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La Germania e Cavour. Diplomazia e storiografia1
di Anna Maria Voci
Tra gli aspetti del rapporto tra la Prussia e la Germania e Cavour, e dell’interesse del mondo intellettuale tedesco per lo statista italiano, può essere, credo, interessante tentare di mettere a fuoco due ambiti: il piano, contemporaneo a Cavour, della diplomazia, e quello, a lui posteriore, della storiografia.
Quanto al primo, mi sembra sia necessario rivedere il giudizio solitamente espresso dalla storiografia italiana, per il quale l’azione diplomatica di Cavour sarebbe stata «tutta intesa alla saldatura con l’Inghilterra e la Francia»2. Già Heinrich von Treitschke, nel 1869, scrivendo dell’intenzione, solennemente proclamata da Cavour nel marzo del 1861, di far diventare Roma, protetta dalle truppe francesi, la capitale d’Italia, aveva brevemente notato che «da tempo il Conte stava esplorando la possibilità di trovare altri alleati [diversi, cioè, dalla Francia]», e che i suoi sforzi si diressero, in particolare, verso la Germania3. Questa osservazione non sembra sia stata approfondita dalla storiografia. È vero che alcuni studiosi italiani (Franco Valsecchi, Bruno Malinverni, Francesco Cataluccio), basandosi sulla corrispondenza diplomatica, hanno pubblicato ricerche sull’atteggiamento della Prussia verso la questione italiana negli anni cruciali dell’unificazione italiana. Finora, però, non si è tentato di ricostruire le tappe significative del percorso non agevole dei rapporti tra Prussia e Piemonte in quegli anni. Né gli approcci diplomatici di Cavour alla Prussia, intensificatisi a partire dal gennaio 1860, sono stati visti alla luce di una strategia politica conseguente e coerente, volta a cercare un avvicinamento a quello che Cavour più di una volta definì «l’alleato naturale dell’Italia» per via delle analogie storiche e dei comuni interessi politici del presente. Mi pare che solo Gian Enrico Rusconi, nel suo libro su Cavour e Bismarck4, abbia giustamente, in alcune osservazioni, rilevato quanto fosse pronunciato in Cavour, nel 1860, il desiderio di avvicinarsi alla Prussia e tirarla dalla parte del Piemonte.
La mia tesi è che, a partire dal suo ritorno al potere dopo Villafranca, nel gennaio 1860, il Conte perseguì una strategia politica fatta di tentativi ripetuti, quanto vani, di avvicinamento alla Prussia, al fine di trovare un’alleanza, se non alternativa, almeno senz’altro concorrente a quella con la Francia, e che gli permettesse, comunque, di ottenere, prima, un appoggio diplomatico forte alle conquiste fatte dal Piemonte, e, poi, un sostegno alla posizione del nuovo Stato nel concerto delle potenze europee. Il passo ulteriore sarebbe potuto essere un coinvolgimento, più o meno stretto o più o meno allentato, della Gran Bretagna.
Vi è una fonte che illustra concisamente, ma molto efficacemente, questa strategia, o, forse meglio, questa aspirazione del Conte. È un passo di una lettera dell’uomo politico liberale e diplomatico amburghese Friedrich Heinrich Geffcken, che aveva avuto una conversazione privata con Cavour a Torino il 2 agosto 1860, e, qualche settimana dopo, aveva incontrato Costantino Nigra a Parigi. Il destinatario era lo storico e pubblicista liberale Max Duncker, allora capo Ufficio stampa del Governo prussiano:
Non so dirLe di quanto disprezzo sia fatta oggetto ovunque la Prussia ufficiale; Cavour non ha avuto nessuna difficoltà ad ammettere che la Prussia, assieme all’Inghilterra, siano gli alleati naturali della Sardegna, ma, mi ha chiesto, cosa si può fare con questa gente? I Prussiani non ci frappongono ostacoli, ma non ci hanno neanche minimamente aiutato e ricusano qualsiasi comunità di intenti e di interessi con noi, mentre la situazione analoga di entrambi gli Stati è fuori di ogni dubbio. “Ce qui vous manque à Berlin, c’est une tête”, mi ha detto l’inviato sardo a Parigi, Nigra, uomo di fiducia di Cavour e una delle migliori teste politiche che mi sia capitato di incontrare5.

Il giudizio netto e schietto espresso da Cavour in privato a Geffcken, che non era un rappresentante del Governo prussiano, riassume bene non solo la sostanza della politica diplomatica sarda verso la Prussia (e viceversa) tra il 1859 ed il 1861, ma anche il pensiero del Conte sui due paesi e la loro storia, e, dunque, sottintende la strategia da lui perseguita nei confronti della Prussia. Durante quegli anni, dall’obiettivo puro e semplice di ottenere la neutralità prussiana nel corso del conflitto con l’Austria, Cavour passò, con il suo ritorno al potere nel gennaio 1860, alla ricerca di un appoggio esplicito, anzi, di un’alleanza diplomatica tra i due paesi, che sancisse le conquiste effettuate dal Piemonte, e, poi, sostenesse la posizione del nuovo Stato nel concerto europeo.
Nel breve tempo che gli fu a disposizione Cavour fallì per le incertezze, le esitazioni, gli ondeggiamenti, le riserve, le diffidenze, i pregiudizi anti-italiani del Governo prussiano di allora, della Prussia “ufficiale”.
Il momento del ritorno al potere di Cavour dopo Villafranca fu, almeno così a me pare, il punto netto di svolta del suo atteggiamento verso la Prussia. Dopo l’enorme delusione di Villafranca, e con il nascere di forti tensioni con la Francia per la sorte dei territori dell’Italia centrale, di divergenze profonde sul futuro assetto istituzionale dell’Italia, alla quale si rivolgevano le ambizioni egemoniche francesi, e, poi, con il reiterarsi intransigente delle pretese su Savoia e Nizza, si consolidò in Cavour la convinzione che fosse assolutamente indispensabile cercare nuove intese diplomatiche, nuovi appoggi che consentissero al Regno sardo di uscire da una dipendenza troppo stretta dalla Francia e dagli interessi di quest’ultima.
Come disse a Geffcken, Cavour guardava a Prussia e Inghilterra come agli alleati del Piemonte. Nei fatti, però, la politica inglese, fino a quando si profilò netta la riuscita dell’impresa garibaldina, si limitò ad un appoggio verbale alla causa italiana, astenendosi quasi del tutto da iniziative concrete ed efficaci di sostegno, se non militare, quanto meno politico-diplomatico ad essa. E ciò soprattutto per i timori di vedere minacciato l’equilibrio europeo sia dalle mire espansive francesi, sia, dopo le annessioni di Lombardia e dei territori dell’Italia centrale, da eventuali tentativi del Piemonte di muovere guerra all’Austria per il Veneto. Pertanto le simpatie inglesi verso la politica di Cavour si riducevano a mere «simpatie platoniche», come le chiama il Conte nel giugno del 1860, mentre due mesi prima commentava che l’Inghilterra non sarebbe mai andata al di là di belle parole.
Diversamente egli giudicava la situazione della Prussia, pur non esprimendo, almeno la «Prussia ufficiale», neanche un po’ delle «simpatie platoniche» quanto meno manifestate dal Governo britannico. Mentre, infatti, la Gran Bretagna non poteva avere un interesse immediato e diretto ad un’alleanza col Piemonte, la Prussia, invece, secondo Cavour, avrebbe dovuto avvertirlo, data l’analogia della situazione storica e politica. Cavour aveva una scarsa conoscenza della Prussia, della Germania, della cultura tedesca, e del mondo politico tedesco, come, del resto, anche a Berlino si aveva un’idea molto imprecisa delle cose italiane e della politica del Regno sardo. Questo è un fatto che è stato finora poco sottolineato, ma che mi appare importante, perché contribuì, anch’esso, ad ostacolare pesantemente quell’avvicinamento tra i due paesi che, a parole e in teoria, veniva auspicato.
Della scarsa conoscenza reciproca tra Prussia e Piemonte esistono alcune fonti che in questa sede mi limiterò a riassumere.
Al momento della nomina del principe Guglielmo di Prussia a reggente (novembre 1858) e della formazione di un governo con homines novi, in gran parte tratti dalla Wochenblattpartei, Cavour reagì esprimendo molta diffidenza e preoccupazione per l’avvento al potere di un «parti doctrinaire», succube dell’influenza inglese, che non voleva un ridimensionamento dell’Austria, e capace di avvicinarsi a quest’ultima «au nom des idées germaniques», o «ultragermaniques», idee che egli definisce anche «dottrine istoriche». Sono riflessioni un po’ confuse per un liberale storicista come Cavour, che si possono spiegare solo pensando alla sua scarsa conoscenza del mondo tedesco, o, forse, pensando anche alla forza dello spiacevole ricordo del comportamento dei liberali tedeschi nel 1848-49, durante i famosi dibattiti sull’Italia alla Paulskirche a Francoforte. Cavour associa, infatti, le «dottrine istoriche» degli esponenti del partito del Wochenblatt ad un’idea di pangermanesimo che, al contrario, era lontana dalle convinzioni liberal-conservatori di quella formazione politica, i cui obiettivi erano il consolidamento dello Stato costituzionale in Prussia, da un lato, e, dall’altro, il raggiungimento dell’unità statale sotto l’égida prussiana. E tali obiettivi erano perseguiti proprio nella scia dello storicismo tedesco, di quelle «idee istoriche», non pangermaniche o grossdeutsch, ma, al contrario, prussiane e kleindeutsch, che andavano diffondendo nell’opinione pubblica liberale, pensante e possidente, storici come Droysen, Häusser o Sybel. Erano le idee dell’ineluttabilità del sentiero da percorrere verso l’unità e la libertà costituzionale della patria tedesca, sotto la guida prussiana, traguardo naturale dell’evoluzione storica della Germania, imposto dalla forza delle cose. Pertanto, se in Prussia vi era qualcuno da cui Cavour poteva sperare collaborazione e simpatia, questi erano certamente anche i liberali attorno alla Wochenblattpartei.
Ancora una prova della tenue conoscenza della realtà tedesca è data dal passo falso che stava per fare con la nota da lui indirizzata a Giulio Camillo Barral, rappresentante sardo a Francoforte, e che questi avrebbe, a sua volta, dovuto presentare alla Dieta federale. In questa nota si faceva appello al «principio di nazionalità», che, secondo Cavour avrebbe dovuto riscuotere simpatia in Germania e farle sentire solidarietà e simpatia verso la causa italiana. Tale appello era, però, quanto mai inopportuno e dimostrava che lo statista italiano ignorava, evidentemente, quanto, nella maggior parte dei ceti dirigenti degli Stati tedeschi minori, governati, a differenza dell’Italia, da dinastie autoctone, fossero diffusi e radicati il particolarismo e la diffidenza verso le mire egemoniche prussiane. Tutto ciò induceva i ceti dirigenti di questi Stati da un lato a non nutrire alcuna inclinazione verso il “principio di nazionalità”, e, dall’altro, che fossero a maggioranza cattolica o protestante, a cercare piuttosto un’alleanza con l’Austria. Fu il ministro prussiano a Francoforte, Guido von Usedom, a sconsigliare vivamente Barral dal presentare quella nota all’assemblea. La nota venne pertanto ritirata.
Ma anche a Berlino la conoscenza delle cose italiane era ben scarsa. Tra l’aprile e il giugno del 1859, durante la guerra, il ministro prussiano a Torino, Brassier de Saint-Simon, affermava sia in una lettera al suo collega di Parigi, Albert von Pourtalès, sia in un opuscolo pubblicato anonimo (Die italienische Krisis allein lösbar durch klare Erkenntniss ihrer wahren Ursachen); «in Deutschland weiß man über italienische Zustände nicht viel mehr als über die von China». E continua: «Man hat weder Sympathie noch viel Achtung für die Nation, weil man sie sehr wenig kennt, und nur nach den Nachrichten zu beurtheilen pflegt, die aus solchen Quellen geschöpft sind, deren Parteilichkeit nicht zweifelhaft sein kann».
E non si trattava di una testimonianza isolata. Il suo tenore è confermato da altre fonti, come il rapporto di un “viaggiatore prussiano”, lo scrittore Gustav Rasch, dell’inizio degli anni ’60, e anche dalle impressioni ricavate dal generale Lamarmora durante la sua missione a Berlino all’inizio del 1861. Il fatto era anche che il Governo di Berlino riceveva in quegli anni resoconti divergenti e incongruenti dai suoi inviati a Torino e a Firenze: Brassier, cattolico e notoriamente ammiratore del Conte di Cavour e simpatizzante con il moto nazionale italiano, ed Alfred von Reumont, altrettanto cattolico, ma altrettanto notoriamente nemico di quel moto. All’inizio del 1860 Brassier caldeggiava a Berlino la causa dell’annessione al Piemonte dei Ducati dell’Italia centrale e della Toscana, sostenendo che questo era il desiderio della stragrande parte della popolazione e che fosse nell’interesse europeo la nascita di un forte Stato dell’Italia centro-settentrionale; Reumont negava tutto ciò e asseriva che la politica sarda era tesa a scardinare l’ordine della società, ed era una politica «sans foi ni loi», che violava i principii del diritto internazionale. Questa fu la ragione per la quale Berlino si decise a inviare, nel marzo 1860, una terza persona, il diplomatico Ludwig von Wildenbruch, a Bologna e a Firenze per osservare lo svolgimento dei plebisciti.
È importante sottolineare che le impressioni del generale Wildenbruch coincidono con quelle di Brassier, perché è proprio questo il momento in cui Berlino sembrò essere sul punto di uscire dalle proprie riserve e di lasciarsi indurre a riconoscere la situazione di fatto creatasi nell’Italia settentrionale, ma tutto venne rimesso in gioco poco dopo, quando si diffuse la notizia della prossima cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Ed è questo, tra la fine di febbraio ed i primi di marzo del 1860, il momento in cui si situa una missione semi-ufficiale a Berlino, affidata, a quanto sembra, da Cavour ad un geologo ex-mazziniano, Lodovico Frapolli, uno dei cui scopi era di esplorare i modi per migliorare la conoscenza reciproca tra Italia e Germania e promuovere una migliore intelligenza tra i due paesi. Questa missione, della quale si sa pochissimo, non ebbe alcun esito pratico.
Istintivamente, però, Cavour si era persuaso che l’analogia della situazione prussiana e piemontese doveva per forza di cose condurre, presto o tardi, ad un accordo tra i due paesi, e si era formato la convinzione che entrambi quegli Stati andavano incontro ad un destino comune, quello del loro ingrandimento fino alla costituzione di due Stati nazionali, forti e indipendenti. In maniera davvero ben più lungimirante degli statisti prussiani allora al governo, il liberale storicista Cavour sentiva prossima l’unità della Germania.
Questo è tanto vero, che il 10 febbraio del 1860 il Conte delineava al ministro prussiano a Torino, Brassier de Saint-Simon, lo scenario di una vera e propria alleanza politico-militare in funzione sia antiaustriaca che antifrancese. Egli, infatti, gli diceva che gli pareva impossibile «che il Governo prussiano possa disconoscere il vantaggio che offre alla Prussia, per ogni eventualità, un alleato naturale al di là delle Alpi, forte abbastanza da buttare sulla bilancia duecentomila uomini, sia contro la Francia, sia contro l’Austria. Che ci si lasci sviluppare e accrescere le nostre risorse e con duecentomila uomini fermeremo il passaggio delle Alpi ad ogni armata francese».
È vero che, qualche giorno dopo, il 16 febbraio, Cavour offriva a Napoleone III l’aiuto piemontese alla realizzazione dei «progetti lontani» della Francia, cioè alla soluzione della questione d’Oriente «sul confine del Reno e su quello del Danubio», se l’Imperatore non si fosse opposto ad uno Stato italiano forte e indipendente. Ma questo comportamento non va giudicato superficialmente, come ha fatto Denis Mack Smith, come un’incredibile prova della doppiezza spregiudicata, della natura menzognera e ipocrita, della fondamentale scarsa serietà dell’azione politica cavouriana. Esso è, invece, da spiegare ricordando che, allora, nel febbraio 1860, la mente di Cavour era tutta occupata dall’obiettivo prioritario di ottenere il sostegno internazionale necessario ad annettere al Piemonte i territori dell’Italia centrale e la Toscana. Non, dunque, il conseguimento di un angusto guadagno politico, come sottintende ad ogni pagina Mack Smith, ma il perseguimento di un alto fine morale: la libertà e indipendenza del proprio paese, la costituzione di uno Stato italiano, come hanno giudicato Heinrich von Treitschke e Rosario Romeo. Semmai i due episodi appena ricordati confermano quanto si cercherà di dimostrare con questo contributo: e cioè che l’obiettivo di Cavour dopo Villafranca fu quello di esperire ogni mezzo per tentare di svincolare il Piemonte dalla sua eccessiva dipendenza dalla Francia, concependo, a tal fine, persino una concreta e consistente alternativa diplomatica e militare all’alleanza, resasi ormai sempre più difficile, pur se, fino alla costruzione di una diversa e valida opzione, insostituibile, con i Francesi.
Differenti erano, però, le valutazioni degli ambienti politici berlinesi che contavano, della «Prussia ufficiale», del Governo di Berlino. In quegli anni, fino all’arrivo di Bismarck, l’azione politica del Governo prussiano verso il Piemonte e la causa italiana ebbe gli stessi tratti della sua politica estera generale: fu, cioè, prudente, irresoluta, esitante, e anche un po’ inerte e passiva, temporeggiatrice, un groviglio, come è stata definita «di progetti, azioni, controazioni, irritazioni, oscillazioni»6.
Tre erano e resteranno, fino al riconoscimento del Regno d’Italia da parte della Prussia nel luglio del 1862, i motivi principali che mossero Berlino a negare ogni sostegno al movimento nazionale italiano:
1) il principio legittimista, anzi il mito astratto, ma apparentemente incrollabile, del legittimismo, particolarmente caro al principe reggente Guglielmo, che divenne re nel gennaio 1861;
2) lo spettro della Francia: la paura, condivisa proprio da tutti gli ambienti politici tedeschi e anche dalla pubblicistica di qualsiasi tendenza, dell’espansione della sfera di influenza francese in Europa, prima in Italia, poi verso il Reno;
3) l’idea fissa, soprattutto degli Stati meridionali del Bund, della necessità di difendere sia il confine meridionale dello stesso mantenendo almeno la linea del Mincio, e quindi di lasciare il Veneto all’Austria, sia Trieste, l’unico porto sull’Adriatico del Bund.
Vi fu, come ho detto, un momento in cui Berlino sembrò sul punto di uscire dalle proprie riserve e di riconoscere la situazione di fatto creatasi nell’Italia settentrionale e in Toscana, e fu il momento dei plebisciti del marzo 1860, i cui risultati schiaccianti a favore dell’annessione impressionarono la «Prussia ufficiale». Ma tutto venne rimesso in gioco poco dopo, quando si diffuse la notizia della prossima cessione di Nizza e di Savoia alla Francia, e quando, in aprile, si tennero i relativi plebisciti. Queste cessioni territoriali provocarono un altro irrigidimento del Governo prussiano, confermatosi nell’impressione che il Piemonte, ora allargato, fosse una semplice pedina delle mire espansionistiche di Napoleone III.
Le riserve legittimistiche verso il modo in cui si veniva formando la nuova Italia; le considerazioni militari e strategiche, che consigliavano di non rompere ancora con l’Austria; i sospetti verso la Francia, che si vedeva crescere in Italia e verso il Reno; un certo senso di superiorità nei confronti degli Italiani e il pregiudizio diffuso circa la loro incapacità di darsi uno stabile ed efficiente ordinamento politico inducevano la «Prussia ufficiale» a ritenere di non poter fare affidamento sull’aspettativa di una futura Italia, libera, forte e unita in vista di un’alleanza contro i nemici dei Prussiani, i Francesi e gli Austriaci. Poco ascolto avevano, invece, le insistenze, da Torino, di Brassier de Saint-Simon, il quale, nei suoi dispacci, tornava sempre ad auspicare un sostegno aperto della Prussia al movimento unitario italiano e ripeteva che, quanto più il Piemonte era costretto dal suo isolamento a cercare aiuto dall’unica parte dove poteva trovarlo, tanto più sarebbe dipeso dalla Francia.
In aprile del 1860 lo scoppio di disordini in Sicilia al grido di “Viva Vittorio Emanuele”, a maggio, quindi, l’avvio della spedizione dei Mille, infine, a settembre, l’attacco a Umbria e Marche non fecero che corroborare il Governo prussiano in questo suo atteggiamento di prudente, ma anche diffidente attesa, di rifiuto di ogni appoggio a Torino. E tuttavia, mentre, dopo l’attacco a Umbria e Marche, Francia e Russia ritirarono il loro rappresentante diplomatico a Torino, la Prussia non richiamò Brassier de Saint-Simon.
I motivi di questo gesto distensivo sono molteplici. Uno fu la pressione esercitata da Londra sul Governo prussiano. La pragmatica Gran Bretagna, che, come la Prussia, non aveva fatto alcunché per aiutare la causa italiana, prese a fine ottobre 1860 pubblica posizione a favore del fatto compiuto, cioè dell’unità italiana, spesso ostacolata nei mesi precedenti, e riuscì ad esercitare un’influenza sull’atteggiamento della Prussia: il blocco ostile all’Italia, infatti, avrebbe favorito sostanzialmente Austria e Francia, potenze che Berlino non aveva interesse a favorire, mentre teneva ai buoni rapporti con l’Inghilterra.
Un altro motivo fu la pressione della maggioranza liberale della Camera dei Deputati prussiana, cassa di risonanza dell’opinione pubblica e della pubblicistica liberale tedesca, che, nel corso del 1859, erano passate, da una posizione inizialmente prudente, ad un aperto sostegno della causa italiana e ad una fervida ammirazione per essa, con l’unica momentanea interruzione nella primavera del 1860 per via di Nizza e Savoia. Sia il 1° marzo 1860 che il 6 febbraio 1861 la Camera bassa prussiana dibatté la questione italiana e approvò a maggioranza una dichiarazione di simpatia verso di essa, il 1° marzo 1860 affermando che la formazione di un forte Stato unitario italiano, destinato a costituire un bastione contro la Francia, fosse assolutamente nell’interesse della Germania; il 6 febbraio 1861 ribadendo che non era né nell’interesse della Prussia, né in quello della Germania opporsi al progressivo consolidamento dell’Italia.
In generale, gli anni attorno al 1860 rappresentano il culmine dell’interesse per l’Italia della pubblicistica politica tedesca di ogni tendenza: liberale, democratica, reazionaria, conservatrice, e cattolica, pur se, come è evidente, da posizioni ideologiche contrapposte e difendendo opinioni antitetiche. La pubblicistica conservatrice e quella cattolica, al contrario degli organi di stampa liberali e dei pubblicisti democratici, erano condizionate da sentimenti di solidarietà legittimistica, dalla convinzione dell’immaturità politica degli Italiani, dal terrore della rivoluzione democratica e anticlericale, secondo loro incarnata dai movimenti di indipendenza nazionale e proprio da uomini come Cavour. È stato osservato che mai prima, e mai dopo, fino alla presa di potere da parte del Fascismo, la politica italiana fu osservata e seguìta con altrettanta intensità in Germania7. Aggiungo che, forse, mai uomo politico italiano, non Crispi, non Giolitti, forse neanche De Gasperi, fu ammirato e studiato dalla Germania intellettuale, liberale e non «ufficiale» quanto lo fu Cavour.
Emblematico del pensiero dell’opinione pubblica e della maggioranza politica liberali è quanto scrive nell’ottobre 1860 l’influente storico Heinrich von Sybel, prussiano di nascita, ma allora insegnante a Monaco, cioè in uno di quegli Stati della Germania meridionale che erano contrari alla causa del Risorgimento italiano e avevano preso esplicitamente partito per l’Austria. Sybel scriveva al già ricordato Max Duncker di ritenere che a Cavour fosse riuscito ciò che era la cosa più difficile in tutti i movimenti rivoluzionari, cioè mantenere l’autorità in mezzo ai tumulti; che per la conservazione del principio monarchico non vi fosse nulla di più pericoloso che difendere quei malgoverni assassinatisi con le proprie mani (cioè i Borbone di Napoli); che, al contrario, occorreva erigere al più presto qualcosa di nuovo e di solido sulle loro rovine; che l’Europa monarchica avrebbe dovuto ringraziare il Conte di Cavour, piuttosto che deplorarne il comportamento. Infine Sybel affermava che se la Prussia avesse continuato a censurare la politica cavouriana, l’Italia sarebbe stata sempre più trascinata verso l’alleanza francese, «un’alleanza alla quale, non appena noi dovessimo mostrarci più benevoli verso l’Italia, nessuno volterebbe più rapidamente le spalle del Re d’Italia».
Qualche anno dopo, nella seconda metà degli anni ’60, il grande e fondamentale saggio dell’allora giovane storico liberale Heinrich von Treitschke, dava voce autorevole a questa ammirazione liberale per Cavour, e lo faceva in un momento in cui, dopo Sadowa e Königgrätz, il Risorgimento italiano aveva ormai cessato di costituire oggetto di grande e, a tratti, entusiastica ammirazione della pubblicistica liberale tedesca.
Le ferme dichiarazioni di simpatia per la causa italiana della maggioranza liberale del paese non potevano essere semplicemente ignorate dal Governo prussiano e dal Reggente (poi Re), cui era riservata la competenza in politica estera. E tuttavia essi non se ne lasciarono condizionare più di tanto. Non ruppero i rapporti diplomatici con Torino, ma continuarono a negare ogni appoggio al nascente Stato.
La costituzione di fatto del nuovo Regno d’Italia, sancita dai plebisciti dell’autunno del 1860 nelle provincie meridionali, segna, a mio parere, un altro punto di svolta dei rapporti tra Piemonte e Prussia. Da parte prussiana ci si avviò, ormai, lentamente, ma inevitabilmente a superare la pregiudiziale legittimistica ed il dogma del diritto dinastico.
Da un lato la «Prussia ufficiale» cedette progressivamente alla spinta della diplomazia britannica, con la quale aspirava a stringere alleanza. E, a tale proposito, segnalo un commento interessante apparso il 22 febbraio 1861 nell’organo di stampa del liberale Deutscher Nationalverein, l’omologo tedesco della Società Nazionale Italiana. Esso conferma concisamente la tesi qui proposta sulla politica cavouriana di ricerca di alleanza con Prussia e Inghilterra per liberarsi della tutela francese, e la riassume così:
L’Inghilterra favorisce, per quanto può, l’unità italiana, considerando quasi una stupidaggine l’opinione del “Preußisches Wochenblatt“, per il quale l’unità italiana rafforzerebbe la Francia. Su tale questione la Prussia deve accordarsi con l’Inghilterra, prima che sia possibile un’alleanza. Se la Prussia avesse accolto le numerose aperture di Cavour, anche l’Italia avrebbe potuto essere coinvolta in questa alleanza.
Dall’altro canto la «Prussia ufficiale» cominciò a dare più ascolto alle valutazioni di Realpolitik di uomini come Bismarck. Inoltre è probabile che un ruolo abbia giocato anche la forte campagna della stampa liberale che sensibilizzò l’opinione pubblica tedesca di sentimenti liberali-democratici e liberali-conservatori, portandola a sostenere le aspirazioni della nazione italiana, pur tra tutte le cautele, i sospetti e le riserve verso la Francia. Solo il 21 luglio 1862, però, dopo la Francia e addirittura dopo la Russia, Berlino si decise a riconoscere il nuovo Stato.
Quanto, poi, all’eventuale passo successivo, cioè ad un futuro scenario di alleanze, si pensava a Berlino in maniera diametralmente opposta a quanto, su questo punto, andavano consigliando Bismarck o Brassier de Saint-Simon. Nel 1860 e nel biennio seguente più di una volta Bismarck manifestò l’opinione che il Piemonte dovesse venire considerato uno dei primi alleati naturali della Prussia, contro la Francia, ma soprattutto contro l’Austria, proprio come pensava Cavour.
Ma il Governo di Berlino era persuaso che i vantaggi derivanti da un’eventuale alleanza con il nuovo Stato, sulla cui tenuta era lecito, inoltre, nutrire qualche dubbio, fossero inferiori agli svantaggi che un passo del genere avrebbe generato nel quadro della politica prussiana in Europa: la paventata fuoriuscita della Prussia dal concerto delle potenze continentali, il suo allontanamento dalla Russia, l’offesa recata all’Austria, l’irritazione della Francia. E non si può negare che si trattasse di valutazioni di un certo peso. Tant’è vero che Bismarck, giunto al potere nel settembre del 1862, non si affrettò certo a stipulare alcuna alleanza con l’Italia.
Concludendo: Il percorso lento e accidentato dei tentativi di riorientare le scelte di fondo della politica estera italiana, segnati dall’auspicio di un avvicinamento alla Prussia, pur rimanendo ancorati ad un quadro di riferimento occidentale della rete di alleanze, comincia nel 1860, già con Cavour.
È, però, evidente che chi, nel 1860 e negli anni successivi aveva maggiore interesse a concretizzare un’alleanza politica, o anche militare, quella «alleanza naturale» più volte affermata a parole, era piuttosto l’Italia, che non la Prussia. Pertanto l’interlocutore principale dell’Italia in politica estera in quel periodo rimase la Francia, pur tra insoddisfazioni e contrasti anche di consistente entità.
Negli anni successivi alla morte di Cavour non cambiò sostanzialmente il gioco diplomatico delle parti tra Italia e Prussia. Condizionato, ovviamente, come era dalla politica estera degli altri grandi Stati europei, nonché dalle prudenze, dalle diffidenze, dai sentimenti di stima e di disistima dall’una e dall’altra parte, esso rimase nel solco delle oscillazioni tra avvicinamenti e allontanamenti già registrati nel 1860/61, e solo intorno alla metà degli anni ’70 si comincia, pur se molto timidamente, ad avvertire una disponibilità nuova, si profilano aperture nuove da entrambe le parti.
L’unica eccezione fu, com’è noto, la stipulazione dell’alleanza militare del 1866, la quale, però, ebbe un fine ben preciso e circoscritto, raggiunto il quale, si allontanò anche l’idea della convenienza di un’alleanza politico-diplomatica tra Italia e Prussia, che proseguisse quella militare. Al contrario, la guerra del 1866, che fu un episodio veramente infausto delle relazioni tra Prussia e Italia, lasciò per qualche tempo dietro di sé una scia di recriminazioni, di risentimenti e di riaffermate diffidenze reciproche.
Il secondo aspetto che ritengo utile tentare di mettere a fuoco è quello dell’interesse della storiografia tedesca per Cavour, a partire dal 1869, anno di pubblicazione del celebre saggio su Cavour di Heinrich von Treitschke8, per giungere al 2001, quando apparve, a Monaco, per Oldenbourg, la biografia cavouriana dello storico svizzero Peter Stadler.
Quanto alla biografia di Cavour, i contenuti di tutti questi saggi biografici sono simili, basandosi sul tenore di fonti che si sono arricchite col tempo (basta pensare all’edizione nazionale dell’Epistolario cavouriano, appena terminata), ma che non hanno comunque portato alla luce novità rivoluzionarie quanto alle tappe principali della vita del Conte.
Quanto ai problemi sollevati e ai giudizi pronunciati dalla storiografia tedesca, il saggio di Treitschke può ritenersi fondamentale. In generale, esso può considerarsi uno tra i primi e migliori studi storico-critici sul Conte a livello europeo. Fu quel lavoro a fornire l’intelaiatura, l’ordito sul quale tutti gli altri intellettuali tedeschi costruirono poi i loro lavori. Fu quel saggio del 1869 a delineare l’immagine di Cavour Realpolitiker liberale-conservatore, campione del juste-milieu, statista sommo per la sua capacità di guidare il movimento nazionale italiano frenandone le punte rivoluzionarie e convogliandolo nel moderatismo, «ideale dell’uomo di Stato, cosciente degli interessi fondamentali del paese, e disposto a considerarli superiori alle convinzioni ideologiche delle masse, e perciò portatore della più alta forma di moralità politica»9, immagine che è stata ripresa da tutti gli altri intellettuali tedeschi autori di un saggio biografico sul Conte. Fu quel saggio a fondare l’impostazione che negava l’integrazione del movimento democratico-mazziniano nella visione storiografica, rimasta poi nella storiografia liberale tedesca (ma anche in quella italiana, fino ai lavori di Omodeo10), e, quindi, il giudizio circa la superiorità di Cavour su Mazzini e Garibaldi. Fu quel saggio a individuare nei due temi dell’autonomia amministrativa e del rapporto fra Stato e Chiesa non solo i due principali elementi di debolezza del nuovo Stato italiano, ma anche le due questioni storiografiche forse più rilevanti del neonato Stato italiano.
L’analisi degli scritti di intellettuali tedeschi su Cavour è di un certo interesse, perché diversa risulta sia la formazione culturale di ciascuno storico o intellettuale, che finisce, poi, per riverberarsi sul quadro di Cavour da essi tracciato, sia l’impostazione data al proprio lavoro. A tale proposito rilevo che tra questi intellettuali vi è un numero non proprio esiguo di non-storici: ad es. lo scrittore e naturalista Otto Speyer11; l’ingegnere ferroviario svizzero Georg Thomas Lommel12, il giurista Carl Ludwig von Bar13, il diplomatico di carriera Ulrich von Hassell14.
Ma diversa risulta anche la motivazione che ha indotto a occuparsi di Cavour. Vi è, infatti, chi giudica l’operato del Conte più da un osservatorio liberale (Treitschke, August Ludwig von Rochau15, Bar), e chi lo fa di meno (Walter Friedensburg16, Richard Sternfeld17, Hassell); vi è, poi, chi è più guidato da criteri scientifici, dalla ricerca solo della verità dei fatti, e chi, invece, appare più condizionato dal desiderio di servirsi della figura di Cavour per mandare un messaggio all’opinione pubblica tedesca del suo tempo, o chi si propone un fine didattico verso quest’ultima, difendendo una precisa posizione ideale e politica, della quale Cavour è presentato come un esponente di assoluto rilievo. Ben noto è, ad esempio, il fatto che il primo intento perseguito da Treitschke con il suo saggio era stato di natura pratico-didattica: quello, cioè, di mostrare al liberalismo tedesco degli anni ’60, così carente di senso pratico e dimostratosi incapace di affrontare il problema nazionale tedesco, quale fosse la “geniale Realpolitik”, servendosi del modello esemplare di Cavour. Credo, però, che un altro motivo che spinse Treitschke a occuparsi di Cavour sia stata la simpatia da lui, allora, provata per le solide convinzioni liberali del Conte, alle quali egli attribuiva anche un’ammirevole dimensione “morale”.
E, ancora un altro tema, cui Treitschke annetteva importanza scrivendo il suo Cavour, fu quello del confronto tra la Prussia e il Piemonte, tra la Germania e l’Italia, oltre all’auspicio di una più stretta alleanza tra i due paesi. Ma, a differenza, di molti pubblicisti, uomini politici e storici tedeschi, Treitschke non passa dall’ammirazione quasi incondizionata ad un giudizio improntato alla consapevolezza di un’indiscutibile superiorità tedesca, basata sulle brillanti prove militari date dall’esercito tedesco, da solo, senza l’aiuto di un’altra nazione potente. Egli cerca di formulare un giudizio equilibrato, che si muove tra la persistente ammirazione per il “modello” che il Risorgimento moderato italiano costituì per il movimento tedesco di unità nazionale, l’alta considerazione per la lezione impartita alla Germania da Cavour, e la constatazione delle evidenti differenze tra i due movimenti nazionali e tra le due susseguenti organizzazioni statali, che derivano dalla diversa storia e dal diverso carattere nazionale dei due popoli.
In parte nella scia del saggio di Treitschke vanno collocati i frammenti su Cavour trovati nel Nachlass di Rochau e pubblicati postumi nel 1874, che sono una brillante prova di studio storico-politico, e che, per alcuni giudizi originali, riescono anche a distanziarsi da Treitschke. Ma è soprattutto l’impostazione generale del breve saggio che si distingue da quella di Treitschke. Lo scritto di Rochau appare, infatti, pervaso da un liberalismo più avanzato, più sensibile alla dinamica della società, che lo induce, implicitamente, ad attribuire alla figura di Cavour un valore ideale e anche politico superiore a quella di Bismarck, per altro mai nominato. Treitschke anche non nomina mai Bismarck, ma per lui non vi sono dubbi che il giudizio storico debba collocare sul medesimo piano i due statisti, pur nella loro evidente diversità.
Un altro intellettuale che, scrivendo su Cavour, intese mandare un messaggio all’opinione pubblica tedesca del suo tempo è il giurista Carl Ludwig von Bar, il cui caso mi pare presenti un certo interesse. Nel 1886, nel venticinquesimo anniversario della morte di Cavour, uscì un suo saggio di circa 30 pagine nel periodico settimanale liberale Die Nation. Tale saggio era in realtà una lunga recensione alla pubblicazione che Luigi Chiala andava facendo in quegli anni dell’epistolario cavouriano. Bar era professore di diritto a Gottinga ed era un liberale e liberista della Freisinnige Partei, un oppositore di Bismarck e un convinto pacifista. Il suo interesse per Cavour deriva, pertanto, da una formazione culturale e politica che era in un certo senso agli antipodi di quella di Treitschke. Pertanto il suo saggio su Cavour appare fortemente condizionato dall’attualità politica tedesca degli anni ’80 e fa spesso riferimento alla situazione della politica interna, estera ed economica tedesca di quegli anni, dando, così, maggior risalto al modello di Cavour statista. Nelle pagine di Bar lo spirito di Bismarck (mai nominato), campione di una concezione illiberale, si aggira tuttavia, possente, e in contrapposizione negativa a quello di Cavour, uomo dotato non solo di uno straordinario talento politico, ma anche di un alto profilo morale per il suo amore per la patria, la libertà individuale, politica e degli istituti parlamentari, per la libertà economica. Questa netta contrapposizione tra Bismarck e Cavour è molto rara nella storiografia tedesca su Cavour, abituata piuttosto a confrontare che a contrapporre i due uomini politici. A Cavour, inoltre, il pacifista Bar attribuisce il merito non solo di aver innalzato in Europa il principio di nazionalità a principio dominante, ma anche di aver difeso il principio del libero dispiegarsi dell’individualità delle nazioni in armonia l’una con l’altra, non la chiusura delle nazioni verso l’esterno e l’inimicizia tra loro.
Nel segno del liberalismo, ma di un liberalismo cattolico, fu scritta anche la biografia di Cavour dello storico della Chiesa e storico dell’arte Franz-Xaver Kraus18, il cui pensiero, come è noto, fu molto influenzato da Rosmini, dall’idea di un Cattolicesimo rinnovato secondo gli ideali genuini delle origini, di un Cattolicesimo “religioso”, contrapposto a quello “politico”. E, come Bar, anche Kraus, il cui saggio uscì nel 1902, finì per trasmettere alla figura di Cavour il proprio ideale, che era quello di coniugare liberalismo e fede religiosa.
Tutto sommato, il lavoro di Kraus ha un carattere compilatorio e riassuntivo degli studi italiani e tedeschi su Cavour che lo hanno preceduto. Su un solo tema egli riesce a staccarsi dal mero racconto dei fatti, ed è quello della politica ecclesiastica di Cavour. Analogamente al liberale Bar, anche il liberale Kraus esprime su di essa un giudizio opposto a quello di Treitschke, che aveva sottolineato l’utopia della formula Libera Chiesa in libero Stato e ribadito la necessità per lo Stato di esercitare qualche controllo sulla Chiesa, per evitare che questa finisse per diventare uno Stato nello Stato. Sia Bar che Kraus condannano lo spirito del Kultukampf ed esaltano l’atteggiamento genuinamente liberale di Cavour verso la Chiesa, rispettoso della sua sfera d’azione, alieno da qualsiasi misura coercitiva e oppressiva, per quanto Kraus riconosca che tale altissimo principio risulti, poi, in pratica, difficilmente realizzabile in maniera assoluta.
Alla categoria dello studio “scientifico”, “erudito”, basato sulla rigorosa e obiettiva analisi critica delle fonti (carteggi, diari, dispacci diplomatici, pubblicistica, atti parlamentari) appartiene lo studio di Walter Friedensburg, pubblicato nel 1911, a cinquant’anni dall’unità d’Italia e dalla morte di Cavour. Diversamente dagli intellettuali che lo avevano preceduto, Friedensburg sentì molto meno la spinta ideale e politica del sentimento liberale, e si fece piuttosto guidare dal suo interesse erudito per la storia recente del paese nel quale aveva soggiornato per un decennio (dal 1888 al 1898) come direttore dell’Istituto Storico Prussiano, nonché dall’interesse per l’uomo “che fa la storia”, in polemica aperta con la storiografia “collettivista”, la Kulturgeschichte propugnata dalla scuola di Lamprecht. La figura di Cavour esce da quest’opera, che si ferma, peraltro, al 1850, dato che il secondo volume non fu mai scritto, non tanto con i tratti del campione del più genuino, dinamico sentimento liberale, quanto come un moderato del juste milieu.
Studio altrettanto erudito è la biografia di Cavour dello storico (in realtà medievista) Richard Sternfeld, scritta per la collana Meister der Politik, diretta da E. Marcks e K.A. von Müller, e uscita nel 1922, che, per molti suoi giudizi e, anch’egli, per l’esaltazione dell’individualità storica, risente molto del lavoro di Treitschke, del quale Sternfeld era stato allievo a Berlino, pur differenziandosi dall’opera di Treitschke per l’indulgenza ad uno spirito spiccatamente nazionalistico, che attribuisce ai Tedeschi una superiorità sia fisica, sia morale sugli Italiani.
Altrettanto scarso è l’interesse di un altro intellettuale, che non era uno storico, Ulrich von Hassell, per il liberalismo cavouriano. Nel 1936 tenne alla Bibliotheca Hertziana, a Roma, una conferenza dal titolo Cavour e Bismarck, poi pubblicata in italiano, nella «Nuova Antologia» e, in Germania, a Lipsia presso l’editore Keller. Hassell tornò su Cavour anche all’interno di altri suoi lavori. Il breve saggio su Cavour e Bismarck è, per quanto ho potuto vedere, il primo lavoro monografico di un intellettuale tedesco dedicato al tema del confronto tra i due statisti, i “Führer”, come li chiama Hassell, di Italia e Germania. Hassell ricorre ad un modello di giudizio storico sui due grandi statisti spesso presente nella storiografia tedesca, che, nel confrontarli, vuol rendere giustizia ad entrambi, e che si riassume nella seguente constatazione: Cavour proveniva dal liberalismo, Bismarck partì dallo Stato prussiano, fu in primo luogo un prussiano. Tuttavia Hassell tende a spogliare di motivazioni ideali il liberalismo cavouriano in politica interna, riducendolo ad uno strumento necessario a perseguire all’estero una politica nazionale italiana. All’origine dell’interesse di Hassell per Cavour è, infatti, la storia diplomatica e la politica estera del Conte, l’abilità diplomatica di cui dette prova Cavour nel conseguire l’obiettivo e la missione storica di unire l’Italia. Il risultato è un qualche stravolgimento della figura storica di Cavour, messa a fuoco attraverso le lenti di un diplomatico del Terzo Reich. Egli mise il liberale Cavour in conflitto con il Realpolitiker, considerò la sua azione una sorta di trait-d’union tra la vecchia e la nuova diplomazia, cioè tra quando le masse non costituivano un fattore attivo della politica e quando ciò avvenne, lo giudicò uno statista chiamato al vertice dello Stato in tempi di cambiamenti e sovvertimenti che, per questo, era stato trascinato dalla forza delle cose a forme dittatoriali, illiberali.
Se si tiene conto di quanto è stato esposto fino ad ora, risulta, in prima battuta, un po’ esagerato il giudizio pronunciato da tutti i recensori della biografia di Cavour pubblicata dallo storico svizzero Peter Stadler nel 200119, per i quali questa sarebbe la prima monografia tedesca su Cavour dopo lo studio di Treitschke; e suona perfino non vero il giudizio che Cavour sarebbe stato insolitamente trascurato dalla storiografia tedesca, eclissato dalla possente ombra di Bismarck20.
Basta, infatti, pensare agli scritti appena ricordati, senza contare il fatto che vennero subito tradotte in tedesco sia la biografia cavouriana di Giuseppe Massari del 1873, sia l’edizione delle lettere cavouriane di Luigi Chiala, uscita negli anni ’80 del XIX secolo, e che, singolarmente concentrati alla fine degli anni ’30 del secolo XX, vi sono diversi altri studi tedeschi, seppur brevi, su aspetti specifici21. Quei giudizi potrebbero pertanto apparire come non del tutto conformi al vero. E tuttavia essi hanno in sé molta verità: il saggio biografico di Rochau è un “frammento” abbastanza breve che si ferma al giugno del 1859; quello di Speyer è un lavoro divulgativo, effettivamente privo di qualsiasi originalità; il lungo saggio di Lommel si interrompe alla costituzione del “Grande Ministero”; il testo di Bar è in realtà una lunga recensione a fonti sulla vita e l’attività politica di Cavour; il lavoro di Kraus è importante come manifestazione del pensiero sul Risorgimento italiano di un cattolico liberale tedesco, ma è solo una compilazione ben fatta del materiale disponibile, senza novità interpretative di rilievo; il libro di Friedensburg è rimasto monco proprio della parte principale, il periodo di Cavour presidente del Consiglio; le prove di Sternfeld sono molto influenzate dallo spirito di Treitschke, costituiscono dei buoni saggi riassuntivi della biografia cavouriana, ma non hanno molta e originale forza interpretativa; infine, i saggi di Hassell sono brevi e limitati nei loro contenuti. Insomma, il libro di Stadler può a ragione essere considerato la prima, vera biografia scritta su Cavour da uno studioso di lingua tedesca, dopo quella, risalente al 1869, di Treitschke.
La biografia di Stadler è una biografia moderna, scritta in uno stile scorrevole, densa di informazioni, e tuttavia è vero che essa, come hanno constatato i suoi più severi recensori, ha uno schema, un’impostazione tradizionale (per qualcuno: «altmodisch», «antiquata»). Essa segue le orme di molti studi (peraltro non solo tedeschi) su Cavour che la hanno preceduta; si basa, come è naturale, soprattutto sull’esame delle fonti già usate da tutti gli studiosi che si sono occupati di Cavour, in primis dell’epistolario cavouriano, poi dei suoi discorsi e degli scritti, limitandosi, però, per lo più a riportarne, riassumendolo, il tenore; ripete, di fatto, giudizi già dati dagli studi precedenti sul Conte (mi limito solo a ricordare i due grandi temi del federalismo/unitarismo e del rapporto tra Stato e Chiesa); si concentra prevalentemente sulla storia politica, sull’attività di Cavour in politica interna, ma soprattutto in quella estera, e nell’economia, sulla sua attività pubblicistica e sulle sue idee politiche.
Anche il giudizio sul carattere e il pensiero politico del Conte non costituisce una novità: Cavour è presentato come un razionalista e, a differenza di Bismarck, come un liberale fino in fondo, un «liberale di taglio classico», il cui atteggiamento politico si ispirava alle regole di un’«energica moderazione», e cioè di un programma liberale e conservatore di destra moderata e costituzionale, non molto sensibile alla questione sociale e ad una politica di riforme sociali. Sono tutti giudizi che, a parte il confronto con Bismarck, dal quale Cavour esce, per Stadler, vincitore quanto a sentimenti liberali, erano già stati pronunciati da Treitschke. Al confronto mi appare più pregnante ed originale la breve caratterizzazione di Rudolf Lill, per il quale il razionalista, realista e liberal-conservatore Cavour riunisce nella sua personalità i tratti di un nazional-liberalismo idealistico a tendenze alla modernizzazione economica22.
A giudizio di Stadler l’unica punta rivoluzionaria di Cavour erano i suoi sentimenti di patriota italiano, e cioè l’idea di una patria italiana che oltrepassasse i confini del Piemonte, da realizzare con mezzi diplomatici e militari (come fece anche Bismarck), non rivoluzionari di sommovimenti popolari.
L’Autore pare a questo proposito inclinare più per la tesi della fondazione «dall’alto» dello Stato nazionale italiano, con la quale si distanzia dall’interpretazione del Risorgimento come sollevazione, movimento rivoluzionario e popolare, una tesi, come è evidente, suscettibile di avvicinare il moto risorgimentale italiano al processo dell’unificazione tedesca.
A mio parere l’elemento principale che induce a formulare un giudizio cauto sul libro di Stadler è il fatto che l’Autore ha tenuto in poca considerazione la bibliografia cavouriana moderna più recente, soprattutto quella italiana, e ne ha di conseguenza anche ignorato i risultati, precludendone, in questo modo, la divulgazione tra il pubblico di lingua tedesca.
Salta subito all’occhio che Stadler ha basato la sua ricostruzione della vita (meno del tempo) di Cavour soprattutto sulle biografie, molto datate, di William de la Rive (1862), di Giuseppe Massari (1873), di Paul Matter (1922-1927). Il nome e i risultati delle ricerche di Romeo sono quasi assenti. Nessun accenno in Stadler, ad esempio, alla discussione storiografica, svoltasi in Italia, sul giudizio da dare sul Connubio, che Romeo giudicò «un gesto di audace e ragionato progressismo, nello spirito della più classica tradizione liberale», mentre altri storici lo condannarono come il primo atto di una deplorevole tradizione trasformistica che segnò nei decenni successivi la vita parlamentare italiana, «da allora caratterizzata dal predominio di maggioranze centriste sostanzialmente immobili e prive di alternative, capaci solo di “decapitare” le opposizioni assorbendole», ma senza fare proprie le esigenze della società di cui quelle opposizioni erano espressione23.
Mi pare inoltre degno di nota il rilievo mosso a Stadler da Vito Francesco Gironda24, che gli rimprovera di avere trascurato temi di storia sociale sui quali parte della moderna ricerca si è concentrata, in particolare gli studi sui due ceti dell’aristocrazia e della borghesia in Piemonte. Da quella ricerca risultano, da un lato, la trasformazione subìta dal mondo ideale dell’aristocrazia piemontese grazie agli influssi culturali del liberalismo, dall’altro la ricezione di valori borghesi avvertibile nella sfera pratica, nella conduzione di attività economiche e negli interessi per gli sviluppi della tecnologia. La ricezione degli esiti di tali ricerche storico-sociali in un nuovo studio biografico su Cavour avrebbe senz’altro costituito un superamento della classica rappresentazione del Conte tramandatasi nella storiografia tedesca da Treitschke in poi, che tende, piuttosto, a considerare Cavour un modello esemplare di un ceto esemplare, superiore in tutti i sensi, l’aristocrazia; un nobile dotato di un talento geniale, esplicatosi sia in campo politico-diplomatico, sia in quello economico.
Non vi è dubbio che, dopo il saggio ottocentesco di Treitschke, l’interesse della storiografia tedesca per Cavour, come per il Risorgimento, sia progressivamente scemato, perché, come è evidente, emarginato dai temi della storia contemporanea della patria tedesca e dalla figura del “gigante” Bismarck, molto più attuali e di interesse per il pubblico tedesco. Nel 1933 Maximilian Claar notava come, dopo la Guerra Mondiale, la ricerca storica in Germania, a differenza della Francia, con i lavori di Matter e Paléologue25, e dell’Inghilterra, con la pubblicazione di White26, non si era più occupata di Cavour, mentre prima della Guerra erano usciti i lavori di Treitschke, Kraus e Friedensburg. Claar attribuiva questo silenzio da un lato alla somma di problemi di politica interna, che avevano assorbito l’attenzione degli storici tedeschi, e al crescente loro ripiegamento su ricerche teoretiche e di storia delle idee, che li aveva distolti dall’interesse per la storia degli avvenimenti, dei «fatti» («Tatsachengeschichte»), svoltisi all’estero nel secolo XIX; dall’altro lato, osservava Claar, due degli storici tedeschi che più sarebbero stati preparati a trattare di Cavour e del suo tempo, Richard Sternfeld e Ludo Moritz Hartmann, erano scomparsi prematuramente27.
A queste riflessioni di Claar si aggiunge il fatto che, mentre il saggio di Treitschke è un prodotto tipico della cosiddetta “era liberale” in Germania, che fu affascinata dalla figura e dall’attività politica del liberale Cavour e gli rivolse un’ammirazione quasi incondizionata, con il passare degli anni cambiò la qualità dell’interesse verso lo statista italiano, che, oltre a decrescere, si fece, con l’infiacchirsi dello spirito liberale, in un certo senso più oggettivo, più erudito (Friedensburg e Sternfeld), e meno condizionato da ideali o intenti politici.
Nel periodo delle dittature totalitarie in Italia e in Germania, però, prevalse di nuovo lo sforzo di attualizzare la figura di Cavour, ma naturalmente non più a vantaggio del liberalismo. Ciò risulta evidente in un gruppo di brevi saggi su aspetti specifici della politica cavouriana che si concentrarono, singolarmente, verso la fine degli anni ’30 del secolo XX28, forse in coincidenza con il noto, contemporaneo avvicinamento diplomatico tra la Germania e l’Italia. Alcuni di questi brevi studi29 risentono (pur se in misura differente30) dell’intento politico-propagandistico del loro autore di accreditare l’interpretazione del fascismo come prosecuzione naturale e compimento della storia italiana dal 1861 al 1922.
Anche la rinnovata attenzione per il Risorgimento, registrabile nella seconda metà del secolo XX, in particolare dall’inizio degli anni ’70 in poi, alla quale hanno dato impulsi considerevoli alcuni ricercatori e studiosi attivi presso l’Istituto Storico Germanico di Roma, e la costituzione di due gruppi di studio, l’Arbeitsgemeinschaft für die neueste Geschichte Italiens (oggi con sede a Saarbrücken), e la Deutsche Sektion des Risorgimento (con sede a Kassel), non ha prodotto, tra i molti studi pubblicati, una nuova biografia di Cavour. Il libro di Peter Stadler, uscito all’alba del nuovo secolo, nel 2001, costituisce un’utile sintesi espositiva e divulgativa degli avvenimenti principali della vita e dell’opera (soprattutto politica) di Cavour. Tuttavia è un lavoro che non solo non ha portato alcuna novità interpretativa di rilievo (cosa peraltro difficile, considerata la mole della storiografia cavouriana e, soprattutto, l’imponente opera di Rosario Romeo), ma ha anche preferito tralasciare di presentare al lettore tedesco gli esiti del dibattito storiografico recente, in particolare di quello sviluppatosi in Italia soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale.






NOTE
1 Si dà, qui, il testo di un intervento al seminario sul Risorgimento nel contesto europeo. Politica-cultura-transfer, svoltosi presso il Centro Italo-Tedesco di Villa Vigoni (Menaggio) dal 14 al 18 giugno 2011. Questo testo riassume il contenuto di un mio libro di prossima uscita presso le Edizioni di Storia e Letteratura di Roma. Si sono pertanto ridotte al minimo le note a pie’ di pagina.^
2 Così F. Valsecchi, Interpretazioni di Cavour, in «Intervento», 19 (1975), pp. 47-62: p. 61.^
3 H. von Treitschke, Cavour, in Idem, Historische und politische Aufsätze, II.: Die Einheitsbestrebungen zertheilter Völker, 7.a ed., Leipzig, Hirzel, 1913, p. 398.^
4 G.E. Rusconi, Cavour e Bismarck. Due leader fra liberalismo e cesarismo, Bologna, il Mulino, 2010.^
5 Heinrich Geffcken a Max Duncker, Berlino 17 settembre 1860, pubbl. in M. Duncker, Politischer Briefwechsel aus seinem Nachlaß, hrsg. von J. Schultze, Stuttgart-Berlin, Deutsche Verl.-Anstalt, 1923 (rist.: Osnabrück, Biblio Verlag, 1967), p. 220.^
6 T. Nipperdey, Deutsche Geschichte 1800-1866. Bürgerwelt und starker Staat, München, Beck, 1983, p. 705.^
7 W. Altgeld, Beobachtungen zum deutschen politischen Italieninteresse vor 1870, in Italien in Germanien. Deutsche Italien-Rezeption von 1750-1850, hrsg. von F.-R. Hausmann, Tübingen, Narr, 1996, pp. 445-466: p. 463.^
8 Cfr. sopra, alla nt. 3.^
9 Così R. Romeo, Biografie cavouriane, in Idem, Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1963, pp. 163-205: p. 171.^
10 Ivi, pp. 189-191.^
11 Camillo Graf Cavour, in Der neue Plutarch. Biographien hervorragender Charaktere der Geschichte, Literatur und Kunst, hrsg. von Rudolf Gottschall, Theil 2, Leipzig, Brockhaus, 1875, pp. 245-377.^
12 Cavour († 6. Juni 1861), in Beilage zur Allgemeinen Zeitung, 1886, dal n. 156 al n. 264: 14 pezzi.^
13 Cavour. Eine historisch-politische Skizze, in «Die Nation», 1886.^
14 Cavour und Bismarck, Leipzig, Keller, 1936; Idem, Cavour einigt Italien, in Idem, Im Wandel der Aussenpolitik. Von der französischen Revolution bis zum Weltkrieg, München, Bruckmann, 1939.^
15 Camillo Cavour. Ein Fragment aus dem handschriftlichen Nachlasse, in «Die Grenzboten», 1874, fasc. 4, pp. 121-137, fasc. 5, pp. 177-190.^
16 Cavour, I: Bis zur Berufung in das Ministerium 1810-1850, Gotha, Perthes, 1911.^
17 Cavour, in Meister der Politik. Eine weltgeschichtliche Reihe von Bildnissen, II, hrsg. von E. Marcks, Stuttgart, Deutsche Verl.-Anstalt, 1922, pp. 461-498.^
18 Cavour. Die Erhebung Italiens im neunzehnten Jahrhundert, Mainz, Kirchheim, 1902; trad. ital.: Roma, Loescher, 1902.^
19 Cavour. Italiens liberaler Reichsgründer, München, Oldenbourg, 2001.^
20 W. Schieder, in «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 09.10.2001: Endlich. Cavours Leben Deutsch; C. Jansen, in «Historische Zeitschrift», 2002, vol. 275, pp. 501-503; P. Ostermann, in «Jahrbuch zur Liberalismus-Forschung», 14 (2002), pp. 333-334; S. Wunsch, in «Francia. Forschungen zur westeuropäischen Geschichte. 19./20. Jahrhundert – Histoire contemporaine», 30/3 (2003), pp. 205-206; F. Bauer, in «Sehepunkte», 4 (2004), Nr. 9.^
21 Mi riferisco ai brevi saggi di Hassell già cit. sopra, nt. 14; di W. Schiffers, Cavour und die römische Frage, Düsseldorf, Nolte, 1938; di A. Dresler, Cavour und die Presse, Würzburg, Triltsch, 1939 (trad. ital.: Cavour e la stampa, Roma, Istituto ed. S. Michele, 1940); di F. Wagner, Cavour und der Aufstieg Italiens im Krimkrieg, Stuttgart, Kohlhammer, 1940. Nel 1940 apparve poi la traduzione tedesca, per cura di R. von der Wehd, del lavoro di A. Panzini, Il Conte di Cavour, Verona, Mondadori 1931: Der Graf Cavour, Berlin-Wien-Leipzig, Zsolnay, 1940, fatta sulla quarta edizione italiana, uscita, per la stessa casa editrice, nel 1935.^
22 R. Lill, Geschichte Italiens vom 16. Jahrhundert bis zu den Anfängen des Faschismus, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1980 (4.a ed.: Ibidem 1988), p. 203.^
23 R. Romeo, Vita di Cavour, Roma-Bari, Laterza, pp. 216 e 219. Cfr. anche l’intervento di M. Meriggi, L’ottimismo di Romeo, nella rassegna pubbl. in «Contemporanea», 9 (2006), cit. in nt. 287, pp. 353-356.^
24 In «Archiv für Sozialgeschichte», 41 (2001).^
25 P. Matter, Cavour et l’unité italienne, 3 voll., Paris, Alcan, 1922-1927; M. Paléologue, Un grand réaliste: Cavour, Paris, Plon, 1926; trad. ingl.: Cavour, London, Ernest Benn, 1927; trad. ital.: Cavour, Bologna, Cappelli, 1929; trad. ted.: Cavour. Ein großer Realist, Berlin, Fischer, 1929.^
26 A.J. Whyte, The Early Life and Letters of Cavour 1810-1848; Oxford-London, Oxford University Press-H. Milford, 1925; Idem, The Political Life and Letters of Cavour 1848-1861, Ibidem 1930.^
27 M. Claar, Cavour und das Risorgimento. Neue italienische Literatur, in «Historische Zeitschrift», 1933, vol. 148, pp. 605-610. Lo stesso Claar aveva scritto due anni prima, nel 1931, un molto breve e molto modesto contributo su Cavour per l’impresa editoriale dal titolo decisamente “treitschkeano”: Menschen die Geschichte machten. Viertausend Jahre Weltgeschichte in Zeit und Lebensbildern, III, hrsg. von Peter Richard Rohden und Georg Ostrogorsky, Wien, Seidel, 1931, pp. 197-203.^
28 Mi riferisco ai lavori di Hassell, cit. sopra, in nt. 14; di Schiffers, di Dresler e di Wagner, tutti già cit. in nt. 21.^
29 Quelli di Hassell e di Schiffers.^
30 In Hassell questo tema è molto sfumato e accennato discretamente; in Schiffers esso è palesemente ostentato.^
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