, in una ristretta cerchia di famiglie dell’alta aristocrazia castigliana, di origine e formazione prevalentemente feudale, dotata di titulos (Grandeza, Ordini militari, ecc.), radicata, attraverso rami e alleanze familiari, nei diversi reinos e capace di creare un autonomo sistema di potere locale.








NOTE
* Questo saggio costituisce un’introduzione e un inquadramento per un mio volume di prossima pubblicazione dal titolo L’impero dei viceré.^
1 A. Manzoni, Il romanzo storico, in Opere, a cura di R. Bacchelli, La letteratura italiana. Storia e testi, Milano- Napoli, Ricciardi, vol. 53, 1953, p. 1064.^
2 Ivi, p. 1066.^
3 Ivi, p. 1112.^
4 Ivi, p. 1113.^
5 La bibliografia su Manzoni e il Seicento non è pienamente soddisfacente. Si vedano: S. Nigro, Manzoni, in Letteratura Italiana Laterza. Storia e testi, vol. VII: Il primo Ottocento. L’età napoleonica e il Risorgimento, Roma-Bari 1978; C. Povolo, Il romanziere e l’archivista. Da un processo veneziano del ’600 all’anonimo manoscritto de I promessi sposi, Cierre ediz., Verona, 2004; G. Patrizi, Spagnolo verso italiano: paradossi delle immagini della Spagna nella letteratura italiana del XIX secolo, in J. Martinez Millan-C. Reyero (ed.r.), El siglo de Carlos V y Felipe II, vol. II, Madrid 2003, pp. 141-151; C. Mozzarelli, Nella Milano dei Re Cattolici. Considerazioni su uomini, cultura e istituzioni tra Cinque e Seicento, in Antico regime e modernità,Carocci, Roma 2008, pp. 349-350 in particolare.^
6 A. Manzoni, I promessi sposi, in Opere, vol. cit., p. 407.^
7 Questo tema è sviluppato soprattutto nella Storia della colonna infame, per cui cfr. A.MANZONI, Storia delle colonna infame, in Opere, cit., pp. 983-984 in particolare.^
8 A. Manzoni, I promessi sposi, cit., p. 408.^
9 Ivi, pp. 401-402.^
10 Ivi, p. 404.^
11 C. Mozzarelli, op. cit., pp. 349-350.^
12 A. Manzoni, I promessi sposi, cit., p. 403.^
13 Ivi, p. 434.^
14 Ivi, p. 403.^
15 Ivi, p. 572.^
16 Cfr. A. Musi (a cura di), Alle origini di una nazione. Antispagnolismo identità italiana, Milano, Guerini, 2003.^
17 Cfr. G. Signorotto, Fonti documentarie e storiografia. La scoperta della complessità, in M.C. Giannini-G. Signorotto, Lo Stato di Milano nel XVII secolo. Memoriali e relazioni, Libreria dello Stato, Roma 2006, pp. VII-XIII.^
18 Ivi, p. X.^
19 Ivi, p. XII.^
20 Ivi, p. XIII.^
21 B. Croce, Storia del Regno di Napoli, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1992, p. 198 ^
22 Ivi, p. 162^
23 Ivi, p. 196^
24 Ibidem ^
25 Ivi, p. 182 ^
26 G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, Il Saggiatore, 1990, pp. 368-369 ^
27 B. Croce, Storia del Regno di Napoli, cit., p. 211 ^
28 F. De Roberto, I viceré, Torino, Einaudi, 1990, pp. 696-697. ^
29 Un utile termine a quo per periodizzare il percorso storiografico, a cui qui si fa riferimento, è il 1994, anno in cui vedono la luce sia il volume di G. Galasso, Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo(secoli XVI-XVII), Torino, Utet, 1994 sia gli atti del convegno di Raito, a cura di A. Musi, Nel sistema imperiale: l’Italia spagnola, Napoli, Esi, 1994 A questo stesso orizzonte storiografico possono essere ricondotti G.Vigo, Uno Stato nell’impero. La differente transizione al moderno nella Milano di età spagnola, Milano, Guerini e associati, 1994, e C.J. Hernando Sanchez, Castilla y Napoles en el siglo XVI. El virrey Pedro de Toledo, Valladolid, Junta de Castilla y León, 1994. Negli anni successivi le corrispondenze di orientamento storiografico tra storici italiani e storici spagnoli vanno sempre meglio definendosi e trovano notevoli convergenze negli studi sull’Italia spagnola. Per Milano cfr. G. Signorotto, Milano spagnola. Guerra, istituzioni, uomini di governo (1635-1660), Firenze, Sansoni, 1996; E. Brambilla- G.Muto (a cura di), La Lombardia spagnola. Nuovi indirizzi di ricerca, Milano, Unicopli, 1997; A. Alvarez Ossorio Alvariño, Milan y el legado de Felipe II. Gobernadores y Corte provincial de los Austrias, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe II y Carlos V, Madrid 2001; Idem.,La repubblica de las parentelas. El Estado de Milan en la Monarquía de Carlos II, Arcari editore, Mantova 2002. Per Napoli cfr. C.J. Hernando Sanchez, El reino de Napoles en el Imperio de Carlo V. La consolidación de la conquista, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe II y Carlos V, Madrid. 2001.Per una prospettiva più generale cfr. A. Musi, L’Italia dei viceré. Integrazione e resistenza nel sistema imperiale spagnolo, Cava de’ Tirreni Avagliano, 2000 e F. Benigno, Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna, Roma, Donzelli, 1999. Ma la stessa prospettiva “sistematica” circola largamente in molti atti di convegni e delle occasioni celebrative sia di Filippo II sia di Carlo V. In particolare vanno ricordati B. Anatra- F. Manconi,(a cura di), Sardegna, Spagna e Stati italiani nell’età di Carlo V, Roma, Carocci, 2001; G. Galasso-A. Musi(a cura di), Carlo V, Napoli e il Mediterraneo, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria 2001; Idd.(a cura di), Italia 1650, Napoli, Cuen, 2002; F. Cantu’-M.A. Visceglia(a cura di), L’Italia di Carlo V.Guerra, religione e politica, Roma, Viella, 2003; G. Galasso-C.J. Hernando Sanchez(edd.), El Reino de Napoles y la Monarquía de España. Entre agregación y conquista(1485-1535), Real Academia de España, Madrid 2004; B. Anatra-G. Murgia (a cura di), Sardegna, Spagna e Mediterraneo. Dai re Cattolici al secolo d’oro, Roma, Carocci, 2004 ^
30 G. Galasso, Il sistema imperiale spagnolo da Filippo II a Filippo IV, in P. Pissavino – G. Signorotto (a cura di), Lombardia borromaica, Lombardia spagnola(1554-1659), Roma, Bulzoni, 1995, vol. I, p. 19 ^
31 J.A. Maravall, Stato moderno e mentalità sociale, Bologna, il Mulino, 1991, vol. I, p. 235.^
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