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La cultura politica del Partito Socialista Italiano negli anni Ottanta. Discussioni e propaganda politica attraverso la stampa del Partito 1
di Michele Donno
La cultura politica del Partito socialista italiano negli anni Ottanta venne definendosi attraverso un processo di recupero di molti elementi della tradizione socialista, nei quali si innestano motivi nuovi, legati ad una elaborazione peculiare che si svolse tra il 1976 ed il 19812.
L’espressione comunemente usata dalla nuova dirigenza socialista, venutasi a formare, dopo l’ascesa di Bettino Craxi alla segreteria del partito, sarà quella di “Nuovo riformismo”.
La fase di gestazione della nuova impostazione culturale e politica si avviò all’indomani del congresso nazionale del PSI del marzo 1976, allor quando un gruppo di giovani, «i quarantenni», appartenenti a diverse correnti (Labriola, Manca, Signorile, Cicchitto, Balzamo, Landolfi, Craxi), entrarono nella nuova direzione del partito, «scalzando definitivamente i vecchi notabili superstiti»3.
I temi della rinnovata elaborazione politico-culturale, che riprendeva molti motivi dell’esperienza storica socialista, sarebbero venuti maturando nel quinquennio indicato, e si sarebbero tutti originati dall’affermazione dell’autonomia politica e culturale del PSI, nell’ambito della sinistra italiana.
Questo autonomismo, nel quinquennio, avrebbe generato successive tematiche fra esse collegate: la centralità politica del Partito socialista; l’esigenza della “governabilità” nel sistema politico italiano; il carattere leaderistico della nuova dirigenza del PSI; il pragmatismo nell’azione politica4.
Molte di queste proposizioni politico-culturali erano state anche avanzate dalla riflessione di Norberto Bobbio, che, nel settembre 1976, in un convegno romano della rivista «Mondoperaio» vi aveva dato organica sistemazione, affrontando il tema della «Questione socialista e questione comunista». Bobbio aveva, da un lato, criticato la dottrina comunista del marxismo-leninismo (anche nella concezione gramsciana dell’egemonia), dichiarandola del tutto inadeguata ad un’analisi ed azione interna alla società capitalistica occidentale. Dall’altro, aveva osservato come il PSI, a differenza delle socialdemocrazie europee, fosse rimasto un partito «medio», a «vocazione intermedia», condannato ad alleanze oggettivamente subalterne con l’uno o l’altro dei due grandi partiti nazionali. Il tema dell’autonomismo socialista, quindi, veniva riproposto con forza5.
C’è da notare tuttavia che, a distanza di poche settimane dal Congresso nazionale di febbraio, nel maggio 1976, era avvenuta la costituzione dell’Istituto socialista di studi storici, promossa da esponenti della cultura socialista, alcuni dei quali avevano avuto anche esperienze politiche: Gaetano Arfè, Giorgio Spini, Furio Diaz, Angelo Ventura, Luciano Cafagna, Valerio Castronovo, Carlo Vallauri, Giuseppe Giarrizzo, Francesco Margiotta Broglio ed altri6.
L’obiettivo dell’Istituto, che portava a conclusione un lungo percorso di iniziative culturali ed archivistiche partite da Gianni Bosio e, con l’ESSMOI, da Vera Modigliani, era quello di uno studio della storia italiana ed internazionale, con particolare riguardo al socialismo, alieno da schematismi ideologici e, per questo, volto ad una rilettura della vicenda socialista e riformista italiana, nuova e diversa rispetto ai consueti modi storiografici della cultura marxista e gramsciana.
Interessanti, a questo proposito, sono le introduzioni di Giorgio Spini e Gaetano Arfè ai volumi degli Atti dei convegni “Trent’anni di politica socialista”7 e “Prampolini e il socialismo riformista”8, promossi dall’ISSS, nel gennaio 1977 e nell’ottobre 1978. I due studiosi rilevavano la necessità di un recupero delle esperienze del socialismo riformista italiano, anche al fine di una rinnovata politica del PSI. «Il dilemma – affermava Spini – è inevitabile fra un’ottica che misura la storia sul metro dell’approssimarsi o meno della rivoluzione e un’ottica che identifica il ruolo storico della classe lavoratrice con la capacità di gradualismo»9. Più esplicitamente Arfè osservava:
Oggi i socialisti sono alla ricerca di antenati, di un’identità storica, si dice con una locuzione di moda, dopo un susseguirsi di oscillazioni che li hanno resi incapaci di collocarsi consapevolmente e criticamente sul filo della loro propria storia […]. [Si tratta] fuori di metafora, di arricchire la cultura di un movimento di esperienze storiche le quali rivestano, anche in relazione ai problemi dell’oggi, caratteri di attualità […]. Il socialismo riformista, italiano ed internazionale appare come una delle grandi esperienze storiche meritevoli di rientrare nel circolo della cultura viva10.

La rivendicazione di un autonomismo politico e culturale proponeva quindi il tema della “centralità” del PSI nello schieramento politico italiano. Questa posizione sarebbe stata rivendicata non solo all’indomani del fallimento dell’esperienza della “solidarietà nazionale”, ma ben prima, a seguito dei risultati, fortemente deludenti, del PSI alle elezioni politiche del giugno 1976, quando si era toccato il livello percentuale più basso.
Il bipolarismo che ormai si era definito nello scenario politico italiano, fra PCI e DC, rendeva il sistema ingovernabile e, quindi, secondo i socialisti, reclamava un nuovo ruolo – centrale – del PSI ed una nuova visione politica di questo partito – la governabilità.
Autonomismo, centralità politica del PSI e governabilità del sistema furono le premesse per il definirsi, tra il 1978 ed il 1981, all’interno del Partito socialista storicamente diviso e lacerato da correnti, del tema di una leadership “forte”, che superasse la tradizionale paralisi dovuta alle correnti. E ciò in sintonia anche con le tendenze proprie di diverse componenti del socialismo europeo come quella francese (Mitterrand), greca (Papandreu), spagnola (Gonzales)11.
La conseguenza ultima, e fondamentale, del “Nuovo riformismo” fu il pragmatismo nell’azione politica, soprattutto quando il PSI ottenne la presidenza del Consiglio dei Ministri (1983-1986; 1986-1987).
Il “Progetto socialista”, elaborato nell’ottobre 1977 da un gruppo di intellettuali socialisti e poi fatto proprio nel congresso nazionale di Torino nel marzo-aprile 1978, raccoglieva molti dei temi su accennati, anche se legava ancora l’autonomismo all’“alternativa”, in una proposizione politico-culturale, che risentiva di un compromesso “ideologico” fra i due nuovi leader, Craxi e Signorile12.
Ma dopo pochi mesi, nell’agosto, Craxi metteva in primo piano, all’interno dell’autonomismo politico-culturale del PSI, l’opzione anticomunista, pubblicando il Vangelo socialista sul settimanale «L’Espresso». Craxi ribadiva l’incompatibilità sostanziale tra marxismo-leninismo e socialismo riformista, definendo il primo «organicamente totalitario», con ciò dando l’avvio ad una durissima contesa culturale e politica, che avrebbe segnato tutta la stagione successiva13.
Il tema della critica al comunismo realizzato nell’Est e al PCI, veniva ripreso in novembre 1978, nel convegno di «Mondoperaio», “Marxismo, leninismo, socialismo”14. Alla presenza di studiosi di ogni parte della sinistra internazionale, Craxi introduceva i lavori affrontando le questioni della crisi del socialismo in Occidente e del comunismo ad Oriente, con ciò sollecitando ampia partecipazione al dibattito su queste tematiche da parte di un gran numero di intellettuali della cosiddetta area socialista e anche esterni ad essa.
E del fervore intellettuale dell’area socialista, sarebbero state testimonianza le pagine di «Mondoperaio», sotto la direzione di Federico Coen, con numerosi interventi e tavole rotonde, cui erano chiamati esponenti della cultura radicale, laica, ambientalista, libertaria, cattolico-socialista, sindacale ed anche del mondo accademico.
Con l’aprirsi del 1979, la crisi di governo ad iniziativa comunista segnò l’inizio del tramonto della “solidarietà nazionale”. Infatti, le elezioni politiche e quelle europee del giugno avrebbero visto un sensibile calo (4%) del PCI e il suo orientamento verso un disimpegno governativo.
La grave crisi politica del 1979, con la successione di tre diversi governi può essere ritenuta concludersi nel dicembre dello stesso anno, allor quando il PSI votò a favore dell’istallazione dei missili americani in Italia, su richiesta Nato, per riequilibrare la dislocazione dei nuovi missili russi SS20.
Aspetto importante della nuova visione di Craxi, pragmatica, priva di ideologismi, insofferente di “incertezze” intellettuali, può essere considerato il contrasto originatosi nell’ottobre 1979 fra il segretario socialista e un gruppo di intellettuali socialisti o vicini al PSI (fra cui Amato, Bobbio, Galli della Loggia, Cafagna, Coen, Flores d’Arcais, Giugni, Federico Mancini, Ruffolo, Massimo Salvadori, Vasconi), che aveva varato un documento, pubblicato sull’«Avanti!», contro la gestione Craxi, a cui veniva rimproverata conduzione personalistica. Craxi aveva replicato definendo il gruppo «casta degli intellettuali»15.
La fibrillazione costante del sistema politico italiano, la scelta filoamericana sui missili e lo scontro con gli intellettuali di area appaiono, quindi, aspetti importanti della visione politica che Craxi avrebbe avanzato, parlando della necessità di governabilità e assicurando al secondo governo Cossiga (aprile 1980) il sostegno socialista16.
Nella direzione della “governabilità” spingevano inoltre fatti gravi ed eclatanti dei mesi successivi come la strage alla stazione di Bologna in agosto e la marcia dei 40mila della Fiat nell’ottobre.
Con il congresso nazionale di Palermo dell’aprile 1981, la gestazione del “Nuovo riformismo” fu completa e Craxi lanciò la nuova parola d’ordine, unita alla radicale riforma del sistema elettorale interno, che vedeva l’elezione diretta del segretario nazionale. Fu lanciata anche la proposta della “Grande Riforma” istituzionale, che tuttavia, per gli assetti “presidenzialisti” che presentava, avrebbe riscosso diverse critiche, finendo per essere accantonata.
A partire da questa data lo scontro con il PCI e con molti osservatori delle vicende italiane (Scalfari al primo posto) diverrà durissimo.


La cultura socialista e «Mondoperaio»

Con l’inizio degli anni Ottanta la cultura politica del PSI assunse, quindi, caratteri ben definiti, sintetizzabili in questa successione: autonomismo politico-culturale, centralità del PSI nel sistema politico, governabilità, leaderismo, pragmatismo.
La ricostruzione dei momenti in cui il “Nuovo riformismo” craxiano si sarebbe manifestato è possibile attraverso alcune fonti giornalistiche molto significative, quali la rivista più importante del partito, «Mondoperaio», «Critica Sociale», edita del gruppo milanese, «Socialismo Oggi» del gruppo di Signorile.
Di grande interesse risulta la pubblicazione «Argomenti Socialisti» che, a partire dal marzo 1985, sino al novembre 1992, avrebbe rappresentato la voce ufficiale del partito, rivolta ai quadri periferici e ai militanti. Così come «Mondoperaio» rappresentava le voci della variegata area socialista, diverse e a volte contrastanti nei confronti della stessa dirigenza del partito, «Argomenti Socialisti» nacque con l’intento di diffondere informazioni, rivolte alle dirigenze periferiche e ai militanti, sull’attività degli organi nazionali del partito: cronache degli incontri ufficiali sul piano italiano ed internazionale discorsi del segretario e del vice segretario, atti dei congressi, della direzione e dei dipartimenti del partito, i quali ultimi erano stati affidati a personaggi di stretta osservanza politica.
Per questa caratterizzazione, «Argomenti Socialisti» si può ritenere uno degli strumenti, che il PSI promosse nella fase crescente della personalizzazione della leadership politica e, quindi, dello stretto controllo dell’attività del partito.
Le due pubblicazioni principali del partito, quindi, sembrano “integrarsi”, pur nella loro radicale diversità: «Mondoperaio» era la voce dell’area; «Argomenti Socialisti» rappresentava la voce del gruppo dirigente del partito.
L’analisi concomitante delle discussioni ed interventi su «Mondoperaio» insieme con gli articoli e i materiali proposti da «Argomenti Socialisti» consente di compiere una verifica del modo con cui le elaborazioni teorico-politiche della rivista trovassero, quindi, forme utili alla divulgazione attraverso il mensile destinato alla “periferia”.
«Mondoperaio», principale rivista del PSI seguì, sotto la direzione di Federico Coen, (dal giugno 1984 Luciano Pellicani) il vario articolarsi della discussione politica e culturale negli anni di Craxi17.
Era una rivista aperta a molti contributi, anche di studiosi internazionali, di diverse provenienze politiche, sulle più varie tematiche. E questo rimarrà il suo tratto distintivo. Infatti, non mancheranno anche spunti critici verso la gestione craxiana, tuttavia indirizzati ad un suo miglioramento. Non si può comunque affermare che dalla rivista “esca” la linea del PSI negli anni di Craxi. I temi prevalenti, nelle sue annate sono quelli specifici del dibattito a sinistra: rapporti fra socialisti e comunisti; critica ai paesi dell’Est; critica alla politica del PCI; discussioni sulla funzione e gli orientamenti del sindacato; dibattito teorico sul marxismo e il socialismo riformista. Molti temi trattati da «Mondoperaio», in particolare nelle questioni della sinistra, si ritrovano negli interventi del segretario, che tuttavia, soprattutto nella sua azione di governo, fu orientato in una opportuna direzione pragmatica, spesso lontana dalle formulazioni “teoriche”. Per questa ragione, le critiche alla gestione craxiana determinarono una frattura progressiva fra dirigenza politica e corpo intellettuale.
Numerose sono le rubriche di cui si compone «Mondoperaio» (attualità politica; panorama internazionale; dossier; inchieste; servizio illustrato; saggi e dibattiti; rassegne; bancarella), all’interno delle quali il lettore spazia su un vastissimo orizzonte culturale, in cui ripetutamente spiccano dibattiti e recensioni su protagonisti e opere del socialismo riformista italiano.
Si vuol dare qui di seguito breve elencazione e commento sulle più importanti tematiche di approfondimento nella rivista.


Socialisti e comunisti: duello a sinistra

Nelle settimane precedenti il congresso di Palermo (aprile 1981), «Mondoperaio» pubblicò due importanti dibattiti sul tema dei rapporti nella sinistra italiana: Socialisti e comunisti: ieri e oggi (febbraio 1981), con Arfè, Coen, Cicchitto, Manacorda, Napolitano, e Chi ha paura di Bad Godesberg? (marzo) con Amato, Bolaffi, Colletti, Giugni, Rodotà.
Nel dibattito di febbraio, il problema attuale della situazione italiana pareva ancora il forte legame, «il legame di ferro», che univa il PCI all’URSS. E ciò è rimarcato particolarmente da Gaetano Arfè, quando sostiene che
il mito dell’Unione Sovietica è sopravvissuto anche alla seconda guerra mondiale, nonostante tutti gli elementi negativi di cui si era venuti a conoscenza […]. È nata allora dopo il ’56 la formula dell’unità nella diversità. Si riconosceva ancora un’unità del movimento comunista internazionale dentro la quale ciascun partito comunista avrebbe sviluppato le ragioni della propria autonomia. Ma non c’era ancora l’affermazione di un’autonomia totale rispetto alla tradizione dottrinale e politica e alla linea strategica del comunismo internazionale18.

La replica di Napolitano fu senza mezzi termini, affermando, in conclusione, che la tensione attuale fra il PCI e il PSI non derivasse tanto dai vecchi problemi legati alla nascita del PCI e dal suo legame con l’URSS, ma al fatto che fra i due partiti si era sempre venuta definendo una certa affinità culturale e politica competitiva. Ma Cicchitto ribatté come il PCI avesse sì compiuto degli strappi e delle revisioni, che però non gli avevano impedito di mantenere forti legami con l’URSS, e che invece i tempi e i ritmi della politica italiana richiedevano proprio al più forte partito della sinistra italiana una revisione assai più profonda e più esplicita.
L’attacco al PCI e alle sue rigidità ideologiche, che provocavano ambivalenze politiche, si sarebbe riproposto nei successivi interventi nel corso della discussione del marzo.
Amato osservava come al PCI i socialisti non chiedessero abiure, ma lo scioglimento di ambiguità residue nei rapporti con l’URSS e con la stessa società italiana19.
Si discuteva delle tesi presentate per il congresso di Palermo e, al loro interno, soprattutto del tema della governabilità. Ed infatti, afferma Amato: «le posizioni della maggioranza del partito socialista che si proporrà al congresso di Palermo presentano un atteggiamento più innovativo. L’assetto istituzionale, secondo queste posizioni, doveva non solo corrispondere ad un bisogno di partecipazione da parte dei ceti e delle categorie sociali, ma soprattutto a quello di governo, di decisione»20.
Nella discussione, le posizioni degli esponenti del PCI videro un sostanziale silenzio sul tema della revisione politico-ideologica all’interno del Partito comunista. Sia Bolaffi che Rodotà si soffermarono molto sul tema della governabilità, che era la questione politica del momento, proposta all’interno del PSI.


La cultura del Riformismo

Il tema del socialismo riformista e della sua storia, che emerge da questi dibattiti, fu ripreso regolarmente sia nel 1981 che negli anni successivi, in una serie di interventi su aspetti vari del tema. Gli storici Angelo Ventura, Gaetano Cingari, Stefano Caretti, Alceo Riosa e Valerio Castronovo sono presenti nel numero di aprile con una serie di interventi sul socialismo riformista, su Turati, Salvemini, Matteotti, le leghe ed i comuni, il sindacato, il declino.
Dario Antiseri completa il discorso con un intervento su Popper e le basi teoriche del riformismo (dicembre). Il tema fu ripreso in una successiva tavola rotonda sulla “Cultura del riformismo” nel numero di luglio-agosto 1982 con Mario Baccianini, Lucio Colletti, Marcello Pera e Giorgio Ruffolo. Quest’ultimo riprese il tema nell’articolo Riformismo pragmatico e riformismo radicale (aprile).
Si definisce una lettura storica molto interessante, volta al recupero e alla rivalutazione del socialismo riformista come momento essenziale della crescita della società italiana otto-novecentesca. Esperienza dalla quale ricavare per l’oggi molti spunti politici: il gradualismo nell’azione politica; la tutela delle classi lavoratrici e dei più deboli attraverso l’attività legislativa; il ruolo sociale delle amministrazioni locali; il pragmatismo nell’azione politica, legato alle esigenze del presente.


La questione morale

Il tema della “questione morale” comparve in novembre con una tavola rotonda con Bobbio, Coen, Martelli, Salvadori, Spini e fu destinato a ricomparire regolarmente, nel 1983 con la tavola rotonda “La questione morale: affarismo e politica” con Amato, Cassese, Coen, Galli della Loggia (aprile); nel 1987 con due interventi di Agostino Marianetti e Cesare Pinelli (novembre); nel 1988 con un amplissimo dibattito, tra febbraio e novembre, in cui intervennero Valdo Spini, Enzo Mattina, Venerio Cattani, Mario Patrono, Giorgio Benvenuto, Antonio Landolfi, Agostino Marianetti, Norberto Bobbio.
È Bobbio a centrare il cuore del problema, aprendo il discorso sul sistema “partitocratrico”, che si era venuto definendo in Italia all’indomani della Liberazione e sulle degenerazioni che ne sarebbero derivate. La prima, inerente alla frammentazione dei partiti e, quindi, alla ingovernabilità parlamentare, e la seconda riguardante il sistema corruttivo legato al finanziamenti della politica, che i partiti avevano attivato per le enormi necessità finanziarie che presentavano:
La responsabilità risale quindi ai partiti di massa che hanno avuto bisogno di una organizzazione permanente, che esige molto denaro. Il problema è lì, non giriamoci attorno. È il problema del finanziamento dei partiti. I partiti hanno bisogno di soldi, di troppi soldi […]. In questi anni c’è stata una degenerazione nell’intero sistema politico. È diffusa, nell’opinione pubblica, l’impressione che la lotta politica sia più una lotta per conquistare potere, fette di potere, per aumentare i voti con qualsiasi mezzo, piuttosto che per realizzare programmi che dovrebbero essere, dal punto di vista di ciascuna formazione politica, il fine supremo di un partito. Nella mia deformazione professionale, che mi porta a ripensare ai classici, vale sempre la famosa distinzione fra il buongoverno e il malgoverno. Il buongoverno è quello in cui i governanti fanno il bene della collettività, della polis. Il malgoverno è l’opposto. Questa è la distinzione che bisogna sempre aver presente21.

Il tema dei rapporti fra politica e affari è comunque presente in diversi altri interventi sparsi nelle annate di «Mondoperaio».
Grande interesse ancora venne riservato, fin dal primo numero di «Argomenti Socialisti», al tema della “questione morale”, affrontato attraverso il varo e la pubblicazione di un codice di comportamento degli amministratori socialisti22.
Forte era divenuta la consapevolezza all’interno della dirigenza del PSI del possibile inquinamento di tipo corruttivo, che, nell’ambito del corpo del partito e dei suoi dirigenti anche locali, si era cominciato a verificare. Il codice di comportamento degli amministratori socialisti cercava di muoversi nella direzione di dare al variegato corpus di dirigenti socialisti delle linee di comportamento ben definite. Il codice è diviso in diversi paragrafi23, dei quali particolarmente interessante risulta quello intitolato Comportamenti personali e diviso in Anagrafe patrimoniale e Stile di vita24.
Non erano previste in modo esplicito sanzioni per coloro i quali risultassero non aver seguito il codice di comportamento, ma la conclusione era semplicemente che l’inosservanza delle norme del codice sarebbe stata valutata dalla Commissione di garanzia del Partito.


La “governabilità”

Il ruolo del PSI nel sistema politico in fibrillazione e nei rapporti con il PCI fu affrontato, nel 1982, negli importanti contributi di Amato e Cafagna (Duello a sinistra, marzo) ed ancora dello stesso Cafagna (Le chiavi della governabilità, aprile). Infatti, la “governabilità” appare per Cafagna prima di tutto in termini di revisione istituzionale, riguardante i funzionamenti, i meccanismi dello Stato. Sono riprese le posizioni del PSI sul tema della riforma delle istituzioni, che furono avanzate fin dal congresso di Torino, e poi ribadite da Craxi in un articolo sull’«Avanti!» riguardante la Grande Riforma. Naturalmente Cafagna ricordava come queste riforme non potessero che avvenire con basi di maggioranza assoluta, secondo l’art. 138 della Costituzione. E quindi il problema del PSI sarebbe divenuto a questo punto coinvolgere il PCI nel tema della Grande Riforma delle istituzioni. Si entrava qui in una contraddizione per cui la governabilità di un sistema richiedeva riforme istituzionali che potevano essere fatte solo con un grande accordo parlamentare, ma, al contempo, la contraddizione stava nel fatto che il PCI riteneva che la governabilità, premessa per le grandi riforme, fosse da individuare in un grande accordo parlamentare nazionale, dal quale tuttavia solo due anni prima era venuto allontanandosi25.
A questo dibattito avrebbe fatto seguito, nell’ottobre 1983, la tavola rotonda “Il potere e il consenso: le due facce della questione socialista” con Coen, Covatta, Marianetti, Pellicani e Sechi. La riflessione degli intellettuali socialisti si collocava all’indomani del successo elettorale del PSI alle elezioni politiche anticipate della fine di giugno, in cui il Partito socialista conseguì l’11,4 per cento dei voti. Il dato centrale che ancora una volta emergeva fu bene evidenziato da Luciano Pellicani, là dove osservava come esistesse una frattura forte fra le idee politiche e culturali che il PSI era stato capace di elaborare e la effettiva realizzazione che di esse era stata compiuta. Si erano lanciati molti messaggi, ma questi messaggi non si erano tradotti in comportamenti26.
Pellicani avrebbe assunto la direzione di «Mondoperaio» nel giugno 1984, continuando nella fertile linea politico-culturale del suo predecessore e approfondendo la critica nei confronti delle culture dominanti il panorama politico italiano, quella cattolica e quella comunista.


Il PSI al governo

Avuto l’incarico nell’agosto 1983, dopo l’esperienza del governo Spadolini, Craxi ottenne una serie di successi: la stipulazione del nuovo concordato con la Chiesa cattolica agli inizi del 1984; il congresso nazionale di Verona nell’aprile, in cui ricevette amplissimi consensi alla propria politica. In febbraio venne varato il decreto sul blocco della scala mobile, che fu il motivo della più dura contrapposizione fra Craxi e il PCI, risolvendosi nel referendum dell’anno successivo, in cui il decreto sarebbe stato confermato.
La polemica durissima dei comunisti contro Craxi, accusato di autoritarismo e di metodi non democratici fu considerata da alcuni osservatori (Degl’Innocenti) una delle principali ragioni della forte personalizzazione della battaglia politica di questi anni. Del resto, la demonizzazione dell’avversario apparteneva alla tradizione politica del comunismo italiano ed internazionale. E numerosi interventi su «Mondoperaio» continuarono a riguardare il tema del riformismo socialista parallelamente a quello sulla “questione comunista” con articoli di Bobbio, Salvadori, Amato, Federico Mancini (maggio 1985) e quindi di Graziano, Ferrara, Lelli, Maione e Landolfi (ottobre-novembre 1985).
Il primo governo Craxi terminò nel luglio 1986, seguito da un secondo governo che si sarebbe concluso nel marzo 1987.
Il 1987, anno del quarantennale della nascita del Partito socialista democratico italiano, vide «Mondoperaio» pubblicare interventi di Pellicani e di Domenico Settembrini sulla scissione di palazzo Barberini del gennaio 1947. Sia Pellicani che Settembrini operarono un ricollegamento dell’esperienza di Saragat con quella di Craxi. Il dato comune era rappresentato dalla forte visione autonomistica, che, liberando i rispettivi partiti dalla tradizionale subalternità politico-ideologica al PCI, li aveva incamminati sulla strada socialista democratica, secondo modelli europei, favorendo una decisiva svolta politica nel Paese:
Gli scissionisti del Psli – osserva Pellicani – ritenevano che il socialismo coincidesse con l’allargamento del perimetro borghese dello Stato liberale, non già con la sua eversione, e guardavano al Labour Party, che nel 1946 aveva clamorosamente vinto le elezioni in Gran Bretagna, come a un modello, sia per la sua organizzazione interna, sia per i suoi obiettivi e i suoi metodi di governo[…]. L’anomalia italiana è tutta, o quasi tutta da cercare nel rifiuto pervicace del compromesso socialdemocratico fra Stato e mercato o, se si preferisce, fra socialismo e liberalismo27.

La coraggiosa svolta culturale di Saragat e del Partito socialista dei lavoratori italiani avrebbe costituito l’inizio di un processo di progressiva autonomia da parte di settori del socialismo italiano28, che Craxi avrebbe portato a maggiori sviluppi. Furono, queste, le considerazioni di Settembrini, al termine di una scorsa storica sulla vicenda della scissione del 1947:
Si prenda la domanda di fondo: rappresentò la scissione nelle sue conseguenze un evento positivo, o negativo, nella successiva storia del movimento socialista e – quel che assai più importa – nella storia dell’Italia tutta? Il che equivale a chiedersi quale rapporto ci sia tra la scissione del 1947 e la svolta craxiana di trent’anni dopo: se, in altri termini il primo evento abbia contribuito a porre le premesse, non sufficienti ma necessarie, del secondo; oppure se la fondazione del Psli abbia rappresentato una diversione peggio che inutile, con dispersione di energie e di tempo […]. Dalla scissione nacque un partito di piccole dimensioni e nacque in condizioni che probabilmente lo condannavano a rimanere tale, ma il ruolo politico da esso svolto nei momenti cruciali dell’evoluzione del nostro regime democratico fu d’importanza storica decisiva, senza rapporto col suo peso numerico […]. Il grande merito di Saragat è stato quello di capire che se tutto il socialismo si fosse sottratto, come aveva già fatto negli anni tra il 1918 e il 1922, alla responsabilità di farsi carico della salvezza della democrazia […] il risultato sarebbe stato ancora una volta la fine della libertà29.

Si ripropose così il tema del socialismo riformista, che vide ulteriori riflessioni in interventi di Pellicani e Sebastiano Maffettone nel marzo-aprile.
Le elezioni politiche anticipate del giugno 1987 segnarono l’acme del consenso socialista, che giunse al 14,3 per cento. A tal proposito interessante risulta l’intervista a Colletti, in luglio, intitolata E adesso non guastate tutto.
La cultura politica del PSI negli anni Ottanta si compose anche delle vicende di politica internazionale.
Le pagine di «Mondoperaio», dedicate al “Panorama internazionale”, mettono in evidenza diversi aspetti. In primo luogo la forte attenzione alle esperienze delle socialdemocrazie scandinave e del socialismo europeo di Francia, Spagna e Grecia. Ad essa complementare fu l’analisi, sempre molto critica, dei sistemi politici e sociali dei paesi dell’Est.
Le vicende dei missili a Comiso e dell’Achille Lauro fecero parlare specularmente di filoamericanismo e di antiamericanismo. In realtà l’attenzione agli Stati Uniti restò sempre positiva, anche se con alcuni motivi di critica.
Ed infine le questioni mediorientali. L’amicizia con Israele era ribadita, anche se sulla questione palestinese espliciti furono la simpatia e l’appoggio verso la politica, non priva di ambiguità, di Yasser Arafat.
Non furono posizioni, quelle del PSI di Craxi, da terzomondismo di stampo comunista, ma fortemente sensibili alla questione nazionale dei popoli dei paesi in ritardo di sviluppo.
L’insieme di queste varie tematiche, a carattere italiano ed internazionale, discusse da una varia compagine di studiosi ed esponenti dell’“area socialista” trovò, a partire dal marzo 1985, una forma di divulgazione propagandistica verso i quadri periferici e militanti attraverso le pagine del nuovo mensile «Argomenti Socialisti».
Infatti, all’indomani del congresso di Verona del 1984 avvenne una ristrutturazione degli strumenti di informazione e di dibattito del PSI. Alla direzione di «Mondoperaio» fu nominato, nel giugno 1984, Pellicani e si diede il via alla realizzazione di un nuovo strumento di informazione e di propaganda, che fu appunto la rivista mensile, illustrata, «Argomenti Socialisti», a cura del Dipartimento stampa e propaganda della Direzione del PSI. Direttore del mensile fu Angelo Molaioli che ne resterà alla guida sino al 1992, anno di interruzione delle pubblicazioni.
«Argomenti Socialisti» è una testata già più volte utilizzata nel passato dal partito per pubblicazioni aventi lo scopo di formare e informare i propri militanti. Voleva essere la continuazione ideale di un’altra rivista, «Il Compagno», che aveva incontrato dal 1974 al 1978 discreto successo. L’obiettivo della nuova pubblicazione era dichiarato:
Rinnovata l’ideologia, la politica, l’immagine del Psi, riscoperte le sue radici più autentiche, rilanciato il suo ruolo propulsivo e innovativo, determinante nella politica del nostro paese, con il governo Craxi, i socialisti sono impegnati a garantire stabilità e progresso, per battere l’inflazione e rilanciare la produzione […]. Il rinnovamento socialista deve ora concretizzarsi anche nel rinnovamento delle strutture del partito, nel suo adeguamento alla realtà di una società alle soglie del Duemila30.

Il mensile veniva inviato a tutti i comitati regionali e federazione provinciali, alle 8mila sezioni territoriali e agli oltre 10mila dirigenti regionali e provinciali, oltre che ai militanti e agli iscritti che lo avessero richiesto.
Si tratta, quindi, di una pubblicazione ad ampia diffusione, che può apparire una semplice rivista patinata di propaganda, ma che invece si offre allo studio con notevole interesse.
Diverse sono le rubriche del primo numero, che variano nei numeri successivi: Attualità/Governo; Speciale elezioni/Enti locali (maggio 1985); il Partito. Quest’ultima rubrica è divisa in sottosezioni: organizzazione, autofinanziamento, esteri, economia, lavoro, cultura, riforme istituzionali, questione femminile, ambiente e territori, sanità, attività parlamentari. È una pubblicazione molto utile per lo studio della cultura politica del PSI, per ciò che concerne l’azione concreta e diretta sul territorio e a livello nazionale. Si può definire “l’altra faccia”, rispetto alle riviste di elaborazione e dibattito politico, della iniziativa del PSI.
«Argomenti Socialisti» divenne, quindi, uno strumento di informazione “in tempo reale”, vista la periodicità mensile, su quanto si muoveva nel Partito e nel Gruppo parlamentare. Furono pubblicati anche numerosi numeri speciali come quello del luglio-agosto 1985 sugli incontri internazionali di Milano e l’ingresso di Spagna e Portogallo nella Comunità europea e quello del novembre-dicembre 1985 sul caso Achille Lauro e sul successivo viaggio di Craxi negli USA di Reagan. Così come, nel marzo 1990, un numero speciale fu dedicato alle tesi programmatiche della Conferenza del PSI di Rimini.
La veste tipografico-editoriale di «Argomenti Socialisti» è essenziale ma molto curata, ai fini dell’attività di propaganda e di divulgazione: articoli brevi, schede, foto, statistiche, sunti dell’attività socialista alla Camera ed al Senato. Interessante è la grafica, volta a suscitare attenzione da parte del lettore.
In che cosa consisteva, concretamente, il “Nuovo Riformismo”? Cominciava a dare risposte il primo numero di «Argomenti Socialisti», presentando articoli, schede ed interventi sul tema della politica internazionale e della lotta all’inflazione per il rilancio economico. Sulla parola d’ordine di “Pace, Sicurezza, Indipendenza”, il governo Craxi dispiegò la sua azione in campo internazionale secondo due linee dichiarate: il ruolo dell’Europa e dell’Italia nei rapporti Est-Ovest e l’azione italiana in Medio Oriente. Il carattere dell’azione, nei due campi, era comune: «fornire indicazioni e suggerimenti suscettibili di portare a concreti risultati nel dialogo Est-Ovest» e dall’altro campo una funzione diversa da quella tradizionale di mediazione, cioè «raccogliere tutti gli elementi utili che, messi a disposizione delle parti direttamente interessate fossero suscettibili di tenere aperte le vie del negoziato ad una soluzione politica della crisi nella regione»31.
In questa direzione s’erano mosse le iniziative della missione militare a carattere umanitario in Libano e l’invio di cacciamine nella regione di Suez.
Era un protagonismo, in politica internazionale, che si sarebbe giovato anche dei soddisfacenti risultati nel campo della politica economica nazionale, dai quali ebbe origine una nuova fase positiva dei rapporti sociali. La lotta all’inflazione, giunta negli anni precedenti a livelli molto alti, ottenne successi, grazie a diverse misure fra cui il decreto del 14 febbraio 1984 sulla “scala mobile”, contro il quale tuttavia s’era mossa l’iniziativa referendaria del PCI. Il programma del PSI sui temi dell’economia era dichiarato come rivolto in primo luogo ad un aumento dell’occupazione32. Due brevi interventi di Craxi e Manca, responsabile del Dipartimento economico, illustravano i contenuti e gli obiettivi del decreto fiscale approvato dalla Camera e finalizzato ad una lotta contro l’evasione fiscale33.
Alle elezioni amministrative del giugno 1985 fu dedicato il numero di «Argomenti Socialisti» dell’aprile-maggio. In numerose schede sono riportati dati ed informazioni su diversi temi: il programma elettorale socialista; le tendenze separatiste; l’ammodernamento della macchina comunale; le capacità imprenditoriali dei Comuni; il reperimento delle risorse. Si descrivono gli aspetti del “Nuovo Riformismo”, che passava anche dagli enti locali:
Nel vecchio riformismo è stata carente la capacità e spesso la volontà di fare il riformismo. Per superare la crisi di funzionalità delle pubbliche amministrazioni, il nuovo riformismo deve favorire e premiare il valore del raggiungimento del risultato e concentrare gli sforzi sul modo e sul momento in cui ottenerlo […]. Il “Riformismo” è diventato sinonimo di “leggi di riforma”, sempre più auspicate […] ma sempre meno in grado di fornire le condizioni, le compatibilità e le risorse affinché questi “obiettivi”, spesso ovvii per tutti, potessero realizzarsi. L’esperienza indica chiaramente quali sono i due modi da applicare: favorire e premiare il valore dell’“ottenere risultati”, e concentrare l’attenzione amministrativa sul come si possono ottenere i risultati34.

Come si vede, era un invito al pragmatismo e alla concretezza nell’azione amministrativa del governo locale.
Ed i suggerimenti per la propaganda elettorale andavano appunto nella direzione della concretezza: manifesti; testi per volantini ed opuscoli; appelli; programma; i problemi di Comuni e Province; le Unità sanitarie locali, ecc.35.
Il successo del PSI alle elezioni amministrative del giugno 1985 fu tema di un numero monografico di «Argomenti Socialisti», con dati e statistiche. Il commento di Martelli era un bilancio anche dei tre anni di governo Craxi, che dalle elezioni usciva rafforzato. Ritornava la critica al PCI:
Alternativa democratica, compromesso storico, euro-comunismo, governi diversi: le formule comuniste si consumano troppo in fretta per poterle apprezzare. C’è il problema di una crisi di senso del comunismo in Occidente: c’è il problema di un vuoto di proposta politica del Pci in Italia. C’è, infine, la crisi della cultura della crisi e delle rotture rivoluzionarie […]. Tra ideologia ed effimero, classe operaia e burocrazia, corporativismi e controllo elettorale, questione morale e corto circuiti tra pezzi di magistratura e di informazione, diplomazie socialdemocratiche in Europa ed oscillazioni compromissorie in Italia, il Pci è tutto sommato immobile dal 197636.

Ancora a Martelli, oltre che a Craxi, venne affidato il commento sui risultati del referendum sulla “scala mobile”37.
Un successo che era affiancato ai positivi risultati del governo: calo dell’inflazione, ormai ad una cifra; vertice europeo di Milano per l’ingresso di Spagna e Portogallo nell’UE; nuovo Concordato con la Chiesa cattolica; provvedimenti di politica economica.
Per questi ultimi, così come per l’azione parlamentare di deputati e senatori socialisti, si presentava una scheda interessante dell’attività38.
Dalle pagine del mensile socialista traspare un vero entusiasmo, trasmesso ai lettori con espressioni a volta enfatiche. Interessante è la parte dedicata all’organizzazione materiale delle Feste dell’«Avanti!», per le quali si fornivano schede, testi di manifesti, materiali vari, informazioni, mostre e addirittura indicazioni grafiche su come organizzare il “Villaggio socialista” per le feste39.
Il tema della propaganda è sempre presente e le sue forme sono diverse.
Un’indagine Makno/PSI sull’immagine e sull’informazione interna del Partito presentava i risultati di seicento interviste ai quadri centrali e periferici socialisti.
La prima domanda riguardava il «Sistema di abitudine rispetto all’informazione» dei quadri socialisti. Quindi la «valutazione dell’immagine dei principali partiti data dalla stampa e dalla tv», ancora la «valutazione dell’immagine e della propaganda del Psi», ed infine «l’informazione interna del Partito socialista»40. Seguivano commenti molto interessanti sui risultati dell’inchiesta Makno, da parte di Franco Benaglia ed Angelo Molaioli41.
Ad un giudizio largamente positivo – affermava Molaioli – sulla politica di immagine complessiva del Partito, ad un altro egualmente lusinghiero sul modo di rappresentare questa politica nei mezzi e negli strumenti di propaganda elaborati a livello centrale (grafica, immagine coordinata, strumenti di propaganda elettorale), fa riscontro una visione sostanzialmente pessimistica e negativa sia della struttura organizzativa periferica, che è in grado solo parzialmente di diffondere e propagandare questa immagine, sia della rete comunicativa interna del Partito, del suo modo, cioè, di formare ed informare i suoi quadri42.

Il “caso Achille Lauro” dell’ottobre 1985, per le sue varie connessioni internazionali e le sue conseguenze interne, è divenuto momento centrale nell’analisi del lungo governo Craxi.
Un numero monografico vi fu dedicato da «Argomenti Socialisti», con la ricostruzione degli avvenimenti, i diversi interventi parlamentari di Craxi, sino al voto di fiducia, la presentazione del successivo viaggio di Craxi negli USA di Reagan, gli interventi di Martelli, Covatta e Fabbri in Parlamento, la dichiarazione finale della Direzione del PSI43.
Il successo dell’azione di Craxi, nel “caso Achille Lauro”, e la rapida chiusura della crisi di governo, furono occasione per un rinnovato discorso sui temi di un “Riformismo moderno” di cui il PSI si dichiarava interprete. E di questo riformismo fu elemento di base la “governabilità”, che consentì di affrontare con unità di intenti fra le forze di maggioranza anche questioni difficili sullo scenario internazionale, come quella dell’“Achille Lauro”, nell’obiettivo generale della costruzione di un sistema di scambi ed incontri politici fra i vari protagonisti dello scacchiere medio-orientale44.
Una seconda fase del governo Craxi può esser datata dall’indomani del “caso Achille Lauro”, quando l’interesse per la politica interna, nelle sue svariate questioni, divenne preminente.
Con il 1986 si lanciò la “seconda fase” della politica economica, di cui i decreti sulla scala mobile e fiscale avevano rappresentato il primo passo. Un “Patto per lo sviluppo” fu il titolo dato all’Assemblea nazionale del PSI, tenuta a Roma alla metà di dicembre del 1985. Ritornò il tema della “Grande Riforma” istituzionale, di cui sia Craxi, in una conferenza stampa di fine d’anno45, sia Martelli, nella relazione introduttiva all’Assemblea, riproposero l’urgenza46.
Noi andiamo verso una società – disse Craxi – che è dominata da ritmi velocissimi, ci sono in campo forze nella società economica e finanziaria, produttive e scientifiche che si muovono con una rapidità e con una modernità straordinarie e rispetto a questo tutti vediamo la fatica, la lentezza, il distacco che si determina con le istituzioni pubbliche. Questo è un grande problema della democrazia […]. La democrazia deve riuscire a funzionare e rispondere in una società che pretende l’efficienza e pretende la velocità, che pretende le decisioni, altro che decisionismo mio. Magari il sistema fosse preso da una passione di decisionismo e da una passione di decidere tempestivamente, in modo anticipato e non ritardato: sarebbe un grandissimo vantaggio per tutti47
.

Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Claudio Martelli

Noi, che per primi abbiamo parlato dell’esigenza di una Grande Riforma, dell’esigenza cioè di revisioni costituzionali e di riforme istituzionali in grado di ristabilire un rapporto accettabile tra la politica, lo Stato, la Pubblica amministrazione, il modo di funzionare del Parlamento, dei governi e le esigenze, i bisogni imperiosi di ordine economico, di ordine sociale che una grande società complessa e contraddittoria come quella italiana viene manifestando, noi per primi abbiamo il dovere di riprendere il filo di questo ragionamento, incoraggiati dalla constatazione che qualcosa pur si muove anche negli altri partiti48.

Era un cauto ottimismo sulla situazione interna, quello che traspariva dalle pagine della stampa socialista, che sottolineava diversi altri aspetti di possibile ed incisivo intervento del governo, data la stabilità della sua maggioranza. Oltre al tema ambientale49, a quello della giustizia50, a quello del lavoro e del “patto sociale”51, il PSI avviò un campagna, attraverso la Federazione giovanile, per la riforma della scuola, cui fu dedicata una sezione speciale di «Argomenti Socialisti»52.
La Convenzione sulla scuola vide molti interventi di giovani studenti di diverse scuole italiane. Perdita di ogni rapporto con la società, invecchiamento dei metodi di insegnamento e dei suoi contenuti, questione edilizia, furono dichiarati i principali motivi di crisi della scuola italiana.
La Convenzione si concluse con la redazione di un interessante Manifesto sulla scuola, da parte dei giovani della FGS53. Si pubblicò anche il progetto di legge, presentato dai socialisti in tema di prolungamento dell’obbligo scolastico a complessivi dieci anni54.
Altra Convenzione, quella settima delle donne socialiste, dal titolo “Oltre lo Stato assistenziale. Verso lo Stato sociale: il benessere possibile”, fu oggetto di un numero speciale di «Argomenti Socialisti», nell’aprile 198655.
Numerose furono le relazioni introduttive e di base (Marinucci, Viglione, Fincato, Artioli, Breda, Ajò, Napolitano, Garibaldi) su svariate tematiche: lo Stato assistenziale, la scuola, la sanità, la sicurezza sociale, il lavoro e l’occupazione femminile, il benessere possibile, nuovi obiettivi per il Welfare State56, seguiti da una ricca serie di interventi57 e di schede58, sempre su aspetti diversi.
Emerge un dato comune da queste iniziative: la capacità propositiva, anche assai moderna ed avanzata, delle componenti di base del PSI (giovani, donne) a fronte delle più generali difficoltà di legiferazione, proprie dell’attuale sistema politico-parlamentare. E questo dato sarebbe stato ribadito più volte, sempre in occasione dei discorsi sulla “Grande Riforma” istituzionale: lentezza e farraginosità della macchina decisionale, inadeguata a sostenere il ritmo delle modificazioni e delle richieste che provenivano dalla società.
Ed anche il tema della giustizia entrò sempre di più nell’ambito delle discussioni del Partito e governative, a seguito dei tre referendum sul tema59. La questione “giustizia” fu anche parte della “Grande Riforma” istituzionale.
Si tratta di agevolare – affermava Martelli nella relazione alla riunione dei quadri socialisti per il referendum – un’opera di riforma dei codici e dell’ordinamento che stenta moltissimo e sinora non è mai riuscita a decollare in Parlamento, affiancandola con una campagna di iniziativa popolare che, individuando alcuni punti deboli e contraddittori e insopportabili nell’attuale legislazione, evidenziandoli in modo quasi simbolico, stimoli e sferzi il Parlamento a fare la sua parte […]. Non vi è una contrapposizione che noi sosteniamo, tra politica e giustizia; tutto al contrario, vogliamo attenuare o far scendere la febbre di questo contrasto tant’è che abbiamo volutamente e giustamente messo, tra i referendum dedicati alla giustizia, anche quello di sopprimere la cosiddetta giustizia politica: cioè il tribunale della Commissione inquirente. Ciò che si vuole è che della giustizia si parli in termini non chiusi, non castali, non contrapposti e separati da parte di una categoria di operatori rispetto agli altri operatori della giustizia60.

Il tema del terrorismo, ormai in fase calante in Italia, fu una delle discussioni al Vertice di Tokyo dei Sette (4-7 maggio 1986), in cui l’Italia ottenne di entrare a far parte del Supervertice monetario61.
Con la nascita del secondo governo Craxi, nell’agosto 1986, la questione del Mezzogiorno apparve maggiormente presente nelle discussioni politiche ed anche all’interno del PSI. Nei governi Craxi la questione era stata presente attraverso un ministero senza portafoglio per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno, ricoperto dal democristiano Salverino De Vito. Nel marzo 1986 era stata approvata la legge n. 64, con una dotazione finanziaria di 120 mila miliardi di lire per i nove anni sino al 1993.
Dalla legge sarebbero nati tuttavia diversi Enti di gestione collegati all’Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno, per i quali si avanzavano raccomandazioni, al fine di una attività sollecita e produttiva. «Sarà necessario – si legge su “Argomenti Socialisti” – introdurre una impostazione imprenditoriale nella loro gestione dando spazio all’iniziativa privata od evitando inutili esclusività che impediscono una stimolante concorrenza»62.
E il discorso di Craxi, all’inaugurazione della cinquantesima edizione della Fiera del Levante, in settembre, fu improntato a moderato ottimismo:
Sono qui a Bari per il quarto anno consecutivo. Ciò è dovuto ad una circostanza che merita una riflessione […]. Parlo della stabilita di governo, un bene sempre auspicato ma raramente trovato, almeno da noi, dove la vita politica si svolge ancora attraverso processi tanto complicati quanto destabilizzanti. Regole, abitudini, mentalità, degenerazioni e faziosità che appesantiscono la dinamica vitalità della democrazia italiana […]. Ciò significa in primo luogo che chi guarda al futuro politico del paese non può non vedere il passaggio obbligato della riforma delle Istituzioni ed anche delle stesse forze politiche […]. L’uso tempestivo ed equilibrato delle maggiori risorse potenziali resesi disponibili con la riduzione del prezzo del petrolio, dovrebbe consentirci […] di affrontare i problemi strutturali del Mezzogiorno e della disoccupazione […]. Nel Mezzogiorno permangono le aree di arretratezza e le sacche maggiori della disoccupazione […]. Esiste dunque uno squilibrio che va colmato […]. Disponiamo di nuovi strumenti ed è dovere di tutti utilizzarli al meglio delle loro possibilità […] Noi ci attendiamo risultati significativi dalla nuova legge per l’imprenditorialità giovanile, ormai in fase di piena attuazione. Ci attendiamo molto dalla nuova legge per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno […]. Ma, dopo aver rinnovato le leggi dobbiamo rinnovare anche molti modi di fare e di pensare. Il passato, che ancora condiziona il presente e determina condizioni difficili nella gestione del primo piano triennale di sviluppo, è davanti a noi tutti con le sue cifre ammonitrici63.


Dopo i governi Craxi

L’ottimismo di Craxi, consapevole delle tante difficoltà ancora esistenti, si ripropose nel Rapporto sull’attività di governo 1983-87, pubblicato su «Argomenti Socialisti» nel numero di febbraio 1987, pochi giorni prima della fine del secondo governo a guida socialista64.
È una pubblicazione molto ricca di dati e di spunti sui molteplici aspetti dell’economia e della società. Ad essa seguì, nel marzo-aprile, il resoconto completo dei lavori e degli atti del 44° Congresso nazionale del PSI, in Rimini, dal 31 marzo al 5 aprile, in cui fu riproposto con forza il tema del ritardo meridionale65.
Il Mezzogiorno d’Italia – affermò Craxi – non è un’unica compatta piattaforma di stagnazione. Iniziative coraggiose e lungimiranti, dinamismo di privati e presenza pubblica, hanno dato vita a poli di sviluppo e ad aree che già mostrano una considerevole vitalità economica […]. La ripresa economica generale del Paese non ha avuto lo stesso ritmo ovunque […]. Nel Mezzogiorno d’Italia si registra un tasso di disoccupazione che sfiora il doppio di quello delle regioni centrali e più del doppio delle regioni del Nord. Nei prossimi anni la lotta contro la disoccupazione avrà il suo principale teatro di battaglia essenzialmente nel Sud66.

Un’intera sezione dei lavori fu dedicata al Mezzogiorno, con un’ampia serie di obiettivi che il Partito si assegnò67.
Le elezioni politiche anticipate del giugno 1987 segnarono l’acme del consenso socialista, che giunse al 14,3%. Ed il commento di Colletti fu improntato a prudenza, in relazione alla difficile situazione che si era creata: il PSI era divenuto adesso oggetto di più forti attacchi da DC e PCI, non essendo più un “partito di servizio”; la riforma delle istituzioni si imponeva per assicurare maggiore governabilità; il “tiro alla fune” con la segreteria De Mita, fortemente antisocialista, rischiava di destabilizzare il sistema, «ma la cosa più urgente da farsi è di dare una smacchiata a fondo all’immagine del partito, isolandone le zone di aperta corruzione»68.
Le discussioni sui rapporti fra PSI e PCI e sul sistema sovietico furono costanti nel biennio 1988-1989, a partire dall’importante convegno romano su “Lo stalinismo nella sinistra italiana”. Vi avrebbero partecipato, fra gli altri, Pellicani, Strada, Giorgio Spini, Landolfi, Vallauri, Zaccaria, Agnelli69.
Si precisavano ancora una volta i due principali temi del dibattito socialista: il riformismo e la critica al comunismo italiano e internazionale. Ed infatti nel 1989, l’anno della caduta del Muro, Pellicani intervenne con due editoriali dal titolo: È riformabile il comunismo? nel luglio70, e Fine della Storia?, in novembre71. Nello stesso anno Francois Fejto e Vittorio Strada avevano scritto importanti articoli sul comunismo nell’Est e sul “diritto” di essere anticomunisti72.
Pellicani riprese il tema della “fine della storia”, proclamata da Francis Fukuyama, in un saggio All’indomani della caduta del Muro, osservando:
Il comunismo ha perso la sfida che aveva lanciato alla società capitalistico-borghese. Per settanta anni, con la sua chiamata rivoluzionaria alle armi, ha tenuto sotto pressione l’Occidente, minacciando la sua stessa esistenza […]. Ma ora ha esaurito le sue capacità di mobilitazione. La sua alternativa ha perso ogni appeal poiché non ha saputo risolvere i più elementari problemi economici […]. Ma anche se la fuoriuscita dal comunismo dei paesi dell’Europa orientale si compisse nel modo più felice, non per questo ci troveremmo di fronte ad un mondo pacificato. La fine del duello esistenziale fra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti non colmerà certamente il baratro che divide il Nord opulento dal Sud assediato dalla fame, né estinguerà il risentimento del “proletariato esterno”. Il comunismo ha sfruttato tale risentimento quale arma di lotta contro il “marcio Occidente”, ma non lo ha creato […]. Sicché è ingenuo pensare che la guerra culturale fra la civiltà moderna e le civiltà tradizionali sia destinata a lasciare il campo ad un’armoniosa coesistenza fra i popoli. Una riflessione anche superficiale sull’aggressivo fondamentalismo islamico dovrebbe essere più che sufficiente per rendersi conto che il “gigantesco consorzio mercantile gestito da tristi burocrati” potrebbe risultare assai meno pacifico di quello che immagina Fukuyama73.

Con il crollo del Muro e il disfacimento del sistema comunista sovietico, la vicenda culturale del PSI negli anni Ottanta giunse ad un punto fermo.
Il “Nuovo riformismo”, ripetutamente teorizzato, anche nel legame con le esperienze delle socialdemocrazie scandinave ed europee, aveva fatto le sue prove nel triennio del governo Craxi. I suoi risultati sono oggetto di valutazione storiografico-politica, oggi divenuta più equilibrata, per la caduta della forte “pregiudiziale” antisocialista che caratterizzò il corso delle vicende italiane negli anni Ottanta.
Del “nuovo riformismo” erano ancora aspetti importanti la ribadita necessità della riforma delle istituzioni, al fine di rendere la democrazia italiana al passo con le più avanzate democrazie occidentali. Sulla lentezza e mancata realizzazione di questo progetto istituzionale la discussione odierna rileva come le esigenze del governo quotidiano del paese, in una fase di crisi economica e di forti contrapposizioni sociali, abbiano finito per mettere in secondo piano la questione.
In conclusione, la cultura politica del PSI, negli anni Ottanta, si propose nei suoi variegati aspetti, all’interno di due strettoie. La prima è relativa al rapporto tra intellettuali e PSI. La riflessione teorico-politica sulle riviste del partito, prima fra tutte «Mondoperaio», risentì in alcuni casi di astrattezza, in parte derivata da superate impostazioni ideologiche; in altri casi appariva produttiva per una più incisiva azione politica del Partito. Quest’ultimo, poi, risentì d’una seconda ristrettezza: le difficoltà per un’azione di tipo riformatrice, che derivavano dalla inattuata riforma delle istituzioni, in essa compresa quella dei processi decisionali, e dalla condizione di costante compromesso cui i governi di coalizione erano costretti.
Il nodo dell’anomalia politico-istituzionale del Paese non era solo la persistente collocazione indefinita del PCI74, quanto l’irrisolta questione del funzionamento degli istituti della democrazia governante.
È vero – scrisse Pellicani – che la stabilità e le capacità decisionali dell’esecutivo sono molto cresciute da quando un socialista è a palazzo Chigi. Ma possiamo accettare come normale che il buon rendimento del nostro sistema politico debba dipendere dalle qualità di un uomo? O non è giunta l’ora di porre all’ordine del giorno l’imperativo di manomettere i congegni istituzionali per creare una democrazia governante? Può una società complessa e iperdinamica, quale è quella italiana, continuare a svilupparsi con l’attuale macchina decisionale75?





NOTE



1 Relazione presentata al Convegno internazionale di studi “Leadership e culture politiche nell’Europa degli anni ’80”, tenuto in Roma nei giorni 4-5-6 giugno 2009, organizzato dalla Luiss “Guido Carli” e dalla Europe and Asia Strategies, con il contributo della British American Tobacco Italia.^
2 Cfr. all’interno di una vasta bibliografia: P. Mieli, La crisi del centro-sinistra, l’alternativa, il “nuovo corso” socialista, in AA.VV., Storia del socialismo italiano, vol. VI, a cura di G. Sabbatucci, Roma, Il Poligono, 1981, in particolare le pp. 259-339; M. Degl’Innocenti, Storia del PSI. III. Dal dopoguerra a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 418-466; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Torino, Utet, 1995, pp. 662 sgg.; A. Pizzorno, Le trasformazioni del sistema politico italiano, 1976-92, in AA.VV., Storia dell’Italia repubblicana, vol. 3, t. II, Torino, Einaudi, 1997, pp. 303-344, per un’analisi di tipo sociologico degli anni Ottanta; AA.VV., La politica estera italiana negli anni Ottanta, a cura di E. Di Nolfo, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2003; AA.VV., Gli anni Ottanta come storia, a cura di S. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, in particolare il saggio di S. Colarizi, La trasformazione della leadership. Il PSI di Craxi (1976-81), pp. 31-64; AA.VV., La politica economia italiana negli anni Ottanta, a cura di G. Acquaviva, Venezia, Marsilio, 2005; S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, Il Partito socialista e la crisi della repubblica, Roma-Bari, Laterza, 2005; AA.VV., Bettino Craxi, il socialismo europeo e il sistema internazionale, a cura di A. Spiri, Venezia, Marsilio, 2006; M. Degl’Innocenti, Sul paradigma socialista o del “terzo” partito, in AA.VV., I partiti politici nell’Italia repubblicana, a cura di G. Nicolosi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, pp. 195-210. Utili sono i volumi di S. Turone, Storia del sindacato in Italia. Dal 1943 al crollo del comunismo, Roma-Bari, Laterza, 1992, e Il socialismo di Craxi: relazioni e documenti dei congressi socialisti, 1978-1991, a cura di U. Finetti, Milano, M&B Publishing, 2003.^
3 M. Degl’Innocenti, Storia del Psi…, cit., p. 418.^
4 Per questi aspetti, cfr. S. Colarizi, La trasformazione della leadership…, cit.; M. Degl’Innocenti, Sul paradigma socialista…, cit., pp. 198 e sgg.^
5 N. Bobbio, Questione socialista e questione comunista, Relazione tenuta al convegno organizzato da «Mondoperaio» il 20-21 luglio 1976, in «Mondoperaio», settembre 1976.^
6 Sulla nascita e l’attività dell’Istituto socialista di Studi storici e della Fondazione di Studi storici Filippo Turati, cfr. http://www.pertini.it/turati.html. Cfr. anche S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 32-33.^
7 AA.VV., Trent’anni di politica socialista, Roma, Mondo Operaio – Edizioni Avanti!, 1977.^
8 AA.VV, Prampolini e il socialismo riformista, voll. I e II, Roma, Mondo Operaio – Edizioni Avanti!, 1979, 1981.^
9 G. Spini, Introduzione al volume Trent’anni di politica socialista…, cit., p. XII.^
10 G. Arfè, La storiografia del movimento socialista in Italia, in AA.VV., Prampolini…, cit., vol. I, p. 15.^
11 Sul tema della personalizzazione della leadership, cfr. S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 130-135.^
12 Sul progetto socialista cfr. M. Degl’Innocenti, Storia del PSI…, cit., pp. 432, 439-440; S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 53-54. Cfr. anche In memoria del Progetto socialista, in «Mondoperaio», dicembre 1980.^
13 Cfr. S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 68-75; M. Degl’Innocenti, Storia del Psi…, cit., p. 444.^
14 Gli interventi sono stati pubblicati nel volume Laboratorio I, Roma, Edizioni Avanti!, 1979.^
15 Cfr. M. Degl’Innocenti, Storia del Psi…, cit., pp. 432-433; S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 100-101. Il documento degli intellettuali socialisti appare in «Avanti!», 21 ottobre 1979.^
16 Cfr. M. Degl’Innocenti, Storia del Psi…, cit., p. 434; S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 111-113 e 114 sgg.^
17 Numerosi sono i lavori che riguardano la storia di «Mondoperaio», fra cui: F. Coen, P. Borioni, Le Cassandre di Mondoperaio, Venezia, Marsilio, 1999 e S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago…, cit., pp. 27-38, dedicate alla rivista e, più in generale, al campo culturale del PSI; M. Gervasoni, Le insidie della modernizzazione. “Mondoperaio”, la cultura socialista e la tentazione della seconda repubblica, in AA.VV., L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, vol. IV, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 215-220.^
18 Intervento di G. Arfè alla tavola rotonda “Socialisti e comunisti, ieri e oggi”, con Cicchitto, Coen, Manacorda, Napolitano, in «Mondoperaio», febbraio 1981, p. 9.^
19 Intervento di G. Amato alla tavola rotonda “Chi ha paura di Bad Godesberg?”, con Bolaffi, Colletti, Giugni, Rodotà, in «Mondoperaio», marzo 1981, p. 4.^
20 Ivi, p. 5.^
21 Intervento di N. Bobbio alla tavola rotonda “I socialisti e la questione morale”, Coen, Martelli, Salvadori e Spini, in «Mondoperaio», novembre 1981, pp. 28 e 24.^
22 Il codice di comportamento degli amministratori socialisti, in «Argomenti Socialisti», marzo 1985, pp. 35-38.^
23 I paragrafi sono: “Principi generali” (L’amministratore al servizio della collettività; Buona amministrazione, funzionalità e ammodernamento; Trasparenza nell’amministrazione); “Buona amministrazione e rapporto democratico” (Amministrazione e democrazia; Corretta utilizzazione delle risorse; Funzionalità degli uffici pubblici; Autonomia e responsabilità dei tecnici); Prevenzione e moralità” (Prudenza nei comportamenti; Bisogni reali; Tempestività degli atti burocratici; Equità delle scelte); “Comportamenti personali” (Anagrafe patrimoniale; Stile di vita); “Distinzione tra attività pubblica e attività privata”; “Pubblica amministrazione e magistratura” (Collaborazione con la magistratura; Riservatezza degli atti amministrativi); “Rapporti con il partito” (Disciplina di partito; Elaborazione delle decisioni; Autonomia delle istituzioni; Comportamento dell’amministratore raggiunto da provvedimenti giudiziari).^
24 Nel paragrafo sui “comportamenti personali” il codice recitava: “Anagrafe patrimoniale. L’amministratore socialista deve assicurare informazione e trasparenza delle proprie condizioni finanziarie e personali. A questo fine, oltre al rispetto delle norme di legge per l’anagrafe patrimoniale, l’amministratore socialista deve fornire tali indicazioni anche all’organo del Partito, secondo la normativa statutaria vigente. L’obbligo della dichiarazione di anagrafe patrimoniale, al Partito, da consegnarsi alla Commissione di Garanzia competente, è esteso a tutti gli amministratori pubblici a tutti i livelli, inclusi quelli non tenuti per legge. Stile di vita. L’amministratore socialista deve mantenere sempre uno stile di vita personale consono alla carica che ricopre con la consapevolezza che tutto concorre alla formazione della propria immagine pubblica. Deve evitare di mantenere un tenore di vita che non sia giustificabile con il normale sviluppo delle proprie condizioni economiche” (p. 36).^
25 Cfr. L. Cafagna, Le chiavi della governabilità, in «Mondoperaio», aprile 1982, pp. 1-4.^
26 Cfr. l’intervento di L. Pellicani alla tavola rotonda “Il potere e il consenso: le due facce della questione socialista”, tavola rotonda con Coen, Covatta, Marianetti, Sechi, in «Mondoperaio», ottobre 1983, p. 12.^
27 L. Pellicani, Palazzo Barberini quarant’anni dopo, in «Mondoperaio», febbraio 1987, pp. 2-3.^
28 A questo proposito cfr. M. Donno, Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945-1952), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009.^
29 D. Settembrini, Le ragioni di Saragat, in «Mondoperaio», marzo 1987, pp. 112, 114, 115.^
30 Argomenti socialisti: per lavorare meglio, per fare di più, in «Argomenti Socialisti», marzo 1985, p. 3.^
31 Cfr. Governo Craxi. Un ruolo più incisivo nella politica internazionale, in «Argomenti Socialisti», marzo 1985, pp. 6-7.^
32 La seconda fase della politica dei redditi: obiettivo occupazione, ivi, pp. 76-79.^
33 Cfr. B. Craxi, Equità fiscale, e E. Manca, Per lo sviluppo della manovra economica, ivi, pp. 19 e 80.^
34 La cultura dei risultati vincolo per il nuovo riformismo, in «Argomenti Socialisti», aprile-maggio 1985, pp. 54-55.^
35 Speciale elezioni/Propaganda e Speciale elezioni/Schede, ivi, pp. 6-15 e 22-87.^
36 C. Martelli, Tre anni di impegno politico, di rinnovamento e di autoriforma per dare corpo al “Progetto 1988”, in «Argomenti Socialisti», giugno 1985, pp. 4-11.^
37 Cfr. B. Craxi, Chi ha voluto lo scontro è stato sconfitto, e C. Martelli, Sconfitto il massimalismo e la demagogia, in «Argomenti Socialisti», luglio-agosto 1985, pp. 8 e 9.^
38 Cfr. Attività parlamentare del gruppo socialista alla Camera. Disegni di legge socialisti, e Attività parlamentare del gruppo socialista al Senato, ivi, pp. 92-93 e 94-95.^
39 Cfr. Speciale/Stampa socialista, ivi, pp. 100-117.^
40 Cfr. Speciale propaganda, in «Argomenti Socialisti», settembre-ottobre 1985, pp. 81-106, in particolare le pp. 86-90, 91-94, 94-96, 96-99.^
41 Cfr. F. Benaglia, Esigenza di formazione politica e informazione migliore, ivi, pp. 100-102 e A. Molaioli, Una richiesta di formazione propagandistica per lavorare meglio, per fare di più, ivi, pp. 103-106.^
42 A. Molaioli, art. cit., p. 104.^
43 Cfr. Attualità/Governo, in «Argomenti Socialisti», novembre-dicembre 1985, pp. 4-71.^
44 Cfr. Per lo sviluppo di un riformismo moderno, ivi, pp. 69-71.^
45 Cfr. Craxi: il paese ha bisogno di stabilità, di solidarietà e di collaborazione, testo dell’intervista, in «Argomenti Socialisti», gennaio 1986, pp. 4-13.^
46 C. Martelli, Un Patto per lo sviluppo, relazione introduttiva ai lavori dell’Assemblea nazionale, ivi, pp. 18-33.^
47 B. Craxi, Il paese ha bisogno di stabilità…, cit., p. 12.^
48 C. Martelli, Un patto per lo sviluppo…, cit., p. 19.^
49 Cfr. Ambiente e Territorio: tre proposte di legge dei socialisti, in «Argomenti Socialisti», febbraio-marzo 1986, pp. 63-70.^
51 Cfr. B. Craxi, Sforzo solidale per il governo dell’economia, discorso al Congresso nazionale della CGIL, ivi, pp. 11-16.^
52 Cfr. Speciale Fgs/Rifare la scuola, ibidem, pp. 87-135.^
53 Cfr. Il Manifesto approvato dalla Convenzione, ivi, p. 130. Nel manifesto si avanzavano le seguenti richieste: 1) costituzione di circoli studenteschi e universitari in grado di stimolare il ruolo attivo degli studenti…; 2) compilazione di un libro bianco che censisca le carenze delle strutture e delle infrastrutture della scuola italiana; 3) stesura di una Carta dei diritti dello studente ’86; 4) richiesta della convocazione di una grande conferenza nazionale sulla scuola secondaria superiore…; 5) rivendicazione del Ministero della Pubblica istruzione, dopo quarant’anni di egemonia democristiana quasi ininterrotta, ad un esponente socialista; 6) adesione alla proposta di legge socialista che innalza l’obbligo scolastico a 16 anni; 7) valorizzazione della presenza dei giovani di area socialista nelle Consulte regionali del lavoro coordinate attraverso il ministero del Lavoro; 8) costituzione a livello locale, da parte delle Istituzioni, di centri di informazione giovanile.^
54 Cfr. Per tutti i giovani una organica e seria formazione di base, ivi, pp. 131-133.^
55 Cfr. Convenzione delle donne socialiste, in «Argomenti Socialisti», aprile 1986.^
56 Ivi, pp. 11-39.^
57 Ivi, pp. 42-49.^
58 Ivi, pp. 51-76.^
59 Cfr. Speciale/Referendum, in «Argomenti Socialisti», maggio 1986, pp. 48-65.^
60 C. Martelli, Ogni iscritto una firma per una giustizia giusta, ivi, pp. 48-49.^
61 Cfr. Attualità/Governo, in «Argomenti Socialisti», maggio 1986, con diversi articoli tematici alle pp. 20-30, fra cui quello sul terrorismo internazionale alle pp. 29-30. Ma si veda anche B. Craxi, Azione concertata tra gli Stati contro il terrorismo nel mondo, relazione al Parlamento sui servizi di sicurezza, in «Argomenti Socialisti», agosto-settembre 1986, pp. 24-27.^
62 Il programma triennale per lo sviluppo del Mezzogiorno. Obiettivi ed organizzazione del nuovo intervento straordinario nel Mezzogiorno (Legge 1 marzo 1986, n. 64), in «Argomenti Socialisti», giugno-luglio 1986, p. 104.^
63 B. Craxi, Affrontare i problemi strutturali del Sud, in «Argomenti Socialisti», pp. 12-17.^
64 Cfr. Rapporto sull’attività di governo, in «Argomenti Socialisti», febbraio 1987, pp. 3-86.^
65 Cfr. L’Italia che cambia e i compiti del riformismo, in «Argomenti Socialisti», marzo-aprile 1987, pp. 3-306.^
66 B. Craxi, Una responsabilità democratica, una prospettiva riformista per l’Italia che cambia, relazione introduttiva al 44° congresso nazionale, p. 33.^
67 Cfr. Risoluzioni finali/Mezzogiorno, ivi, pp. 284-285.^
68 E adesso non guastate tutto, intervista a Lucio Colletti, in «Mondoperaio», luglio 1987, p. 14.^
69 Cfr. Lo stalinismo nella sinistra italiana, sintesi del convegno organizzato da «Mondoperaio», Roma 16-17 marzo 1988, in «Argomenti Socialisti», marzo 1988, pp. 121-167.^
70 L. Pellicani, È riformabile il comunismo?, in «Mondoperaio», luglio 1989, pp. 2-3.^
71 L. Pellicani, Fine della storia?, in «Mondoperaio», novembre 1989, pp. 2-3.^
72 F. Fejto, Intellettuali e classe operaia all’Est, in «Mondoperaio», marzo 1989, pp. 31-41; V. Strada, Il sacrosanto diritto di essere anticomunisti, in «Mondoperaio», giugno 1989, pp. 121-136.^
73 L. Pellicani, Fine della storia?, cit., pp. 2-3.^
74 Osservava Colletti: «Il vuoto di politica del Pci, dalla fine della “solidarietà nazionale” nel ’79 si spiega col fatto che non scegliere è stato il solo modo di tenere unito il partito. Gli istituti storici (ed il Pci lo è), proprio perché radicati nella realtà, hanno un’elasticità limitata: non si lasciano rovesciare come un guanto; oltre un certo limite si spezzano», in E adesso non guastate tutto, cit., p. 12.^
75 L. Pellicani, Fine della storia?, cit., p. 3.^
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