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Anna Dolara e la rivoluzione in convento
di Valeria Cocozza
Dando alle stampe un altro volume per la collana La memoria restituita. Fonti per lo storia delle donne [La rivoluzione in convento. Le Memorie di Anna Vittoria Dolara (secc. XVIII-XIX), a cura di S. Ceglie, con un saggio di S. Cabibbo, Roma, Viella, 2012, pp. 311] la casa editrice Viella offre un caso − assai emblematico − per gli studi di genere nell’Italia moderna. La storia di genere e, nello specifico, la monacazione femminile è un tema ormai molto studiato dalla storiografia modernista, ma che non smette mai di esaurirsi, con esiti di ricerca sempre accattivanti e suggestivi, come dimostra, appunto, il libro che qui stiamo discutendo.
Il volume a cura di Simonetta Ceglie è incentrato, in particolare, sulla figura di suor Anna Vittoria Dolara, monaca domenicana vissuta a Roma tra il 1764 e il 1827, figlia di Maurizio Dolara, primo cameriere del principe di Piombino Gaetano Boncompagni-Ludovisi. Anna Vittoria rappresenta uno dei numerosi esempi di ascesa socio-culturale negli ambienti cortigiani, in questo caso, della Roma del Settecento. In tal senso, Simonetta Ceglie ricorda l’esempio di Gaetano Moroni che, «figlio di un oscuro barbiere, entrò a far parte della corte del cardinal Cappellari» (pp. 67sgg.), ma in generale altri casi sulle reti di relazioni e di patronage all’ombra dei monasteri romani erano già noti grazie al lavoro di Renata Ago in Carriere e clientele nella Roma barocca (Bari, Laterza, 1990).
È certo, comunque, che Anna Vittoria fosse una monaca sui generis, come si mette molto bene in evidenza nel volume Rivoluzione in convento attraverso non solo i saggi introduttivi, ma soprattutto grazie alle appendici documentarie che testimoniano le attitudini di Anna Vittoria nei panni di cronista, poetessa e miniaturista. Cresciuta nel microcosmo di casa Colonna, Anna Vittoria poté entrare in contatto con gli ambienti cortigiani e culturali della Roma del XVIII e XIX secolo. Inoltre, la protezione e la conoscenza dell’abate Gioacchino Pizzi, poeta e drammaturgo, le consentirono di entrare anche nell’Accademia dell’Arcadia.
Attraverso il contributo di Simonetta Ceglie viene analizzato il profilo biografico di Anna Vittoria Dolara, senza lasciare nulla al caso e con vera dovizia di dettagli, ricostruendone biografia, genealogia, educazione e vita monastica. In realtà, come avvisa la Ceglie, sulla figura di Anna Vittoria era stata già posta l’attenzione agli inizi del secolo scorso da parte, perlopiù, di studiosi stranieri (pp. 53-56). L’ambiente in cui quest’ultimi avevano potuto avvicinarsi alle fonti documentarie e monumentali, all’epoca superstiti, aveva consentito loro di cogliere numerosi dettagli e fonti dirette sulla vita di Anna Vittoria, a partire proprio dalla possibilità di frequentare i luoghi in cui la monaca aveva vissuto. In tal senso, i lavori già editi sono stati, per questo volume, la base dell’indagine e della ricostruzione della biografia di Anna Vittoria Dolara, rispetto, invece, alla ‘consueta’ − ci viene da dire − dispersione odierna della documentazione scritta tra diversi istituti di conservazione (si veda, per questo, quanto dice la stessa Curatrice alle pp. 125-127).
Il manoscritto contenente le Memorie del Venerabile Monastero de’ SS. Domenico e Sisto dall’epoca della Repubblica a tutto l’anno 1817 di Anna Dolara, centro effettivo dell’attenzione del volume di cui stiamo parlando, era già stato tradotto ed edito da Joachim Joseph Berthier nel 1919. E un’altra edizione era stata curata dalla stessa Simonetta Ceglie nel 1993 (p. 133). La novità di Rivoluzione in convento si trova prima di tutto nell’apparato di note critiche poste a corredo della trascrizione del manoscritto, oltre all’attenta opera di commento e contestualizzazione offerta dai saggi di Sara Cabibbo e di Simonetta Ceglie. Quest’ultima, per altro, dichiara di non aver esaurito, con questo lavoro, le sue ricerche su questa poliedrica donna romana, annunciando l’uscita di un altro volume (p. 62).
Se il contributo di Simonetta Ceglie verte sulla figura di Anna Vittoria Dolara, quello di Sara Cabibbo, che qui proponiamo alla discussione con un ordine inverso rispetto a quello in cui si presentano nel libro, è incentrato sul contesto sociale e politico in cui nacquero le Memorie. Come «una cronista, un’ospite e insieme una testimone oculare», suor Anna Vittoria, nel 1810, attingendo alle fonti dell’archivio del convento dei SS. Domenico e Sisto, all’epoca da poco restaurato, e dai racconti delle consorelle, riprese, dopo oltre un secolo, la storia del monastero domenicano. Le Memorie facevano parte, infatti, di un piano assai più ampio volto a raccogliere le cronache del monastero, scritte in dodici volumi a partire dal 1632, da quattro diverse religiose. Suor Anna Vittoria Dolara fu la terza cronista a scrivere le memorie monastiche.
Scrivendo in terza persona, la Dolara ripercorre la storia del monastero dei SS. Domenico e Sisto a partire dal 1798, prima che lei stessa vi venisse trasferita, per proseguire poi, sempre in terza persona, a raccontare la vita monastica nel periodo che vi trascorse. «La cronaca di madre Dolara», scrive la Cabibbo, «ci trasporta […] lungo i sentimenti che agitarono le menti e i cuori delle monache di S. Domenico, restituendoci attraverso le loro esperienze e il loro sguardo le vicende di una città vissuta fino ad allora nel più lungo tempo immaginabile, trovata improvvisamente catapultata nel più convulso contesto evenemenziale, quello passato alla storia con il nome di biennio giacobino» (p. 24). Per effetto delle soppressioni, avviate nel biennio giacobino, la popolazione monastica della Roma del tempo subì un vero e proprio sconvolgimento, con trasferimenti di persone, risorse e beni da un monastero all’altro; destino che toccò alla stessa Anna Vittoria, trasferita dal monastero di S. Maria Maddalena a Monte Cavallo a quello di S. Domenico a Mangianapoli, dove rimase fino al 1817.
Le Memorie, però, non contengono nessun cenno, o perlopiù molto rapido, a quanto accadeva fuori dall’hortus clausus compresa, per esempio, la nomina del pontefice Pio VII Chiaramonti, perché − scriveva la monaca − «non si appartiene a queste memorie il rammentare le inestimabili doti di questo nuovo Pastore e Sovrano, bastando solo accennare che Roma tutta era nella più viva impazienza di possederlo» (p. 28).
Segni della Rivoluzione in convento si colgono, comunque, nel racconto delle requisizioni di arredi sacri fatti dalle truppe francesi, degli arrivi di nuove religiose trasferite dai rispettivi monasteri soppressi e in molti altri aspetti della quotidianità conventuale. Ai racconti della vita monastica in S. Domenico non mancarono neanche quelle espressioni tipiche della socialità, per esempio dei cerimoniali che si svolgevano in occasione delle vestizioni e delle professioni monastiche o quando si dovevano ricevere ospiti più o meno prestigiosi, come accadde nel caso di Maria Luisa di Borbone. Quest’ultima giunse nel monastero nel 1810 e la sua permanenza fu organizzata − e raccontata nelle Memorie − nei minimi dettagli, accomodando e arredando le stanze che l’avrebbero accolta (pp. 39 sgg.).
Il volume di cui stiamo parlando si inserisce, quindi, in quel filone storiografico, non solo della storia di genere e della monacazione femminile, ma anche delle scritture femminili interne alle mura claustrali. La stessa Sara Cabibbo aveva trattato il tema in Scrivere in monastero nel XVII secolo, in Esperienza religiosa e scritture femminili tra medioevo ed età moderna, a cura di M. Modica Vasta (Acireale, Bonanno, 1992). Prendendo spunto proprio da questo suo lavoro l’Autrice, nel paragrafo dedicato a Cronaca, memoria e autorappresentazione, analizza la produzione memorialistica nei monasteri romani con un’attenzione particolare al periodo del biennio rivoluzionario, epoca che interessa le Memorie della Dolara (pp. 19-31). Null’altro è detto sulle scritture femminili nell’Italia moderna. È solo a proposito di questo che sentiamo di poter fare l’unica integrazione a un volume che, di per sé, ci sembra molto esaustivo in tutti gli aspetti che tratta.
Il tema delle scritture femminili, verso il quale la storiografia italiana è da tempo assai sensibile, viene solo in parte sfiorato, per dare giustamente risalto al ruolo e alla figura di Anna Vittoria Dolara, unica cronista conosciuta e di cui resta memoria nella Roma del ventennio rivoluzionario. Diversi sono, però, i lavori dedicati all’argomento delle scritture femminili, tanto nel mondo laico quanto in quello religioso. Citiamo, per esempio, tra i lavori a cura di Gabriella Zarri, Per lettera. La scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia secoli XV-XVII, (Roma, Viella, 1999), o ancora I monasteri femminili come centri di cultura fra rinascimento e barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Roma, 2005 e Scritture di donne. La memoria restituita (Roma, Viella, 2007), a cura di M. Caffiero e M.I. Venzo. Tra gli esempi di scritture femminili nella sfera laica vogliamo rinviare al caso assai suggestivo della napoletana Antonia Battimiello studiato da Elisa Novi Chavarria in Sacro, pubblico e privato. Donne nei secoli XV-XVIII (Napoli, 2009, in particolare pp. 187-204) e, per un inquadramento generale, si veda anche il recente volume di X. von Tippelskirch, Sotto controllo. Letture femminili in Italia nella prima età moderna, Roma, Viella, 2011.
Con le Memorie del Venerabile Monastero de’ SS. Domenico e Sisto Anna Vittoria Dolara si è resa unica «interprete sensibile e moderna di un’età di trapasso» (p. 62) assai importante per la storia non solo conventuale, quanto socio-politica dell’Italia di Antico Regime, che viene riscoperta da questo interessante volume.
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