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Volpe tra storiografia e politica: un bilancio*
di Giuseppe Giarrizzo
Su una considerazione in premessa sarà agevole il consenso: Gioacchino Volpe, una personalità di tutto rilievo tra gli storici della sua generazione, non ha goduto di un’attenzione pari all’importanza del personaggio. Le ragioni stanno, più che per altri intellettuali di quella generazione, nella sua vicenda pubblica come Volpe stesso l’ha vissuta – con lucida consapevolezza, sino alla fine, delle difficoltà che facevano ostacolo al maturar di un giudizio al tempo stesso equo e comprensivo. Quelle “difficoltà” sono peraltro esaurite da tempo, ma la nostra cultura attende ancora un giudizio comprensivo ed equo. Un buon avvio fu dato dall’introduzione di Cinzio Violante alla riedizione (1970) degli Studi sulle istituzioni comunali a Pisa: anche se lo stesso Violante, e Gabriella Rossetti (che sul tema si era laureata con Violante nel 1959) appaiono, non meno degli altri, condizionati dal ritratto più tardo che Volpe ha costruito (e confermato, in colloqui degli anni ’50 e ’60, al giovane storico pugliese) con suoi ricordi diretti o indiretti. Del ’77 è la monografia di Innocenzo Cervelli, che – in un affollato, e a tratti confuso e ridondante contesto – riprendeva la definizione di Cantimori sullo «eclettismo e irrazionalismo storicistico» del Volpe, definizione invero inadeguata, forse errata: intesa però da Cantimori a prender le distanze dalla “scuola del Volpe”, e qui ribadita da Cervelli per dare fondamento ad una tesi continuista1. E le recenti (e per lo più modeste) apologie del grande storico non hanno certo guadagnato all’opera imponente nuovi lettori e rinnovata attenzione.
La parabola storiografica di Volpe conosce, a mio avviso, discontinuità evidenti all’interno di una parabola segmentata che raggiunge negli anni ’20 il proprio zenith per declinare fino a spegnersi negli anni ’30 e ’40; ed è piatta la lunga coda degli ultimi venti anni. La sua formazione di storico viene di solito presentata riproducendo il disegno autobiografico, che Volpe stesso ne ha fatto in Storici e maestri, soprattutto nell’ed. 1967 di questa raccolta: e nella pisana Scuola Normale (1895-1901) e all’Istituto fiorentino (1901-02), tutti vi ruotano attorno a lui, instancabile scopritore di pergamene e geniale inventore di una lettura “economico-giuridica” del Comune!
E che dire delle mie migrazioni per gli archivi, archivi statali, archivi comunali, archivi di vescovi, di capitoli o di conventi, Pisa e Certosa di Pisa, Siena, Firenze, Arezzo, Massa Marittima, Volterra, Sarzana? Qui a Sarzana mi ospitò per 15 giorni una stanzuccia al piano terreno del campanile della cattedrale, entro cui scendeva, dall’alto di una finestruola, pallida luce: ma vi troneggiava il Codice Pallavicino, cioè il Liber jurium della Chiesa vescovile lunense e dei suoi Vescovi, specchio della vita tempestosa di una regione rigurgitante di grandi e mezzani e piccoli signori feudali, di castelli e borghi di nuova fondazione. Andavo lì con l’animo e l’attesa di un esploratore di sorgenti. E qualche volta scoprivo veramente sorgenti: come fu quando, nell’Archivio del Capitolo di Volterra, misi le mani sopra una grande e ben conservata pergamena, un Breve o Statuto di Montieri non mai segnalato da alcuno, scritto in volgare italiano, dell’anno di grazia 1216 […], di un’età in cui il volgare scritto non aveva fatto la sua comparsa se non in parole o frasi.

I “maestri” del giovanissimo Volpe, dal “longobardo” Amedeo Crivellucci al “piagnone” Pasquale Villari, da Michele Amari ad Alessandro D’Ancona, al Comparetti e (presto) al Rajna e al Pais, sono silenziosi ed attoniti ad ascoltar Volpe e... dietro a Volpe quel che resta di Gaetano Salvemini. Eppure quei “maestri” avevano contribuito, non meno dei loro primi discepoli, a mutare il volto del Medioevo italiano (e non solo italiano, se poi guardiamo ai contributi di Amari e Comparetti). Il riferimento è comunque importante per chi volesse cogliere il limite degli interessi storiografici del giovane Volpe (era nato nel ’76), “esploratore di sorgenti”: che privilegia la Toscana medievale, secondo l’indirizzo “villariano” di Rodolico (nato nel ’72) e di Salvemini (nato nel ’73); e taglia fuori l’intero Mezzogiorno medievale (Napoli e Sicilia, su cui lavora con Capasso Pietro Egidi, nato nel 1872), e insieme il Lazio medievale (su cui lavora Pietro Fedele, coetaneo del Salvemini, e al pari di Egidi allievo romano del Monticolo e di Ernesto Monaci).
Alla data in cui Volpe segue le lezioni di Crivellucci, da quella scuola “pisana” e per il luogo e per i temi, era uscito – studente della precedente generazione (era nato nel ’58) il siciliano Francesco Scaduto. Che da Palermo s’era trasferito a Firenze, all’Istituto Superiore, per laurearsi (luglio ’81) su Stato e Chiesa negli scritti politici dalla fine della lotta per le investiture alla morte di Lodovico il Bavaro (1122-1347). E da Firenze, seguendo la via “tedesca” (1875) di Alberto Del Vecchio, era andato a Berlino e a Lipsia per seguirvi i corsi di Paul Hinschius (1835-1898) e di Emil Friedberg (1837-1910), gli ecclesiasticisti che avrebbero avuto un ruolo importante nel Kulturkampf, e la cui opera grazie anche al Ruffini sarebbe entrata nel dibattito teorico e nella ricerca storica italiana. Nonostante gli assaggi (modesti), il “longobardo” Crivellucci attende ancora il suo storico: e il colorito ritratto di Volpe ne ha falsificato i tratti, così come non prende rilievo nelle pagine di lui la figura, anche per Volpe decisiva, di Alberto Del Vecchio che a Firenze è pure docente di tedesco, oltre che di storia delle istituzioni, e che inizia lo studioso – il quale vien maturando riflessioni sulla “signoria civile” a Pisa – all’intricato mondo della storiografia giuridica tedesca, lo manda a Berlino (1903) e per questa via, che è poi quella classica della “questione longobarda” genialmente rivisitata, lo promuove a storico dei Comuni. La Signoria non è solo l’esito “statuale” della vicenda municipale, tanto cara a Villari e alla sua scuola, è – specie dopo la conoscenza (1903-04) di Ludo Hartmann e della sua Wirtschaftsgeschichte – una forma istituzionale, in cui trova assetto per riposare il travaglio creativo dell’età precomunale: Comune e Signoria hanno la stessa matrice nei secoli XXI “ricchi di origini”. Volpe si lascia alle spalle la scontata polarità “latini e germanici”, e cerca nel popolo-nazione il soggetto che in un determinato territorio ha in fatto disciolto i composti “originari” in un nuovo, originale impasto che esclude per sua natura quella ricerca di fonti prevalenti, “alla Rajna” per intenderci.
La nota “eversiva” che a partire dal 1902 matura in Volpe, e che troverà amplificazione nei saggi-recensioni ospitati da Croce ne «La Critica», è l’esito di questo percorso – i cui referenti e destinatari sono, a parte le occasioni, gli storici positivi ed i sociologi italiani. Cosa può avere attratto il Croce in quel nuovo linguaggio e stile intellettuale? Lo scardinamento dell’approccio sociologico, che Croce vuol collocare tutto entro l’avversato positivismo, pur dentro lo schema di una soggettività collettiva: non giova perciò invocare Antonio Labriola, o le affinità con Gentile. La cifra volpiana non ha tratto granché neppure dal Breysig, che per decenni Volpe avrebbe menzionato come il Kulturhistoriker conosciuto (frequentato?) a Berlino. Ma non può esservi dubbio nel collocare Volpe nel gran fiume europeo della “storia della cultura” che sfocia nel concetto-chiave di koiné, culturale ed istituzionale, cui fanno ricorso negli stessi anni gli storici dell’antichità alle prese con l’ascesa “virtuosa” dal comune alla Nazione.
Le “origini della nazione italiana”: è sotto questo esponente che va collocata la prodigiosa medievistica del giovane Volpe. Il che consente di distinguerla dalla medievistica “socialista” di Salvemini e dal populismo cattolico di Rodolico. Era il Duecento il centro della ricerca (e dell’interesse) salveminiano, il tempo in cui egli vede germinare contemporaneamente capitalismo e socialismo, magnati e popolani confliggere; il Trecento fu l’età di Rodolico, storico dei Ciompi, che si collocava nel contesto della storiografia “leoniana”. Non così Volpe, che risale al IX-X secolo per cercarvi il momento in cui dalla roccia sgorga la polla nativa della “nazione”, la vita del popolo che – poco importa se latino o germanico – recupera i tracciati di istituzioni “romane” e li restituisce a nuova vita, ma altri ne incide dovendo prima obbedire a incoerenti pressioni istintive (indirette), e quindi a realizzare quell’apice di unità storica che distingue le vette dalle bassure della vicenda storica di una nazione.
Sviluppi saranno presenti, tra il 1905 e il ’10, nel tempo milanese: qui, per un verso, matura in Volpe l’antimeridionalismo presente nella critica al Caggese “fortunatiano” e dall’altro cresce l’attenzione per la dimensione demopsicologica alimentata da Francesco Novati e dal Casati, e che rappresenta una via d’uscita dalle strette del Methodenstreit. Volpe sa bene di dovere a Novati il posto a Milano che doveva toccare al “sospetto” Salvemini, e la lezione del caso Ciccotti fa parte di quel roccioso conservatorismo, in cui a Milano si riconosce anche il geniale Ascoli. Il crinale tra il tempo pisano e quello milanese è segnato per Volpe dall’intervento del 1906 su Insegnamento superiore della storia e riforma universitaria, che esce ne «La Critica» [5 (1907), pp. 484-95].
La nota è provocata da un’inchiesta promossa (1904) dalla «Revue de synthèse historique»: Nos enquêtes. L’enseignement supérieur de l’histoire (Parigi 1906). Volpe commenta sopratutto «la necessità di stabilire un più intelligente coordinamento degli studi storici e di quelli giuridico-economici». Denuncia la separazione delle Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza come “incongrua”, «se è vero che è contro la visione piena dei rapporti fra le attività ed i prodotti dell’uomo pensante ed operante nella storia, contro il senso dell’unità della vita, contro la sistemazione organica del sapere». Ed inoltre si chiede se agli studi giuridico-economici non sian più “preparati e disposti” gli studenti di Lettere «più abituati, per tutto l’indirizzo dei loro studi, a ravvicinare ciò che appare diverso e disgiunto alla superficie, più capaci di cogliere la vita del diritto ed i rapporti economici nel loro moto e svolgimento e azione, nelle forze sociali da cui hanno principio e di cui si alimentano, negli influssi vicendevoli con le altre forme dell’attività storica, nei rapporti con l’uomo a cui tutto si riferisce». Se i giuristi non hanno interesse per la storia, «letterati e storici [...] mancano [...] di un vero abito mentale che li porti a considerare, per esempio, la storia del diritto come una medesima cosa con quella “storia” che essi insegnano, e non solamente come una semplice disciplina ausiliaria». Il frequentatore della biblioteca di Lettere «sempre meno riusciva a farsi la coscienza di certe specifiche esigenze delle discipline storiche, non appagabili con le molte e svariate lingue e stilistiche e grammatiche, troppo lontane dalla struttura e dal meccanismo della vita sociale perché possano aiutarne la comprensione, anche se studio di prodotti dello spirito umano esse stesse». Gli storici tedeschi, esempio il Mommsen, questa coscienza ce l’hanno e non separano certo «storia, vita e svolgimento del diritto, costituzione economica del passato»2. L’assenza di una cognizione adeguata delle discipline giuridiche ed economiche, e di conseguenza l’«inadeguato apprezzamento dei fatti relativi [...] spiegano la fiacchezza della nostra storiografia». E Volpe scrive qui: «se non si cominciano a studiare le energie elementari e fondamentali e inconsapevoli di questa che chiamiamo “società umana” nelle sue varie unità etniche, nazionali, politiche ecc., non si ricostruisce il processo storico nel suo ordine naturale, non si ritrovano le origini, le radici della bella fioritura che ci sta immediatamente sotto i sensi». Le conseguenze sono negative e sul terreno storiografico e nella vita civile. Si lavora e produce molto, ma «la nostra è una produzione fiacca, superficiale, incompiuta, che guarda poco a tanti fatti ed a tanti aspetti dei fatti, si muove su pochi metri quadrati di terreno, e questi pochi metri non li scava profondamente o lo fa solo fin dove giungono gli strumenti primitivi o antiquati di cui si serve»: «è come il lavoro delle macchine imperfette, molto consumo di combustibile e poco rendimento utile». E «se noi, storici, siamo poveri di coltura moderna, in genere» («vediamo rincorrersi sotto i nostri occhi le ondate piccole e grandi della vita contemporanea, e raramente le sappiamo valutare per quel che valgono. Conosciamo troppo poco gli uomini, le istituzioni e le correnti intellettuali che ci si muovono attorno»); «le nostre classi dirigenti, in Italia, e bisogna dire anche chi studia le questioni attuali di economia e di politica, son poveri di senso e di coltura storica».
A parte il riferimento alle «energie elementari e fondamentali e inconsapevoli di questa che chiamiamo “società umana”», lo scritto costituisce più un bilancio che un progetto: si tratta ancora di coordinare studi storici e studi economico-giuridici. E appartiene al tempo della collaborazione di Volpe coi «Nuovi Doveri» di Lombardo-Radice, terreno di incontro con Salvemini e Gentile: e sul quale matura il progetto (presto abortito) di nuovi «Studi storici» – di cui sarebbe stato sodale il più giovane Antonio Anzilotti (quasi 10 anni meno di Salvemini e di Volpe), e che di Volpe e della sua “storiografia realistica” aveva già scritto ne «La Voce»3. Prima il Sofri, quindi Cervelli hanno indagato sul dialogo tra Volpe e Anzilotti.
All’inizio del tempo milanese, il problema è per Volpe quello antico: come raggiungere quelle energie elementari e inconsapevoli della società umana? Per l’inaugurazione dell’anno accademico 1907-08 Volpe sceglie il tema Chiesa e democrazia medievale4:
In questa lunga vicenda che dura da un millennio, il Cristianesimo non è stato messo mai in discussione; nei paesi latini, neanche il cattolicismo, nonostante che la Chiesa abbia le mille volte presentato come questioni di religione e di fede cattolica questioni politiche ed economiche. Religiosamente parlando, anzi, nell’urto con i pontefici e con gli ordini clericali si è avuto un risveglio ardente di spiritualità evangelica e si è invocata, con passione quasi nostalgica, la Chiesa di Cristo. Ricordo fra gli altri i giansenisti, che precedono e un po’ preparano il risveglio religioso e cattolico del XIX secolo. La Chiesa romana condannava spesso come eretica quella invocazione: ma ciò non vuol dire che la dottrina cattolica ricevesse offesa da quegli uomini che cattolici erano e si professavano. La linea di condotta seguita da Roma contro le nuove forze sociali politicamente ostili tutti la conoscono, perché ancor noi viventi la abbiamo sotto gli occhi: transigere nel fatto, cedere su di un punto per tener fermo su di un altro, riconoscere tacitamente e praticamente; ma nel tempo stesso, gridare e protestar sempre, lanciar divieti, interdetti, scomuniche contro pretesi nemici della fede, mantener intatte le posizioni giuridiche per ogni eventualità futura.

E Volpe sente il bisogno di scrivere in prosieguo Chiesa e democrazia moderna5:
Sembra quasi che il secolo XIX, dopo assai lunga parentesi, siasi riattaccato ai secoli dopo il Mille, abbia ripreso a tessere su più ampio telaio la trama già ordita allora, abbia risollevato, in regime di democrazia e per opera o impulso di popolo, questioni che anche allora il popolo sollevò e non risolse se non in parte, coi mezzi adattati alle sue forze! Abbiamo assistito o assistiamo ancora a conflitti tra Stato e Chiesa, fra ceti clericali e borghesie nazionali. Vediamo la Chiesa più che mai restringersi nella gerarchia [...]; mentre, viceversa, appaiono ogni giorno più espressivi i segni di una crisi di coscienze che ricorda quella dei tempi di Pietro Valdo e di Francesco d’Assisi e che in altri secoli avrebbe partorito sette e persecuzioni di eretici. Ancor più visibili, poi, ci si presentano sotto gli occhi moti larghi e profondi di strati sociali, vuoi di contadini vuoi di proletari industriali, stretti da maggiore concordia ora che non fossero nel Medio Evo. Le agitazioni agrarie degli ultimi anni in Italia non hanno riscontro se non in quelle svoltesi dal X al XIV secolo. In qualche regione nostra, esse sono addirittura la ripresa di un’opera lasciata allora interrotta, rivolta a mutare una condizione di rapporti consuetudinari e incerti in una di rapporti giuridici precisi, cioè di contratti agrari veri e propri che siano incontro di volontà sufficientemente libere ed eguali; a sostituire l’associazione e le forme collettive di lavoro all’isolamento antico di ciascun uomo di fronte al padrone della terra che quello coltiva. E nelle città, dovunque la grande industria alza al cielo le sue mille ciminiere, guglie di moderne cattedrali, ahimé non gotiche né romaniche! brulica un esercito di salariati, figli innumerevoli dei pochi Ciompi fiorentini o fiamminghi o tedeschi, venuti su col capitalismo del XIX secolo, e legati ad esso inscindibilmente nella fausta sorte e nell’avversa; nell’avversa, anzi, più che nella fausta. Chiesa romana e socialismo, dunque, non sono amici. Non sono tali in nessun paese del mondo, ma specialmente nei paesi latini, specialmente in Italia [...]. Se la Chiesa cattolica non è il Cristianesimo, essa non è neanche tutta nella Chiesa romana, moralmente parlando. Nella grande famiglia vi sono menti capaci di un più equo apprezzamento della realtà e vi sono energie vive, anelanti di misurarsi con gli avversari in una gara feconda piuttosto che querelarsi e maledire.

Il socialismo cattolico (dopo il grande libro del Nitti): «è nato in Germania verso la metà del secolo scorso, col risorgimento del cattolicesimo tedesco, ed ha avuto tra il 1870 e il 1890 la sua età dell’oro. Dalla Germania si è diffuso specialmente in Austria, nella Svizzera, in Inghilterra, in Francia». Fu la liquidazione delle vecchie panacee che si chiaman carità ed elemosina. Contraddizione tra il fervore di pensiero e di opere ed il neo-medievalismo della corporazione («frutto schietto di paesi tedeschi»: se «gli studiosi del diritto nazionale tedesco sono stati per tutto il secolo XIX in commovente adorazione dinanzi alle loro medievali Genossenschaften, quali erano prima che il diritto romano – la lor bestia nera – le contaminasse!»). Ma la corporazione medievale era «associazione di piccoli produttori e capitalisti, allo scopo di regolar tecnicamente l’industria ed il commercio dei prodotti», «escludeva i proletari ed i proletari odiavano la corporazione; e aveva un angusto cerchio di vita ed un gretto spirito piccolo borghese». Un anacronismo nell’economia nazionale e mondiale dei nostri tempi. «L’utopia è proprio una gran pianta vitale che sfida i millenni! Si costruisce con la fantasia un ideale sistema di vita e poi si vanno a raccattare qua e là i materiali da comporre in unità architettonica!». V’ha poi l’odio alla borghesia industriale e commerciale che puzza di Medio Evo feudale: «Il socialismo cattolico è, per metà almeno, un socialismo aristocratico e militare, feudale e rurale, conservatore e restauratore [...]. Questi valentuomini gridano alto i mali dell’industrialismo, del salariato, della concorrenza, dello sfruttamento e dell’usura e di tutto quello che vedon promanare dalla economia borghese ma non si indugian troppo sul loro mondo agrario». Tutto ciò nei paesi tedeschi e in Francia, non in Italia: «Un partito agrario-feudale tra la nostra aristocrazia non esiste». La conclusione restava critica: «Il cattolicesimo sociale non è la via che il popolo consapevolmente si traccia, in base ai propri bisogni, alle sue proprie tradizioni ed alla sua esperienza [...]; ma è un sistema da altri architettato, da altri che sono stati sempre fuori del popolo e finora contro di lui» – che ostacola l’impegno a colmare la distanza culturale fra città e campagna. E «ciò non corrisponde agli ideali di nessuna democrazia». L’inciampo è però soprattutto nella Chiesa, ora al bivio tra il trascinare una esistenza poco gloriosa o il ringiovanirsi, l’adattarsi ad una piena democrazia «come si è adattata già a tanti altri regimi politici ed economici».
Volpe stesso ha voluto che queste considerazioni, tutte milanesi (nonostante il riferimento a Toniolo fiorentino, tanto caro a Violante) e tutte politiche, facessero da cornice alla magistrale ricerca sui Movimenti ereticali, che esce su un periodico politico-culturale di Milano. Per queste considerazioni vorrei escludere una significativa influenza della polemica antimodernista di Gentile sul Volpe politico del tempo milanese: «Specialmente giovani sacerdoti vi si dedicarono [alle indagini da Volpe “ereticale” inaugurate]. Ricordo, fra gli altri della mia scuola milanese, Luigi Zanoni col suo ottimo lavoro sugli Umiliati, edito poi dall’Hoepli; Giuseppe Molteni che condusse a termine una amplissima indagine, tuttora inedita, sui Cistercensi, la loro diffusione in Lombardia, la loro organizzazione agraria, ecc.; Luigi Aliverti che studiò a fondo, su materiali anche di lontani archivi spagnoli, direttamente ricercati, i Borromeo e la Controriforma; altri con altri argomenti (i Cluniacensi in Italia, il processo del cardinal Morone ecc.). Ora quel momento è passato...».
Ma non è solo Anzilotti a guardare a Volpe. È anche Volpe a leggere Anzilotti, che nel ’10 ha pubblicato gli originali contributi sulla signoria medicea e sul rapporto centro-periferia nella Toscana di Pietro Leopoldo: sono, smaltita la sbornia del “concretismo” salveminiano, prove di storiografia realistica (su «La Voce» del 1910, Anzilotti sottolinea l’importanza dell’insegnamento della storia nella scuola secondaria come educazione al “senso realistico della vita pubblica”). La svolta per entrambi, Volpe e Anzilotti, e per tutta “la nuova storia”, è perciò segnata dalla guerra di Libia, che produsse un terremoto anche nell’antichistica italiana: la lettera protesta (30.XII.1911) con la quale i quattro “giovani” (Donati, Palmarocchi, Anzilotti e Muñoz) si dimettevano dalla redazione de «L’Unità» fu pubblicata nella «Idea Nazionale» del 4 gennaio 1912. Ormai anche per Volpe suona l’ora del diretto impegno politico: il 1912, l’anno del divorzio “tra filosofi amici”, segna la svolta anche nell’area antigiolittiana cui appartengono molti dei protagonisti. Anzilotti e Palmarocchi lasciano e nel ’12 fondano (con B. Varisco, F. Baldasseroni e F. Ercole) «Il Risorgimento»; Anzilotti ha pubblicato (Faenza 1912) La crisi spirituale della democrazia italiana (Per una democrazia nazionalista). Il socialismo, «confondendosi con le minoranze organizzate del proletariato, vive la loro vita d’interessi e, così facendo, perde la visione dei problemi generali dello Stato, del quale è parte attiva e interessata». Con ciò si afferma in alternativa «lo spirito etico», «inscindibile fusione di democrazia e di religiosità»: una «disciplina delle forze del nostro spirito», che sta a fondamento del vero nazionalismo, alternativo al materialismo imperialistico di Corradini ed a quello socialista. Esso rappresenta «un avvicinamento fecondo al paese reale, uno sforzo rivolto a far sentire più profondamente questo interesse nazionale contro i particolarismi vari di classi, contro l’atomismo della degenerata democrazia». Il concretismo non produce nulla ove manca la religione, «uno spirito animatore, capace di avvincere la coscienza popolare e rampollato spontaneamente dalla presente crisi». Da qui l’appello ad una «inscindibile fusione di democrazia e di religiosità». Mazzini, ma presto sarà Gioberti, eroi entrambi di Gentile, ma versus Salvemini!
Il Comune esce di scena: per Anzilotti, come per Ercole, è la Signoria il punto di partenza6:
Quando il regime comunale non può più esercitare la democrazia diretta, a causa delle forze antagonistiche, che dividono le stesse classi pervenute al potere, quando l’unità di ceto o di partito vien meno col dissolversi in gruppi irriconciliabili, allora si manifestano due tendenze: una all’oligarchia, che si esprime nella costituzione con l’organo dittatoriale della balia, alla quale si delegano i più ampi poteri e che diviene di diritto e di fatto padrona dello Stato in nome del partito, dal quale è stata eletta; l’altra al potere personale, che di per se stesso è atto ad eliminare i contrasti interni e a soddisfare i bisogni di una larga democrazia.

Dalla “democrazia nazionale” al gruppo nazional-liberale, della cui sezione milanese Volpe è presidente e dove ha ritrovato Gentile e trova Anzilotti. E tutti scrivono su «L’Azione», (1914-15), il foglio liberal-nazionale di P. Arcari e A. Caroncini, cui collaborano da Firenze anche G. Calò ed E. Finzi, e da Roma Amendola e Borgese: su una posizione interventista, contro l’involuzione reazionaria [leggi democratica] dell’interventismo («volontà di potenza all’estero, audacia di riforme all’interno»). L’esperienza e la riflessione dello storico Volpe ne sostengono la riflessione politica7: Dai nazionalisti, di cui i nazional-liberali erano una scissione,
ci separano certe loro esagerazioni e lo sviluppo ipertrofico di taluni organi; noi non crediamo di poter formulare una dottrina della nazione e del nazionalismo; non ci sentiamo di annullare le questioni sociali nelle questioni della politica estera e della espansione; ci pare contrario e alle nostre tradizioni ed ai nostri interessi alimentare in noi e quindi incoraggiar negli altri uno spirito di sopraffazione imperialistica che è un po’ l’antico Faustrecht germanico rammodernato e che rappresenterà un pericolo per le nazioni meno numerose e più deboli come noi siamo e certamente rimarremo relativamente ad altre nazioni.

Gentile, Amendola, Anzilotti, Volpe, Borgese all’unisono.
In questi anni della guerra mondiale, Volpe è chiamato – al pari di Lombardo-Radice e di U. Zanotti Bianco – a sostenere il “morale” dei soldati. Il suo mentore è per questo tempo Gentile politico: la guerra è la prova del Risorgimento, che fu opera di minoranze e di diplomazia; essa sarà la rivelazione autentica dei caratteri del “nuovo italiano”. Volpe scrive e scrive, senza libri, naturalmente di Medioevo, e di Medioevo toscano: e non è difficile accorgersi della distanza, nello stile e nei pensieri, che separa il primo Volpe da queste pagine, in cui già prendeva forma – al di là della storiografia economico-giuridica, e della storiografia realistica – lo storico “puro”, lo storico “generale”. Nel giudizio sulla “guerra” Volpe marca comunque le distanze dalla lettura di Omodeo e dei futuri “azionisti”: sicché, anche se aggiustato ad un tempo assai diverso, Ottobre 1917 è opera ben più significativa degli scritti poi raccolti in Guerra Dopoguerra Fascismo. Qui la “massa” prevale non solo sui generali, ma anche sugli ufficiali “di complemento” tanto cari all’ufficiale Omodeo; e maturano approcci, che non hanno radici negli anni prebellici, e che sono prodotto dell’esperienza drammatica “a lieto fine” della guerra. La conversione definitiva, politica e storiografica, appartiene però al dopoguerra. A Giustino Fortunato, Milano [marzo 1919].
Non vi ho visto dall’inverno 1917, dopo Caporetto. Ricordate? Io sì che ricordo, il Vostro accorato dolore e il calore delle Vostre parole, ondeggianti tra la sfiducia pel domani e la fede annidata nel profondo. Questi due anni dopo d’allora ci hanno riportato in alto e poi di nuovo ancora ricondotto in basso, nella speranza. Quella che era crisi di guerra è ora crisi della società italiana, nella sua totalità, con manifestazioni in parte generali, di tutto il mondo, in parte nostre di noi Italiani. Certo qualche cosa sta maturando e non solo in male. Qualche cosa sta nascendo, e porta, come ogni nascimento, dolore. Ma quel che ci mozza il respiro è il pensiero di come il nostro paese potrà tollerare un’epoca di vaste agitazioni, in un momento in cui più che mai esso è legato e subordinato ad altri Stati e ad altre economie; in un momento in cui gli altri occupano in ressa le ricchezze del mondo, le materie prime, i migliori mercati, ecc. Quello che anche io molto temevo prima e durante la guerra che noi potessimo uscire vincitori sì, ma relativamente retrocessi nella scala delle potenze europee, e contare a guerra finita meno di prima: questo timore mi pare si stia dimostrando fondato. È probabile che oggi, domani, per un pezzo, la distanza fra noi e chi ci precedeva sia molto aumentata. E non tanto per aver fatta la guerra, quanto non averla diplomaticamente ben fatta; non aver avuto gli Italiani tutti ben chiara l’idea che il fronte della nostra guerra era duplice: verso le Alpi Giulie e verso [...] le Alpi Marittime e Cozie e Graie, cioè verso gli Alleati. Abbiamo fatto a loro un credito illimitato e senza garanzia; abbiamo sempre accettato ogni loro atto come rivolto alla tutela di una causa e quasi affatto indipendenti dai consueti impulsi della politica degli stati.

Le simpatie di Volpe nel ’19 vanno ancora al gruppo sparuto dei nazionalliberali: devozione alla monarchia, opposizione al bolscevismo, libera concorrenza, «intese oneste e leali fra gli imprenditori e dirette rappresentanze degli operai», decentramento burocratico e amministrativo. Tra i firmatari del Manifesto sono con Volpe Anzilotti, Einaudi, Prato, Gentile. Dopo la vittoria socialista alle amministrative milanesi del ’20, Volpe – che vi era stato candidato per il «Blocco cittadino di azione e di difesa sociale» – si accosta al fascismo. È la lettera, Per la nuova Italia, che Mussolini pubblica con grande risalto ne «Il popolo d’Italia» del 21 novembre 1920: la borghesia «venga, più rapidamente che ora non avviene, rinsanguata dai migliori, in modo che sia non già una classe, con specifici ed egoistici interessi, ma il fiore della nazione, il centro ove convergono via via tutte le forze mature del paese, lavoratori dell’intelletto e lavoratori del braccio». Considerazioni e conclusioni che ritroviamo, con maggior pretesa teorica, negli scritti del Croce di questi anni.
Tra le carte Novati della Braidense si conservano i testi delle 26 lezioni del corso di Storia del Risorgimento del 1919-20. Nasce da quel corso il Volpe modernista: e la nuova prospettiva indicata dalla successiva recensione al Raulich [Una storia del Risorgimento, in «La Critica», 19 (1922), pp.109-17]; e la collaborazione a «Politica» e a «Gerarchia». Sono scritti di storia per la politica (Le origini della Nazione italiana, in «Politica», dic. 1921-genn. 1922; Italiani fuori d’Italia alla fine del Medio Evo, in «Gerarchia», 1922), che assistono l’adesione di Volpe al fascismo. Il fascismo, più movimento che partito, è oggi espressione di
un ben avviato ringiovanimento dello spirito italiano ed una più salda compagine nazionale ed un più energico senso della vita; […] nel Fascismo c’è qualcosa del liberalismo, del vecchio ed autentico ed energico liberalismo che accettava la lotta e la concorrenza e la selezione, riconosceva ed esaltava i valori individuali, lasciava entro lo Stato una larghissima sfera d’azione ai cittadini, ma vigilava con occhi d’Argo i cancelli dello Stato stesso [...]; c’è qualcosa del nazionalismo: del nazionalismo come passionalità e come senso dello Stato e come volontà di vita nel mondo e disprezzo di pacifismo e umanitarismo e cosifatti impiastri di fabbrica democratica: [...] c’è anche del socialismo [...], il senso di certi problemi posti dal socialismo ed ignorati o guardati un po’ dall’alto in basso per molto tempo dai nazionalisti8.

Ma non è meno importante la decisione di pubblicare in volume Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana (secc. XI-XIII) (Firenze 1923).
Una grande rivoluzione, come fu quella donde uscì la moderna civiltà dopo il travaglio medievale, non poteva non essere anche religiosa, come tutte le grandi rivoluzioni: tanto più che allora la fede era ancora energica, anzi, per qualche secolo, più che mai energica; e la Chiesa incombeva su tutto e su tutti e condizionava quindi ogni gesto ed ogni parola, le affermazioni e le negazioni [...]. La loro storia tu la ritrovi nella storia dello Stato moderno che allora sorge: vuoi che gli uomini infatuati del Vangelo e degli ideali di povertà, attendano dal principe la riforma della Chiesa, vuoi che la lotta catara e arnaldista e valdese e francescana contro la mondanità ecclesiastica secondi lo sforzo del principe di rivendicare a sé le temporalità della Chiesa. Essi ti mostrano una delle sorgenti dello spirito individualistico che costituisce un segno distintivo della nuova epoca: poiché più viva religiosità vuol dire più diretto e intimo e quasi personale contatto con Dio; più fiducia, nel fedele, di potere raggiungere con i propri mezzi la salvezza. Preparano il nuovo sentimento della natura e dell’uomo, quale appare già nel XIII secolo, in quanto la natura e l’uomo e tutte le loro manifestazioni vengono, dalla gente di più alta spiritualità e di più energica o fattiva vita religiosa, considerati anch’essi partecipi del divino ed intrinsecamente degni. Costituiscono uno stimolo possente allo spirito critico ed al sapere che si diffondono, poiché la passione religiosa porta con sé raccoglimento, intimità, desiderio di intendere ogni mistero, disputa, ardore di propaganda. (Oppure, se si vuole, l’individualismo che sprizza dalla vita intensa e dai cresciuti contatti e rapporti ed urti; il nuovo sentimento della natura e dell’uomo, spontaneo in chi ora riaffonda nella terra le sue radici; lo spirito critico e scientifico che sono come lo sforzo di acquistare consapevolezza della vita vissuta; tutto questo trova ora modo di manifestarsi anche nell’ordine dei fatti religiosi, investe la vita religiosa e le dà una tonalità nuova, un ritmo più gagliardo, una maggiore umanità. Comunque un rapporto permane; permane la misteriosa parentela tra arte e filosofia da una parte, religione dall’altra).

E nel 1922 era uscito il Gioberti di Anzilotti. «Se è innegabile che la filosofia del Gioberti tende ad un fine politico, è anche vero che la sua politica è mezzo, avviamento, preparazione ad una meta più lontana e più alta: la riforma intellettuale e religiosa».
Per il filosofo torinese si tratta di creare il popolo italiano; crearlo nell’intimo delle coscienze. Bisogna perciò insegnargli innanzi tutto a pensare, a ragionare indipendentemente e profondamente [...]. La personalità nazionale sorgerà, quando si conquisteranno per proprio sforzo salde convinzioni, sulle quali costruire l’avvenire. Occorre quindi ispirare la fiducia nel popolo di poter foggiare da se stesso il proprio destino [...]. Il Gioberti perciò, da un lato, combatte l’imitazione francese, che ci rende servi, pupilli, ripetitori della moda forestiera, dall’altro proietta dinanzi alle menti degli italiani [...] quell’ideale civile, al quale essi debbono tendere con piena consapevolezza. Il filosofo sente di essere “creatore” di questa nuova Italia, che esiste solo nella sua mente, ma deve divenire nella realtà [...]. Ben si comprende come per esercitare tale missione e per foggiare la coscienza di un popolo, occorra una fede religiosa.

E a La funzione storica del giobertismo sarà dedicata la prolusione di Anzilotti al corso (Pavia, 29 gennaio 1923): il giobertismo consentì, in nome del realismo e della moderazione, di superare l’astrattismo di Mazzini.
Oggi anche noi storici possiamo in gran parte accettare il punto di vista di questi scrittori piemontesi [Balbo, Cibrario, Sclopis, Ricotti], che consideravano come politici il Piemonte quale un paese predestinato. La formazione stessa dello Stato, foggiato dall’assolutismo monarchico, lo aveva reso tale. Di qui una continuità di vita politica, ignota ad altre parti d’Italia; di qui una monarchia, che ha faticosamente conquistato il suo posto al sole, ora intromettendosi negli antagonismi fra baroni e fra feudatari e comuni, ora facendosi fautrice di franchigie comunali, sempre mantenendosi in armi per stringere a sé quanto è più possibile di territori a oriente e ad occidente e legando e mescolando le proprie sorti con quelle delle lotte di predominio e d’equilibrio europeo [...] ma il problema storico, dal punto di vista nazionale, cioè da un punto di vista superiore, è un altro. Si trattava cioè di vedere quale degli Stati italiani avrebbe avuto più forze materiali e morali, più spirito di iniziativa, più capacità di agire e di imporsi. Quando saranno conosciute le condizioni reali dei singoli Stati della penisola – dico le loro finanze, la loro organizzazione militare, la preparazione politica delle loro classi dirigenti, le condizioni delle singole economie locali; argomenti tutti ancora troppo poco studiati – allora apparirà chiaramente, al di fuori di ogni spirito apologetico, come mai il Piemonte divenga il pernio del movimento nazionale [...] Chi cerca dunque di cogliere l’intima logica della dottrina e della politica dell’autore del Primato, chi ne fa insomma la storia interna, si trova di fronte un Gioberti alquanto diverso da quello che comunemente viene rappresentato. È appunto questo il compito precipuo dello storico: arrivare cioè, a comprendere l’essenziale attraverso e al di là delle apparenze: attraverso e al di là degli intenti e dei propositi palesi degli uomini, dietro gli argomenti d’ogni specie coi quali essi giustificano il loro modo di operare e i loro più profondi bisogni. Compito questo oltremodo arduo non soltanto perché occorre distinguere ciò che gli attori degli avvenimenti hanno creduto di fare dal resultato ultimo e non preordinato dei loro sforzi; ma anche perché bisogna smontare e dissociare i luoghi comuni, le formule, gli schemi, il gioco ingannevole di astratti rapporti causali, coi quali si cerca di rendersi conto di fatti di gran lunga complessi. Lo stesso materialismo storico, che ha espresso in Italia indubbiamente la sincera esigenza di una comprensione più interiore, più concreta, più realistica e quindi più viva della storia, ha sostituito altri miti, ha creato altre astrazioni in luogo di quelle che giustamente eliminava. Di questo semplicismo si sono accorti perfino gli stessi cultori della sociologia, che hanno creduto di temperarlo col concetto della interdipendenza di quei “fattori”, che essi vanno elencando e classificando con l’illusione di poterli tutti cogliere e fissare. Il vero è che la ricchezza sempre nuova e sempre diversa della vita non può trovare corrispondenza nelle uniformità irrigidite e scolorate degli schemi. Così nei cosidetti “interessi determinanti”, che nella mente di certuni costituiscono un qualche cosa di ben preciso e stabilito, chi può distinguere nettamente gli interessi economici, certo innegabili, da impulsi, bisogni, tendenze, attitudini e sentimenti di ben altra natura, ma egualmente reali ed operanti? Soltanto un sicuro orientamento filosofico – nel quale consiste in sostanza la cultura – può mantenere immune lo storico da questo semplicismo. Non già, intendiamoci, perché esso debba creare una storia filosofica, intessuta tutta di concetti staccati da quel particolare concreto che è la storia vera [...]; ma perché un’educazione speculativa dà allo storico il senso dell’unità reale della vita nel suo processo creativo, consista questo nella soddisfazione dei bisogni economici più semplici o nelle più alte manifestazioni del pensiero, nell’elaborazione degli istituti del diritto o negli atteggiamenti della coscienza religiosa. E l’economia e il diritto non debbono esser considerati come forme definite e per sé stanti, ma nel loro farsi, crescere e muoversi insieme con tutte le altre forze, con le quali agiscono e si mescolano. Le discipline sociali insomma danno allo storico un validissimo aiuto in quanto lo fanno penetrare dentro il complicato organismo della vita collettiva: la preparazione filosofica gli dà un più fine senso critico e la possibilità di apprezzare le forze spirituali che agiscono nella storia.

E Volpe9? Egli ha lanciato nel 1922 il Programma ambizioso di una Storia d’Italia per Zanichelli10, che promette «una ricostruzione organica e integrale della storia nostra». Esclude questo piano di Volpe la storia antica, di Roma e dell’alto Medioevo, e parte dalle «città e borghesie cittadine in Italia alla fine del Medioevo».
Dobbiamo ritrovare e mettere in chiara luce ciò che è caratteristico nostro e fa di noi, da certa epoca in poi, un popolo e una storia; cogliere e segnalare a mano a mano che si presentano al nostro occhio la crescente omogeneità delle genti della penisola e la più attiva circolazione e confluenza degli elementi della vita locale; lo sviluppo delle relazioni intellettuali ed economiche dalla Valle del Po alla Sicilia; il distacco delle regioni periferiche dai lontani ed estranei centri cui si eran legate nel primo millennio dopo Cristo, per gravitar verso il corpo della Penisola, verso i centri della coltura specificamente italiana; quel certo rapporto di interdipendenza che si costituisce fra i vari Stati, Venezia e Napoli, Firenze e Milano, sino a presentarsi essi, taluni momenti, quasi come un fascio solo, soggetto alle stesse fortune; la funzione italiana e quasi nazionale che assolve il Papato, istituzione universale che solo in parte inquadra nella storia della nazione, ma che tuttavia la nazione, nel suo inconscio divenire, ora ha utilizzato ai propri fini, ora ha promosso, fornendogli mezzi di azione e gran parte dell’alta gerarchia, e comunicandogli qualche cosa del suo stesso vigore, della sua stessa forza; le attività italiane che si espandono fuori dei termini della Penisola, agiscono sugli altri, ne risentono l’influsso e in fine suscitano loro reazioni, determinano loro atteggiamenti e giudizi che investono tutta la nazione italiana ecc.; il successivo decadimento interno e svalutamento nei rapporti internazionali, dei più piccoli o inadatti Stati della Penisola, mentre emerge qualche altro meglio attrezzato per le opere di pace e di guerra, col risultato di rompere lo sterile equilibrio e dare alla Penisola un centro e quasi una testa; una coscienza nazionale che affiora e variamente si atteggia e si irrobustisce, fino a divenire una forza viva, quasi il fiore e il frutto di una pianta in via di crescere; personalità singole che emergono nel sentimento degli italiani, o perché gli italiani ritrovino ed esaltino in essi qualcosa di sé stessi (Dante) o perché abbiano consapevolmente ed altamente e durevolmente operato a fini nazionali (Mazzini) e sono quindi da considerare quasi padri spirituali della gente italiana, piloni di sostegno della storia italiana. Il tutto senza retorica e senza enfasi, senza “boria di nazioni” [...]. A quel passato è desiderabile che si guardi con occhio simpatico e cuore commosso, ma insieme con spirito libero [...]. Si mettano pure al centro del quadro, lo Stato e i gruppi sociali politicamente organizzati, ma lo Stato appaia come espressione di tutte le forze vive che agiscono in esso e si manifestano in esso e da esso e per suo mezzo operano; ed i gruppi sociali si presentino nella loro interezza, con tale o tal altra mentalità, con tali o altri interessi, con tale o tal altro grado di collegamento o di autonomia di fronte allo Stato, ecc. Vuol dire che, per certe epoche, è possibile e necessario metter lo Stato al centro del quadro, come elemento per noi unificatore di ciò che altrimenti male riusciremmo a raccogliere e sistemare; per altre epoche, invece no, ché lo Stato è un fantasma, con scarso rilievo e personalità e azione propria, e la vita sociale trabocca fuori dai suoi deboli argini e si svolge indisciplinata o conforme ad una sua propria disciplina, affidata alle classi, ai partiti, ai gruppi affiancati o contrapposti.

Croce intervenne pubblicamente11, apprezzando il piano di Volpe ma con due osservazioni:
che sempre che si pretenda fondere in una [...] le varie storie particolari (della vita economica e della filosofia, della poesia e della politica, ecc.) si avvertirà l’impossibilità della cosa, perché quelle storie risorgeranno sempre ciascuna [...] nel suo proprio carattere. D’altro lato, poiché una storia d’Italia è chiaramente non una storia della poesia o della letteratura, e neppure dell’agricoltura o del commercio, ma di una formazione e processo politico, una storia d’Italia dev’essere unicamente una storia dello Stato italiano. Solo che lo Stato non bisogna intenderlo in modo estrinseco, ma nella sua concretezza, che è l’attività politica degli individui e dei popoli dovunque e comunque si manifesti, nello Stato costituito, nello sforzo per costituirlo, nella lotta contro di esso o pel cangiamento di esso, e via discorrendo.

È ovvio perciò che di tutte le altre storie debba tenersi conto, ma non certo per fonderle con l’elemento Stato «dando luogo a un nuovo prodotto x (storia generale)». Per siffatto presupposto (la storia d’Italia essere storia dell’attività politica degli italiani) «la storia d’Italia comincia solo dal tempo in cui sorge uno Stato italiano, ossia dall’anno 1860, e negli anni o nei secoli anteriori trova nient’altro che il suo prologo». E per finire, «un lavoro propriamente storico richiede un’unica mente, un unico sentimento, un unico stile». Croce coglieva le novità della proposta di Volpe, per rigettarle: l’idea di una storia d’Italia come “storia della nazione”, e la nazione che si fa Stato attraverso il processo di addensamento istituzionale del magma sociale dei tempi intermedi; ed infine la pretesa dello “storico generale”.
Com’è noto, quel programma non prese forma definita; ma Volpe si affrettò a chiuder la partita con la medievistica per diventare dopo i 45 anni il grande storico dell’Italia moderna e contemporanea. È il capitolo più noto, e rivisitato della vicenda di Volpe che aveva pubblicato L’ultimo cinquantennio: L’Italia che si fa, ne «La Nuova politica liberale», nn. I e II, poi lo trasforma in prefazione “storica” ad un lavoro di Luigi Einaudi, ma se lo vede rifiutato da questi; e allora lo pubblica a sé. È il percorso che porta a L’Italia in cammino del 1927, senza dubbio il maggior libro del “nuovo” storico: pensato e redatto tra il 1923 e il 24, alla vigilia del suo trasferimento a Roma, avrebbe consentito a Volpe di uscire indenne dalla crisi Matteotti, e di continuare a leggere il fascismo-regime come un tempo “necessario” per la salvezza dell’Italia Stato-nazione.
Per sollecitazione di Alessandro Casati e di Gentile, Volpe era già entrato nel “listone”, e nell’aprile viene eletto alla Camera. In «Gerarchia» scrive12 che il fascismo è l’espressione di
tutta la vita italiana degli ultimi venti o trenta anni [...] Da qui la sua fortuna. Sarà divorato anch’esso dalla realtà, sempre più ricca e comprensiva ed esigente verso gli uomini ed i partiti politici. Ma intanto, ha molto lavoro davanti a sé. Ne ha già fatto, ne farà. Solo è necessario che vigili su se stesso, che non si metta contro tutti gli Italiani che fascisti non sono, anche se vicini nella sostanza, che non si inalberi fanciullescamente ad ogni critica, che non faccia il vuoto intorno a sé. Che non sia troppo angustamente un partito, cioè che non faccia delle sue intuizioni altrettanti dogmi. Che non voglia troppo essere lo Stato. Una cosa è che esso soffi nello Stato il suo spirito, un’altra che si consideri lo Stato. Governo di partito è cosa lecita, e, in certe contingenze, desiderabile e necessaria: ma che esso rimanga ad una certa distanza dal partito e sopra il partito, e capace di dominarlo e tenerlo nei limiti della legge comune. La milizia nazionale operi agli ordini del partito, ma, fino a che esiste ed assolve un certo suo compito, dello Stato, e per fini che non siano, sic et simpliciter, del partito [...]. Non vogliamo i fascisti seguitar a fare, come partito di Governo, ciò che facevano, e in un certo senso era lecito fare, quando erano un semplice partito, lottante ad armi eguali con altri partiti, in un paese che non aveva quasi più Stato.

E in un articolo successivo nello stesso periodico: «Ai miei amici vorrei chiedere di far punto e basta, definitivamente, con la ormai fastidiosa rievocazione del dopoguerra».
Tra il 1923 ed il ’28 Volpe scrive un libro sulla Guerra: la prima parte, Il popolo italiano tra la pace e la guerra (1914-15), sarà pubblicato a Milano nel 1940; la seconda inedita solo nel 1998 (Il popolo italiano nella Grande guerra). Volpe è ben consapevole di un radicale mutamento di approccio storiografico: lo urlerà nella prefazione (1925) a Il Medioevo. Lo riassumerà nella conclusione del libro:
Così, mentre l’Europa invadeva e dominava l’Italia, anche l’Italia iniziava o spingeva a fondo una sua invasione e un suo dominio. Favorivano l’Italia, nel suo espandersi, quelle stesse condizioni di priorità e superiorità che avevano favorito, nella loro sfera politica e militare, gli altri; la favorivano anche lo stato di guerra e la sua dipendenza stessa che, se mortificarono molte manifestazioni di vita italiana, altre ne promossero, quasi che quella dipendenza offrisse agli italiani un campo più vasto per operare e li facesse partecipi in qualche modo della fortuna stessa dei dominatori. Alla fine del ’400, rotto l’incantesimo da Colombo, da Vasco di Gama, dai Caboto, da Magellano, l’Europa irrompe fuori dal suo mondo romano germanico, che è quasi tutto il suo mondo medievale, e va a fecondare i nuovi mondi scoperti o gli antichissimi mondi ora ritrovati per altre e più agevoli vie. Da questa opera che è, innanzi tutto, portoghese e spagnuola, poi olandese, inglese, francese, l’Italia rimane assente o quasi. Essa è, come attività pratica, in decadenza. Dopo l’era dei popoli volti verso Oriente, è l’era dei popoli volti verso Occidente, verso l’Oceano. Ma l’Italia non si apparta, anzi si eleva ancor più, per circa un secolo come attività intellettuale ed ha anche essa un suo Impero. Questo Impero, ora prende le insegne di Roma pagana, ora quelle di Roma cristiana e cattolica, ora più veramente quelle italiane. Ma è sempre, più o meno, l’Italia, lo spirito italiano, gli uomini di questa terra dalle molte vite sempre rinascenti. All’inizio della storia moderna, che è storia di Stati nazionali, l’Italia ridà una certa spirituale unità al mondo circostante, sia pure destinata a perfezionare e accelerare la vita delle nazioni. Non era stato diverso, quindici secoli prima, il compito di Roma antica e del suo Impero.

Nello stesso 1925 scrive in Italia ed Europa13:
L’Italia “creazione dell’Europa”? Sì certo, se si intende che anche l’Italia ha tessuto la sua storia nella storia degli altri [...]: dal giorno che l’Europa, organizzatasi in Stati nazionali, si accostò alla penisola; dal giorno che iniziò la conquista e gli Italiani entrarono in più stretto contatto con gli altri, cominciò allora la formazione degli organi di difesa e di collaborazione, cioè il processo verso lo Stato nazionale. Il quale emerse nel 1860, ricevé suggello nel 1870, quasi divina consacrazione nel 1915-18. La terra che era stata sommersa, è riemersa lentamente, per opera di uomini e per opera della storia, cioè di forze che trascendono l’uomo singolo, i gruppi, i popoli. E via via che essa emergeva, il solerte agricoltore costruiva argini intorno. Quale l’avvenire? Ci sarà un’altra ondata, ma dal di dentro verso il di fuori? E sarà, anziché di letterati, come fu nel ’400 e ’500, di popolo, cioè di tutte le forze organicamente fuse che formano una nazione? Non lo sappiamo; ma vogliamo avere la fede che sarà così.

L’Italia in cammino. L’ultimo cinquantennio (Milano, Treves, 1927) fu così una lettura del passato al servizio della profezia per cui si chiedeva conversione e nuova fede.
«Tuttavia questo popolo italiano realizzava condizioni, possedeva qualità che potevano, nel nuovo clima storico, assicurargli col tempo un avvenire non troppo minore di quello sperato e creduto». Al centro stanno però la questione meridionale e l’emigrazione: «Una specie di nuovo moto d’indipendenza; solo che, ora, di proletari e contro un nemico che era un po’ il governo, un po’ altre classi, un po’ la comune miseria»: «una storia di energia e di tristezza, questa emigrazione italiana e specialmente meridionale...». La svolta verrà col socialismo:
Voltosi prima alle masse operaie della nuova industria, tentò poi, ma con minore conoscenza dell’ambiente, minore rispondenza fra il suo marxismo e le esigenze dell’ambiente stesso, minore fortuna insomma, anche i contadini, che il XIX e il XX secolo si rimettevano in marcia in ogni angolo d’Italia, dopo una semimmobilità di secoli, per effetto dei progressi stessi della borghesia. Qualcosa di simile a ciò che era successo, in Italia più che altrove, alla fine del Medioevo, fra il XI e XIV secolo. E queste masse di operai e campagnuoli, i conduttori socialisti stimolarono, secondando e accelerando un movimento già di per sé avviatosi. Azione non profonda e non larga, in verità. Il più dei lavoratori ne rimase fuori o ne risentì solo indirette ripercussioni. E il socialismo, col suo fondo materialistico, col suo Stato Maggiore quasi tutto di borghesi dalla piatta mentalità positivista, fece più politica che inquadramento di masse ed organizzazione economica, lusingò molti mali istinti popolari, sfruttò la assenza di spirito nazionale in basso e le tradizioni cosmopolitiche del popolo italiano, irrise la patria, minò la vecchia disciplina. E la gente che aveva poca preparazione spirituale per assorbire il meglio del socialismo, lo abbassò e adeguò alla propria statura. Come aveva materializzato la religione, così il socialismo ne trasse incitamento per odiare il padrone, ribellarsi alla legge, maledire il servizio militare [...].
Insomma, l’Italia viveva la vita dell’Europa, con una rispondenza quale nel 1860 assolutamente mancava. Il confronto con i paesi più civili d’Europa e America poteva ora dar luogo a constatazioni di differenze e manchevolezze nostre in questo o quel campo o magari in molti campi; ma non dava più quel doloroso senso di squallore che avvertivano i nostri patriotti del 1831 o 1849, quando, dalle terre d’esilio dell’Europa occidentale o dalla Svizzera o magari dalla Germania, rivalicavano le Alpi verso la penisola! Ciò riconoscevano, del resto, anche stranieri, nei quali si veniva diffondendo l’abitudine di guardare non pure ai resti del passato ma agli uomini vivi ed al loro operare in mezzo a quelli [...]. L’impresa di Tripoli parve così che suggellasse il cinquantenario e, chiudendo un’epoca, quella dell’interno consolidamento, un’altra ne dovesse iniziare, di più alta e larga azione politica, propria di un grande Stato, il quale solo allora davvero vive quando vive nel mondo, consapevolmente e volutamente. Parve che essa aggiungesse agli attivi di quel bilancio qualche cosa che vi era in troppo scarsa misura: cioè una valutazione internazionale dell’Italia e degli Italiani, meno avara di quel che era stata sino allora. La terra, la molta e buona terra che il contadino italiano aspettava, non venne. Ma anche avversari di ogni politica coloniale, e di questa nostra in ispecie; anche spettatori europei non benevoli verso di noi riconobbero che a noi Italiani venne, dalla iniziativa e dalla guerra di Tripoli, qualche maggior considerazione all’estero. E gli emigranti poterono, da allora, guardar bene negli occhi chi voleva ancora rinfacciar loro Adua. Il ricordo di questa infausta giornata, quello più lontano di Custoza e di Lissa, che aduggiavano sempre lo spirito italiano, cessarono di pesare come un incubo. Il pessimismo di molti che a questa Italia rimproveravano sempre il suo analfabetismo, la sua malaria, la sua povertà, la pochezza delle sue classi dirigenti, la vuotaggine della sua vita politica, si diradò un poco. Scrittori della «Voce» e dell’«Unità» constatarono anche essi «il magnifico slancio di solidarietà del popolo italiano nella guerra». E che esso ormai meritava un grande uomo di Stato, diverso dagli inetti o avventati che fino allora lo avevano condotto alla dissipazione o alla meschinità. Affermarono il giovamento immediato e grande, «di realtà non bene conosciute». Quanto tempo è passato, si gridò, da quando, come nel romanzo di Giovanni Verga, una famiglia siciliana di pescatori poteva perdere il figlio a Lissa e non sapere dove, come e perché il figlio fosse morto! E «qualcosa di nuovo di bello promettente nella nostra Italia», gridò il senatore Giustino Fortunato, convinto antilibico, ma nobilissimo spirito e conoscitore profondo dei problemi meridionali. Molti di questi entusiasmi poi sbollirono di fronte alle difficoltà specialmente diplomatiche dell’impresa, all’enorme dispendio che essa costò, alle delusioni di quella come di tutte le guerre.
Ma che essi vi fossero stati è assai significativo. Nascevano da un bisogno di cose alte. Rispecchiavano l’insofferenza della vanità della vita politica italiana ed anche l’insofferenza della nuova rettorica in veste succinta e terribilmente colorata di nero che si era voluto sostituire alla sgargiante rettorica di tipo nazionalista. Un benevolo amico d’oltre Alpi, Giorgio Sorel, rievocando su giornali francesi e italiani la figura di Alfredo Oriani, che era stato caldo assertore di politica africana, scriveva: «Dai più bei giorni del Risorgimento a oggi, il sentimento della patria italiana non era mai stato così grande». E si ebbe l’impressione che, come si era da qualche tempo ritornati con molto interesse agli studi del Risorgimento, così vi fosse nel concreto qualche cosa di esso, naturalmente intessuto con una realtà più vasta e complessa, dopo 50 anni di economia borghese, di movimenti operai, di emigrazione, di socialismo. Dico Risorgimento, in quanto esso era stato caldo idealismo, moto consapevole della nazione verso scopi comuni, senso della propria storia, fede di alti destini. Poiché se qualcuno potè tornare antilibico, quando vide che la guerra voleva dire [...] sangue e sofferenza, penetrò d’altra parte più profondamente nei migliori la convinzione che un popolo non si consolida senza ardue prove e atti di volontà e d’impero; che esso non può vivere accattando giorno per giorno, da chi sia disposto a far credito, la grazia di vivere. E si diffuse, un po’ più che non esistesse, una concezione della guerra diversa dalla tradizionale: non forza bruta, non arbitrio di individui e gruppi e classi, non sperpero di vite e beni, ma esercizio di alte virtù, dura necessità di tutti, utile esame che aiuta a vedere le manchevolezze ed a valorizzare il buono dei popoli, forza potente che trae nella storia, volenti o nolenti, quelli che ne vivono fuori ed aumenta la ricchezza spirituale del mondo. Idee e concezioni già operose nel Risorgimento, ma poi come tramontate o rimaste in una nebbiosa, puramente teorica, lontananza. Gli italiani facevano un altro passo verso prove maggiori, proprio allora che esse, fuori di ogni loro arbitrio, si avvicinavano.

È questo il capitolo più celebre e celebrato del libro. Ma il più importante ed originale è il VI, Dopoguerra italiano 1912-13.
La lotta contro il protezionismo era anche lotta contro il riformismo, considerato come una specie di protezionismo anch’esso: solo che a beneficio degli operai, di pochi operai. Poiché al posto di poche e profonde riforme, volte a soddisfare generali esigenze ed aumentare la ricchezza nazionale, il riformismo corrente aveva messo una folla di minuti favori concessi ai gruppi proletari più forti. Rientrava in questo riformismo anche la politica dei lavori pubblici, suggerita in non piccola parte da ragioni di opportunità o di opportunismo politico-parlamentare: con l’effetto di sottrarre capitali a più redditizi impieghi ed aumentar la circolazione, svilire la moneta e accentuare il caroviveri. Al riformismo si addebitavano anche la moltiplicazione degli impiegati e i malanni di una troppo pletorica burocrazia. Lo Stato italiano era nato con questo malanno [...]. E il fatto si spiega, quando si ricordi qual ressa di gente si dovette avere alle porte degli impieghi, in un paese dove erano così scarse le libere attività produttive. La Sinistra al potere, dopo il 1876, aveva aggravato il male, essendo essa non altro se non l’esponente della piccola borghesia, specialmente meridionale, la più povera. Da allora, grande la preoccupazione per ciò che era stato economico e giuridico degli impiegati; ma scarsa cura dell’ordinamento tecnico. In pochi anni i funzionari crebbero del 25%. Ciò volle dire poi anche nuovi ingranaggi, polverizzazione di responsabilità, lavoro lento e caro. Si statizzarono poi le ferrovie, con molta fretta e scarsa preparazione [...]. Peggio andò coi telefoni. Lo Stato industriale faceva le sue prove e non bene, come del resto mostrava l’esperienza dei troppi arsenali di costruzioni marittime. Nel complesso, amministrazione costosissima. E a differenza di altri paesi, dove la burocrazia aveva elevato spirito di corpo e alto sentimento di sé e devozione allo Stato, ciò che fungeva anche come stimolo al lavoro; da noi, poco di tutto questo. Malcontento, agitazioni frequenti, scioperi o minaccia di sciopero e ostruzionismi da parte dei ferrovieri e impiegati. Donde anche una mala fama popolare attorno alla burocrazia [...]. Era, questa, la democratizzazione dello Stato, accompagnatasi alla crescente influenza dei partiti della democrazia, che intendevano permeare la macchina statale.

La conclusione:
Si ebbero in Italia, dalla fine dell’800, specie dopo la spinta dei moti sociali e del socialismo, un insieme di movimenti politici e di correnti di idee, un po’ coevi, un po’ consecutivi, che sono concatenati l’uno all’altro, opposti e complementari l’uno dell’altro. Ognuno prendeva le mosse dal lavoro già fatto dall’altro, reagiva ad esso e pur lo integrava, cercava rispondere ad esigenze che l’altro aveva lasciato insoddisfatte, rappresentava più specificamente la voce ora di quella classe e gruppo sociale ora di questa, attaccava da parti diverse il medesimo nemico o i medesimi nemici: cioè il chiuso egoismo delle masse e la loro assenza dalla vita della nazione, la fiacchezza e la inconsapevolezza della borghesia, la mancanza di energia con cui si affrontavano i problemi interni ed i problemi della politica estera sempre più minacciosi, la inconsistenza ed astrattezza delle idee direttive. La nazione italiana si metteva in moto a scaglioni e reparti; o, meglio, elementi che erano fuori di essa erano tratti un po’ per volta nella sua orbita, si legavano, pur lottando, con gli altri elementi. Partivano taluni da posizioni di classe, ma poi lavoravano, pur senza rendersene conto, per portare le classi ad un punto in cui potessero meglio coordinarsi col tutto ed acquistare il senso del tutto. Il paese era lacerato da contrasti di interessi, era pieno dello sforzo di lavorare, produrre, arricchire di più, e tutto questo si rispecchiava idealmente nel vario atteggiarsi del pensiero politico, nei nuovi sentimenti e passioni, nella critica delle cose morte e pur ingombranti, nella lotta agli apriorismi ed alle formule ed ai semplicismi di cui la precedente generazione era stata imbottita. Era una Giovane Italia che si affacciava, più seria, più assetata di coltura, più capace di vivere i suoi problemi, più amante di coerenza, più volta alla sintesi, più sostanzialmente italiana, anche se attraverso atteggiamenti negativi che erano pur essi tappe o momenti necessari del divenire. Gli uomini partivano da interessi e da preoccupazioni diverse: la filosofia, l’arte, la coltura, la politica, la borghesia, il proletariato, e finivano con l’allargare più o meno la loro visuale, con l’investire tutti quei problemi ed agire in qualche modo su tutti, con lo sfociare nella unità della nazione, nel riconoscimento della nazione. Si ebbe, insomma, una nuova e più ricca e creativa fase di vita italiana, chiusa quella che occupa i decenni immediatamente dopo la formazione del Regno; chiusa anche quella specie di parentesi che sta in mezzo alle due fasi e che è occupata da Crispi: uomo che per un verso era in arretrato di fronte ai suoi tempi e a certi nuovi problemi che egli non intese e che perciò non dominò; per un altro verso, era un anticipatore. In questa seconda fase che quasi coincide con gli anni del nuovo secolo, si ebbe più indipendenza di politica estera, più iniziative condotte a termine, qualche più ferma direttiva, tanto nelle cose interne che nelle esterne. Si riflettevano in questi progressi i progressi della società italiana, come attività produttive, come forze sociali in moto, come inquadramento di queste forze, come coltura e orientazioni di pensiero. L’Italia, tutti i suoi elementi costitutivi più o meno, camminavano. Ma fra sobbalzi e indugi e deviazioni, fra scontento e insoddisfazione e attesa di cose maggiori o diverse, che riempissero meglio l’anima. Forze vive, forze d’impulso, di varia natura, non mancavano, ma ancora poco coerenti, ancora poco consapevoli dei nessi, incerte del loro cammino. Perché? E qual rimedio si poteva pensare? La nuova Italia si era costituita mettendo insieme materiali di ogni sorta, amalgamati alla meglio. Il processo di fusione si era certamente iniziato e andava innanzi, investendo ormai tutte le classi. Ma la nazione aveva, da cinquanta anni, vissuto quasi sola con se stessa. La stessa sua debolezza e limitazione di attività e la lunga pace, sia pure armata e sospettosa, dell’Europa, non la avevano mai messa davanti a grandi accadimenti, a tragiche necessità che operassero come le alte temperature sui metalli. Per l’Italia, forse, ci voleva questo. In quegli anni cominciavano ad essere in molti a pensarlo: ed anche fuori dei nuclei nazionalisti ed affini. Uomini come Sidney Sonnino, nei colloqui con gli intimi, vi accennava: Una guerra! Quello che dalla sponda di Mussolini si invocava per il proletariato, dalla opposta e pur vicina sponda si invocava per la nazione. La guerra del proletariato, “il necessario bagno di sangue” di Mussolini non venne. Venne invece l’altra guerra. [...] Era la vera, classica guerra. Ma rivoluzione e guerra, considerate dai più come diversa e opposta cosa, tanto che molti rivoluzionari si opponevano alla guerra come diversivo dalla invocata rivoluzione e, viceversa, appunto come diversivo dalla deprecata rivoluzione molti conservatori la sollecitarono; rivoluzione e guerra si rivelarono ben presto, agli occhi dei più veggenti e poi nella realtà effettuale, quasi una cosa sola.

Grandi pagine, al certo di uno storico di eccezionale vigore e densità. Storiografia “eclettica”? Vien da sorridere di fronte ad una definizione siffatta, tanto più da chi – come me – pochissimo accoglie di quel disegno inciso con forza e trasportato quasi con violenza sulla pagina: abbiam visto qual era la profezia e la “nuova” fede che lo reggevano, in una prospettiva politica che il grande storico misurava e nella progettazione e nel merito inadeguata o sbagliata. Distillare del fascismo gli “umori” nazional-popolari non era, non fu programma del solo Volpe: tutta la sua costruzione storiografica è ormai ispirata a tal fine, la rigenerazione intellettuale e morale dell’Italia vittoriosa.
Gli anni Trenta saranno per ciò stesso gli anni del declino e del politico e dello storico. In apparenza Volpe non ha mai avuto tanto potere: alla Scuola di storia moderna, all’Enciclopedia Italiana, all’Accademia d’Italia, e dal ’36 all’ISPI. Guardato da presso il trono appare tarlato: la direzione dal ’35 della «Rivista Storica Italiana» è magro compenso dell’umiliante estromissione dalla Rassegna storica del Risorgimento seguita al tentato “colpo di stato” di Gentile del ’32; a Palazzetto Venezia la seconda e la terza generazione di allievi non ha certo la caratura dei primi; all’Enciclopedia la storia antica, governata da Gaetano De Sanctis, gode di un prestigio ben superiore alla Modernistica – mentre antichisti e medievisti si avvalgono del comune (e concorde) sostegno di una grande filologia e di una grande linguistica, facili vincitrici persino nella gara coi “filosofi” che pur hanno Gentile come punto di riferimento primario.
E Gentile, è appena il caso di ricordarlo, avrebbe gettato ben più vaste reti: nella fondazione e controllo di nuovi Istituti (dall’Istituto fascista di cultura, alla riforma degli Istituti di storia, all’Istituto di studi sul medio ed estremo oriente, all’Istituto di studi germanici, alla stessa Enciclopedia) e in un’attività editoriale imponente e pervasiva. E, a differenza di Volpe, ha soprattutto parte consapevole in quella grande crisi di civiltà che ha segnato quel trentennio. La lettura degli scritti volpiani di quegli anni rende evidente per un verso la maggiore originalità degli allievi: non solo Chabod ma anche Maturi (se incauti apologeti vorrebbero attribuire a Volpe la voce “Risorgimento” dell’Enciclopedia Italiana!), e soprattutto Carlo Morandi che stipula con Bottai il pactum sceleris di “Primato” donde sospinge Volpe a subire l’idea-provocazione della fine dello Stato nazionale. Per l’altro verso, quel decennio rivela un Volpe ripiegato su se stesso a limare, correggere, riscrivere le sue opere mentre (si veda la sua convalidata interpretazione del fascismo, natura e storia) trae conforto e illusione da una supposta influenza extra-accademica delle sue idee politiche.
Naturalmente l’unghia e a tratti il ruggito del vecchio leone (60 anni nel ’36) si avvertono qua e là, ma il grande storico rincorre ormai i suoi temi. Non si vuol sottovalutare l’interesse di ricerche, come quelle sulla Corsica (e anche il Mediterraneo di Silva qualcosa gli deve) e soprattutto sulla politica estera. Ma non direi che da quella svolta, che doveva culminare nella grande Storia della politica estera italiana, affidata a Maturi Chabod Torre e Morandi, sia nata una storiografia maggiore: la cultura storica italiana non ha guadagnato per questa via prospettive “imperiali”; ed è legittimo chiedersi perché quella miglior conoscenza non solo delle vicende politico-diplomatiche del primo dopoguerra ma della politica balcanica, medio-orientale, africana non abbia reso più arioso il senso comune storico dell’Italia “fascista” dei secondi anni Trenta. Volpe storico s’abbandona, fors’anche per stanchezza (penso al Congresso Volta sull’Europa), ai molli sogni della propaganda: il carteggio di questi anni riflette dubbi, che non trovano posto però nella sua storiografia sempre più politica e seccamente istituzionale: chi abbia familiari le pagine di Maturi su Metternich o di Morandi sulla Sinistra al potere, e soprattutto le Premesse di Chabod, avvertirà questo attardarsi del grande storico su un equilibrio mal riuscito tra politica estera e politica interna – ove la soverchiante attualità della prima (poco nutrita dei fondamenti economici e di quelli militari) si configura come una fuga dal clima “tragico” dell’Europa su cui s’accumula la profezia dei maggiori storici e filosofi della storia dell’Europa – dopo il dramma della Germania, e la opzione sconvolgente delle leggi razziali. A proposito del primo volume dell’Italia moderna, Cervelli ha parlato di autobiografia di Volpe: ma il lettore è chiamato volta a volta a rincorrere in quel libro un centro storico che non trova, mentre avverte la difficoltà del grande storico a concepire ormai un futuro cui attaccare il passato – giacché il presente, il tragico presente, è da Volpe come rimosso.
Finis Italiae. Il documento più sincero e drammatico sarà la lettera a Chabod del 23 marzo 1946. Questi, impegnato nella finale revisione alle Premesse che coprono il periodo 1870-98, chiedeva notizie sulla stesura del 2° volume di Italia moderna, che confidava di poter leggere in tempo. Volpe ora settantenne rassicura: ci sta lavorando.
Perché finirlo? Non so bene. Mi par di portare in braccio un cadavere. L’Italia che io amavo è morta e la nuova non la vedo, non la sento, non può ispirarmi per il mio lavoro. Mi è toccato di trovarmi ad una svolta della nostra storia e non ho più la visuale aperta davanti a me, tanto necessaria quanto quella sul passato. Siamo, saremo per chi sa quanto tempo, un paese screditato, un paese malamente vinto, un paese che ha affondato mani e braccia nel sangue civile, e scavato solchi non colmabili di odio, un paese senza forza e senza coscienza di forza, un paese senza posto nel mondo, che non vi rappresenta niente, che non ha niente da dare se non nuove masse di forza da lavoro, se gli altri lo vorranno. Non ho nessuna fiducia nella “solidarietà internazionale”, nella volontà di costruire la “nuova Europa” e il così detto “nuovo mondo”. Forze elementari lo spingono. Potrà commuoversi uti singuli delle miserie altrui e mandar pane agli affamati e latte in scatola ai bambini: ma come collettività organizzate, come masse tendenti al proprio benessere, nel quadro delle nazioni o Stati cui appartengono, tutto resterà immutato. Appartiene alla storia naturale dell’umanità.

La distanza dal primo Volpe è abissale: le “forze elementari” sono energie negative, che non si vede come possano comporsi in un disegno istituzionale. Con impressionante ritardo Volpe si associa alle riflessioni accorate dell’ultimo Croce, che annuncia un minaccioso soverchiare della “natura” (naturalità animale) sulla storia: è “la storia naturale dell’umanità”. Eppure quel secondo volume dell’Italia moderna, più del primo e del terzo, è prova di vigore intellettuale, e di salda tenuta storiografica: e vi si leggono pagine che non si dimenticano. Tanto più singolare perché con le conclusioni di quel volume il grande storico, impotente ma non rassegnato alla “solitudine”, annunciava il crepuscolo di un agitato tramonto – un agitato e lungo tramonto, che sarebbe durato 25 anni. In questo quarto di secolo, lucidità e vigore intellettuali non paiono risentire della vecchiezza: ma anche quando gli accade, in saggi o articoli giornalistici, di toccare temi storiografici, non c’è novità significativa e di giudizio o di metodo. Anzi, rispetto ai tardi anni Trenta, quando aveva voluto salvare con l’utopia (di Bottai e di Morandi) degli Stati post-nazionali un passato storico del suo paese e dell’Europa, e l’approccio e la generale interpretazione della storia medievale e moderna dell’Italia si sono fatti più rigidi, se non proprio sclerotici: la “fedeltà” al proprio passato diventa per il vecchio storico un’urgenza vitale. Quale che sia stato il suo contributo intellettuale di questi decenni alle vicende politiche della Destra neofascista (un contributo che ha trovato in questi anni fin troppi cronisti e “revisionisti”), questo impegno tenace non ha prodotto alcunché di significativo per la storiografia: e pertanto è corretto concludere su questa nota grigia la sommaria ricostruzione di un’avvincente parabola, certo tra le più significative di un tempo che pur conobbe – nella generazione di Volpe e nella successiva – un sontuoso “salotto di storici”, e vi sedettero a lor agio anche i maestri della generazione di cui la mia è stata di epigoni non inerti.








NOTE
* Relazione d’apertura del convegno su “Gioacchino Volpe tra passato e presente”, organizzato da Giovanni Aliberti (1-2 dicembre 2005).^
1 Cfr. I. Cervelli, Volpe, Napoli, Guida, 1977, pp. 42-43 – a chiosa dell’argomento cantimoriano, per cui l’irrazionalismo storicisto di Volpe non fosse la stessa cosa del «misticismo della nazione o della italianità o dello Stato»: «si può dire che questa seconda caratteristica, tipica del Volpe post-bellico e fascista, si innesti su una tipologia storiografica già acquisita dal Volpe nel periodo migliore della sua attività, cioè quello prebellico, una tipologia storiografica che non sopportava aggettivi, eclettica e irrazionale nella forma e nei contenuti. Quasi superfluo a questo punto sottolineare come l’eclettismo e l’irrazionalismo storicistico fossero di per sé più che disponibili a risolversi nel misticismo della nazione, della italianità e dello Stato, vale a dire del “nazionalfascismo tout court”».^
2 Qui il riferimento al Mommsen deriva dallo Hartmann, sul cui mommsenismo ha richiamato l’attenzione di recente Mario Mazza.^
3 A. Anzilotti:. a. La storiografia realistica, «La Voce», I, n. 15 (25 marzo 1909); b. Uno storico dell’Italia medievale. G. Volpe, «La Voce», I, n. 34 (5 agosto 1909).^
4 «Nuova Antologia» del 16 sett. 1908, pp. 278 sgg. (= Movimenti religiosi e sette ereticali, 1961, pp. 227-49).^
5 «Nuova Antologia» del 1° ott. 1908, pp. 449 sgg. (= Movimenti religiosi e sette ereticali, 1961, pp. 251-71).^
6 A. Anzilotti, Per la storia delle Signorie e del diritto pubblico italiano del Rinascimento, in «Studi Storici», 22 (1914), pp. 77-106 (= Movimenti e contrasti per l’unità italiana, 1930, pp. 1-32).^
7 In «L’Azione», 20 dicembre 1914. È il testo di una pubblica conferenza.^
8 Giovane Italia, in «Gerarchia», gennaio 1923.^
9 Vallecchi pubblica nel 1924 Medio Evo italiano, con la data 1923. Ma fa problema la data della prefazione – S. Arcangelo di Romagna, estate 1922. Tutto fa credere però che deve essere stato redatto a fascismo vincente. «Non sarà, come un tempo ho vagheggiato, la storia del Comune medioevale italiano, cioè di buona parte della società italiana e dell’Italia medievale; ma sarà una dilucidazione di problemi storici, particolari e generali di quella nostra età. La quale [età] non richiama più ora l’attenzione nostra come la richiamava allora; in essa non si esaurisce più, come quasi accadeva allora, il nostro interesse di studiosi, ora sollecitato verso diversi e un po’ più vasti quadri di vita. Ma tuttavia quella età esiste sempre per lo storico: esiste intanto come uno dei centri, uno dei momenti di più energica fecondità della storia d’Italia, anzi come l’inizio ricco e promettente di questa storia, segnato appunto dal sorgere dello Stato (Stato di città nel nord e centro d’Italia, Stato monarchico e territoriale nel sud) e della borghesia italiana, dal delinearsi di un popolo italiano che è creatura nuova e pur sente lo stimolo a crearsi una tradizione e trovarla in Roma». Eppure, se dovesse scriverne oggi, Volpe sceglierebbe anche un diverso approccio storiografico diretto a superar quel «procedere più da sociologo che da storico»: «le nostre vive aspirazioni ad una storia che non sia “economica” o “giuridica” o altro del genere, ma storia senza epiteti, tutta risonante degli echi della vita e capace di risolvere in sé le particolari e speciali storie del diritto, dell’economia, del pensiero, della politica, ecc.; queste esigenze ed aspirazioni potranno essere appagate solo se e in quanto ci è stato quel precedente modo di studiare e scrivere di cose storiche, solo se e in quanto si porteranno in questa più integrale storia la visione della concreta realtà, il senso realistico, lo spirito scientifico che gli studiosi italiani degli ultimi venti o venticinque anni hanno cercato di conquistare ed allenare, progredendo oltre sopra la via battuta prima da altri, nei venti o venticinque anni precedenti».^
10 G. Volpe, Nel regno di Clio, Roma, Giovanni Volpe Editore, 1977, pp. 123-40.^
11 B. Croce, in «La Critica», 21 (1923), pp. 46-48.^
12 G. Volpe, Un’occhiata alla nuova Camera, in «Gerarchia», aprile 1924.^
13 In «Gerarchia», marzo 1925.^
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