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L'arpa perduta e i musicanti di Viggiano
di Elisa Novi Chavarria
L’ARPA PERDUTA E I MUSICANTI DI VIGGIANO
Torniamo a occuparci di zingari1, e torniamo a occuparcene dalle pagine di questa rivista2, stimolati da qualche considerazione intorno al libro di E. V. Alliegro, L’arpa perduta. Dinamiche dell’identità e dell’appartenenza in una tradizione di musicanti girovaghi (Lecce, Argo, 2007).
I musicanti di strada di cui parla Alliegro, però, non erano zingari, ma agli zingari furono assimilati allorché, sul volgere dell’Ottocento, quel mestiere da girovaghi che essi esercitavano attrasse l’attenzione delle politiche identitarie del nascente Stato unitario, oltre che di certi settori dell’antropologia criminale, che in esso ravvisarono i tratti della insidiosità e della pericolosità sociale. Fu allora che cominciarono ad addensarsi su di loro tutta una serie di accuse infamanti, che li tacciavano di essere «oziosi, vagabondi e – peggio ancora – ladri di bambini». Intorno alla loro cultura di vaganti andavano così configurandosi gli stessi stereotipi negativi che più volte, nei diversi contesti della società europea, si erano attribuiti alla mobilità delle persone, ai vagabondi, agli zingari e ad altre categorie di marginali3.
In realtà – ci spiega Alliegro – i musicanti di strada di cui egli tratta provenivano tutti da Viggiano, un paese montuoso della Basilicata, dove essi paiono documentati almeno dagli inizi del Settecento. Dall’entroterra lucano la maggior parte degli uomini di quel paese si recava periodicamente a Napoli, che era allora la capitale del Regno, per eseguire musica nella Novena natalizia. «Era un pezzo della provincia incolta che giungeva tra le mura cittadine» – scrive Alliegro –, a cercarvi con la musica di che sfamare la propria famiglia per un anno intero. Da Napoli ripartivano per raggiungere Roma, le terre del Granducato di Toscana, per spingersi a volte finanche nelle grandi capitali europee (p. 27). Suonavano nelle taverne e nelle osterie, in occasione delle feste patronali o per la celebrazione di battesimi e matrimoni. Potevano vantare un repertorio assolutamente originale, costituito da un sorprendente intreccio di motivi popolari e arie dell’opera. Suonavano la viola, il violino, la zampogna, il flauto; ma fu soprattutto l’arpa a caratterizzare i musicanti di Viggiano, che ne fecero una loro assoluta prerogativa. Lo annotò anche l’informatissimo Lorenzo Giustiniani, che scrisse: «I viggianesi sono per lo più sonatori d’arpa e taluni avrebbero della molta abilità a ben riuscire in sì fatto in strumento se fossero istruiti nella scienza della musica»4.
Sennonché loro, i musicanti di Viggiano, non studiavano musica; piuttosto, acquisivano una abilità alla esecuzione della musica attraverso l’emulazione e la pratica. Il loro mestiere si trasmetteva di padre in figlio. Alliegro, che ha ricostruito le genealogie di numerosi gruppi familiari di Viggiano, lungo l’arco di almeno quattro generazioni, sostiene che i bambini venivano affiancati ai genitori nel loro peregrinare sin dall’ottavo-decimo anno di età. E il viaggio costituiva non solo un momento di apprendistato o una tappa del loro iter formativo, ma un vero e proprio rito di iniziazione e di passaggio nel mondo degli adulti.
Lo studio sistematico dei Registri dello Stato Civile della comunità viggianese ha consentito, inoltre, ad Alliegro di potere affermare che almeno fino alla metà del secolo XIX i musicanti girovaghi di Viggiano godevano all’interno della loro comunità di origine, ma per certi versi anche all’esterno, una posizione di evidente distinzione: sposavano donne possidenti, figlie di proprietari o di artigiani; adottavano comportamenti piuttosto insoliti e ‘moderni’ rispetto ai valori e ai modelli dominanti, posticipando la nascita del primo figlio e riducendone il numero medio complessivo; grazie all’esercizio della loro professione che li portava in giro per l’Italia e per l’Europa, poterono stringere relazioni con individui appartenenti a categorie di più alto livello sociale (pp. 57-62).
Figure in bilico tra la dimensione della eccezionalità e dell’insolito, da un lato, e dell’indecoroso e della marginalità, dall’altro, nella seconda metà dell’Ottocento i musicanti di strada furono investiti da un processo di polarizzazione semantica, che li fece inesorabilmente scivolare nella alterità, nella categoria del disordine e dell’indomito. Alle spalle vi era uno slittamento complessivo del senso e della percezione della loro presenza sociale. Era mutato il contesto, sottolinea l’Autore. Un contesto, che fino ad allora era stato loro tutto sommato favorevole, dopo il 1848, i moti, le rivoluzioni, l’emergere della questione sociale, cambia radicalmente passando, da una lettura della loro attività in termini di mestiere, a una concezione delegittimante, che vedeva nei musicanti girovaghi dei temibili sovversivi. Vi si intrecciarono motivi di ordine politico e ideologico: su di loro cominciarono a gravare accuse di oziosità e vagabondaggio; furono passati al vaglio quei gruppi di bambini che viaggiavano al loro seguito; la loro vita itinerante fu investita dall’onda delle paure sociali che cominciavano a covare nei confronti della emigrazione dai paesi più poveri verso i paesi industrializzati. Un resoconto della polizia inglese del 1879 li descrive abitare in ambienti molto degradati, in stanze anguste e incrostate di sudiciume (p. 115). L’attività di musicante di strada fu inclusa nel mucchio dei mestieri ambulanti espletati ai margini e con finalità asociali. Fu allora che in ambienti lombrosiani si cominciò ad associarli alla “schiatta zingara”, ove, ovviamente, il connubio si coloriva solo ed esclusivamente di una stereotipizzazione fortemente negativa. Il tutto - sostiene Alliegro, con non poco disappunto – secondo criteri di valutazione chiaramente improntati a una concezione produttivistica del lavoro e a considerazioni di carattere puramente economico.
È facile osservare come questo concetto di marginalità si rapporti in modo molto stretto con la nozione di modernizzazione, e come praticamente esso si risolva più o meno pienamente in quello di “arretratezza”. Con qualche leggera variante sul tema, è più o meno la solita accusa che si imputa alle società occidentali del capitalismo industriale, ree di aver voluto cancellare le culture e i comportamenti sociali ritenuti loro estranei. Insomma una critica “postmoderna” alla civiltà moderna, che prende spunto dalla puntuale ricostruzione della vicenda dei musicanti viggianesi, per delineare un processo di costruzione identitaria attraverso il rapporto dialettico tra “centro” e “periferia”. È qui, però, a nostro avviso il merito maggiore, ma per certi versi anche il limite del libro, che troppo sfuma la sua prospettiva metodologica nel rapporto tra centro e periferia, omettendo di dare l’opportuno risalto alla dimensione storica della emarginazione.
La logica della storia porta, infatti, a ravvisare fenomeni di esclusione sociale in tutti i tipi di società e in tutte le epoche, anche se la tipologia di tali fenomeni varia radicalmente da caso a caso e da tempo a tempo5. La presenza degli zingari nei paesi del Mediterraneo già nei primi secoli dell’età moderna ne è un classico esempio. Essa fu connotata, infatti, a seconda dei contesti, da forti, e anche fortissimi momenti d’intolleranza e di emarginazione, ma per molti versi, in certe fasi e in determinati contesti, è stata segnata pure da significative forme d’integrazione e di convergenza con la più generale storia dell’Europa moderna. Nonostante le politiche di espulsione di cui furono più volte oggetto e i tanti stereotipi negativi sedimentatisi sul loro conto nell’immaginario collettivo, gli zingari non sempre hanno vissuto separati, da marginali o in condizioni di nomadismo. Essi, anzi, – come adesso è assai più noto – spesso svolsero un ruolo ‘attivo’ nel tessuto relazionale, economico e sociale di molte comunità del Mediterraneo, in generale, e del Mezzogiorno d’Italia in particolare, come allevatori e commercianti di cavalli, artigiani del ferro o coltivatori6.
È per questo che, ancora una volta, un appello alla storia ci appare ineludibile. Soltanto l’osservazione storica può determinare le forme e le aree delle condizioni della marginalità e della emarginazione, «il loro eventuale intersecarsi e le loro eventuali sovrapposizioni, le rispettive estensioni settoriali e le dialettiche interne ed esterne»7.
E su questo, forse, la storia dei musicanti di Viggiano offrirebbe ancora qualche altro materiale di studio e osservazione.





NOTE



1 Cfr. E. Novi Chavarria, Gli zingari in età moderna, in Integrazione ed emarginazione. Circuiti e modelli: Italia e Spagna nei secoli XV-XVIII, a cura di L. Barletta, Napoli, Cuen, 2002, pp. 287-308; Eadem, Giptij, aegiptii, cingali. Gli zingari nel Regno di Napoli (secoli XV-XVII), in Italia romanì, vol. V, a cura di M. Aresu, L. Piasere, Roma, CISU, 2008, pp. 109-120 e, soprattutto, Eadem, Sulle tracce degli zingari. Il popolo rom nel Regno di Napoli. Secoli XV-XVIII, Napoli, Guida, 2007.^
2 Si tratta di un rendiconto al libro Il caso zingari, a cura di M. Impagliazzo, Introduzione di A. Riccardi (Milano 2008), apparso col titolo Zingari (o rom), in «L’Acropoli», 9 (2008), pp. 287-289.^
3 Per questo si può vedere D. Roche, Humeurs vagabondes. De la circulation des hommes et de l’utilité des voyages, Paris, Fayard, 2003.^
4 Cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 12 voll., Napoli, 1797-1805, ad vocem.^
5 Per una tale prospettiva abbiamo fatto riferimento a G. Galasso, Note su emarginazione e marginalità, in Integrazione ed emarginazione, a cura di L. Barletta, cit., pp. 41-52.^
6 E. Novi Chavarria, Sulle tracce degli zingari…, cit.^
7 G. Galasso, Note su emarginazione e marginalità…, cit., p. 52.^
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