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L’esistenza della moneta e le sue conseguenze
di Massimo Lo Cicero
1. Una premessa di fondo ed un sommario

Partiamo dal modo con il quale John Hicks, un economista molto attento alla teoria monetaria ed alla crescita, apre la prefazione di uno dei suoi libri più famosi.
Quando si chiede allo studente “cosa è la moneta?” egli non può che dare la risposta convenzionale. La moneta è definita dalle sue funzioni: è moneta ogni cosa usata come moneta: “la moneta è ciò che la moneta fa”. Le funzioni della moneta sono di tre tipi: servire come unità di conto (o “misura dei valori” secondo la definizione di Wiksell), come mezzo di pagamento, e come riserva di valori. Non ho alcuna obiezione da fare a questa classificazione tradizionale e la darò per scontata in quanto segue. Vorrei però andare oltre e porre un’ulteriore domanda: qual è il rapporto tra questa classificazione per funzioni e l’altra pure ugualmente famosa classificazione tripartita, i motivi per cui – secondo Keynes – si detiene moneta: il motivo delle transazioni, precauzionale e speculativo? Anche queste sono ragioni per cui, in un certo senso, è necessaria. Dovremo riuscire a spiegare come le due triadi si accordino. Non penso che dovremo attenderci una corrispondenza perfetta, la classificazione di Keynes è essenzialmente “ravvicinata”: si riferisce al comportamento di un individuo singolo, che opera in un sistema monetario già definito. È illuminante soprattutto se guardiamo da una certa distanza, così che anche lo stesso sistema monetario è libero di cambiare.

Questa lunga citazione, come avevamo anticipato, è l’incipit del primo capitolo di un libro importante per la teoria monetaria. Si tratta di Saggi critici di teoria monetaria, pubblicato per la prima volta dalla Oxford University Press, nel 1967.
Il volume raccoglie una serie di saggi scritti. Di questo libro scrive, sempre lo stesso Hicks, nella sua prefazione:
Ho scelto di pubblicarli così e non come articoli sparsi su diverse riviste perché ho voluto che fossero letti assieme; ed ho preferito questa forma alla trattazione più sistematica di un trattato o di un libro di testo perché ho voluto che ciascun lettore li leggesse nell’ordine che riteneva più invitante. Questi saggi documentano il processo, durato molti anni con cui sono giunto alla mia concezione attuale della teoria monetaria. Per tutto questo tempo ho continuato ad imparare, e le cose mi sono diventate più chiare una dopo l’altra. Mi sono reso conto che la verità presenta molte facce. Qualsiasi presentazione uniforme potrebbe essere solo come una fotografia presa da un punto di vista particolare; modificando il mio approccio spero di aver raggiunto qualcosa di più stereoscopico.

Nella sua lunga vita, di studio e di ricerca, Hicks ha continuato a stupire i propri lettori per la sua capacità “stereoscopica” con cui è tornato più volte su questi temi, fino al suo ultimo volume, A Market Theory of Money, edito nel 1989, sempre della Oxford University Press, ma tradotto in italiano da il Mulino, nel 1992.
Chi scrive, avendo frequentato le pagine dei saggi critici di teoria monetaria nei primi anni Settanta, aveva apprezzato molto l’approccio stereoscopico. Tanto da ricordare oggi al lettore una seconda citazione di Hicks, sempre tratta dal volume in questione: alla pagina 127 della edizione italiana della Etas Kompass: «La teoria monetaria è meno astratta di gran parte della teoria economica: non può evitare un contatto con la realtà, che a volte manca in altre parti della teoria economica. Appartiene alla storia monetaria molto più di quanto la teoria economica appartenga alla storia economica».
In effetti, come vedrebbe chi volesse leggere l’intero capitolo da cui è tratta questa citazione, il nono, Teoria e storia economica – Una prospettiva, avvertirebbe che Hicks ragiona su tre piani e non solo su Teoria e Storia: il terzo essendo la storia del pensiero economico. Questa terza triade – tra storia, osservabile, teoria, cioè metodo analitico, e storia del pensiero, cioè opinioni, che si sono fronteggiate nel tempo ed ancora oggi non trovano punti di convergenza condivisibili dall’insieme degli analisti, e di conseguenza dall’insieme di coloro che progettano e gestiscono politiche economiche e, nel caso in questione, politiche monetarie – è ancora incompleta: essa deve includere anche una quarta ed ultima gamba, la natura e l’architettura normativa ed organizzativa delle istituzioni, che quelle politiche monetarie devono progettare e gestire. Stereoscopico nel tempo e complicato nella configurazione, questo è il mondo della moneta e dei molti mercati, e delle altrettanto numerose istituzioni che danno vita a quei mercati. Affrontiamo l’impresa di descrivere l’esistenza della moneta e le sue conseguenze in questo scritto con molta modestia e la consapevolezza del fascino e della difficoltà che esso presenta, come abbiamo appreso da maestri che non è assolutamente facile raggiungere.
Questo testo presenta una stesura in tre parti, divise in cinque capitoli. Parte da una ricognizione sulle origini della moneta per proporre una interpretazione dei rapporti tra la moneta e l’economia monetaria di produzione (paragrafi 1-3).
Seguono alcuni approfondimenti su tre caratteristiche analitiche della moneta: l’analisi del settore reale dell’economia e la teoria quantitativa della moneta; la relazione tra moneta e mercati finanziari nella interpretazione di Keynes e di Tobin; la funzione e la natura dei derivati finanziari (paragrafo 4).
Si conclude con una ricognizione della prima crisi finanziaria del mercato globale, con una marcata attenzione alle vicende dell’Europa ed al destino possibile dell’euro (paragrafo 5).



2. Il ruolo e la collocazione della moneta nel sistema economico

La moneta, come molti strumenti a partire dalla mano di cui ognuno di noi dispone, viene utilizzata anche senza che le singole persone, servendosene, abbiano la capacità di comprendere il meccanismo endogeno dello strumento. Utilizziamo molte cose che non riusciamo a capire come sono state generate e come funzionino.
Le conseguenze che otteniamo dalla loro utilizzazione ci sono note per averle osservate e replicate ma, spesso, lo strumento non raggiunge i risultati che avevamo sperato di ottenere. Eppure la moneta, e le sue conseguenze sulla efficienza dei mercati e l’efficacia delle istituzioni che li regolano, generano, in molti casi, espansione e prosperità per le comunità servite da quei mercati e dalle istituzioni che li regolano.
In molti casi, tuttavia ed a conferma della nostra incapacità di prevedere sempre le conseguenze delle nostre azioni, la moneta e le sue conseguenze generano anche recessione od inflazione, caduta della produzione o svuotamento del valore che la moneta stessa rappresenta. Ed è in queste circostanze che ci accorgiamo di non conoscere adeguatamente la struttura e gli effetti potenziali degli strumenti tecnici ed istituzionali che, a partire dalla esistenza della moneta, abbiamo sviluppato: grazie alla tecnologia di cui, nel tempo, abbiamo saputo sviluppare la potenza; grazie a quello che abbiamo imparato dalla storia, che abbiamo vissuto e grazie all’architettura delle istituzioni, che abbiamo creato, per gestire la moneta e le sue applicazioni alla dinamica degli scambi ed alla crescita della ricchezza, che quella dinamica è in grado di produrre.
Possiamo dire che, in prima battuta, Moneta e Valore Economico siano i due pilastri dell’economia monetaria di produzione: essi si tengono reciprocamente insieme. Ma, cosa sia la moneta, se si deve assumere un punto di partenza largamente condiviso, non è affatto facile dirlo. Ripartiamo, allora, da una definizione che sia piuttosto una metafora. La moneta è la chiave di volta che consente ad un arco, composto di “pietre”, varie e diverse tra loro, di sostenersi tra due colonne (l’economia dei beni e dei servizi e l’economia dei titoli e della finanza) e dilatarsi – qui la metafora con l’arco dovrebbe essere intesa in un mondo a quattro dimensioni, come certamente è quello in cui agisce la dinamica economica: larghezza, altezza, lunghezza e tempo – di generare ricchezza ma anche di ridistribuirla, trasformando la crescita oggettiva della ricchezza in un processo di sviluppo, nel quale la utilizzazione della ricchezza generi risultati ampiamente condivisi: perché rispecchiamo il sistema dei valori non misurabili in moneta da parte della comunità, in cui si è manifestata la crescita.
Senza la crescita non c’è sviluppo ma senza condivisione dei risultati ottenuti utilizzando le risorse generate dalla crescita non si regge nel tempo lo sviluppo.
O meglio non si regge nel tempo una comunità che accetti come base della propria forma di governo una democrazia che includa due libertà: la libertà di agire, e di decidere secondo una regola di maggioranza, e la libertà dal bisogno dei partecipanti alle decisioni di quella democrazia.
Democrazia e mercati si sono allargati parallelamente per molti secoli ma, negli ultimi decenni, questo parallelo sembra non reggere la sfida. Al crescere delle dimensioni della economia di mercato nel mondo contemporaneo – una crescita che allarga la dimensione della ricchezza a miliardi di persone che prima ne erano esclusi – la forma di Governo degli Stati assume progressivamente modelli imperiali ed autoritari.
D’altra parte, la dimensione dei mercati e la dimensione dei perimetri delle organizzazioni statuali non coincidono, oggi, e non hanno sempre, nel corso del tempo, coinciso tra loro. La formazione di larghi imperi multinazionali ha consentito di includere all’interno di quei perimetri mercati vari e diversi.
Oggi, e questa è una differenza rispetto al caso precedente, si sta formando un mercato globale in molti campi dell’azione economica. Certamente esiste un grande mercato finanziario globale, che include attività di tipo creditizio e di tipo finanziario.
Ma esistono anche grandi mercati di beni e di servizi, che includono ampie “regioni” del mondo contemporaneo, che, nel governo dei fenomeni economici, utilizzano istituzioni e le regole che rendano omogenei, o almeno cerchino di farlo, i processi operativi e le condizioni alle quali si chiudono gli scambi che sono l’oggetto di quelle dinamiche. In questo contesto, in divenire ed incompiuto, si può dire che la moneta sia il traits d’union tra i mercati, dei beni e dei servizi, ed i mercati dei titoli di credito e della ricchezza mobiliare. Le monete, infine, intese come valute che rappresentano la moneta emessa da Stati nazionali, partecipano secondo un cambio – che rappresenta il prezzo di una valuta rispetto all’unità di un’altra valuta assunta come metro – al mercato finanziario globale. Quando si dice che un dollaro americano quota 1,30 euro, questo significa che un cittadino americano per comprare un euro deve pagare 1 dollaro e 30.
La moneta, insomma, si presenta come dato fondativo ed indispensabile dei mercati e questa presenza nasce da una caratteristica singolare, derivante dalla trasformazione delle economie di riproduzione semplice – quelle nelle quali non si allarga la dimensione della ricchezza attraverso una moltiplicazione delle merci e del valore economico delle stesse – in vere e proprie economie monetarie di produzione.
Una trasformazione che si è consolidata, in Occidente, da centinaia di anni e che ha avuto una straordinaria accelerazione negli ultimi venti anni.
Una economia monetaria di produzione, come vedremo meglio nel paragrafo successivo di questo scritto, è una economia nella quale sono pienamente emersi i tratti fondanti del processo di riproduzione allargata della ricchezza: le basi oggettive della crescita che consente anche lo sviluppo economico. Basi che si possono indicare come la relazione biunivoca che si stabilisce tra il sistema degli scambi e la formalizzazione organizzativa ed istituzionale delle entità che governano i processi di scambio1.
La comparsa, nella comunità dominata da un Sovrano, di arti e mestieri, produttori e mercanti, dotati di una identità sociale gerarchicamente sottoposta ai ceti dominanti, come la nobiltà ed il clero, ma capaci di produrre norme e codici di comportamento per se stessi, genera un formidabile cambiamento. Si configura – questa è la trasformazione che avvia la crescita sistematica della ricchezza – una relazione tra il potere che governa legittimamente la società e le norme endogene di quella parte della comunità che dettano la creazione di entità formali, altrettanto legittime nella sfera del potere sovrano ma capaci di darsi organizzazioni e funzioni anche autonomamente e, quindi, parallele all’esercizio della sovranità in essere, dedicate alla moltiplicazione del valore economico2. Ovviamente, in ogni economia che avesse appena varcato la soglia della riproduzione semplice, e del baratto all’interno di una piccola comunità, era apparsa una moneta, un segno che rappresentasse la possibilità di confrontare il valore relativo dei beni e di fluidificare la loro circolazione all’interno della comunità.
Ma, come vedremo nel seguito, la necessità di utilizzare una moneta, così come essa è andata configurandosi, è stata generata proprio dalla circostanza che i processi di riproduzione delle merci raggiungessero una scala crescente di dimensioni al passare del tempo. Questa natura, dinamica ed espansiva, dei processi economici e la moneta, probabilmente, non avrebbero potuto manifestarsi se non congiuntamente: sostenendosi a vicenda nella crescita come nella configurazione della moneta.
La dimensione degli scambi, cioè la nascita dei mercati, e la costituzione di poteri sovrani, sorretti dalla forza delle armi e dal controllo delle risorse primarie, come la terra, danno luogo ad una combinazione nella quale la moneta viene introdotta dai mercanti, e dalle loro regole ed ordinamenti spontanei, ma viene anche rivendicata dai poteri sovrani. Quei medesimi poteri sovrani, per alimentare la forza delle armi e la capacità di riordinare i propri domini, avranno avuto naturalmente bisogno di utilizzare i servizi di quella parte dei mercanti, che si erano trasformati in intermediari delle promesse di pagamento: cioè i titoli generati nell’ambito ristretto della comunità degli affari. I mercanti che sceglievano questo percorso diventavano, di conseguenza, antesignani dei futuri banchieri d’affari (merchant bankers). Al servizio degli scambi tra mercanti, che commerciavano in beni ed al servizio dei Re e degli Stati.
Insomma, la moneta, paradossalmente, esiste in quanto legittimata come istituzione sociale perché di essa si è appropriato il Sovrano, che aveva il potere ed il diritto di governare lo Stato, sottraendola alla comunità degli affari che si andava formando, in parallelo con il processo di formazione degli Stati nazionali in Europa3.
Certamente la moneta, per millenni, venne considerata anche una merce oggettivamente utile e scarsa e, dunque, meritevole di avere un valore economico di riferimento: oro, argento ed altri metalli, rari e densi, pesanti e non trasportabili facilmente ma, proprio per questo motivo, adatti ad essere custoditi in luoghi riservati e protetti, sono stati le monete di larga parte di imperi e nazioni.
Questa circostanza spiega come la moneta non si possa ridurre solo ad un numerario, cioè ad un metro del valore economico.
Quella dimensione numeraria si traduce, però, nello strumento più naturale da utilizzare come equivalente generale degli scambi, di merci come di titoli. Ma questa seconda funzione che il numerario assume, in quanto metro del valore, diventa la ragione d’essere di una terza funzione: se la moneta compra tutto ma tutte le altre merci non sempre possono “ricomprare” la moneta al medesimo prezzo, è naturale che essa diventi una riserva di valore, un modo di tesoreggiare il valore economico a prescindere dalla natura delle merci che, in futuro, intendiamo comprare.
Appaiono, in questo modo, due dati oggettivi importanti nella relazione tra la moneta e le merci, i servizi ed i titoli:
• Il primo dato è il fatto che la moneta può essere svuotata di un parte del suo valore da una modificazione del valore economico delle merci, dei titoli o dei servizi. Inflazione e recessione, un rialzo od una caduta generalizzata dei prezzi, possono alterare il rapporto tra la moneta ed il valore delle merci, dei servizi e dei titoli. Se la moneta fosse solo rappresentata da metalli particolari essi stessi avrebbero un valore relativo nei confronti delle altre tipologie di oggetti che hanno un valore economico. Ma questo svuotamento ha una natura bilaterale e non univoca. La quantità di minerali rari disponibili per essere trasformati in moneta poteva essere aumentata secondo la scoperta di nuove disponibilità di quei minerali e la capacità di estrarli, creando miniere e fucine per trasformarli. La moneta, insomma, era una quantità di metallo definita nella grandezza e marchiata come tale: con la faccia del Sovrano o di un simbolo di fertilità. O con entrambe sulle due facce della stessa. Quel marchio rendeva legittima la moneta e la pretesa, del sovrano di turno, sul suo valore intrinseco come abbiamo detto prima, quando abbiamo descritto l’appropriazione della moneta da parte del Sovrano rispetto ai Mercanti di titoli. Le monete metalliche, tuttavia, potevano essere “tagliate” durante la fusione delle stesse, con altri metalli, o rimodulate nella dimensione del formato. Esse venivano coniate perché quella manipolazione le configurasse come metro del valore ma quel metro poteva essere alterato dalla persona, il Sovrano, che aveva ottenuto il potere di emetterla4.
• Il secondo dato di fatto è riconducibile alla circostanza che si possono definire i prezzi relativi delle merci e dei servizi, in quanto tali, ipotizzando un modello di equilibrio economico generale degli scambi fra merci e servizi che non includa la moneta. Che, in questo caso, verrebbe ad assumere la natura di un oggetto di analisi che abbia una dimensione specifica, storicamente evidente nella sua esistenza, ma analiticamente separabile dalla determinazione dei rapporti di scambio tra le merci: un velo che ricopre la variegata altitudine dei valori economici, per ogni singola merce, segnalandone le dimensioni come, appunto, un velo adagiato su un corpo che esista a prescindere, separato ed indipendente dal velo stesso.
Se, inoltre, si prendesse in esame il carattere duale che viene ad assumere l’economia monetaria di produzione grazie alla funzione di connessione, che la moneta determina tra il sistema finanziario ed il sistema reale, si otterrebbe un risultato ulteriore e singolare. Anche in questo caso si potrebbero avere due sistemi, ciascuno in condizioni di equilibrio economico generale.
Da un parte, come prima, il sistema delle merci e dei servizi reali, ma denominati in moneta. Dall’altra parte un equilibrio economico generale dei mercati finanziari che includerebbe i titoli di debito, pubblici e privati, i titoli mobiliari, cioè le azioni di ogni genere e tipologia, i derivati e la moneta, considerata e definita come un asset finanziario singolare: l’unico che non genera un rendimento, cioè un interesse, ma che viene considerato come una riserva di valore.
Perché la moneta compra tutte le merci ed i servizi, ed anche tutti i tipi di titoli, ma non sempre si può ottenere la reversibilità di quell’acquisto. Perché, nella dinamica irreversibile del tempo, il prezzo dei beni e dei servizi, come abbiamo già detto, ma anche quello dei prodotti finanziari, potrebbe essere cambiato e non sarebbe possibile ottenere la medesima quantità di moneta, che era stata utilizzata nella data della prima operazione di acquisto, vendendo il titolo o la merce acquistata precedentemente.
Entrambi i due sistemi, nei quali viene segmentata la economia monetaria di produzione, misurano il valore economico che si esprime nelle merci e nei servizi, da una parte, e, dall’altra parte, nei crediti e nei debiti, nei titoli, azionari ed obbligazionari che siano, o nei derivati, sui titoli e sulle merci che sono ormai una parte assai rilevante dei mercati finanziari. Mutazione intervenuta in scala crescente negli ultimi venti anni. Come vedremo più avanti, però, i derivati sono stati scoperti ma non inventati dai mercati finanziari nella seconda parte del ventesimo secolo: la relazione che essi generano combinandosi con le merci, o con i titoli, era nota e conosciuta sin dall’origine della economia monetaria di produzione. Certamente era nota a coloro che, dalle repubbliche marinare in poi, crearono in Europa le condizioni per una evoluzione della moneta, della finanza, della creazione di società di capitale, della separazione tra titoli di credito e titoli azionari e della conseguente possibilità di creare prodotti finanziari agganciati, derivati e derivanti, dai titoli o dalle merci.
In definitiva, nell’ambito di una economia monetaria di produzione, detenere moneta rappresenta una forma di assicurazione contro due eventi: il passare del tempo e la impossibilità di conoscere il valore economico futuro dei beni e dei servizi come dei titoli e di ogni altro prodotto finanziario. Il tempo e la limitatezza delle nostre conoscenze, dunque la incertezza nella conoscenza di quali possano essere e siano, nel tempo, i valori economici dei titoli e delle merci, rappresentano i pericoli contro i quali ci assicuriamo trattenendo moneta come scorta liquida5. Ma è venuto ora il momento di descrivere sia i modi e le forme, con cui l’economia monetaria di produzione ha avviato la propria ascesa, che il ruolo centrale, ricoperto da Istituzioni Statali, sistema bancario, intermediari finanziari ed imprese, nella dinamica dell’economia monetaria di produzione. Un insieme di entità che, come è facile intuire, sono il risultato delle forme organizzative, delle norme e delle regole che hanno sviluppato i detentori del potere politico ed i creatori di quelle singolari istituzioni, che sono le imprese, le banche e gli intermediari finanziari, in quanto articolazioni successive della creazione e della gestione della moneta. A partire dalla contraddizione iniziale che oppose i sovrani ai mercanti, ed ai banchieri, che dei mercanti sono una forma evolutasi, grazie alla divisione del lavoro che informa di sé la economia monetaria di produzione. Possiamo anticipare, insomma, che la tensione tra potere politico e potere economico si governa proprio su una doppia frontiera.
Quella della moneta, della finanza e delle banche come sistema di mercati ed intermediari, i quali chiudono la relazione tra tre fenomeni: la produzione di merci e servizi; la distribuzione di redditi derivanti da quella produzione a lavoratori, fornitori e proprietari delle imprese produttrici; la regolazione dei pagamenti tra moneta e titoli nei portafogli di coloro che praticano i mercati mobiliari e la regolazione di crediti e debiti di coloro che risparmiano e trasferiscono quel risparmio ai progetti di investimenti realizzati dalle imprese6.
Al centro di questo sistema si è collocata, nel tempo, una singola banca centrale, autonoma dal potere politico nelle sue forme statuali ma legata alla funzione di banca dello Stato e di banca della banche.
La seconda frontiera è quella della tutela della competizione tra imprese per garantire la capacità dei mercati, dei beni e dei servizi, di rendere efficiente la dimensione dei processi produttivi, contenendo, per questa strada, grazie alla competizione sui mercati finali come su quelli intermedi, anche una ragionevole calmierazione dei prezzi.
Lungo questo crinale, la limitazione dei poteri di monopolio sui mercati, sorgono Autorità indipendenti autonome e non sottoposte, gerarchicamente, agli apparati della pubblica amministrazione governati dagli Stati.
Banca centrale ed Antitrust sono le due necessarie articolazioni di un terreno neutro, rispetto ai Mercanti ed ai Sovrani, per garantire la stabilità e la sostenibilità della crescita nelle economie monetarie di produzione. Lo Stato come regolatore della produzione ed il “liberismo” che chiude la porta in faccia allo Stato – laissez faire, laissez passer – sono due opzioni inutilizzabili per governare l’economia contemporanea e la sua progressiva trasformazione in un mercato globale.
Ridurre la dimensione delle attività dello Stato, e trasformare le modalità con cui esso interviene nella redistribuzione del reddito prodotto dalla espansione dell’economia monetaria di produzione, è assolutamente necessario.
La grande sfida è regolare l’esistenza della competizione e la presenza di stabilità, nel valore della moneta e nella struttura degli intermediari finanziari, con strumenti, rispettivamente, indipendenti ed autonomi dal potere dello Stato. Strumenti che non siano, ovviamente, progressivamente “catturati” dai Mercanti, la libertà dei quali nella creazione di istituzioni, le gerarchie, e nella gestione degli scambi, i mercati, deve essere tutelata.
Questo triangolo tra potere politico, potere economico e strumenti autonomi ed indipendenti, ma concorrenti nella creazione della crescita stabile e sostenibile, rappresenta il futuro auspicato, ed auspicabile, delle politiche economiche.
Dopo i molti fallimenti del dirigismo statuale e del liberismo antistatale.



3. L’economia monetaria di produzione: il conflitto tra Imprenditori, Banchieri e Sovrani e la sua evoluzione. Una parentesi analitica.

I mercati finanziari contemporanei sono il risultato di un lungo processo di convergenza conflittuale tra due forze: la forza, ed il potere politico, dei Sovrani e la forza, ed il potere economico, dei Mercanti. Questo è il punto di partenza della nostra interpretazione della economia monetaria di produzione.
I Sovrani controllano la terra, ed i suoi prodotti, ed utilizzano il proprio potere militare per allargare la sfera della propria influenza politica.
I Mercanti hanno sviluppato le tecniche, e le tecnologie, per moltiplicare gli effetti delle capacità creative delle singole persone, combinando il talento delle persone con le tecnologie, lo sviluppo delle quali hanno promosso e finanziato nel tempo.
I Mercanti controllano, perché ne hanno una profonda conoscenza, la forza che consente di espandere la ricchezza attraverso la combinazione tra la produzione e la circolazione delle merci ma hanno bisogno della forza dei Sovrani, perché essa tuteli la proprietà, che è la base dello scambio, ed il patrimonio delle famiglie, che si espande grazie alla combinazione di scambio e produzione.
I mercanti sanno che la produzione genera valore economico ma che esso si realizza, ottiene il suo closing, solo nello scambio. Quando si chiude il cerchio della riproduzione allargata del valore economico, inizialmente impiegato nella produzione.
Il valore economico maturato al termine di un ciclo di produzione viene redistribuito tra coloro che hanno concorso nel processo lavorativo: coloro che hanno conferito materie prime e tecnologie, coloro che hanno conferito lavoro, coloro che hanno organizzato il processo. Questo è quello che accade quando i Mercanti non si sono ancora trasformati in Merchant Bankers7.
In effetti la prima forma di moneta che si sviluppa sono i titoli di debito, che sono ovviamente anche titoli di credito8.
Ogni mercante concede credito ad altri, od ai propri clienti, e ritira lettere di cambio per lo scambio avvenuto. Ritira documenti che provino l’esistenza del credito per quanto lo riguardi, e del debito corrispettivo per quanto riguardi la sua controparte.
Queste lettere sono una forma primitiva di cartolarizzazione degli impegni assunti nel contratto redatto tra il mercante e la sua controparte. L’esistenza delle merci, oggetto del contratto, rappresenta una garanzia implicita, essa stessa. Se, nel tempo che intercorre tra la data dello scambio e la data della consegna del denaro la merce avesse perso parte del suo valore, in ragione di una mutazione dei prezzi e non certo di un danneggiamento causato dal consegnatario, il mercante potrebbe riacquistarla, ottenendo un profitto. Se il valore della merce fosse aumentato, per ragioni collegate al sistema dei prezzi e sulle quali, certamente il mercante avrebbe una informazione più compiuta di quella del consegnatario della merce, il mercante potrebbe facilmente ricomprarla pagandola al prezzo pattuito opponendo al consegnatario, magari la consegna di merce succedanea a quella consegnata originariamente. In questo secondo caso, particolare, la merce succedanea dovrebbe avere il valore della merce alla data della consegna ma avere, alla data del riacquisto un pezzo uguale al prezzo pattuito allora. Se la informazione tra i due contraenti è asimmetrica, come si è detto, una simile circostanza è verosimile e può essere realizzata dal mercante.
Come dovrebbe essere regolato il closing dello scambio?
Alla data della regolazione il compratore della merce potrebbe onorare il suo debito o con altra merce, continuando nella pratica, precedente all’esistenza della moneta, del baratto. Ovvero con moneta divisionale se la moneta avesse già fatto la sua comparsa. Questa moneta era rappresentata da moneta metallica, che esprimeva una frazione di quella custodita sotto forma di oro, argento o leghe di metalli pregiati ed era ottenuta con le medesime tecniche ma con metalli meno rari e dunque anche meno significativi in termini di valore intrinseco.
Insomma, tra i due attori dominanti del processo di espansione della economia monetaria di produzione – nella fase di fuoriuscita dalla lunga crisi sopravvenuta alla fine dell’impero romano di Occidente e di rinascita delle città e delle comunità, anche fuori dalle organizzazioni concentrate, castelli ed abbazie, e grazie alle tecnologie che consentivano di redigere e gestire contratti e lettere di cambio ad essi ancorati – Mercanti e Sovrani finanziavano con cambiali private e moneta metallica il circuito degli scambi.
I due casi che abbiamo segnalato come possibile derivazione di conseguenze, dovute alla mancata informazione da parte del compratore e di variazioni intervenute nel tempo intercorrente tra la stipula e la regolazione del contratto, sono il primo indizio di quello che diventerà la struttura dei prodotti derivati nella seconda metà del secolo ventesimo. Ma su questo dato torneremo in seguito.
Certamente le due fattispecie nascono dal dualismo tra la moneta prodotta dai mercanti, endogena rispetto al circuito della produzione e dello scambio, e la moneta dei Sovrani, dei Landlords, che appare chiaramente esogena rispetto ai protagonisti del circuito della produzione e dello scambio.
Il fenomeno decisivo per la creazione di mercati ed intermediari finanziari è la trasformazione di una parte dei Mercanti in Banchieri. Trasformazione che deriva proprio da una prima innovazione finanziaria: la possibilità di girare, con una firma di impegno e garanzia, la lettera di cambio utilizzandola per compensare la regolazione di un contratto. Nasce in questo modo la cambiale, un primo titolo di credito trasferibile come mezzo di pagamento. La metrica del valore era, evidentemente espressa nella misura che era necessaria a formare un prezzo, adeguato al valore, e quantificato nella relazione tra le monete metalliche ed il valore stesso. È interessante osservare che la lettera di cambio presentava una soluzione alternativa alla possibilità di trasferire, su strade e percorsi marittimi assai densi di rischio, le monete metalliche stesse. Quelle monete potevano restare nei forzieri dei banchieri, i negoziatori delle lettere di cambio tra i mercanti ed i loro clienti. Questi banchieri avevano anche una ulteriore opzione: ritirare monete metalliche e custodirle dando ricevuta del valore delle stesse ai depositanti. Ed in un primo tempo anche chiedendo una commissione ai depositanti per coprire le spese relative alla custodia ed alla difesa delle monete accettate dal banchiere contro i rischi del furto delle stesse.
Gli stessi Monti di Pegno offrivano la medesima soluzione, accettando merci e non monete metalliche o metalli preziosi in lingotti, e rilasciando ricevuta di avvenuta consegna e custodia che potevano essere girate a terzi, proprio come le ricevute rilasciate dal banchiere a chi depositava monete e metalli.
Questi biglietti di banca, banconote, erano la prima forma di moneta circolante che rendeva più liquido il mercato dei beni e dei servizi.
I biglietti erano rilasciati da un banchiere, da una persona che non era solo un mercante, un artigiano, un agricoltore od un artigiano, tutti soggetti in grado di rilasciare e di girare una lettera di cambio. Il banchiere era una persona che amministrava e gestiva la ricchezza di altri e che, così facendo, governava le sorti di un patrimonio collettivo che, comunque, gli consentiva di incrementare anche il proprio patrimonio. Dunque la sua firma presentava un contenuto di garanzia più elevato di quello di una lettera di cambio emessa da un mercante e gli offriva una ulteriore opportunità.
I biglietti di banca, una volta messi in circolazione, potevano essere ridepositati su altre banche e diventare, in questo modo, veri e propri depositi bancari. A presidiare il valore dei biglietti emessi avendo accettato in amministrazione metalli preziosi o beni rilevanti, come nel caso dei Monti di Pegno, c’erano beni specifici ed individuabili. Quando fossero stati oggetti preziosi o lingotti di metalli. Ma le monete metalliche erano comunque fungibili tra loro. Dunque avendo nelle attività disponibili preziosi e monete, in una ragionevole quantità, si poteva moltiplicare l’emissione di biglietti da parte del banchiere oltre la disponibilità corrente delle monete metalliche. Al passivo del suo stato patrimoniale c’erano le banconote, i debiti della banca, mentre al suo attivo c’erano i preziosi e le monete metalliche.
La capacità di moltiplicare il credito, cioè di aumentare il volume dei prestiti a terzi si ampliò ulteriormente quando i terzi, che avevano ricevuto biglietti come remunerazione dei propri redditi, li depositavamo in banca.
Una parte di quei biglietti di banca, fungibili come e forse più delle monete metalliche, restavano a riserva, depositate nei forzieri delle banche, facendo parte delle attività della banca stessa. Mentre si poteva rimettere in circolazione la differenza tra i biglietti ricevuti ed il patrimonio del banchiere rispetto alla quantità delle riserve accumulate, in metallo, preziosi ed in biglietti. Quella differenza, cioè i prestiti erogati, allargava la massa di biglietti in circolazione e creava una ulteriore liquidità che accelerava la produzione degli scambi delle merci e dei servizi.
Erano nate le banche ed il canale di trasmissione bancario di una massa monetaria fiduciaria che allargava le opportunità di crescita per i mercati reali ed il benessere futuro della comunità9.
Una volta ancorato il volume delle banconote ad una frazione delle riserve auree e dei depositi bancari era pronta la scena per la nascita del legal tender: la moneta legale che nessuno può rifiutare di accettare in caso di compravendite e di rimborso dei debiti in essere. Lo Stato si faceva garante della bontà della moneta.
Come? Costituendo come banche centrali, agenti in esclusiva da un certo momento in poi nell’ambito del perimetro nazionale del mercato, della politica monetaria dello Stato. Banche centrali che diventano banche delle banche e banche dello Stato: capaci di finanziare sia il Sovrano che i Mercanti, che avevano scelto di essere banchieri ma che non avevano ottenuto la concessione di battere la moneta legale dello Stato nella valuta del quale erano denominati i biglietti che essi emettevano.
La seconda banca centrale fondata in Europa, che scontava a Londra le cambiali provenienti dal mondo intero, grazie alle grandi Compagnie di Mercanti, che solcavano i mari del mondo grazie all’ammiragliato di sua maestà britannica ed alla marineria che esso governava, fu la Bank of England.
Non era ancora finito il diciassettesimo secolo, era il 169410.
Pochi anni prima, nel 1668, la Svezia aveva creato la propria banca centrale: il Re, Gustavo III aveva designato un banchiere privato ad esercitare la funzione di banca delle banche e banca dello Stato11.
Le tecniche, da lui introdotte, generarono la crisi della sua banca ma diventarono le basi per la creazione di una banca centrale della Svezia.
Da quel momento le banche centrali avevano raggiunto anche un ulteriore obiettivo, come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti: oltre che banche delle banche, e banche dello Stato, erano diventate anche banche che regolavamo i trasferimenti internazionali di titoli e di moneta, di intesa con le grandi banche commerciali e con gli altri intermediari finanziari. Ma governavano, in primo luogo, i trasferimenti di oro e monete metalliche. Le riserve auree delle banche centrali erano la contropartita dei saldi attivi delle bilance commerciali mentre i movimenti di capitale, ed i finanziamenti bancari dal resto del mondo, alimentavano l’altra sezione della bilancia dei pagamenti.
Il rapporto tra le valute nazionali e l’oro, ed il rapporto tra il dollaro come moneta pivot tra l’oro e le altre valute, dalla fine della seconda guerra mondiale e fino al 1970, diventano le regole di funzionamento del sistema monetario internazionale12.
Tra le due guerre mondiali scoppia la prima grande crisi globale dell’economia monetaria di produzione. La interpretazione sulle cause e le conseguenze della crisi divarica ulteriormente le posizioni nell’ambito dell’economia. A Cambridge (UK) nasce una sorta di laboratorio, che aprirà una nuova prospettiva sulla interpretazione della moneta: o meglio di quello che essa è diventata dopo la lunga parabola che separa il mondo emerso dalla seconda guerra mondiale dalle repubbliche marinare.
Da quelle riflessioni nasce una discussione ancora aperta che non si può ridurre solo alla contrapposizione tra Keynesiani e monetaristi. Dopo molti anni dalla grande crisi il rapporto tra politiche fiscali e politiche monetarie non è più considerato solo come l’oggetto di una sorta di manicheismo: pro o contro Keynes. Anche perché lo stesso Keynes viene considerato abbastanza diverso dal Keynesismo che si era sviluppato negli anni Sessanta13.



4. Tre approfondimenti puntuali

Prima di passare alla dimensione contemporanea dell’economia monetaria di produzione esponiamo, in estrema sintesi, tre questioni analitiche che sono alla base degli strumenti interpretativi dei mercati finanziari.
Iniziamo dalla relazione tra moneta, interesse e prezzi e dalla conseguenza che deriva da questa relazione triangolare.
a) La dicotomia tra economia reale ed economia monetaria
La moneta può essere una riserva di valore od un mezzo di scambio.
La moneta, insomma, ha due funzioni fondamentali; anche se come mezzodi scambio può essere ulteriormente analizzata segmentandone le funzioni,come vedremo nel paragrafo successivo.
Se è un mezzo di pagamento al servizio degli scambi, come in parte è, lamoneta compra tutti i beni ed i servizi. Dunque il prezzo della moneta diventa il livello medio dei prezzi che si esprimono sul mercato.
La moneta, in questa configurazione, è un velo, che ricopre la varietà dei prezzi relativi che si determinano tra gli individui attraverso la domanda e l’offerta di ogni merce. Ed i prezzi assoluti sono solo i prezzi relativi moltiplicati per il metro monetario. Come dicono gli economisti che utilizzano la teoria quantitativa della moneta, l’aumento della quantità genera solo una crescita nominale del prezzo delle merci14.
Si crea una dicotomia tra il mercato reale e la moneta. Se la moneta, al contrario, la interpretiamo come una riserva di valore, allora la dicotomia viene a cadere: perché il prezzo della moneta è quello che si paga per ottenere da altri potere di acquisto, cioè il tasso dell’interesse che deve pagare chi desidera ottenere la disponibilità della moneta. Ma per ogni mercato, e per ogni merce, deve esserci un prezzo unico. E qui si biforca la interpretazione di questo problema.
Nella storia economica, e nella storia del pensiero economico, una delle due interpretazioni – mezzo di pagamento vs riserva di valore – ha prevalso sull’altra per dare un valore alla moneta. Sul piano analitico la questione è insidiosa.
Se il prezzo si determina in uno dei due mercati, allora, per la legge del prezzo unico in un mercato di equilibrio economico generale, quel prezzo deve valere anche sull’altro mercato. Se il prezzo della moneta viene individuato nel tasso di interesse non è possibile ottenere una forma dicotomica dei due mercati: da un parte la moneta, dall’altra il mercato dei beni reali. Se il prezzo della moneta è, invece, il livello medio dei prezzi, allora è possibile considerare un equilibrio economico generale perché, nei mercati finanziari, come accade nella teoria delle scelte di portafoglio, di cui parleremo nel paragrafo successivo, si considera la moneta reale, cioè la quantità di moneta divisa per il livello medio dei prezzi una delle variabili del sistema, che si affianca ai tassi di interesse relativi ai titoli obbligazionari ed al corso delle azioni, misurato come un coefficiente di variazione rispetto al valore delle immobilizzazioni tecniche che rappresentano quelle azioni: la q di Tobin15.
Per molti anni la teoria quantitativa della moneta è stata considerata il complemento dell’equilibrio economico generale fondato sui modelli di tipo walrasiano, che assumono l’utilità delle merci come misura dei valori. Ma anche come il complemento di un equilibrio economico dei prezzi che deriva dalla distribuzione del reddito prodotto, fondato sulla interpretazione di Ricardo. Che condivideva l’approccio quantitativo alla teoria della moneta. Keynes, con la sua teoria generale della moneta, rivela anche la instabilità intrinseca dei mercati, la impossibilità che essi raggiungano un equilibrio in assenza di una regolazione che consenta all’economia monetaria di produzione di mantenersi in equilibrio sul sentiero stretto di una crescita sostenibile governata da politiche monetarie e da politiche fiscali. Anche se Hicks e Tobin, per citare solo due delle possibili strade esplorate dalla economia politica, hanno comunque cercato di definire approcci analitici che fossero in grado di arrivare ad una descrizione formale dell’equilibrio economico generale di mercati monetari e reali.
Sta di fatto che, ancora oggi, si confrontino approcci eterodossi, che ragionano sui limiti del mercato e delle politiche statali, che pretendono di dirigere l’economia sostituendosi agli attori del mercato, banche ed imprese, ed approcci ortodossi, che immaginano di poter descrivere mercati di equilibrio economico generale.
Approcci che, per differenza tra i modelli proposti e le rilevazioni empiriche, delle dinamiche osservabili nei mercati esistenti, ci indicano lo scarto, e dunque la misura dei fallimenti del mercato e dello Stato e ci offrono la possibilità di correggerli.
b) La moneta e le scelte di portafoglio, l’equilibrio economico generale dei mercati dei titoli e della moneta
La moneta svolge funzioni varie e diverse rispetto ai beni, ai servizi ed ai titoli che si scambiano sui mercati. Nella Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, il suo volume più noto, Keynes individua una relazione di dipendenza tra la ragione per la quale si utilizza la moneta e la motivazione che quella ragione collega alla natura della funzione che essa dovrà svolgere. Definisce una relazione tra la domanda di moneta e la natura della funzione che essa rappresenta per chi esprime quella domanda16. Secondo Keynes la prima decisione, in ordine al proprio futuro, che assume un individuo in relazione alle proprie scelte economiche, è la individuazione della quantità di risorse, rispetto al suo reddito egli accantonerà per il consumo futuro. Questa frazione, la propensione al risparmio, è il complemento della propensione al consumo: della dimensione dei consumi che egli intende realizzare. Assunta questa decisione egli deve decidere la composizione di questo risparmio, cioè del reddito accantonato. Deve scegliere tra la tesaurizzazione della moneta legale, impiegare quella moneta legale in un deposito bancario, acquistare titoli del debito pubblico, obbligazioni private od azioni, od ancora altri titoli o beni reali. Se ci fermiamo alla dimensione finanziaria delle sue opzioni è evidente che egli si muove lungo una scala nella quale per le varie forme di impiego della moneta è crescente la difficoltà di individuare l’eventuale valore alla scadenza della durata che ognuna di quelle forme esprime nel tempo. Scrive Keynes nel capitolo riportato in nota della Teoria generale:
Dovrebbe essere ovvio che il saggio di interesse non può essere una ricompensa per il risparmio o l’astinenza come tali. Giacché se un uomo tesaurizza i suoi risparmi in denaro non percepisce alcun interesse, benché risparmi esattamente tanto quanto prima. Al contrario, la semplice definizione del saggio di interesse ci dice per se stessa che il saggio di interesse è la ricompensa all’abbandono della liquidità per un periodo determinato [...] il saggio di interesse non è il prezzo che porta all’equilibrio la domanda di mezzi da investire con la disposizione ad astenersi dal consumo presente […] è il prezzo che equilibra il desiderio di tenere la ricchezza in forma di denaro (moneta legale) con la quantità di denaro disponibile.

Date queste circostanze, se il tasso di interesse aumentasse si determinerebbe una eccedenza di denaro liquido e, di conseguenza, «la quantità di moneta è l’altro fattore che, unitamente alla preferenza per la liquidità, determina il saggio di interesse».
Questa preferenza per la liquidità si manifesta perché l’individuo è consapevole della incertezza che grava sulle dimensioni del tasso di interesse, inteso come rendimento degli eventuali titoli che egli scegliesse per sostituirli alla moneta nel proprio portafoglio17.
Ma questa preferenza per la liquidità, legata alla struttura dei mercati finanziari, cioè alla liquidabilità dei titoli ed al loro rendimento, che è collegato ad un rischio crescente al crescere del premio per il rischio che l’individuo deve stimare, si traduce in una domanda di moneta per fini speculativi. Una domanda che nasce dal desiderio di «trarre profitto dal conoscere meglio del mercato ciò che il futuro arrecherà».
Questo non è l’unico bisogno dell’individuo: egli esprimerà anche una domanda di moneta legata al bisogno di denaro che si collega alle sue «negoziazioni correnti degli scambi personali» ed anche una eventuale domanda per «motivi precauzionali» generata dal «desiderio di sicurezza riguardo all’equivalente futuro in denaro di una certa frazione dei mezzi totali» dei quali vorrà disporre.
La domanda per fini speculativi dipende dalla dimensione dell’offerta di moneta esogena, la moneta legale, ma anche alla struttura dei rendimenti e del corso dei titoli.
La domanda precauzionale, o per finalità transattive, si collega, invece, alla dimensione del reddito ricevuto dall’individuo. Dunque la moneta si presenta, con volti e funzioni diverse, su due mercati, come abbiamo detto precedentemente.
Questa descrizione delle funzioni della moneta implica che essa colleghi il mercato dei beni e quello dei titoli e, dunque, rivela la natura del titolo che Keynes scelse per il suo volume. Moneta, interesse ed occupazione sono il triangolo che lega lo sviluppo, possibile, della occupazione, che si espande all’espandersi della dimensione della produzione se esiste un ragionevole equilibrio tra tassi di rendimento dei titoli e corso delle azioni, compatibile con il sentiero di sviluppo che è stato realizzato18.
La moneta legale, l’offerta di moneta, non può essere allora né automatica né slegata dagli equilibri dei mercati dei beni come da quelli possibili nel mercati finanziari. Resta aperta la questione dell’esistenza di un unico equilibrio economico generale che si manifesti comunque e solo sulla base delle compensazioni che, per ogni bene e per ogni titolo, sono possibili in termini di domanda ed offerta degli stessi.
Questo equilibrio, nell’ottica keynesiana, è escluso in ragione delle forze oscure del tempo e dell’ignoranza, che producono il clima di incertezza. Sfidando il quale gli individui generano un rischio.
In un linguaggio più recente, a queste ragioni di incertezza si aggiungono gli effetti generati dalla mancata conoscenza completa delle conseguenze delle scelte individuali – gli effetti dell’ignoranza – in ragione dell’esistenza di informazioni inadeguate (hidden information) e di comportamenti non rivelati (hideen action), che pregiudicano la formazione di un equilibrio generale in termini di prezzi e di quantità che sia anche un equilibrio efficiente: il risultato che se ci fosse sembrerebbe realizzato da una sorta di mano invisibile.
In effetti sono le mani di coloro che guidano la politica monetaria, la politica fiscale, i mercati finanziari, le banche e le imprese che generano, quasi sempre, un risultato sub ottimale rispetto all’equilibrio economico generale ma che, proprio perché è sub ottimale, può sempre essere migliorato. Viviamo in un mondo imperfetto ma possiamo migliorarlo: anche Keynes sottoscriverebbe questa affermazione, come fanno oggi gli economisti keynesiani. Ma questi risultati ottimali si conquistano collegando tra loro le forze della cooperazione e quelle della competizione: lo scambio e le gerarchie.
L’altra alternativa, lo scambio o le gerarchie, il Mercato o lo Stato, è assolutamente inconsistente.
c) I derivati e la nuova finanza.
I derivati hanno fatto la loro apparizione sui mercati finanziari dopo la disdetta degli accordi di Bretton Woods (1970) e le crisi energetiche degli anni Settanta ma anche parallelamente alla diffusione delle tecnologie digitali, negli anni Novanta. Un periodo nel quale sono aumentate la volatilità dei tassi di cambio e si sono progressivamente integrati i mercati finanziari nazionali in un unico grande mercato finanziario globale. Essi rappresentano un insieme di prodotti finanziari che opera piuttosto per convivere con una crescente incertezza, alimentata da una altrettanto crescente volatilità, che non per la gestione, in termini di probabilità del rischio implicito nei portafogli di titoli finanziari od attività reali. I derivati aumentano il proprio valore in presenza dell’incertezza, essendo nati come prodotti che assicurano la possibilità di convivere con alcuni Stati del mondo quando sia aumentata la disponibilità di informazioni sull’esito di situazioni incerte. Trasferiscono a valle, rispetto allo scorrere del tempo, la possibilità di decidere in ordine ad una scelta economica. Per certi versi somigliano, nella loro funzione, alla liquidità generata dalla domanda speculativa di moneta descritta da Keynes e da Hicks, come abbiamo già detto. Quando cade il tasso dell’interesse quella domanda si allarga perché gli individui preferiscono restare liquidi, nell’attesa che si chiarisca l’esito dei valori, finanziari o reali sottostanti: valori sui quali sono state aperte delle opzioni.
Le opzioni essendo il cuore della finanza dei derivati. Una opzione è il diritto di vendere, o comprare in un certo tempo ed ad un prezzo determinato, lo strike price, un titolo finanziato od una attività reale: il sottostante del derivato19.
Paolo Savona ha avanzato da tempo la tesi che la domanda di derivati si comporta come la domanda speculativa di moneta ed ha i medesimi effetti sulla formazione delle dimensioni per il tasso di interesse. Quando quel tasso scende la domanda di derivati sale, come sale la domanda speculativa di moneta descritta da Keynes.
Facciamo un semplice esempio. Le opzioni più elementari sono la put e la call.
La put è il diritto di vendere il sottostante ad un prezzo determinato ed in un dato tempo; la call è il diritto di comprare il sottostante, in un dato tempo ed ad un prezzo determinato. Con i derivati si possono creare portafogli di posizioni che abbiano il medesimo esito quale che sia la dinamica futura dell’economia, e dei prezzi dei beni o dei titoli sottostanti. Ecco perché essi rappresentano, parafrasando Hicks, la funzione sociale che concede tempo per pensare20.
La naturale utilizzazione di questi strumenti sarebbe quella di svolgere un ruolo assicurativo, per permettere agli individui di coprirsi dall’incertezza degli eventi.
Ma lo strumento, una volta trasformato in un portafoglio di diritti può essere cartolarizzato, può diventare un titolo finanziario: proponibile al mercato.
Ingegneria finanziaria, cioè cartolarizzazione e finanza di progetto, unitamente ai derivati, sono la scatola degli attrezzi della così detta “nuova finanza” o “finanza innovativa”.
Se ricordate la considerazione sul diritto di rivendere, o ricomprare la cosa venduta, che abbiamo accennato negli scambi tra mercanti che non avevano ancora creato sistemi strutturati per gestire i titoli finanziari, cioè banche ed intermediari per collegare nel tempo le scelte di risparmio e di investimento i trasferimenti dal risparmio ai progetti di investimento per poter alimentare la crescita – capirete subito che la natura fondamentale dei derivati era ben nota a quei mercanti.
Essi, infatti li utilizzavano per glissare sulla corresponsione degli interessi sul debito che la cultura del tempo considerava essere lo sterco del demonio21.
Se avete due opzioni, la put e la call, che abbiamo il medesimo sottostante ed il medesimo strike price – il prezzo di esercizio della opzione – ed avete un titolo di credito che vale, alla scadenza della data delle due opzioni, che hanno in comune anche la medesima durata, quanto il prezzo di esercizio della opzione vale la seguente identità:
credito + call = sottostante + put,
che si può scrivere anche come:
credito = sottostante + put - call
Se un mercante possiede stoffa, che gli ha venduto un altro mercante per 100 talleri, ed ha anche il diritto ma non l’obbligo di rivenderla (put) tra un anno a 120 talleri mentre il venditore originario ha il diritto ma non l’obbligo di comprarla a 120 talleri, dopo un anno (call) si ottiene il seguente risultato alla fine dell’anno. Ovviamente i due mercanti, alla data della transazione e del relativo contratto, non sanno quali potranno essere i prezzi al termine dell’anno in questione. I derivati possono costruire una certezza nonostante le forze oscure del tempo e dell’ignoranza siano in azione.
Il primo mercante aveva ricevuto 100 talleri e, se il prezzo della stoffa scende sotto i 120 talleri, allora lui ha il diritto di rivenderla a 120 talleri e guadagna il 20%.
Se il prezzo è salito sopra i 120 talleri allora è l’altro mercante che la ricompra per 120 talleri (esercitando la call) ma il mercante che aveva comprato per primo, cioè ricevuto 100 talleri, guadagna comunque il 20% sul capitale investito. Chi ricompra può rivendere la stoffa al prezzo di mercato, che supera i 120 talleri, e dunque guadagna anche lui. L’economia sta crescendo! Ma anche se i prezzi fossero stati ridotti, cioè siamo in recessione, il mercante banchiere, colui che inizialmente deteneva una posizione di credito composta da un sottostante e due opzioni, riceve il medesimo tasso di interesse. È scomparso il rischio? Non è affatto vero.
Esiste, anche se non si vede a prima vista, un rischio di controparte: potrebbe darsi che uno dei due non abbia più abbastanza moneta per ricomprare. Questa circostanza genera un infarto di liquidità nel sistema. Ci vogliono contanti in circolazione per chiudere il cerchio. E non è detto che ci siano. Inoltre, e capita spesso, qualcuno avrebbe potuto creare quella posizione di credito sostenendola a sua volta con un debito. Ma se non riesce ad incassare il credito, per i motivi appena detti, e crea un effetto contagio di insolvenza: non può pagare il suo creditore, essendo egli stesso costituito come debitore22. Con i derivati, e non solo con le opzioni, si possono creare titoli di credito, strumenti intermedi tra le azioni e la moneta, che se fossero tali avrebbero la possibilità di essere valutati per grado di liquidità e rischio di tasso.
Non essendo configurati come titoli di credito, più o meno liquidabili, essi diventano titoli opachi: meno decifrabili. Non è detto che siano sempre e solo titoli spazzatura, a volte lo sono, ma il fatto è che non si riesca a capire quasi mai cosa sono.
Avendo raggiunto un tasso di sofisticazione tecnica nella costruzione dei portafogli che è davvero accessibile solo a pochi iniziati.
Le banche d’affari hanno utilizzato ampiamente la semplice struttura finanziaria, che abbiamo descritto nel nostro esempio, la put and call, per sostenere imprenditori che volevano ampliare i propri investimenti con azioni e non con debiti: un volume crescente di debito espone l’impresa al rischio crescente di fallimento, sempre per la circostanza che oggi non si conosce quanto sarà alto il tasso di interesse domani. Sempre di tempo e di ignoranza si torna a discutere, insomma. Per non mostrare alle banche una crescente fragilità finanziaria o per non perdere il controllo dell’impresa, uno dei soci di una società per azioni potrebbe fare un contratto di put and call con una banca. Le nuove azioni emesse dall’impresa vengono cedute al banchiere: diventano il sottostante e, se sostituite i dollari ai talleri, vi ritrovate con il medesimo risultato.
Se l’impresa ha dato utili adeguati al socio, e lui può ricomprare, tutto bene.
Lui è stato finanziato, il banchiere ha incassato il suo interesse, l’impresa è ancora sotto controllo. Se l’impresa non ha dato utili adeguati si ripropone il problema del rischio di controparte per il banchiere23. Ma in questo caso la controparte è il socio dell’impresa e non l’impresa, che non si era affatto indebitata. Il fatto che di queste cose si discutesse in un libro pedagogico, e non certo di finanza avanzata, come quello di chi scrive, citato nella nota precedente, edito nel 2003, la dice lunga sulla presunta imprevedibilità della crisi, che ha condotto al fallimento di Lehamn Brothers ed alle conseguenze di quella circostanza. Ma su questo tema, la “imprevedibilità” della crisi finanziaria, si veda anche il volume, già citato, di Alessandro Roncaglia.
I derivati, insomma, come tutti i titoli finanziari, hanno eccitato la propensione all’azzardo morale di banchieri ed imprenditori. Questo succede da secoli e proprio per questo le banche e la banca centrale, ma anche gli intermediari finanziari, rappresentano una “superorganizzazione” che andrebbe governata meglio.
Mario Draghi ha fatto passi decisivi in questa direzione durante la presidenza del Financial Stability Board24, che ha svolto ad personam nonostante fosse anche il Governatore della Banca d’Italia, proprio in quel periodo: ora molti di quei passi devono tradursi in nuove regole capaci di ridurre gli eccessi del primo decennio della finanza globale.



5. L’economia monetaria di produzione: lo stato dell’arte e la crisi dell’euro25.

Anche se in modo eccentrico, rispetto al modello anglosassone che informa larga parte del mercato globale, l’area dell’euro si trova oggi nel sistema dell’economia monetaria di produzione e nel contesto dei paesi economicamente avanzati.
I popoli europei sono una parte rilevante dell’ordine sociale ed economico che viene indicato come capitalismo. Un termine ambiguo perché è stato ereditato dal linguaggio ideologico dei due secoli precedenti al nostro. Ma il peso che l’Europa assume in questo ordine economico e sociale è rilevante anche se non determinante: un successo, ad oggi improbabile, delle politiche di sviluppo in Europa non risolverebbe i problemi del mondo ma un default, od anche solo una prolungata stagnazione dell’economia europea, sarebbe un problema assai rilevante per la popolazione europea ed anche molto pericoloso per il resto del mondo26.
Ne segue che le lezioni della cultura anglosassone agli europei, per suggerire come uscire dalla stagnazione e dal rischio di default, siano e diventino sempre più incalzanti. Così come i giudizi sulla creazione dell’euro, la prima moneta che non viene legittimata da uno Stato sovrano, sia stata oggetto di una profonda diffidenza da parte della cultura economica anglosassone e di quella parte della cultura economica che si riconosce nella tradizione keynesiana e non nella cultura, originariamente renana, dell’equilibrio economico generale.
Ma la vera divisione che separa oggi sia le diagnosi che le terapie, sulla prima crisi finanziaria del mercato globale, non si può ricondurre a questa dicotomia tra keynesiani, gli eterodossi che ritengono instabile l’economia monetaria di produzione, ed economisti ortodossi, che ritengono la condizione di crisi una patologia da rimuovere e non una condizione permanente ma latente dell’economia monetaria di produzione27. Di una cosa siamo certi. L’economia monetaria di produzione è un sistema instabile, come una bicicletta: dove chi smette di pedalare o frena in curva si rompe il muso o si sbuccia le ginocchia, secondo la gravità dell’errore che ha commesso, ritenendo che la normalità del sistema fosse la stabilità e non la instabilità. In secondo luogo, la instabilità della economia monetaria di produzione deriva da una sua caratteristica intrinseca: la necessità di utilizzare la dimensione della finanza per collegare il passato al futuro. Il tempo ed il cambiamento hanno molte cose in comune, evidentemente. Nella economia monetaria di produzione i valori delle merci e dei servizi, come quelli dei titoli, si esprimono entrambi in moneta.
La moneta è un bene pubblico assai particolare, come abbiamo cercato di spiegare nella parte iniziale di questo articolo. Pubblico perché condiviso nella gestione del processo di produzione del reddito, nella distribuzione del reddito stesso e nella redistribuzione fiscale e finanziaria delle quote di reddito da ridistribuire. Pubblico perché garantita dalle Autorità che le danno forza di legge, come moneta legale, ma anche perché il controllo, e gli effetti di quel controllo, della moneta, dei mercati e degli intermediari finanziari, viene condiviso tra banche centrali, banche, imprese, enti no profit e famiglie28.
La moneta è un ponte che consente agli individui di passare sul fiume dell’incertezza e della ignoranza: il fiume che separa la capacità di fare cose nuove dalla capacità di usare le cose di cui ci serviamo per vivere. La moneta, i titoli ed i prodotti sono tutte manifestazioni reali di una grande scommessa: trasformare ed usare la natura.
Una scommessa che rappresenta la storia dell’umanità. Come questo accada è così affascinante, e complicato, che un simile processo di trasformazione non potrà mai essere stabile ma sarà sempre e comunque instabile.
Il progresso è la circostanza, osservabile empiricamente, di come l’umanità, provando e riprovando, abbia imparato, nel tempo che scorreva, ad utilizzare in maniera sempre più efficace la “bicicletta” della economia monetaria di produzione: da quando è stato abolito il baratto e sono state create, dalla nostra intelligenza umana, la moneta e la finanza. In ultima analisi, ed a pensarci bene, anche il rigor mortis è una forma di stabilità mentre la vita, in ogni sua manifestazione, e per nostra fortuna, è duttile ed instabile. Anzi, forse, è instabile proprio perché gli uomini e le donne la possano rendere duttile, plasmarla come vorrebbero che fosse.
Ma non sempre essi riescono a farlo.
I mercati non esistono, sono solo la proiezione di un sistema di relazioni tra organizzazioni varie e diverse. Sono il mare, l’ambiente di supporto, in cui navigano le barche. Fuor di metafora nei mercati navigano organizzazioni, pubbliche e private.
Le imprese, le banche, le bocciofile o gli ospedali navigano, come tutte ed ogni altra organizzazione, nel mare degli scambi. E gli scambi, regolati in moneta o con strumenti monetari e finanziari sono la rete delle relazioni indirette tra gli uomini. Perché gli uomini danno vita alle organizzazioni e, se non esistessero le organizzazioni, sarebbe impossibile governare le innumerevoli azioni collettive che si svolgono nel tempo e nello spazio ed includono moltitudini di persone.
Se ci fossero solo ed esclusivamente scambi interpersonali non esisterebbe la civiltà umana come la conosciamo da molti millenni. Ogni volta che una singola organizzazione pretende di includere un eccesso di moltitudini essa collassa: perché il costo del controllo e della gestione della gerarchia diventa insostenibile per l’organizzazione stessa. Le imprese, dunque, sono grumi di panna nel secchio del latte (il mercato), come ci ha insegnato Ronald Coase29, e le banche sono le imprese determinanti dei mercati finanziari, secondo una fulminante definizione di Edward Gerald Corrigan, il settimo presidente della Federal Reserve di New York nel primo quadriennio degli anni Ottanta.
Ma questi mercati, e queste imprese, hanno bisogno di un centro di gravità, le banche centrali, che sono state create molti secoli dopo la comparsa dei banchieri, come persone, e delle banche, come organizzazioni. Anche le banche centrali sono organizzazioni, eterogenee rispetto alle imprese, e create dagli uomini, evidentemente. Ma sono molto diverse dall’Antitrust: le Authorities che tutelano la competizione e la concorrenza sui mercati e riducono l’esercizio dell’abuso di posizione dominante sui mercati stessi. Le banche centrali, invece, rappresentano, insieme al sistema bancario, una “superorganizzazione” che, includendo le banche e le capacità della banca centrale, diventa una sorta di asset condiviso, una piattaforma per governare la moneta: completando l’azione promossa dai Governi sulle politiche fiscali.
La “superorganizzazione”, nel caso delle banche centrali, diventa una piattaforma per gestire il bene pubblico sottostante, la moneta.
La banca centrale, dunque non è un servo del Sovrano, oggi impersonato da Parlamenti e Governi, ma suo leale interlocutore: un attore che è un interlocutore del potere della politica ma non può contraddire la politica, i rappresentanti dello Stato, in ultima istanza. Mentre la forza del potere politico, il Sovrano moderno, a volte, come nel passato, attenta alla stabilità del sistema ma anche i Mercanti, banchieri od Imprenditori che siano, possono compromettere la stabilità della crescita quando forzano la creazione di moneta endogena, le cambiali ed i titoli, i depositi od i derivati finanziari, alterando le condizioni del mercato monetario e dei mercati finanziari.
Negli anni Ottanta era il Sovrano il pericolo maggiore per le banche centrali: la dilatazione eccessiva della presenza pubblica nell’economia: come ha spiegato molto bene Guido Carli30.
Oggi è la mancata regolazione dei prodotti e degli intermediari finanziari che diventa il problema con cui fare i conti. E le banche centrali, con una efficacia maggiore di quella degli Stati, stanno cercando di ritrovare, per l’intera economia globale un percorso di crescita sostenibile nel lungo periodo. Meno forte e, soprattutto, molto meno efficace nei risultati e chiara nelle diagnosi è, invece, l’iniziativa dei Governi e degli Stati. Sono le democrazie ad essere fragili ed incerte nella capacità di governo e non solo i mercati ad essere dominati dall’azzardo morale e dall’opportunismo dei manager31. In questo contesto si colloca la contrapposizione tra cultura economica anglosassone e cultura economica europea. Ed è in questo contesto che la eterogeneità tra la struttura e la natura della BCE rispetto alle altre banche centrali diventa un problema rispetto al ritrovamento di un equilibrio mondiale. Una eterogeneità, quella della BCE, che configura anche l’euro come una moneta singolare e diversa rispetto alle altre monete presenti nel mercato finanziario globale.
Nella ricerca di questo equilibrio, lo scambio e le gerarchie sono sempre i pilastri32 che reggono il governo dell’azione collettiva, e dei comportamenti individuali reciproci, nelle proporzioni di volta in volta determinate dal caso e dalle circostanze.
La storia è irreversibile: dunque ogni caso segue il passato, sposta i termini delle questioni assestate e determina un risultato che vede sconfitte o vittorie reciproche e, nel migliore dei casi, una vittoria congiunta ma parziale per tutti i partecipanti al problema. Che è il caso nel quale si determina un progresso ed un vantaggio collettivo. Non è detto che capiti sempre. La crisi è proprio il caso della sconfitta per tutte le parti in causa. La base di questo processo, nella sua dimensione economica – e, proprio per questo sarebbe meglio non parlare di mercati ma della dimensione economica della comunità, alla quale partecipano imprese, stati ed altre organizzazioni – si può chiamare economia monetaria di produzione.
Non si tratta di una “macchina autosufficiente”. La famosa mano invisibile, evocata da Smith, non è mai stato detto che esista. La sorpresa è che, nella maggior parte dei casi, cioè quando non si vedono crisi, cioè perdite generalizzate per tutti, sembra che il mondo vada avanti grazie ad una sorta di mano invisibile. In effetti se, tra le organizzazioni, e tra le persone che ne fanno parte, non si stabilisce una doppia tensione, cooperativa e competitiva reciprocamente, si manifesta la crisi: cioè, quando l’equilibrio tra quelle due forze non tiene. L’economia monetaria di produzione – che include valori espressi in moneta dei beni e dei servizi, titoli, diversi dalla moneta, ed organizzazioni capaci di esercitare il potere fiscale, pretendere e spendere una parte del reddito monetario dei cittadini, lo ripetiamo – somiglia ad una bicicletta.
Se si genera un equilibrio tra cooperazione e competizione l’economia monetaria di produzione esprime un equilibrio, con un ragionevole tasso di crescita, espandendosi, come la bicicletta che cammina, e con una variabile oscillazione tra inflazione e disoccupazione, come capita in bicicletta in una curva insidiosa o davanti ad un ostacolo improvviso. A volte in bicicletta si cade, si perde l’equilibrio. Quando questo capita nelle economie monetarie di produzioni si dice che si è aperta la crisi. In effetti la nostra percezione è sbagliata.
L’equilibrio è sempre instabile e la crisi avviene quando il governo dell’azione collettiva è inadeguato, cioè competizione e cooperazione non hanno trovato il punto di equilibrio. Cadendo da una bicicletta si muore o ci si sbuccia un ginocchio.
Anche l’esito delle crisi finanziarie ed economiche è variabile, dipende da come le si fronteggia e questa scelta dipende dal fatto che si sia capito dove si è interrotto il processo circolare della crescita della ricchezza e come si debba ripristinare quella continuità. Torniamo alla cronaca ma spero che questo piccolo apologo della bicicletta sia abbastanza chiaro. Si tratta di una mostruosa riduzione della complessità dell’analisi economica ma penso si possa considerare come una metafora verosimile.
Un efficace e brillante articolo di Lucrezia Reichlin33, racconta come la Germania riesca ad avere la botte piena e la moglie ubriaca.
L’economia tedesca esporta per il 60% fuori dell’area euro e per il rimanente 40% nell’area euro mentre propone di applicare politiche fiscali molto rigorose e, nel breve periodo, anche certamente recessive se realizzate nel modo sbagliato (aumentare la pressione fiscale), ai paesi dell’area euro: politiche denominate fiscal compact nel gergo di Bruxelles. I paesi latini dell’area euro, che sono stati molto arruffoni e disordinati in materia di politiche fiscali e di bilanci pubblici, subiranno una recessione mentre la Germania aumenterà le proprie esportazioni, grazie alla recessione di quei paesi, che si rifletterà in una cambio tra euro e dollaro meno vantaggioso del mitico 1,5 degli anni precedenti al fallimento di Lehman Brothers, ma più alto di quanto quotava l’euro alla nascita (1, 17): l’attuale intorno di 1,3; con piccole oscillazioni sopra e sotto quota. Dunque la Germania avrà la botte piena di esportazioni verso paesi estranei all’area euro e la moglie ubriaca, i paesi dell’Europa latina, perché quei paesi saranno in recessione. Ma proprio quella crisi etilica è la molla delle sue esportazioni, cioè la botte piena, come abbiamo appena detto.
La Reichlin interpreta questo stato delle cose come l’ambizione della Merkel di dare alla Germania il ruolo di una grande potenza economica mondiale: questo sarebbe l’interesse strategico della cancelleria tedesca. Forse, viene da pensare, per riscattarsi da un passato in cui parte della Germania era diventata una misera colonia dell’impero sovietico. Ma la Reichlin, che è una analista molto intelligente, aggiunge invece una seconda osservazione: il problema della presunta area valutaria ottimale, che rappresentano i paesi utilizzatori dell’euro, è la differenza nella produttività che caratterizza le loro economie. Mercati segmentati e troppo diversi, per dimensioni della produttività e per regole ed istituzioni domestiche, perché possano integrarsi solo per la mera circostanza di avere un metro monetario comune. Da questa circostanza si deve partire, allora, per formulare una diagnosi diversa da quella convenzionale che circola sull’Europa e la sua unificazione. Grazie all’analisi della Reichlin si legge il motivo dal quale discende la crisi attuale del processo di convergenza politica verso una entità statale europea. Si tratta del vero e proprio fallimento del fondamento economico strategico che assegnava alla moneta unica il ruolo di catalizzatore del mercato unico, dato che se l’insieme dei mercati è iperadditivo rispetto alla somma dei mercati la loro unificazione genera effetti espansivi sul terreno domestico nel nuovo mercato multinazionale. Conseguenza che deriva dal fatto che l’insieme vale più della somma. Questo effetto non è stato realizzato.
Questa è la causa del fallimento politico del progetto ambizioso sostenuto da Delors, avviato da Mitterrand ed Helmut Kohl ma realizzato, troppo lentamente e senza costrutto, dai loro successori.
Questa è l’impasse in cui si trova oggi non l’euro, che rimane più forte verso il dollaro di quanto fosse alla sua nascita, con un vantaggio relativo nel mercato mondiale sia per gli Stati Uniti che per la Germania. Dato che la domanda effettiva nel mercato mondiale è tirata dalla volata dei paesi emergenti, che presentano una capacità di espandere la propria produttività, alimentando le vendite di prodotti competitivi nei paesi “avanzati”, che sono ricchi comunque, anche se hanno diminuito il proprio tasso di crescita e si sono impantanati in una crisi recessiva dopo la prima crisi finanziaria del mercato globale. Stati Uniti e Germania si avvantaggiano di questo stato delle cose e l’Europa Latina marcia verso il suo ridimensionamento, economico e, di conseguenza, anche di rango politico sulla scacchiera mondiale. Mentre i paesi emergenti marciano in avanti34.
Nella fenomenologia della dinamica politica, invece, il G20 rappresenta proprio un passo in questa direzione: ridimensionare l’Europa latina e qualificare la presenza di nuovi attori economici e di nuovi Stati, che si presentano come protagonisti politici, sulla scena internazionale.
Ma ci sono solo errori soggettivi, carenze di leadership, dietro questi fenomeni? Dove e come sbagliano i gruppi dirigenti dell’Europa latina? Proponiamo due interpretazioni, che si riferiscono, la prima, ai cambiamenti intervenuti alla scala mondiale e, la seconda, al cambiamento di atteggiamento verso il futuro che si è diffuso nel mercato “domestico” europeo: quello che non è stato ancora capace di diventare un unico effettivo mercato e rimane la somma di comportamenti, tradizioni, linguaggi ed atteggiamenti troppo diversi per arrivare ad una effettiva integrazione reciproca.
Sulla scena internazionale sono aumentati i gradi di libertà: negli anni Settanta sono venuti meno i cambi fissi, sul dollaro, che avevano dominato la grande stagione degli accordi Bretton Woods. Superate le crisi energetiche, ed iniziato il processo di implosione dell’impero sovietico, si sono messe in movimento forze che hanno diffuso nuovi modi di produrre e di organizzare le istituzioni nei paesi, oggi emergenti, che si collocano in competizione tra loro per conquistare i mercati, ancora importanti per reddito pro capite, dei paesi avanzati. In questo mondo più libero l’Europa renana ha accusato un singolare strabismo. Convinta di avere raggiunto, con il suo modello di Welfare diffusivo ed ipertrofico, una robustezza della coesione sociale maggiore di quella del capitalismo americano – circostanza che forse valeva in Germania ma non certamente nell’Europa latina, che con quella renana intendeva rendersi omogenea – ha dimenticato che i costi del Welfare avrebbero dovuto generare comunque servizi affidabili per la comunità.
Questa asimmetria, tra pressione fiscale e qualità dei servizi, non si registra in molti paesi europei che sono, e non certo per caso, quelli dove la finanza pubblica presenta sintomi patologici.
In questo insieme di circostanze c’è un doppio errore.
Il costo del Welfare è un investimento se si traduce in un deterrente verso la tentazione totalitaria di un radicalismo di sinistra che si espande nel contesto della guerra fredda e del dualismo tra impero sovietico ed impero americano. La progressiva scomparsa di questa contrapposizione alla scala mondiale rende necessaria una stretta di efficacia, ma anche di efficienza produttiva, nella gestione del Welfare. Se la spesa pubblica diventa terreno di spartizione per rendite varie e diverse e se la presenza pubblica nell’economia non si configura come una leva, per aumentare la produzione, ma si propone solo come una sorta di camera di redistribuzione tra gruppi sociali, più o meno tutelati, allora diventa un freno allo sviluppo ed al cambiamento.
Quando, come avviene con l’implosione dell’impero sovietico, scompare la minaccia esterna, e si mette in moto la crescita in tutto il mondo, non si può più immaginare che il costo di un Welfare prodotto in regime di inefficienza sia compensato da contropartite di consenso sociale o dalla rapina delle materie prime dei paesi in via di sviluppo. Chiuse queste due strade crollano gli equilibri interni dell’Europa latina, in maniera più o meno variegata: secondo gli stili di governo e le tradizioni amministrative nazionali.
Ma, e qui veniamo alla questione domestica dei singoli mercati nazionali che restano frammentati mentre dovrebbero unificarsi, non è semplice ridisegnare il circuito della produzione e della redistribuzione delle risorse nei mercati domestici europei. Pensate alla crisi del 1992, quando la svalutazione offrì la opportunità di una rendita, in termini di cambio, al nord-est del nostro paese ed alle imprese esportatrici, che erano concentrate nel centro-nord. Ci fu una ripresa effimera nella seconda parte degli anni Novanta ma poi ci furono i sacrifici per entrare nel processo di convergenza verso l’euro. Una sfida necessaria, per evitare di essere emarginati, ma che non siamo riusciti a tradurre nel risultato che volevamo ottenere. Perché? Per lo stesso motivo che difficilmente otterrà la Germania, che oggi assume un ruolo equivalente a quello del centro-nord italiano che “dimenticò” di integrare il Mezzogiorno nel processo di convergenza necessario per entrare adeguatamente omogenei nel regime della moneta unica: l’euro. Oggi la Germania “dimentica” le differenze con l’Europa latina e potrebbe cadere vittima di questo strabismo fatale.
Lo diciamo, forse, troppo banalmente ma è proprio così. Se si pensa di tenere insieme economie diverse, in un unico regime di istituzioni e regole che rappresenti uno Stato credibile, si devono anche ridimensionare le differenze, allineando i deboli verso i forti ma senza dimenticare la crescita: non puoi solo ridistribuire reddito come spesa pubblica; devi ottenere una media più alta del reddito pro-capite ed una varianza più bassa, in termini di produzione reale e non di spesa disponibile. Kohl ottenne questo risultato quando volle unificare la Germania in un arco di tempo ragionevole: meno di dieci anni.
L’Italia non lo ha fatto mai, dopo la formazione dello Stato unitario, se non per pochi anni, e dunque per troppo poco tempo, se non durante il mitico miracolo economico, che si esaurì all’inizio degli anni Sessanta. Se non rafforzi i deboli prima o poi diventano un peso che ti tira giù: perché i forti non riescono, solo trasferendo qualcosa ai deboli, a portarseli dietro quando il gioco si fa duro.
Questo è il rischio che la Germania si assume oggi.
Ma cosa si deve ottenere, e come si dovrebbe agire, per ridare fiato al progetto di integrazione europeo? La stessa cosa che si dovrebbe realizzare in Italia, ovviamente. E quale? Bisognerebbe ricostruire un mercato domestico, europeo ed italiano, che fosse capace di ricombinare la produzione e la redistribuzione del reddito, aumentando la produttività media, tra le aree regionali ma anche tra le strutture e le filiere produttive. La pubblica amministrazione deve produrre meglio e produrre servizi diversi con procedure e tecnologie diverse; anche le imprese manifatturiere e quelle dei servizi devono essere radicalmente riorganizzate. Serve una discontinuità intelligente: un cambiamento che travolga tutto per rimettere in moto il sistema e vivere meglio producendo cose diverse con tecniche diverse.
Una volta Keynes propose una interpretazione provocatoria ma affascinante della crisi: viviamo nelle baracche perché abbiamo dimenticato come si costruiscono le cattedrali.
L’Europa latina di oggi è piena di baracche, e non solo in termini di edifici e città. Sono larga parte delle basi produttive ed il modo stesso di lavorare ad essere organizzati come baracche. Forse la Germania cerca di prendere le distanze da questo modo di vivere per certi versi ci riesce e ci riuscirà. Ma L’Europa latina ha bisogno della Germania come la Germania ha bisogno di Europa latina: le cattedrali sono state costruite in tutta Europa dopo la crisi dell’Impero. Ed i tempi del cambiamento, oggi, sono molto più veloci. Si può cambiare il modo di essere di comunità e mercati: perché l’informazione costa molto meno ed è più diffusa e la scala delle relazioni si allarga grazie al controllo maggiore che abbiamo sulla circolazione delle informazioni e sugli spostamenti delle merci e degli uomini. Si può agire combinando cooperazione e competizione grazie a tecnologie che includono il consumatore nei processi produttivi. Ma l’Europa non ci riesce. Perché? Forse proprio perché ha dimenticato come il cambiamento possa stravolgere davvero l’ambiente, positivamente. Ha dimenticato come si costruiscono le cattedrali ed il fatto che bisogna costruirle insieme e con le stesse tecniche: vengono meglio ed unificano davvero i mercati nazionali. Mentre bisogna davvero tornare a costruire cattedrali e bisogna demolire le baracche. Così potrebbe crescere ed espandersi un diverso mercato domestico europeo: pensare di lanciare le schegge esportatrici nel mercato mondiale e liberarsi (ma come?) delle “zavorre domestiche” è una strada davvero impraticabile. La Germania è ancora troppo piccola per essere grande nel mercato mondiale.








NOTE
1 O. Williamson descrive la relazione tra lo scambio e la gerarchia nella sua lezione alla consegna del Nobel in economia nel 2009. Proponendo una complementarietà e non una antinomia tra le due categorie. La lezione Nobel at http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2009/williamson_lecture.pdf mentre le slide at http://www.nobel prize.org/ - nobel_ prizes/economics/laureates/2009/williamson-lecture-slides.pdf.^
2 La sequenza che rappresenta sinteticamente gli effetti della trasformazione sul ciclo economico determinata dalla divisione del lavoro e dalla creazione di norme e di gruppi, organizzati sulla base di quelle norme per attivare e gestire i processi di riproduzione e scambio della ricchezza prodotta, si può esprimere in questi termini. Le merci sono tali perché risultano utili e scarse ma, in pari tempo, anche appropriabili. La scarsità, la utilità e la appropriabilità dei beni e dei servizi li rende scambiabili. Ma questa scambiabilità li rende anche riproducibili su una scala dimensionale crescente, e di molto superiore alla mera produzione per uso proprio o per la cessione di un numero assai limitato di prodotti nella sfera di comunità esse stesse limitate ed isolate. Con la nascita delle fiere e dei mercati prende corpo la possibilità di produrre al solo scopo di vendere. A questo punto è pronta la scena per la nascita della moneta come lubrificante della circolazione delle merci, altrimenti limitata dalle forme primordiali del baratto. Ma questa prima forma di moneta può essere prodotta e viene prodotta, effettivamente, proprio da mercanti ed artigiani. Da coloro che generano promesse di pagamento da scambiarsi reciprocamente. Promesse di pagamento, lettere di cambio o poi cambiali, che, nel tempo possono essere utilizzate come mezzi di pagamento per girata delle stesse. Nasce una nuova figura: un mercante che scambia promesse di pagamento, l’antesignano del banchiere. Ma nasce anche, e parallelamente, la pretesa del Sovrano di avere lui stesso il controllo dei mezzi di pagamento.^
3 «Il modo odierno di considerare la moneta ed i fenomeni monetari è il risultato di una evoluzione secolare che appare dominata dalla ricerca spontanea di soluzioni idonee ad agevolare gli scambi tra gli operatori economici. Lo scambio diretto di beni contro beni, o baratto, presentava comprensibili inconvenienti per l’eventuale non coincidenza nell’apprezzamento dei beni potenzialmente scambiabili e per altre analoghe complicazioni pratiche. Di qui lo scindersi dell’atto di scambio in due operazioni distinte: cessione di un bene o servizio contro un bene intermedio, che l’esperienza dimostrava essere largamente richiesto ed accettato dal pubblico; e impiego di questo bene intermedio per l’ottenimento degli altri beni e servizi desiderati. Quale strumento intermedio degli scambi vennero adoperate, nella più lontana antichità, le cose più disparate: pietre, conchiglie, sale, capi di bestiame, tabacco, metalli vari; anche il loro impiego, come pure il successivo passaggio all’uso dei metalli preziosi dotati di particolari requisiti e attrattive, risultano chiaramente influenzati dalla ricerca delle soluzioni idonee ad agevolare al tempo stesso i consumatori e i produttori» (v. Robertson, 1922; tr. it., pp. 243 ss.). Questa spinta evolutiva dettata dalla comodità e dalla convenienza degli scambi la si ritrova anche nell’ulteriore passaggio dalla moneta con un effettivo contenuto intrinseco in metalli preziosi (oro, argento) a una moneta puramente cartacea o scritturale. Né è da ritenere che si tratti di un processo ormai concluso. Da un lato, come possibilità legata agli sviluppi delle contabilizzazioni elettroniche, già si profilano sistemi che tenderebbero a rendere ancor più immateriale lo strumento monetario, in quanto risulterebbe virtualmente non necessaria persino la sua esistenza come segno cartaceo. Dall’altro lato, la diffusione contemporanea delle cosiddette “carte di credito”, che consentono di effettuare acquisti con la semplice esibizione di tessere rilasciate da particolari istituti di credito, che provvedono poi sia al pagamento effettivo ai fornitori sia al recupero del loro credito, può essere utile a richiamare l’attenzione sulla concreta maggiore complessità e molteplicità della creazione di mezzi monetari rispetto all’idea diffusa di considerarla unicamente come espressione della sovranità statale (v. Del Vecchio, 1966, p. 110). Da questo pur sommario accenno ai tratti salienti dell’evoluzione dei mezzi monetari nel tempo possono desumersi alcune utili avvertenze introduttive. In primo luogo, a conferire carattere di moneta a un determinato mezzo usato come intermediario degli scambi di beni e servizi o, più in generale, come strumento regolatore dei rapporti di debito, non concorre necessariamente l’utilità intrinseca del mezzo stesso, bensì «la fiducia nella sua generale accettazione». «Moneta è qualunque cosa che funzioni, in generale, come strumento di scambio. La condizione necessaria per l’esercizio di questa funzione di strumento di scambio è l’accettazione generale per il regolamento di debiti. L’accettazione generale può essere il risultato di molteplici fattori che operino da soli o associati; e rientra nello sconcertante ma suggestivo gruppo di fenomeni che risentono di convincimenti che si autogiustificano. Se i componenti di una collettività sono d’avviso che la moneta sarà generalmente accettata allora lo sarà effettivamente; in caso diverso non lo sarà» (v. Newlyn, 1962, p. 2). Il concetto di moneta non si presta a una definizione che si basi soltanto su una sua caratteristica. Come intermediario negli scambi, la moneta costituisce un mezzo di pagamento. Ma questa funzione implica che una qualche disponibilità monetaria sarà trattenuta, nel corso del tempo, da chi ne fa uso; le consuetudini di pagamento dei sistemi economici moderni comportano, di norma, il decorso di intervalli più o meno prolungati tra gli incassi e gli esborsi. Al tempo stesso che mezzo di pagamento, la moneta è, dunque, riserva di valore: vale a dire, uno dei possibili modi in cui gli operatori economici possono mantenere la ricchezza di cui dispongono. Meno strettamente connesse con quelle sinora menzionate sono le funzioni della moneta come misura dei valori e come termine di riferimento nei pagamenti differiti: entrambe praticamente importanti, ma che possono anche non coesistere nel mezzo che operi come mezzo di pagamento e riserva di valore. Ultima avvertenza che conviene sottolineare è la mancanza di ogni necessaria connessione tra il contenuto intrinseco della moneta e la solidità del sistema monetario. È tuttora diffuso il convincimento che i sistemi monetari basati sui metalli preziosi fossero più ordinati e solidi di quelli odierni, puramente cartacei. Si tratta di un mito tenace, ma non rispondente alla realtà, come è attestato da una estesissima letteratura economica, nella quale è particolarmente ragguardevole il contributo italiano. Se la moneta fu incontestabilmente creazione dell’economia mercantile, e non già dello Stato, fu tuttavia «la prima delle creazioni dell’economia mercantile di cui i governi appresero ad impossessarsi» (Hicks, 1969; tr. it., p. 73). Ciò si verificò per effetto della coniazione: il fatto, cioè, di imprimere sui pezzi metallici figure o iscrizioni, che finirono per far apparire la moneta come un’espressione della sovranità dei pubblici reggitori. Questi non tardarono a individuare nella creazione di moneta un mezzo per procurare entrate all’erario. Dalla politica fraudolenta della “tosatura” dei pezzi metallici, alla richiesta di rimborso delle spese di coniazione (“monetaggio”) in misura superiore ai costi sostenuti dalla zecca, alla imposizione di un vero e proprio prelievo a favore dell’erario (“signoraggio”), tutta una serie di interventi dei poteri pubblici concorse nel tempo a quella erosione del potere d’acquisto della moneta che spesso viene considerata come caratteristica dei tempi moderni e dei segni monetari cartacei. Lo studio di queste vicende sul piano storico ha posto in rilievo fenomeni di notevole interesse. In primo luogo, l’influenza dei governi poteva esercitarsi più liberamente sulle monete con circolazione limitata a circoscritte aree statali, nell’ambito delle quali era possibile salvaguardare l’accettazione dei pezzi metallici deprezzati, conferendo loro il carattere di “moneta legale”. Nei riguardi, invece, delle monete estesamente usate nei traffici internazionali, l’accettazione dipendeva dall’apprezzamento dei mercanti. Essi non avrebbero mancato di sospendere l’invio dei metalli preziosi verso i paesi le cui zecche si fossero rese responsabili di alterazioni monetarie. A differenza delle monete “locali”, che vennero di frequente manipolate in funzione delle difficoltà finanziarie dei governi, le monete “grandi’” tra le quali rientrarono, via via nel tempo, le monete maggiori bizantine e arabe, il fiorino di Firenze, il ducato di Venezia, la sterlina dovettero pertanto la loro affermazione, spesso più che secolare, alla stabilità che le contraddistinse (Cipolla, 1956, p. 21)”. Questa straordinaria sintesi dei processi che hanno condotto la moneta ad essere tale si deve a F. Caffè, Moneta, in Enciclopedia del Novecento (1979). Il testo completo della voce redatta per la Treccani si può scaricare at http://www.treccani.it/enciclopedia/moneta_(Enciclopedia_Novecento)/^
4 «In certi periodi e in certi paesi è stato usato, come moneta, un solo metallo, l’oro o l’argento. In altri periodi e in altri paesi sono stati usati simultaneamente due metalli, l’oro e l’argento. In tempi antichi si trattava solo di dischi coniati; in tempi relativamente recenti nei paesi che adottavano il bimetallismo i biglietti della banca di emissione erano convertibili in moneta d’oro o d’argento secondo un rapporto fisso (spesso 1 a 15). Dal bimetallismo ci si attendeva una stabilità dei prezzi maggiore di quella ottenibile col monometallismo: era questo il vantaggio sperato che poteva indurre a quella opzione; per i paesi economicamente deboli che avevano rapporti molto stretti con un paese forte che aveva adottato il bimetallismo, un altro vantaggio era costituito da una maggiore facilità nei rapporti economici col paese più forte. In effetti, fino a quando non avevano luogo scoperte rilevanti di nuove miniere, d’oro o d’argento, il vantaggio riguardante i prezzi era reale. Naturalmente, in economie in crescita, di tanto in tanto non poteva non emergere una scarsezza relativa dell’uno o dell’altro metallo; ma grazie alla convertibilità in entrambi i metalli le variazioni dei prezzi risultavano più attenuate di quanto sarebbero state col monometallismo. Oltre certi limiti, però, in seguito a scoperte rilevanti di nuove miniere, il sistema bimetallico entrava in crisi e diventava, almeno di fatto, monometallismo. In effetti s’imponeva la cosiddetta “legge di Gresham”, secondo cui la moneta cattiva caccia la buona: quando vi sono più mezzi monetari con cui si possono fare pagamenti, la gente preferisce pagare col mezzo di minor valore intrinseco rispetto all’altro, che viene tesoreggiato, o impiegato in usi non monetari o nei pagamenti esteri, quando i soggetti di altri paesi chiedono di essere pagati con la moneta “buona”. Giova ricordare che, storicamente, la Francia istituì un sistema bimetallico nel 1803; quel sistema fu poi adottato nel 1865 dall’Unione monetaria latina, di cui faceva parte anche l’Italia, ma fu travolto nel 1878, come conseguenza delle grandi scoperte di miniere d’argento nel continente americano». Così P. Sylos Labini Moneta, in Enciclopedia delle Scienze Sociali (1996) at http://www.treccani.it/enciclopedia/moneta_(Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali)/^
5 Ironicamente Keynes raccontava che un titolo che non generasse una rendita finanziaria avrebbe dovuto essere detenuto solo tra coloro che vivevano nei manicomi mentre se ne avvertiva la presenza ben oltre le mura di quegli istituti.^
6 La relazione tra moneta e sviluppo economico, mediante la creazione di un sistema di istituzioni intermedie tra la moneta e l’economia reale, dalla banca centrale agli intermediari finanziari, rappresenta una interpretazione particolare della teoria della crescita. In questo senso vale la pena di leggere P. Sylos Labini, Elementi di dinamica economica, Roma-Bari, Laterza, 1992. Sulla relazione tra sovranità monetaria e dinamica economica si legga, invece, P. Savona, Alla ricerca della sovranità monetaria, breve storia della finanza in Italia, Milano, Libri Schiewiller, 2000. Sulla crisi dell’economia monetaria di produzione nei dieci anni alle nostre spalle, a conferma che non è detto che l’equilibrio tra mercati reali e mercati finanziari conduca comunque alla crescita, A. Roncaglia, Economisti che sbagliano, Roma-Bari, Laterza, 2010. Ma si veda anche H.P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Torino, Bollati Boringhieri, 2009.^
7 «Contro le lettere di cambio, che erano promesse di pagamento, ossia erano titoli di credito ma non mezzi monetari, le banche, quando raggiungevano una notorietà sufficientemente ampia, potevano offrire le proprie promesse di pagamento, variamente configurate, che erano largamente accettate come moneta, mentre questo non succedeva con le promesse di pagamento dei commercianti. Si aveva allora uno scambio fra titoli di credito di tipo diverso: fra cambiali, rilasciate da commercianti ad altri commercianti, e promesse di pagamento delle banche, che, dato il credito di cui queste godevano, circolavano come moneta in ampie cerchie di persone. L’operazione di sconto scambio fra cambiali e mezzi di pagamento bancari risultò via via conveniente non solo fra soggetti operanti in luoghi diversi, ma anche fra soggetti operanti nello stesso luogo, che tuttavia avevano rapporti che implicavano tempi diversi: le operazioni di credito, che rientrano nel genere più ampio delle operazioni finanziarie, hanno significato proprio se si considerano gli intervalli temporali finanza viene da finis che significa “termine”. Nel Medioevo i mezzi di pagamento bancari non sono propriamente moneta, ma sono usati in sostituzione della moneta e cioè svolgono funzioni monetarie» così Sylos Labini, Moneta, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, (1996), op. cit.^
8 Sui rapporti tra credito e debito si legga un precedente articolo di M. Lo Cicero, La crescita e il debito: metafore dell’ambiguità e del destino, in «L’Acropoli», 12 (2011) at http://www.lacropoli.eu/articolo.php?nid=832.^
9 «Col tempo emerge via via una bipartizione fra gli stessi mezzi di pagamento bancari: da un lato quelli che fanno capo alle banche che prevalgono sulle altre poiché hanno raggiunto notorietà e credito in ampie zone e presso un gran numero di soggetti; dall’altro i mezzi di pagamento che fanno capo alle banche minori. La bipartizione dà luogo da un lato ai biglietti, che fanno capo alle banche dette poi “di emissione”, e dall’altro ai depositi, che fanno capo alle banche dette poi “ordinarie” o “di deposito e sconto”. Le banche che via via superano le altre per importanza e dimensioni possono ricevere un forte impulso per un ulteriore sviluppo se l’autorità politica attribuisce ai loro titoli il potere liberatorio per il pagamento dei tributi o di particolari obblighi contrattuali; in contropartita di tale privilegio l’autorità politica si fa dare, come anticipazioni, somme di biglietti: sono prestiti concessi a condizioni di favore e non di rado rinnovati più volte o addirittura mai rimborsati. In certi casi le banche di emissione sono create direttamente dall’autorità politica, come banche pubbliche, senza la precedente evoluzione di cui si è appena detto. Anche nei paesi in cui operano diverse banche autorizzate a emettere biglietti si afferma man mano la tendenza verso l’unificazione, cosicché alla fine emerge una sola banca di emissione. Oggi questa è la regola ed è per tale motivo che si parla al singolare di banca di emissione o di banca centrale. Già prima i biglietti erano generalmente accettati come moneta perché un gran numero di soggetti aveva la certezza che in qualsiasi momento essi potevano essere scambiati in moneta sonante secondo un rapporto fisso dischi coniati d’oro o d’argento. L’espressione “pagabili a vista al portatore”, che ancora si legge sui biglietti della banca centrale, aveva un tempo un significato sostanziale, mentre oggi è un’espressione priva di significato concreto giacché i biglietti non sono più convertibili in monete d’oro o d’argento. Ormai alla moneta di base, che non ha più un valore intrinseco ed è costituita dai biglietti della banca centrale, resta solo l’elemento convenzionale, emerso dall’esigenza sociale di un intermediario negli scambi e suffragato da regole stabilite dall’autorità politica. Quanto agli assegni, che fanno capo alle banche ordinarie e sono usati come mezzi monetari sul fondamento dei depositi, vale per essi una relazione simile a quella che sussisteva fra biglietti e monete auree: come i biglietti circolavano sulla fiducia di poterli convertire in qualsiasi momento in monete metalliche, così gli assegni circolano sulla fiducia di poterli convertire in qualsiasi momento in biglietti. Le due convertibilità possono essere assicurate se da un lato la banca di emissione e dall’altro le banche ordinarie dispongono di riserve adeguate: rispettivamente, di monete auree o argentee e di biglietti. Tuttavia, per mantenere la convertibilità non era necessario che le riserve di monete metalliche rappresentassero il 100% dei biglietti e quelle di biglietti il 100% dei depositi. Non era necessario, poiché, se c’erano soggetti che facevano valere il loro diritto alla conversione, c’erano altri soggetti che portavano alla banca i biglietti o gli assegni senza pretendere la conversione in quanto dovevano restituire i prestiti ricevuti. Del resto, di norma bastava la fiducia che la conversione era possibile senza difficoltà per far sì che essa non venisse richiesta. Man mano che cresceva il numero dei soggetti che accettavano normalmente in pagamento i biglietti e gli assegni (nella prima fase dello sviluppo delle banche moderne tale numero era assai ristretto), diminuivano le richieste di conversione e poteva quindi diminuire la quota delle riserve. (Al principio del Novecento la quota delle riserve auree delle banche di emissione si aggirava sul 10%, oggi la riserva in biglietti delle banche ordinarie si aggira sul 20-25%). Di norma, dunque, una quota modesta di riserve poteva essere sufficiente ad assicurare la duplice convertibilità. Ai circuiti del credito corrispondevano i circuiti della produzione: quando questi si concludevano positivamente i prestiti potevano essere restituiti; in tali condizioni la fiducia nei mezzi monetari bancari non veniva in alcun modo incrinata. Ciò valeva anche quando alcune imprese fallivano e non restituivano i prestiti, se la quota dei fallimenti sul totale dei prestiti era modesta; quando diventava elevata, il circuito del credito si rompeva, i mezzi monetari restavano in circolazione come peso morto e la fiducia nella stabilità del loro potere d’acquisto si incrinava. A questo punto poteva esplodere il panico, che provocava una corsa alla conversione e rendeva inadeguate le riserve. Se ciò accadeva per le banche ordinarie queste fallivano, a meno che l’autorità pubblica o la banca centrale non intervenissero per salvarle; se il panico investiva i biglietti, la banca di emissione era costretta a sospendere la convertibilità in monete auree. Una tale catena di eventi poteva essere avviata da una serie di fallimenti di imprese e, di riflesso, di banche; più spesso, però, la convertibilità doveva essere sospesa perché l’autorità politica imponeva, di solito per esigenze connesse a una guerra, la stampa e la cessione di cospicue e crescenti somme di biglietti che non avevano una contropartita nell’attività produttiva: quella militare è, per definizione, un’attività distruttiva. La convertibilità poteva poi essere ripristinata bloccando per un certo periodo l’emissione dei biglietti: quando la ripresa della produzione arrivava al punto di controbilanciare la massa dei biglietti, questi recuperavano l’antico potere d’acquisto e scompariva il divario fra valore della moneta metallica e valore dei biglietti un divario chiamato “aggio”». Ancora Sylos Labini, Moneta, in Enciclopedia delle Scienze Sociali (1996), op.cit.^
10 «The Bank of England was founded in 1694 to act as the Government’s banker and debt-manager. Since then its role has developed and evolved, centred on the management of the nation’s currency and its position at the centre of the UK’s financial system. The history of the Bank is naturally one of interest, but also of continuing relevance to the Bank today. Events and circumstances over the past three hundred or so years have shaped and influenced the role and responsibilities of the Bank. They have moulded the culture and traditions, as well as the expertise, of the Bank which are relevant to its reputation and effectiveness as a central bank in the early years of the 21st century. At the same time, much of the history of the Bank runs parallel to the economic and financial history, and often the political history, of the United Kingdom more generally». Si legge nel sito web della banca centrale del Regno Unito, che contiene molte altre informazioni sulla storia e le relazioni tra la banca, la comunità degli affari e gli organi istituzionali del Regno. Tutte queste informazioni ed altre ancora si possono leggere at http://www.bankofengland.co.uk/about/history/index.htm.^
11 «Sveriges Riksbank, or the Riksbank as it is usually called, is the world’s oldest central bank. The Riksbank has a 350 year old history. This includes holding its own against Karl XII, financing the Age of Liberty war, appearing in the murder of Gustav III, competing with A.O. Wallenberg, being forced into the Kreuger affair, regulating the credit market during the first decades of the post-war period and playing the leading role in the 500 per cent defence of the krona. One financial crisis followed another. One can see some of the current discussions reflected in the talk of confidence during the 18th century or the crisis management of the 19th century. Over time the Riksbank has encountered many of the problems that economists have sooner or later used in their theoretical work. Sometimes the Bank has failed, and sometimes the Bank has managed to resolve the problems surprisingly quickly. Sometimes the Riksbank has learned from the experiences of other countries, and sometimes economic science has been able to guide the way and nowadays the Bank’s own history provides many lessons that can be learned [...]. In 1661 Johan Palmstruch, the founder of Sweden’s first bank, Stockholms banco, implements his idea of facilitating the management of money by beginning to issue the first real banknotes, “credit notes”. These notes were interest-free IOUs in specific amounts that were meant to correspond to money deposited in the bank and strict regulations were introduced for their usage. The banknotes were a great success, but it all ended in a bank failure as Palmstruch issued too many notes in the form of unsecured loans. Palmstruch was removed from office and condemned to death, although he was reprieved. In 1668 Sveriges Rikes Ständers Bank (the Bank of the Estates of the Realm), later to become Sveriges Riksbank, was founded and took over banking activities in Sweden. Originally, the bank had 20 employees, all men. Sveriges Rikes Ständers Bank was the first central bank in the world. Regional offices were opened at the end of the 17th century in Göteborg, Falun and Örebro». Ulteriori informazioni si possono leggere at http://www.riksbank.se/en/The-Riksbank/History/ ^
12 Anche in questo caso esiste una vasta letteratura: si veda, tra molti atri, B. Eichengreen, Global Imbalances and the Lessons of Bretton Woods, The Cairoli lecture, MIT press paperback edition, 2010.^
13 Scrive Hicks nel volume The Crisis in Keynesian Economics, edito nel 1974 e tradotto da Boringhieri in Italia nel 1975, che i seguaci di Keynes «deducono dalle sue affermazioni che non vi è in definitiva nulla di importante che possa essere fatto con la politica monetaria. Difficilmente lo stesso Keynes avrebbe condiviso questa impostazione; certamente egli deve essere stato in qualche senso, forse in senso molto lato, un monetarista. Nondimeno è stato interpretato nel senso che nulla possa essere fatto manovrando la moneta. Per cui tutto ciò che resta da fare come strumento della politica dell’occupazione – o della politica economica generale – è il bilancio dello Stato. È così che in pratica il keynesismo è diventato sinonimo di politica di bilancio». Ed è così che, utilizzando proprio l’apparato delle curve Is ed LM, che proprio Hicks introduceva nella sua recensione del 1938 alla prima edizione della Teoria Generale di Keynes (1936), che il keynesismo avanzava la ipotesi di un compromesso tra democrazia e piena occupazione come obiettivo di un solo strumento: la politica fiscale in deficit, quando esistessero forze di lavoro disoccupate ed una base produttiva, un capitale installato, sottoutilizzato. Non essendo la politica monetaria utilizzabile quando la trappola della liquidità, cioè una domanda di moneta tendenzialmente infinita, deprimeva il tasso di interesse a livelli che non fossero più convenienti, in termini di rendimento sull’investimento: ecco l’ambiguità del tasso di interesse come regolatore simultaneo di remunerazione del debito e di remunerazione degli investimenti che quel debito, essendo anche un credito, ha consentito di realizzare. Hicks percepisce questa relazione preferenziale verso la politica fiscale come contropartita di un giudizio totalmente negativo di Keynes, trasferitosi ai suoi eredi, sulla “trappola della liquidità” e conclude in questi termini. «Un eccesso di preferenza per la liquidità è certo negativo; su ciò non v’è dubbio. Ma anche l’inflazione galoppante, nella quale le attività liquide scompaiono e quindi non vi sono più possibilità per la preferenza per la liquidità, è negativa; sebbene Keynes senza dubbio considerasse questo come un dato, la sua teoria non lo rende sufficientemente chiaro. La confusione ha le sue radici nella sua versione macroeconomica di breve periodo, nella quale una forma di investimenti sembra buona come un’altra. È considerata solo la spesa per investimenti mentre la produttività dell’investimento è trascurata (si pensi alle piramidi!). Una volta che si accetti che una forma di investimento non vale necessariamente le altre, ne consegue che è socialmente produttivo che tale forma debba essere scelta saggiamente; ma non può essere saggiamente scelta se è troppo affrettata. La funzione sociale della liquidità è che concede tempo per pensare». Queste conclusioni di Hicks spiegano il fallimento degli eccessi di politica fiscale, e di allargamento indiscriminato della spesa pubblica anche in direzione di spese che non rappresentano né investimenti né la creazione di beni e servizi sociali. Ma rappresenta anche la rivalutazione della politica monetaria, e della moneta esogena, che ne consente la realizzazione, come strumento per allargare la capacità di realizzare investimenti che valgano la pena di essere realizzati: finanziando lo Stato o finanziando le banche perché finanzino i progetti di investimento delle imprese. Non per caso Keynes riteneva preferibile una banca centrale che fosse, se del caso e quando fosse necessario, un prestatore di ultima istanza e non accettava il punto di vista di Ricardo, mutuato da Hume, di una mera dimensione quantitativa, esogena ma irrilevante per la crescita, della creazione di moneta da parte della banca centrale.^
14 Tra le molte descrizioni possibili di questa interpretazione della moneta, che ne postula anche la relazione stretta con le riserve auree che essa rappresenta, si veda l’articolo di L. Einaudi, La relazione del direttore generale della Banca d’Italia e i problemi della circolazione, pubblicato il 4 aprile 1913, ora in L. Einaudi, Il mestiere della moneta, Torino, Utet, 1990.^
15 Si veda J. Tobin, Moneta, crescita e scelte di portafoglio, Bologna, il Mulino, 1990^
16 Si veda il capitolo XIII di J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, A. Campolongo (a cura di), Torino, Utet, 1971.^
17 La teoria del portafoglio è la base della finanza tradizionale, quella che si dedica alla gestione del rischio. Si può leggere in una mole smisurata di volumi e di approcci analitici. Segnaliamo al lettore solo tre volumi. Una raccolta di saggi di J. Tobin, Moneta, crescita e scelte di portafoglio, già richiamata in una nota precedente; J. Hicks, Una teoria di mercato della moneta, Bologna, il Mulino, 1992; Bodie and Merton, Finance, Prentice Hall, Upper Saddle River, New Jersey 2000.^
18 Una rassegna molto interessante di articoli, relativi al dibattito scientifico svoltosi tra gli anni Cinquanta ed i Sessanta su questi temi, è il volume, M. Monti (a cura di), Problemi di economia monetaria, Milano, Etas Kompass, 1969.^
19 Per una compiuta rappresentazione della finanza dei derivati si può leggere il volume già ricordato in una nota precedente, di Bodie and Merton, Finance.^
20 Hicks formula la frase in questi termini «La funzione sociale della liquidità è che concede tempo per pensare»; p. 71 di J. Hicks, La crisi dell’economia keynesiana, op.cit.^
21 Si veda J. Le Goff, Lo sterco del diavolo, Il denaro nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2010.^
22 La modalità che abbiamo descritto si chiama put - call parity e si può approfondire in M. Lo Cicero, Impresa, incertezza ed investimenti, Torino, Utet, 2003, nel capitolo 4.^
23 Si può anche proporre un ulteriore applicazione della medesima identità. Essa è alla base della nascita della società a responsabilità limitata: una persona giuridica dotata di patrimonio separato dal patrimonio dei soci e di una personalità autonoma: in inglese, e con una certa ascendenza latina, si chiamano infatti corporation e la finanza delle società per azioni si indica come corporate finance. Le azioni di una società a responsabilità limitata sono, nel linguaggio delle opzioni, una call sugli assets della società, il lato destro del bilancio, che ha come strike price il valore del debito verso i creditori, che presenta la società: l’oustanding debt. Se gli azionisti pagano lo strike price ritornano ad essere i “proprietari” degli asset ed intascano tutto il rendimento da essi generato. Ma se, invece, mantengono l’outstanding debt devono dividere il profitto lordo (profitti, interessi, tasse ed imposte) con altri soggetti: le banche e lo Stato. Ovviamente, se azzerano il debito, onorando la call, rimane solo la pressione fiscale sui profitti come deduzione. Se le azioni sono simili ad una call, una call sulle azioni, pratica largamente diffusa, genera problemi ulteriori di tipo analitico e conseguenze pratiche problematiche, ovviamente. Si veda il già citato volume di Bodie e Merton, Finance ma anche F. Modigliani ed M.H. Miller, Il costo del capitale, la finanza aziendale e la teoria dell’investimento, originariamente pubblicato nel 1958 ed ora in F. Modigliani, Reddito, interesse, inflazione, T. e F. Padoa-Schioppa (a cura di), Torino, Einaudi, 1987.^
24 http://www.financialstabilityboard.org/ è il sito web del Financial Stability Board che offre una larga trasparenza sulla qualità del lavoro svolto da Draghi ed oggi affidato ad un’altra persona, essendo stato Draghi nominato alla presidenza della Banca Centrale Europea. Oggi ne dirige i lavori Mark Carney, Chairman of the FSB and Chairman of the FSB Steering Committee ma anche Governor of Bank of Canada. Chi scrive mutua l’espressione, ricorrente in questo testo, di “superorganizzazione” da un libro che non parla di finanza o di economia ma di insetti e di popolazioni dove gli individui sono diversi per funzioni ma si comportano secondo una missione che si identifica in una azione collettiva. Si tratta di B. Hölldobler and E.O. Wilson, Il superorganismo, Bellezza, eleganza e stranezza delle società degli insetti, Milano, Adelphi Edizioni, 2011. Evidentemente se da una comunità di individui si passa ad una comunità di organizzazioni, esse stesse costituite da individui, ma mandatarie, nel loro complesso, di una azione collettiva dedicata alla stabilità finanziaria e monetaria della crescita, il termine più adatto sembra proprio quello di “superorganizzazione”.^
25 «Una economia capitalistica appare allora inevitabilmente come un’economia monetaria di produzione, ossia una economia in cui produzione e moneta sono, per i motivi precedentemente illustrati, fenomeni inscindibili: niente moneta senza produzione, ma soprattutto niente produzione senza moneta. La presenza della moneta consente inoltre di sfruttare appieno i vantaggi della divisione del lavoro e di incrementare ulteriormente la medesima eliminando alla radice il problema della ricerca individuale della opportunità di scambio. Il tal modo il vincolo all’espansione degli scambi derivante dal baratto viene rimosso e la moneta permette una estensione del volume della produzione e degli scambi impossibile in un mondo di baratto». C. Bianchi, Moneta, in Dizionario di Economia Politica, Interesse Moneta diretto da G. Lunghini, con la collaborazione di M. D’Antonio, Torino, Boringhieri, 1982, p. 97.^
26 Scrive P. Savona su «Panorama», 8 febbraio 2012: «Gli Usa perseguono l’interesse nazionale trascurando il loro ruolo di leader internazionali. Mentre l’Europa non trova la strada dell’unione politica. E nessuno pensa alle riforme necessarie per uscire dalla crisi ed evitarne altre. Nella confusione di un mondo che va alla ricerca di nuovi equilibri geopolitici e geo-economici, il Fondo Monetario Internazionale sembra l’unica istituzione che riesce a tenere ferma la barra del timone in direzione dello sviluppo, considerato indispensabile quanto la stabilità. Infatti, gli Stati Uniti danno preferenza allo sviluppo rispetto alla stabilità creando dollari in grande quantità e mantenendo, insieme al Regno Unito, il disavanzo di bilancio pubblico più elevato dopo Grecia ed Egitto. La Cina ha una politica simile, ma mantiene lo yuan-renminbi strutturalmente sottovalutato, discostandosi dalla filosofia del cambio che ha ispirato il FMI. L’Unione Europea assegna priorità assoluta alla stabilità fiscale e, per ora a chiacchiere, invoca la crescita, ma lascia il cambio dell’euro alla mercé del mercato. Questa è una vera coltura di crisi dagli sbocchi imprevedibili. Che il FMI la pensi così e prema sull’Unione Europea è certamente merito dell’elegante avvocatessa francese che lo guida, Madame Lagarde, ma è anche l’erede della concezione di come funziona il sistema economico portata avanti da Lord Keynes. Nel 1971 gli Stati Uniti hanno demolito l’Accordo del 1944 (Bretton Woods, ndr) senza preoccuparsi di costruirne uno nuovo, convinti che il mercato fosse capace di curare ogni male, a cominciare da quelli che esso stesso crea. Il «liberi tutti» ha funzionato fino alla crisi dei mutui subprime smerciati come titoli derivati e il mondo ha riscoperto che moneta e finanza richiedono una continua vigilanza delle autorità. Nel settore reale, il mercato, se competitivo e globale, ha più capacità di autoregolarsi ma, se la politica non interviene, non sa raggiungere la piena occupazione. Purtroppo l’intervento pubblico è reso oggi impraticabile perché, secondo l’ottima definizione dell’economista Giangiacomo Nardozzi, il mercato ha «catturato» la politica e questa non fa ciò che deve per sostenere lo sviluppo, ma ciò che il mercato necessita per sopravvivere. Nei consessi globali, come il G20, si riconosce la necessità di un coordinamento internazionale delle politiche, ma di fatto esso è reso impraticabile per i ben noti dissensi sui modi di procedere e perché gli Usa possono creare dollari in quantità illimitate ben sapendo che c’è sempre qualcuno che li tiene. Questi qualcuno si chiamano oggi Cina e paesi produttori di petrolio, che usano questi dollari per accrescere la loro influenza geopolitica e geo-economica. Per perseguire l’interesse nazionale dello sviluppo a ogni costo, gli Stati Uniti perdono terreno quali leader internazionali indispensabili per riformare la governance globale. L’euro poteva essere un’alternativa al dollaro ma, dopo una breve parentesi di successi, è entrato in crisi per la miopia dei leader europei, Francia e Germania in testa, che non comprendono l’assoluta necessità di associarlo a un’unione politica vera e propria; questa condizione era stata chiaramente espressa al momento della sua nascita con lo slogan «money first», facciamo la moneta per trascinare l’unione politica, ma i Paesi firmatari se ne sono dimenticati. Tutti agiscono tentando di tutelare i propri interessi e nessuno riporta al centro dell’agenda internazionale le riforme istituzionali monetarie e reali, rese necessarie dopo la fine della divisione in blocchi politici del pianeta e l’affermarsi dell’integrazione economica globale. Il mondo è in attesa del risveglio delle coscienze dei governanti e vive nell’incubo di nuove crisi». Sempre di P. Savona bisognerebbe leggere anche il suo ultimo volume, dedicato alle vicende italiane nella seconda metà del secolo ventesimo, Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi, il caso Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.^
27 Una ricostruzione, molto puntuale, della contrapposizione tra Keynes, gli economisti keynesiani degli anni Sessanta, le posizioni dei Ricardiani, dei monetaristi e di quanti, comunque, ritengono la moneta una variabile separabile dalle politiche necessarie per ottenere un equilibrio economico generale della economia reale, si legge nel testo, citato anche nella nota precedente: C. Bianchi, Moneta, op. cit., p. 97. Anche Hicks constata come, in questo caso, Keynes si trovi in una posizione distante dalla tradizione Ricardiana. Anche se Keyens, nella sua Teoria Generale accomuna sia Ricardo, che la tradizione renana dell’equilibrio economico generale, in una comune definizione: l’economia classica. Ma spiegando che con quella parola egli indica il clima culturale in cui lui si era formato. Una bella e sintetica ricostruzione dei passaggi che conducono dalla teoria quantitativa alla soluzione di Keynes e, successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, al monetarismo di Milton Friedman, si trova anche in N. Kaldor, Occupazione, inflazione, moneta tassazione, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1986. Nella sezione prima del volume, dalla pagina 183 a seguire. Il capitolo si chiama Le origini del monetarismo. Ed andrebbe letto in parallelo con il capitolo 7 ed il capitolo 8 del volume di Hicks Saggi critici di teoria monetaria, più volte citato in questo testo, per capire anche le dinamiche interne con cui si forma il punto di vista di Cambridge (UK) e come mai si arrivi alla provocatoria affermazione di Hicks, nel successivo volume La crisi dell’economia keynesiana, anch’esso già citato, a p. 43 quando afferma che «egli (Keynes),deve essere stato in qualche senso, forse in senso molto lato, un monetarista».^
28 Vale la pena di riportare un commento di P. Krugman apparso in un articolo pubblicato su «Il Sole 24 Ore» il 23 luglio 2011: «A quanto sembra c’è qualcosa, nella moneta, che fa perdere a molte persone il lume della ragione: succede più spesso negli ambienti della destra oltranzista, ma in certi casi capita anche a sinistra. Ma perché la moneta ha questo potere? Non ho una spiegazione bell’e pronta, ma posso fare una considerazione: l’economia monetaria è intrinsecamente legata alle imperfezioni del mercato. In un mondo privo di attriti, dove le informazioni sono pienamente disponibili e i calcoli non comportano costi, non avremmo bisogno di moneta e non avrebbe importanza come sono catalogati i prezzi. Avremmo semplicemente dei mercati completi, secondo il modello di Arrow-Debreu, per qualsiasi cosa, e tutti i prezzi sarebbero in equilibrio. La teoria monetaria – e la politica monetaria – consistono dunque nel fare i conti con un mondo imperfetto e conflittuale. La politica giusta quindi è cercare di capire come ridurre i costi di questi conflitti e di queste imperfezioni: un tasso di cambio fluttuante può essere una buona idea (e quanto sembra saggio oggi Milton Friedman!) per affrontare il dato di fatto che è difficile cambiare i prezzi nominali. Da dove nasce allora tanta furia? Sospetto che la ragione sia che un certo tipo di persone vuole più purezza di quella che il mondo reale è disposto a fornire. Vogliono credere nei mercati perfetti, capaci di fornire risultati perfetti se solo lo Stato non si mettesse di traverso. E quindi vogliono credere che anche la moneta potrebbe essere perfetta se solo la si togliesse dalle mani dell’uomo e la si rendesse bella come l’oro (letteralmente). E se fate notare loro che non è così che funziona, che la moneta è una convenzione sociale che serve a fare i conti con un mondo imperfetto, e che fare i conti con un mondo imperfetto a volte vuole dire che le Banche centrali devono prendere misure eccezionali, allora perdono le staffe».^
29 Si veda il volume di R.H. Coase, The Firm, the Market and the Law, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1988.^
30 «La linea di demarcazione tra banche e altre istituzioni finanziarie è divenuta più tenue; la concorrenza fra nuovi intermediari più aspra; lo spessore dei mercati finanziari è divenuto più profondo; il grado di liquidità delle attività finanziarie maggiore; la distinzione fra moneta ed altre attività finanziarie è divenuta più labile e gli spazi per la politica monetaria più angusti; è necessario definire la nozione di moneta alla quale si riferisce il governo della liquidità; l’elasticità della domanda di moneta ai tassi di interesse delle attività finanziarie alternative è aumentata; il grado di succedaneità tra le une e le altre è cresciuto […] il successo della politica monetaria diviene più dipendente dal controllo sulla espansione totale delle attività finanziarie […] soltanto il rallentamento della espansione dello stock di debito pubblico conferisce credibilità alle politiche di controllo dell’inflazione. Il potere di battere moneta, che un tempo spettava al principe, o per sua delegazione agli istituti di emissione, si è diffuso tra gli innumerevoli soggetti muniti del potere di creare i succedanei; il più prepotente è e resta il principe stesso». In G. Carli, Il processo di internazionalizzazione dei sistemi finanziari e creditizi, in «Economia Italiana», n. 3 del 1985. Si legga anche il volume G. Carli, Pensieri di un ex Governatore, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1988.^
31 L’ascesa e la crisi del dollaro, e della sua centralità nell’economia mondiale, si possono leggere in B. Eichengreen, Exorbitant Privilege, Oxford University Press, 2011; mentre le contraddizioni che si aprono tra Occidente e modelli asiatici di capitalismo, una diversa versione dell’economia monetaria di produzione, si leggono in F. Mazzei, V. Volpi, La rivincita della mano visibile, Milano, Università Bocconi Editore, 2010.^
32 Si veda ancora la lezione Nobel di O. Williamson già citata nelle note precedenti.^
33 Si veda il «Corriere della Sera», 8 febbraio del 2012: Perché a Berlino conviene una debole periferia d’Europa.^
34 Si possono leggere, sul ruolo trainante dei paesi new comers, nella dinamica mondiale della crescita, due recenti lavori di D. Rodrik, un economista che insegna ad Harvard University. D. Rodrik, The Future of Economic Convergence, Harvard University August, 2011, at http://www.hks.harvard.edu/fs/drodrik/Research%20papers/The%20Future%20of%20Economic%20Convergence%20rev2.pdf ed anche Idem, The Future of Economic Growth, luglio 2011 at http://www.project-syndicate.org/commentary/rodrik58/English. Si veda anche il suo ultimo volume The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, del quale è disponibile la traduzione italiana: D. Rodrik, La globalizzazione intelligente, Roma-Bari, Laterza Editori, 2011. Una recensione di questo volume si può leggere at http://www.finanzaecomunicazione.it/massimo-lo-cicero/tool/dani-rodrik-il-paradosso-della-globalizzazionela-democrazia-ed-il-futuro-dell%e2%80%99economia-mondiale/^







Fonti bibliografiche relative alle note in cui sono riportate le citazioni di Federico Caffè e di Paolo Sylos Labini
C.M., Cipolla, Money, prices and civilization in the Mediterranean world fifth to
seventeenth century
, Princeton, 1956.
J.R., Hicks, A theory of economic history, Oxford, 1969 (tr. it.: Una teoria della storia economica, Torino, 1971).
W.T., Newlyn, Theory of money, Oxford, 1962.
D.H., Robertson, Money, London, 1922; rist. 1948 (tr. it.: La moneta, Torino, 1935).
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