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Fra le due Démocratie en Amerique: accentramento e decentramento in Tocqueville
di Alessandra Petrone
In una lettera del 5 ottobre 1836 a Eugéne Stoffels, quasi tracciando un suo programma di azione politica, Tocqueville così si esprimeva: «Non penso che ci sia in Francia un uomo meno rivoluzionario di me, e che abbia un odio più profondo per quello che si chiama spirito rivoluzionario (il quale spirito, tra parentesi, si combina molto bene con l’amore per un governo assoluto). Chi sono dunque? E che cosa voglio?». Dopo aver espresso la sua preferenza per la monarchia ereditaria nei confronti della repubblica, egli così continuava:
Quel che io voglio, è un governo centrale energico nella sua sfera d’azione. L’energia del potere centrale è ben più necessaria presso un popolo democratico, dove la forza sociale è disseminata più che in un’aristocrazia […]. Ma io voglio che questo potere centrale abbia una sfera nettamente tracciata, che si occupi di quello che rientra necessariamente nelle sue attribuzioni, e non di tutto in generale […]. Io credo che il potere centrale possa essere rivestito di prerogative molto importanti, essere energico e potente nella sua sfera, ma nello stesso tempo che le libertà provinciali possano essere molto sviluppate. Penso che un governo di questo tipo possa esistere, e che nello stesso tempo la maggioranza della nazione possa occuparsi essa stessa dei propri affari; che la vita politica possa arrivare a diffondersi quasi ovunque e l’esercizio diretto o indiretto dei diritti politici divenire molto esteso.

Dopo aver affermato che i principi del governo dovrebbero essere liberali, in modo da lasciare ampi spazi all’azione degli individui e all’iniziativa personale, Tocqueville ribadiva la possibilità di combinare tutti questi elementi, dichiarandosi anzi convinto che solo a tale condizione potevano essere garantiti ordine e tranquillità1.
Emerge piuttosto chiaramente in questa lettera, assieme ad altro di non poco conto, quell’idea di un necessario equilibrato rapporto fra accentramento politico e un non pervasivo sistema amministrativo (ben lungi insomma dall’avocare all’amministrazione centrale la cura degli interessi locali, sottraendo in tal modo ai cittadini ogni possibilità di decisione autonoma) che Tocqueville, in maniera più o meno ampiamente manifesta, fa risaltare in varie considerazioni presenti nei suoi scritti2. E questo sia nella fase della Monarchia di Luglio che in quella della II Repubblica, sempre tenendo a mente ed auspicando un assetto ampiamente liberale delle istituzioni nazionali, nel contesto del problematico e accidentato avanzamento del processo democratico in Francia. Non è peraltro un caso che l’intento, maturato da tempo, di scrivere quella che sarà la sua ultima opera rimasta incompiuta, vale a dire l’Antico Regime e la Rivoluzione, venga alla luce nella fase finale, che precede di poco il definitivo abbandono da parte di Tocqueville della sua partecipazione alla vita politica attiva, all’indomani del colpo di Stato di Luigi Napoleone. L’Antico Regime e la Rivoluzione: un’opera, nella sua parte ultimata e pubblicata nel 1856, quella relativa per l’appunto all’Ancien Régime, che rappresenta notoriamente uno straordinario ed affascinante affresco storico non solo nell’esposizione ed interpretazione dei dati economici, giuridicoamministrativi e prettamente istituzionali; ma nella capacità di cogliere inoltre lo spirito, i mutamenti socio-culturali, e per così dire l’anima stessa dell’epoca che precede la Rivoluzione francese. Un’opera tuttavia il cui sottofondo teorico e il cui nucleo problematico, concernente per l’appunto il tema dell’accentramento amministrativo, si trova implicito in vario modo negli scritti tocquevilliani precedenti, e in particolare già nelle due parti della Democrazia in America pubblicate nel 1835 e nel 1840. In effetti, non sembra nemmeno una casualità che Tocqueville, pur non avendo ancora bene messo a fuoco la struttura e i contorni della sua grande opera storiografica, pare certo e documentato l’avesse in mente perlomeno da una quindicina di anni3. Nella fase complessa di ricerca e individuazione del giusto arco temporale storico da prendere in esame (dopo una prima idea iniziale di dedicarsi al periodo del decennio imperiale napoleonico) Tocqueville finì dunque per riannodare fili di tematiche già sfiorate, intuite e in parte analizzate in passato. Ed è in realtà nelle due parti della Democrazia in America, come si è detto poc’anzi a proposito dell’accentramento amministrativo, che va ricercata l’origine del tema riaffrontato in seguito nell’opera storiografica incompiuta. Da questo punto di vista tra la prima e la seconda Democrazia in America esiste una stretta connessione, come se si trattasse di due metà di un quadro che separate danno visione maggiore dei particolari, ma che solo unite consentono una comprensione nella sua interezza dell’insieme dell’argomento. Non trascurando comunque sotto questo profilo il ruolo, quasi di ponte fra l’opera del ’35 e quella del ’40, del saggio sullo Stato sociale e politico della Francia prima e dopo il 1789, pubblicato nel 1836 nella rivista «The London Westminster Review» diretta da John Stuart Mill4. Sulla questione amministrativa quindi (ma anche forse più in generale) a parer nostro anziché un’interpretazione tesa eccessivamente a mettere in luce le differenze delle due parti dell’opera, andrebbe compiuto sempre uno sforzo di ricongiunzione che restituisca unitarietà al discorso tocquevilliano5. Un discorso nel quale, implicitamente o esplicitamente, Tocqueville si confronta in modo critico con tutta la concezione amministrativa francese. D’altro canto, ed anche in tal senso, risultano particolarmente rivelatorie le parole da lui scritte, proprio riferendosi alla Democrazia in America, in una lettera a Kergolay del 1847: «sebbene io abbia parlato assai raramente della Francia in questo libro, non ne ho tuttavia scritto una sola pagina senza pensare ad essa e senza averla avuta per così dire sempre davanti agli occhi»6.
Nella prima Democrazia Tocqueville parte dalla constatazione che negli Stati Uniti si possono notare due governi nettamente separati: uno abituale, che risponde ai bisogni ordinari della società, cioè quello dei singoli Stati, il luogo dove sono nati peraltro e si sono sviluppati i principi politici che regolano la società americana; l’altro, eccezionale, che si occupa invece degli interessi generali, vale a dire il governo federale. Per questo motivo Tocqueville ritiene più proficuo analizzare inizialmente l’articolazione politico-amministrativa dei primi, configurata nella tripartizione di comune, contea e Stato7. D’altra parte la Costituzione degli Stati Uniti a lui sembrava opera ammirevole, ma anche frutto comunque di un passato pregresso di 150 anni, dove quelli divenuti in seguito i singoli Stati dell’Unione avevano già acquisito il gusto e l’abitudine del governo provinciale, e un’alta civiltà li aveva messi allo stesso tempo nelle condizioni di sopportare un governo centrale forte, anche se limitato8.
Partendo dal presupposto che nelle nazioni dove regna il principio della sovranità popolare ogni individuo rappresenta un’uguale porzione del potere sovrano, e nello stesso modo partecipa al governo dello Stato9, l’assetto politico-amministrativo si fonda sull’idea base, universalmente ammessa negli Stati Uniti, secondo cui l’individuo obbedisce alla società, non perché inferiore a coloro che la dirigono, ma perché l’unione con i suoi simili a lui sembra utile; unione che comunque può essere garantita solo da un potere regolatore. L’individuo, necessariamente subordinato per quanto riguarda i doveri reciproci, rimane tuttavia padrone in tutto ciò che lo riguarda personalmente; da qui la considerazione che egli è anche il migliore e unico giudice del proprio interesse particolare. Ma anche al comune, inteso nel suo rapporto con il governo centrale, si applica questa dottrina10; fermo rimanendo inoltre che per Tocqueville le istituzioni comunali risultano essere per la libertà ciò che le scuole primarie sono per la scienza. A suo avviso, infatti, esse permettono al popolo di apprezzare la libertà, abituandolo a servirsene; tanto che in loro assenza una nazione può anche darsi un governo libero, senza avere però ancora acquisito lo spirito di libertà11. Tocqueville in aggiunta così si esprime:
I comuni in generale non si sottomettono allo Stato se non quando si tratta di un interesse che definirei sociale, ossia un interesse che essi dividono con altri. Per tutto quanto li riguarda esclusivamente, i comuni sono rimasti corpi indipendenti, e fra gli abitanti della Nuova Inghilterra non penso ve ne sia alcuno che riconosca al governo dello Staro il diritto d’intervenire nella direzione degli interessi puramente comunali […]. Quanto ai doveri sociali, i comuni sono tenuti a soddisfarli. Se lo Stato ha bisogno di denaro, il comune non è libero di accordare o rifiutare il suo concorso […]. È un obbligo stretto, ma nell’imporlo il governo dello Stato non fa altro che stabilire un principio; per la sua esecuzione il comune generalmente rientra in possesso di tutti i suoi diritti d’individualità12.

Sostanzialmente per Tocqueville negli Stati Uniti la sovranità del popolo restava in tal modo nel popolo, non venendo dunque esercitata dall’alto verso il basso e per il profitto dello Stato come in Francia, ma dal basso verso l’alto, a partire dal fatto che gli abitanti del comune costituivano un corpo deliberante diretto13.
Proprio lo spirito comunale, inteso da Tocqueville come la possibilità concreta per gli individui di concentrare nel comune i propri affetti e le proprie speranze, sapendovi occupare un posto e concorrendo anche a governarlo14, sembrava in linea di principio essere auspicato anche dai governanti in Europa, e prima ancora soprattutto in Francia, considerandolo come un elemento garante di ordine e tranquillità pubblica. Il problema che a suo avviso sorgeva era però nel non sapere essi come suscitare quello spirito, nel timore inoltre che il consolidamento del comune, in termini di forza e indipendenza indispensabili per creare un insieme di cittadini e non di semplici amministrati, comportasse un potenziale pericolo di esposizione dello Stato all’anarchia, un incoraggiamento inoltre in Francia alla resistenza nei confronti di Parigi15, nonché una contrapposizione fra esprit de clocher ed esprit national. A dire il vero Tocqueville, in un brano cancellato del manoscritto, da citare pertanto con le dovute cautele, ma pur sempre alquanto rivelatorio, così si esprimeva circa la possibilità di modificare in senso decentrato un sistema amministrativo accentrato sul modello di quello francese16:
In effetti, l’accentramento amministrativo presuppone una sapiente organizzazione dell’autorità; forma una macchina complessa i cui meccanismi s’incastrano gli uni con gli altri e si prestano mutuo appoggio. Quando il legislatore si propone di disseminare questa forza amministrativa che ha concentrato in un punto, non sa da dove cominciare, perché non può togliere un pezzo senza turbare tutto l’insieme. Ad ogni istante si accorge che bisogna non cambiare niente o cambiare tutto. Ma quale mano può essere tanto ardita da osare d’infrangere d’un sol colpo la macchina amministrativa di un grande popolo? Tentarlo sarebbe voler introdurre il disordine e la confusione nello Stato. L’arte di amministrare è sicuramente una scienza, e i popoli non hanno conoscenze innate, non più degli individui. Abbandonata senza transizione a se stessa, la società cesserebbe quasi del tutto di essere amministrata […]. Quasi tutti gli uomini ardenti e ambiziosi che parlano contro l’accentramento non hanno realmente voglia di distruggerlo […]. Il decentramento, come la libertà, è dunque una cosa che i capipopolo promettono ma che non danno mai. Per ottenerlo e conservarlo le nazioni possono contare soltanto sui loro sforzi, e se esse stesse non hanno propensione per questo scopo, il male è senza rimedio17.

Considerazioni queste che in qualche modo, nella loro conclusione parecchio problematica, si ricollegano a quanto Tocqueville aveva appuntato in uno dei suoi cahiers di viaggio: «In America i costumi liberi hanno creato istituzioni politiche libere; in Francia, sta alle libere istituzioni politiche creare i costumi. Ecco il fine verso cui dobbiamo tendere, ma senza dimenticare il punto di partenza»18.
Egli osservava come nella Nuova Inghilterra proprio il modo in cui era costituito il comune, generasse un forte senso di attaccamento e nello stesso tempo di partecipazione alla sua conduzione, non avendo un riscontro analogo per la contea, per lo Stato ed anche per le istituzioni federali. In tal senso Tocqueville constatava come per esempio la contea avesse invece piuttosto analogie con l’arrondissement francese, essendo la sua circoscrizione stata creata con finalità puramente amministrative; era risultata infatti necessaria una maggiore estensione territoriale per l’amministrazione della giustizia, di cui la contea costituiva, per l’appunto, il primo centro giudiziario19. In questo caso venivano meno quindi quegli elementi di spontaneità e naturalezza, dettati anche da una tradizione e un vissuto condiviso, che erano invece alla base della collettività comunale. Il comune diveniva così il centro degli interessi più concreti e reali, suscitando passioni che non turbavano la società, poiché erano espresse in prossimità del focolare domestico. Il potere al suo interno era inoltre sparpagliato in modo da interessare il maggior numero di persone, moltiplicando nello steso tempo i relativi doveri20. A questo proposito, con un periodare denso di significati assai rilevanti, Tocqueville così si esprimeva:
L’abitante della Nuova Inghilterra prova attaccamento per il suo comune, perché è forte e indipendente; s’interessa ad esso, perché concorre a dirigerlo; lo ama, perché non ha da lamentarsi della propria sorte; ripone in esso le sue ambizioni e il suo futuro; s’immischia in ogni piccolo accadimento della vita comunale: in questa sfera ristretta, che è alla sua portata, si esercita a governare la società; si abitua a quelle forme senza le quali la libertà procede solo per rivoluzioni, si compenetra del loro spirito, prende gusto all’ordine, comprende l’armonia dei poteri, raccoglie infine idee chiare e pratiche sia sulla natura dei suoi doveri sia sull’estensione dei suoi diritti21.

Attraverso queste considerazioni Tocqueville metteva in risalto un punto fondamentale: negli Stati Uniti l’esercizio del potere, combinato con l’assunzione di doveri, la pratica cioè della cosa pubblica, intesa come abitudine a deliberare e a negoziare a livello locale, donava l’attitudine ed anche la capacità di andare oltre i localismi, favorendo efficacemente l’amore per la patria. Per gli americani questa infatti diventava, attraverso il comune, qualcosa di visibile e riconoscibile, con una fisionomia ben delineata; l’amore per il comune non indeboliva quindi l’attaccamento alle istituzioni pubbliche, non avendo in sé il germe dell’anarchia, ma invece lo rinforzava.
Negli Stati Uniti, di conseguenza, il potere amministrativo, nonostante le differenze intercorrenti fra i vari Stati che componevano la federazione (alla fine comune e contea erano in linea di massima costituiti ovunque allo stesso modo), non presentava alcunché di centrale e gerarchico. Tre sono le affermazioni indicative di Tocqueville in tal senso: «Negli Stati Uniti la caratteristica saliente della pubblica amministrazione consiste nell’essere straordinariamente decentrata»; «Il potere esiste ma non si sa dove trovarne il rappresentante», e infine «Lo Stato governa ma non amministra». Egli considerava come, in particolare negli Stati della Nuova Inghilterra, il potere amministrativo risiedesse quasi per intero nel comune in una forma però éparpillée, perché suddiviso in molte mani, esistendo un funzionario per ogni funzione; laddove nel comune francese l’unico funzionario amministrativo era il sindaco. Comune francese in cui il sindaco però, nominato e non eletto, era il rappresentante di una funzione più elevata di lui, essendo il suo potere soltanto il riflesso di un potere superiore; sicché egli diveniva in sostanza il mandatario che doveva sempre sparire davanti al mandante22.
Negli Stati della Nuova Inghilterra non si poteva in sostanza creare una vera e propria gerarchia amministrativa, giacché tutti gli amministratori erano eletti. In virtù poi dell’idea generale, già in precedenza accennata, che ognuno è il miglior giudice di se stesso nel perseguimento d’interessi legittimi, comune e contea dovevano curare ciascuno i propri interessi particolari, attenendosi alle rispettive competenze. Il comune non veniva a trovarsi pertanto in subordinazione nei confronti degli amministratori della contea e aveva solo per un novero limitato di aspetti l’obbligo di interagire con il governo centrale. In ultima analisi non esisteva quindi un centro unitario in grado di attrarre tutti i settori del potere amministrativo23. In un assetto amministrativo decentrato di questo tipo il problema, ravvisato dallo stesso Tocqueville, diveniva però quello di garantire l’uniformità nell’applicazione della legge. Uniformità che nei singoli Stati doveva confrontarsi con un’estensione del potere legislativo maggiore persino rispetto alla stessa Francia. Il legislatore entrava in effetti nei minimi particolari, vincolando le istituzioni minori e i loro amministratori in una fitta rete di obblighi, che se assolti avrebbero fatto procedere la società uniformemente. Il modo di costringere i funzionari all’obbedienza, trattandosi di cariche elettive e quindi irrevocabili fino al termine del mandato, non poteva essere tuttavia né la destituzione come deterrente, né la promozione come incentivo, così come previsto invece nel modello francese. L’unico sistema di controllo utilizzabile nel contesto istituzionale statunitense risultava quindi soltanto quello delle ammende giudiziarie. Un contesto istituzionale quello statunitense in cui, come notava inoltre Tocqueville, era molto diffuso l’istituto dei giudici di pace, di tradizione anglosassone (giudici-amministratori onorari provenienti all’origine, nel modello inglese, per lo più dalla gentry), nella funzione di amministratori e in quella dell’esercizio di reprimere alcuni illeciti amministrativi. Anche se poi, nella maggior parte degli Stati, i reati più gravi commessi nelle pubbliche funzioni erano sottoposti ai tribunali ordinari. Fra il potere centrale e le autorità amministrative locali solo i tribunali potevano dunque fungere da intermediari e costringere il funzionario eletto all’obbedienza, senza ledere perciò il diritto dell’elettore. Ravvisando inoltre che l’estensione del potere giudiziario nel mondo politico deve corrispondere all’estensione del potere elettivo, (poiché se le due cose a suo avviso non procedono di concerto, lo Stato finisce nell’anarchia o nella servitù) Tocqueville comunque riteneva che solo il potere discrezionale di destituzione dei funzionari pubblici potesse garantire quell’obbedienza illuminata e attiva che la repressione giudiziaria non poteva soddisfare in maniera adeguata. In Francia tale garanzia risiedeva pertanto nella gerarchia amministrativa, mentre in ultima analisi negli Stati Uniti non poteva risiedere che in quella dell’elezione dei funzionari amministrativi, sottoposti pur sempre al sindacato dei loro elettori24. D’altra parte, meriterebbe qui di essere aggiunto, proprio con la presidenza di Andrew Jackson25 negli Stati Uniti, intorno al 1830, era stata introdotta in molti Stati la figura del giudice elettivo: novità importante e che portava a ripensare la stessa posizione costituzionale della magistratura, il cui valore principale diventava in tal modo la rappresentatività piuttosto che l’indipendenza. Tutto questo rafforzava la tendenza statunitense all’attivismo giudiziario, e alla conseguente percezione del giudice come ingegnere sociale, partecipe del processo politico complessivo. Percezione che derivava già proprio dal fatto che la mancanza di un’amministrazione periferica sul territorio (che sarebbe stata contraria ai principi di decentramento e autogoverno) rendeva i giudici molto spesso gli unici rappresentanti dell’autorità centrale26.
È interessante notare per incidens come l’analisi tocquevilliana del comune negli Stati Uniti, ma più in generale dell’assetto amministrativo nel contesto della Federazione, alla luce della distinzione fra accentramento politico e accentramento amministrativo, abbia in particolare, per quelli che egli rileva come i principi fondanti e i meccanismi d’azione dell’amministrazione locale americana, una assonanza con le considerazioni di Benjamin Constant (già contenute negli inediti Fragments) sui corretti principi che devono ispirare gli Stati federali, e sul nuovo tipo di federalismo da lui anche in seguito auspicato contro il centralismo dell’ordinamento francese. In particolare Constant, pur consapevole delle differenze profonde fra questo suo teorizzato “nuovo federalismo” e il federalismo in senso tecnico americano27, e pur non scendendo nel dettaglio per quanto riguarda la dipendenza più o meno ampia che era disposto a concedere nel rapporto tra collettività locali e amministrazione generale, così si esprime circa le competenze fra le singole unità costitutive e lo Stato:
La direzione degli affari di tutti appartiene a tutti. Quello che interessa una frazione deve essere deciso da quella frazione. Quello che ha relazione con l’individuo, deve essere sottoposto all’individuo. Non sarà mai troppo ripetere che la volontà generale non è più rispettabile della volontà particolare, quando esce dalla sua sfera […]. L’autorità nazionale, l’autorità del cantone, l’autorità comunale, devono esercitarsi ciascuna nella propria sfera, con tanta forza, e in maniera così rapida e irresistibile, in modo che ciascuna sia un’autorità unica e sovrana, o per meglio dire, ciascuna deve essere unica e sovrana nella sua sfera28.

Significative sono poi anche le sue considerazioni in relazione ai rapporti tra esecutivo e potere amministrativo, inteso come “pouvoir municipal”. Egli in tal senso non esita ad affermare:
Si è considerato fino ad oggi il potere amministrativo come una branca dipendente dal potere esecutivo. Al contrario esso non può intralciarlo, ma non deve dipenderne […]. Il potere amministrativo deve essere nell’amministrazione quello che i giudici di pace sono nell’ordine giudiziario29.

In effetti, e più in generale, va inoltre aggiunto che in realtà, così come in seguito per Tocqueville, potrebbe dirsi che Constant è ostile alla centralisation administrative proprio nella misura in cui è favorevole alla centralisation gouvernementale30.
Ma è nella parte poi del discorso tocquevilliano, focalizzata essenzialmente sul funzionamento del sistema amministrativo americano, tendente a individuare quei meccanismi e quelle condizioni particolari (per tanti versi e in più occasioni ritenute irriproducibili) mediante cui esso si era configurato in maniera estremamente decentrata, che vengono introdotte e in qualche modo offerte le coordinate per meglio inquadrare le particolari e conseguenti riflessioni sugli effetti politici di tale sistema31. Dove emerge più chiaramente, da parte di Tocqueville, l’intento di addivenire ad una sorta di comparazione con il sistema amministrativo francese, non riguardante tanto o soltanto la struttura e l’organizzazione, ma bensì nella prospettiva della capacità di generare o meno effetti politici positivi e virtuosi per la comunità nazionale di appartenenza. Questa sintesi comparativa prenderà in considerazione, seppur apparentemente ponendola sullo sfondo, anche la relazione fra governo centrale e amministrazione in Inghilterra, relazione da Tocqueville richiamata e tenuta presente assai spesso nelle opere successive. D’altro canto Tocqueville in tal modo evidenzia anche come i sistemi amministrativi siano frutto dello sviluppo di differenti modelli di Stato. Quello inglese, derivato insomma dalla Glorious Revolution del 1688 che aveva consolidato il Parlamento, quello francese invece in cui la Rivoluzione del 1789, nell’esito finale almeno del suo decennale e accidentato percorso, aveva rafforzato l’esecutivo: fattori questi, a parte il resto di non poco conto, che ovviamente ebbero una ricaduta assai rilevante nell’evoluzione del modello amministrativo dei due Stati32. Non si deve ad ogni modo dimenticare, per non dire altro, che fra gli elementi costitutivi del”punto di partenza” alle origini della società e delle istituzioni nordamericane, così come da lui teorizzato, Tocqueville afferma: «Al tempo della prima emigrazione il governo comunale, germe fecondo delle libere istituzioni, era ormai entrato profondamente nelle abitudini inglesi»33.
L’interesse per l’Inghilterra è d’altronde riscontrabile sia nella fase di maturazione della decisione di scrivere un’opera in proprio (oltre a quella sul sistema penitenziario americano, in collaborazione con Beaumont), sia anche nella fase di stesura della prima Democrazia, nonché in quella successiva alla sua pubblicazione, in qualche modo pertanto preparatoria della seconda Democrazia. E questo spiega sia il tentativo di recarvisi già durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti (intenzione frustrata dallo scoppio di un’epidemia di colera nel paese), sia poi anche il breve soggiorno dell’estate del 1833 e il successivo viaggio con l’amico Beaumont tra la primavera e l’estate del 183534. Nel primo viaggio il motivo principale d’interesse doveva essere, e non a caso, quello di cogliere il passaggio dalla società aristocratica a quella democratica che sembrava, in seguito ad alcune riforme, dispiegarsi molto rapidamente in Inghilterra. Il regime elettorale che assicurava il predominio dell’aristocrazia rurale era stato intaccato in effetti dal primo Reform Bill, legge presentata alla Camera dei Lord nell’ottobre 1831 e approvata solo dopo una vivace resistenza nel dicembre 1832. Tale legge allargava notoriamente il corpo elettorale e ridisegnava le circoscrizioni, aumentando il numero di quelle urbane a scapito di quelle rurali, consentendo in tal modo su base censitaria l’accesso alle urne di un’ampia parte del ceto medio, aumentandone così il peso nel Parlamento. E questo anche se le riforme sociali solo in parte avevano soddisfatto l’opposizione democratica, la quale faceva capo all’opinione più radicale della borghesia industriale e alle prime organizzazioni operaie unificate nelle Trade Unions. Molteplici erano i fermenti in corso nel paese e Tocqueville sembrava voler affrettarsi a osservare le forme tradizionali dell’aristocrazia e contemporaneamente il cambiamento in atto. Per Tocqueville l’Inghilterra rimaneva nel fondo comunque un paese aristocratico, e a tal proposito egli infatti così si esprime:
Tutta la società inglese è ancora evidentemente montata su un piede aristocratico e ha contratto abitudini che solo una rivoluzione violenta o l’azione lenta e costante di nuove leggi possono distruggere. Il lusso e le soddisfazioni dell’orgoglio sono divenuti qui bisogni vitali. Molti sono gli inglesi che preferiscono la possibilità di procurarseli al completo a quella di veder regnare ovunque un’uguaglianza in cui nulla possa umiliarli35.

Con un’aristocrazia più flessibile e aperta non solo ai cambiamenti ma anche all’ascesa al suo interno, grazie al nuovo privilegio della ricchezza, che diveniva per le classi medie veicolo di scalata sociale, il modello inglese avrebbe potuto consentire, ad avviso di Tocqueville, una modifica graduale delle istituzioni senza rivoluzioni violente. Questo pertanto il suo giudizio:
L’Inghilterra mi sembra in una situazione critica per il fatto che certi avvenimenti prevedibili possono da un momento all’altro trascinarla in una rivoluzione violenta. Se però le cose seguono il loro corso naturale, non credo che tale rivoluzione avvenga e considero più probabile che gli inglesi giungano a modificare le loro condizioni politiche e sociali certo con grandi difficoltà, ma senza convulsione né guerra civile36.

Ma fu durante il secondo viaggio che Tocqueville poté rendersi maggiormente conto dei progressi in Inghilterra del processo di democratizzazione, in connessione con le prime avvisaglie di centralismo amministrativo. Il movimento tendente infatti a modernizzare, centralizzandola, l’amministrazione dell’ordine pubblico, delle carceri, della salute e dell’assistenza, in rapporto al dilagare della Rivoluzione industriale e alle sue gravi conseguenze sociali, era culminato nella nuova legge sui poveri, il Poor Law Amendment Act (1834), e nella discussione della nuova legge penitenziaria. E in una serie inoltre di provvedimenti come il Municipal Corporation Act (1835), al seguito del Reform ActThe Highway Act (1835) nonché il più tardo County Police Act (1839), che introducevano una disciplina nei settori della viabilità e della polizia. Tuttavia Tocqueville osservò come la centralizzazione amministrativa avanzasse non a profitto dell’esecutivo, ma del Parlamento, e come in definitiva venissero ad ogni modo mantenuti dei contrappesi: la creazione cioè di organismi locali elettivi la cui efficacia si accordava con il tradizionale spirito di associazione. Fondamentale risultava inoltre la prerogativa del potere giudiziario di intervenire nelle controversie fra privati e amministrazione (un topos questo della riflessione tocquevilliana37), non esistendo come invece in Francia la garanzia del funzionario, già stabilita con l’art. 75 della Costituzione dell’anno VIII38. In definitiva il sistema inglese, pur con le sue disfunzioni, appariva a Tocqueville capace di rimanere collocato in un ambito istituzionale caratterizzato da antiburocratismo e anticentralismo39.
I viaggi in Inghilterra sicuramente fornirono a Tocqueville tutta una serie di nuovi dati, come si evince dai suoi appunti di viaggio. In alcuni casi tali dati gli servirono per confermare aspetti già analizzati nel viaggio americano, in altri per approfondire aspetti più tecnici, come per esempio il ruolo e il funzionamento del giudice di pace: un perno del sistema amministrativo decentrato inglese. In altri casi ancora, a rafforzare idee sue peculiari, come quella della congruenza e conformità, se non anche sinergia, fra stato sociale democratico e centralizzazione (come vedremo in seguito), da collegarsi inoltre con il discorso sulle conseguenze dannose dell’eccesso di uniformità legislativa. A proposito della quale Tocqueville così si esprime:
L’Inghilterra è la dimostrazione di una verità da me più volte constatata: che cioè l’uniformità nelle leggi secondarie, anziché un bene, è quasi sempre un gran male, poiché sono pochi i paesi di cui tutte le parti possano sopportare la stessa legislazione nei minimi particolari. Nella diversità apparente che colpisce l’osservatore superficiale e lo scandalizza tanto sta la vera armonia politica che consiste in un governo adatto alle esigenze di ogni località. In Francia ciò non accade. Per la mentalità francese l’uniformità nelle minime cose è una necessità pari a quella dell’ordine e dell’armonia dei suoni per un orecchio tedesco. Dobbiamo ringraziare il cielo di essere liberi, perché in noi albergano quasi tutte le passioni atte a facilitare la tirannide40.

Sempre più si prospettava ai suoi occhi una netta distanza tra la complessa vicenda amministrativa continentale e quella anglosassone41. In Francia insomma l’avvento dell’individualismo era entrato di fatto in conflitto con la società di corpi, favorendo il sorgere e il consolidarsi di un nuovo tipo di Stato, che era il reciproco dell’ordine plurale e articolato dell’Antico Regime. Mentre ad esempio nell’accentramento di Antico Regime l’intendente doveva disciplinare una società di corpi, non uniforme e con tutte le sue irrazionalità, nel nuovo sistema, introdotto con la legge del 28 piovoso dell’anno VIII42, il prefetto diveniva il terminale di ogni interesse sovra individuale, in una società polverizzata, che appariva inidonea a gestire in proprio qualsiasi interesse collettivo. L’Inghilterra e gli Stati Uniti erano pervenuti invece a coniugare modernizzazione sociale e morfologia pluralistica dell’ordinamento. La vocazione dello Stato continuò in area anglosassone ad essere pertanto quella di mediare tra interessi diversi più che esprimere valori unitari; di qui un’immutata centralità della giustizia, una perdurante assenza dell’amministrazione esecutiva, e sostanzialmente un modello separatista settecentesco, nel quale il potere esecutivo compariva ancora come potere non giuridico ma fattuale, rivolto principalmente all’esterno dello Stato e non suscettibile di essere diretto contro un singolo cittadino se non in esecuzione di un ordine giudiziale43. In Francia invece l’erosione della giurisdizione ordinaria, da parte di una per allora embrionale giustizia amministrativa, attraverso l’avocazione progressiva a sé, sin dagli ultimi mesi del 1790, di una vasta area del contenzioso, avrebbe rafforzato poco alla volta il convincimento che l’esecutivo fosse titolare di una potestà di comando del tutto autosufficiente, e per questo nel pieno diritto di svincolarsi dall’autorità delle Corti44.
Tocqueville distingue, come già altre volte rilevato, due tipi di accentramento: quello governativo, che riguarda la direzione degli interessi comuni a tutte le parti della nazione, e quello amministrativo, che riguarda la direzione degli interessi specifici delle singole parti della nazione. Su questo punto merita essere citato un brano presente nel manoscritto dove egli così poneva la questione:
Dell’accentramento. Quando si parla dell’accentramento, si combatte continuamente nel buio per non avere fatto la distinzione di cui ho parlato sopra, fra accentramento governativo e accentramento amministrativo. Si critica o si elogia senza sapere perché. C’è chi adduce come uno dei vantaggi dell’accentramento l’istituzione del sistema attuale, in cui tutto fa capo a una corte suprema, e si cita come una prova dei mali provocati dal decentramento l’antico sistema dei parlamenti [del regno di Francia]. Non si vede che il sistema dei parlamenti era un abuso grossolano e non una conseguenza naturale del sistema del decentramento. Se c’è una cosa al mondo che costituisce una necessità nazionale, è l’unità della legge. Perché la legge sia una, occorrono due cose: che emani da una sola autorità; che sia interpretata da una sola autorità. Perché interpretare la legge equivale in qualche modo a farla. Così hanno capito tutte le repubbliche americane […]. Indipendentemente dalla nostra situazione continentale, che ci ha sempre fatto sentire più vivamente la necessità della concentrazione del potere, il decentramento ci è sempre apparso soltanto come una spartizione dei diritti essenziali della sovranità, ossia come l’agente più attivo del’oppressione e dell’anarchia. Per quanto oggi ci possiamo sforzare, il decentramento non rappresenta per noi che una moltitudine di piccoli sovrani, che giudicano sovranamente, rendendo giustizia e battendo moneta45.

La fusione dei due tipi di accentramento, che si attraggono l’uno con l’altro, ma che non devono per forza di cose essere inseparabili, può generare un potere enorme, e pertanto foriero di esiti profondamente illiberali. Per Tocqueville infatti se l’accentramento governativo è essenziale affinché una nazione possa affermarsi e prosperare, quello amministrativo, che pure consente di attrarre tutte le forze della nazione nel momento del bisogno, nel lungo periodo diviene un ostacolo alla riproduzione di queste forze, comportando un pernicioso depauperamento del senso civico tra le popolazioni che vi si sottomettono. Negli Stati Uniti vi sono, dal punto di vista amministrativo, tutta una serie d’inconvenienti: mancanza di regole uniformi, esempi d’incuria e negligenza, iniziative utili che richiedendo uno sforzo continuo e preciso vengono abbandonate; ma non esiste comunque, secondo Tocqueville, nessun altro popolo che faccia altrettanti sforzi per il benessere sociale46. Non si troverà negli Stati Uniti continuità di vedute, la cura minuziosa dei particolari o la perfezione delle procedure amministrative; vi si troverà però l’immagine della forza, selvaggia ma vigorosa, della vita. Nel funzionario pubblico, non avendo l’amministrazione dello Stato propri funzionari insediati stabilmente sul territorio, ma servendosi invece dei funzionari del comune e della contea, gli americani non vedevano (come spesso capitava in Europa) la forza, ma il diritto, sicché l’uomo non obbediva all’uomo ma alla giustizia e alla legge. In tal modo il cittadino americano, pur avendo un’opinione esagerata ma salutare di sé che lo portava a contare sulle proprie forze, o al più su quelle di altri individui, per realizzare i propri progetti, senza attendere pertanto l’intervento della mano pubblica, non lasciava poi l’amministrazione locale abbandonata a se stessa come in Europa, poiché in essa egli si avvertiva presente. Questo creava, sempre secondo Tocqueville, quell’azione sinergica tra forze individuali e sociali che spesso riesce a compiere quello che l’amministrazione più accentrata non riuscirebbe a compiere, generando ammirevoli effetti politici. Tanto che negli Stati Uniti la patria è ovunque, e i cittadini vivono i successi della nazione come i propri, poiché vi scorgono il loro contributo. Vi sono invece nazioni in Europa, dove gli individui non sono minimamente partecipi alla vita del luogo in cui risiedono, privi d’interesse a migliorarlo, non sentendolo come proprio. A tal proposito così scrive Tocqueville:
Vi sono nazioni in Europa dove ogni abitante si considera come una sorta di colono indifferente ai destini del luogo in cui vive. I maggiori cambiamenti, nel suo paese, avvengono senza il suo concorso; non sa neppure con esattezza ciò che è accaduto: lo suppone, ne ha sentito parlare per caso. Non solo la sorte del suo villaggio, l’ordine della sua strada, il destino della sua chiesa o del suo presbiterio non lo toccano; a suo parere, tutte queste cose non lo riguardano in alcun modo, appartengono a un estraneo potente chiamato governo […]. Quest’uomo, del resto, benché abbia totalmente sacrificato il suo libero arbitrio, non ama più di altri l’obbedienza. Si sottomette, è vero, ai voleri di un qualsiasi funzionario, ma si compiace di sfidare la legge come un nemico sconfitto non appena la forza si ritira. E lo si vede continuamente oscillare fra servitù e licenza. Quando le nazioni sono giunte a questo punto, o modificano leggi e costumi, o finiscono col perire, poiché la fonte delle pubbliche virtù vi si è come essiccata, vi si possono trovare sudditi, non cittadini47.

L’anarchia comunque non sembra a Tocqueville essere il male principale incombente nei secoli democratici, ove si è realizzato cioè in modo irreversibile il principio di eguaglianza. Sulla questione infatti egli così si esprime:
L’eguaglianza, in effetti, produce due tendenze: una conduce gli uomini direttamente all’indipendenza e può spingerli a un tratto fino all’anarchia, l’altra li guida per una via più lunga, più segreta, ma più sicura, verso la servitù. I popoli vedono facilmente la prima e le oppongono resistenza; si lasciano trascinare dall’altra senza vederla; è particolarmente importante, dunque mostrarla48.

Va comunque a questo punto specificato in che senso Tocqueville parla di “democrazia” e di “stato sociale democratico”, utilizzando i due termini più volte quasi come sinonimi. A tal fine bisogna tenere però presente che fra il 1815 e il 1848 il termine democrazia assume in Francia varie accezioni. In primo luogo esso viene associato al principio di eguaglianza davanti alla legge; in secondo luogo riflette in maniera evidente l’ascesa della borghesia come classe emergente e dei valori da essa veicolati. Inoltre il regime politico, inteso come governo democratico, diviene solo una possibile conseguenza storica e non una condizione primaria e di ordine teorico. Lo stesso suffragio, anche inteso nell’accezione universale, diviene pertanto conseguenza possibile ma non necessaria, sia dal punto di vista storico, e sia anche sotto l’assai problematico e discusso aspetto normativo. Con questa premessa si può dire che Tocqueville non formula aspetti nuovi del termine democrazia, rimanendo la distinzione tocquevilliana tutto sommato riconducibile a quella classica liberale fra società civile e governo. La novità in lui si trova piuttosto nella definizione del principio d’eguaglianza, e degli effetti che esso genera; non partendo in sostanza da una categoria fissa e astratta di tipo giuridico, ma analizzando con profondità l’individuo e il suo rapporto con gli altri, e pertanto l’insieme di quelle relazioni umane che possono portare alla concorrenza, oppure invece alla cooperazione. L’eguaglianza si configura per Tocqueville come moto perpetuo della società post-aristocratica e post-rivoluzionaria, oltre che come aspirazione naturale dei popoli. In questa prospettiva il termine democrazia appare allora più come modo di essere della società, che come il regime politico della sovranità popolare. Se poi la spinta democratica più forte diviene in primo luogo quella di soddisfare il principio d’eguaglianza, essa si può in tal caso persino coniugare con un governo dispotico49. Sulla questione merita quanto da Tocqueville precisato in un illuminante brano cancellato del manoscritto:
Per poco che si getti uno sguardo sulla società civile e politica negli Stati Uniti, si scoprono due fatti che dominano tutti gli altri e da cui deriva tutto il resto: la democrazia costituisce l’assetto sociale; il dogma della sovranità del popolo, il diritto politico. Questi due elementi non sono affatto analoghi. La democrazia è un modo di essere della società. La sovranità del popolo una forma di governo. Non sono fenomeni inseparabili, perché la democrazia si combina anche meglio con il dispotismo che con la libertà. Sono però correlativi. La sovranità del popolo è sempre più o meno una finzione dove la democrazia non è stabilita50.

Del resto Tocqueville si dichiara convinto del fatto che non esistano nazioni più esposte al centralismo amministrativo di quelle con un assetto sociale democratico, poiché nelle democrazie si tende a concentrare tutta la forza governativa nelle mani di un unico potere che viene ritenuto rappresentare direttamente il popolo. Questo potere, già rivestito di tutti gli attributi del governo, tenterà di entrare nei particolari dell’amministrazione e alla fine vi riuscirà, com’è per l’appunto accaduto in Francia51.
Nelle società democratiche nessuno è obbligato a prestare la propria forza al suo simile e nessuno ha il diritto di attendersi dal suo simile appoggio; ciascuno è perciò nello stesso tempo indipendente e debole. Questa condizione sottopone il cittadino delle democrazie ad istinti contraddittori: la sua indipendenza lo riempie d’orgoglio e fiducia in mezzo ai suoi uguali, mentre la sua debolezza lo porta a volte a cercare un soccorso estraneo, che non può che venire, essendo i suoi pari deboli anch’essi, soltanto dallo Stato. Il governo centrale tende per sua natura ad ampliare le proprie competenze, ed è favorito in ciò nelle democrazie proprio da questa situazione. Se è vero infatti che ognuno vuole preservare la propria sfera privata dall’intervento del potere pubblico, ciascuno però desidera che questo potere intervenga nel caso particolare che lo riguarda. Questo fa sì che il potere centrale si estenda a una miriade di casi particolari, allargando il proprio raggio d’azione grazie anche al tempo che lavora a suo favore52. Si può aggiungere inoltre che dall’uguaglianza, in virtù del fatto che ognuno vive indipendente dai suoi simili, abituandosi a dirigere senza costrizione i suoi affari privati, si genera la tendenza negli uomini ad amministrarsi da sé; ma nel contempo la diffidenza e l’invidia del vicino producono una spinta contraria a tale tendenza53. Alla luce di tutto questo, ed in una prospettiva che tiene sempre presente in primo luogo il caso francese, Tocqueville perviene infine a questa significativa conclusione:
Ho mostrato che l’uguaglianza suggerisce agli uomini il pensiero di un governo unico, uniforme e forte, e ho indicato come essa ne dia loro il gusto. Le nazioni dei nostri giorni tendono dunque verso un governo di questa specie. L’inclinazione naturale della loro mente e del loro cuore ve li conduce, ed è loro sufficiente non frenarsi per arrivarvi. Penso che, nei secoli democratici che stanno per aprirsi, l’indipendenza individuale e le libertà locali saranno sempre un prodotto artificioso. L’accentramento sarà il governo naturale54.

A dire il vero se si tiene però presente l’ampio scritto tocquevilliano del 1836 sullo Stato sociale e politico della Francia prima e dopo il 1789, in esso appare chiaro il tentativo di individuare già nel passaggio conflittuale dallo “stato sociale” aristocratico a quello democratico in Francia la oggettiva e inscindibile connessione con le tendenze accentratrici della monarchia. Quando infatti la parte democratica della società diventa consapevole delle proprie forze, è tuttavia ancora composta d’individui deboli e isolati, ed incapaci pertanto di lottare contro la nobiltà. Ha in sostanza il desiderio di governare, ma non possiede strumenti di governo. Così questi individui, incapaci di associarsi, sentono il bisogno di trovare, contro e al di sopra della nobiltà, una forza già costituita mediante la quale ottenere l’autorità che manca a ciascuno di loro, vale a dire il potere regale55. A tal proposito così Tocqueville si esprime:
Così, dunque, i popoli, il cui stato sociale divenga democratico cominciano quasi sempre con l’accentrare il potere nelle mani del solo principe; quando poi trovano l’energia e la forza necessaria, distruggono lo strumento e trasferiscono le medesime prerogative nelle mani di un’autorità che dipenda da loro; divenuti più potenti, più istruiti e meglio organizzati, compiono un nuovo sforzo e, riprendendo ai loro rappresentanti generali parte del potere amministrativo, lo affidano a mandatari secondari. Questo sembra il percorso naturale, istintivo e per così dire obbligato che seguono le società orientate, per stato sociale, idee e costumi, verso la democrazia. In Francia l’estensione del potere regale a tutto ciò che riguarda l’amministrazione pubblica è collegato alla nascita e allo sviluppo progressivo delle classi democratiche. Col diffondersi dell’eguaglianza delle condizioni, sempre più profondamente e abitualmente il re penetrava nel governo locale; le città e le province perdevano i loro privilegi oppure dimenticavano a poco a poco di servirsene56.

Prima del 1789 il potere regale si era dunque già posto alla guida direttamente o indirettamente di ogni cosa. Se i francesi erano il popolo europeo con l’unità nazionale più forte, erano anche quelli con le procedure amministrative più perfezionate, e tali da condurre l’accentramento amministrativo al più alto grado57. Questo porta Tocqueville ad affermare quanto segue:
Certamente non vi fu mai una rivoluzione più potente, più rapida, distruttiva e creativa della Rivoluzione francese. E tuttavia si commetterebbe un grave errore se si credesse che ne sia uscito fuori un popolo francese interamente nuovo e che essa abbia costruito un edificio le cui basi non esistevano affatto prima di allora. La Rivoluzione francese ha creato una quantità di cose accessorie e secondarie, ma ha solo sviluppato il germe delle cose fondamentali, che esistevano già in precedenza […]. In Francia il potere centrale si era già appropriato, più che in qualsiasi altro paese al mondo, dell’amministrazione locale. La Rivoluzione ha reso quel potere più abile, forte, intraprendente58.
Comunque l’idea di continuità, per quanto riguarda l’accentramento amministrativo, fra Ancien Régime e periodo rivoluzionario59, era stata già formulata chiaramente da Tocqueville nella prima Democrazia60. Egli, infatti, ivi così si era espresso in proposito:
La Rivoluzione si è pronunciata al tempo stesso contro la monarchia e contro le istituzioni provinciali. Ha confuso nella stessa avversione tutto ciò che l’aveva preceduta, il potere assoluto e quello che poteva temperarne i rigori; è stata insieme repubblicana e accentratrice61.

Da questo punto di vista Tocqueville aggiunge un ulteriore tassello, o per meglio dire una significativa precisazione, quando chiarisce e specifica che il grado dell’accentramento non dipende solo dai progressi dell’uguaglianza, ma anche dal modo in cui essa è pervenuta in essere. Infatti, se la nozione di poteri intermedi non è familiare fra i popoli democratici, lo è ancor meno in quelli che hanno visto trionfare il principio dell’eguaglianza attraverso una rivoluzione violenta. Là dove l’eguaglianza si afferma attraverso un percorso travagliato, il potere sociale è sempre più forte e l’individuo debole, rispetto a una società democratica dove fin dall’inizio i cittadini siano sempre stati uguali62. Ne deriva pertanto che:
Non bisogna né lodare, né biasimare Napoleone per avere concentrato nelle sue mani quasi tutti i poteri amministrativi; perché dopo la brusca scomparsa della nobiltà e dell’alta borghesia, quei poteri gli arrivavano da soli; gli sarebbe stato quasi altrettanto difficile respingerli che prenderli. Una necessità del genere non si è mai presentata agli americani: non avendo avuto una rivoluzione ed essendosi governati da sé fin dalle origini, non hanno mai dovuto incaricare lo Stato di servire loro momentaneamente da tutore63.

Tutto ciò porta Tocqueville ad affermare quanto segue:
Così, dunque, nei nostri giorni, due rivoluzioni sembrano operare in senso contrario: una indebolisce continuamente il potere, l’altra lo rinforza senza posa; in nessun’altra epoca della nostra storia esso è apparso così debole e così forte. Ma quando si arriva finalmente a considerare più da vicino lo stato del mondo, si vede che queste due rivoluzioni sono intimamente legate l’una all’altra, e procedono dalla stessa fonte, così che dopo avere avuto un corso diverso, guidano alla fine gli uomini allo steso luogo […] bisogna guardarsi bene dal confondere il fatto preciso dell’eguaglianza con la rivoluzione che finisce con l’introdurla nell’assetto sociale e nelle leggi; qua si trova la ragione di quasi tutti i fenomeni che ci meravigliano64.

Alla luce di tutto questo, creare una rappresentanza nazionale in un paese molto accentrato, può secondo Tocqueville diminuire il male, senza in ogni modo eliminarlo; riuscendo insomma a garantire l’intervento individuale negli affari più importanti, sopprimendolo però in quelli più piccoli e privati. Cosa questa molto pericolosa, perché in tal modo si rischia di condurre progressivamente i cittadini ad annullare la propria volontà, rendendo di conseguenza poco significativa anche la possibilità affidata loro di eleggere i propri rappresentanti65. La soluzione non poteva d’altronde essere trovata nel vano tentativo di ripristinare una libertà fondata sui privilegi di una classe, non potendo essa in democrazia che essere fondata sul principio di eguaglianza; l’unica soluzione diveniva quindi quella di far scaturire tale libertà dal seno stesso della società democratica. È sicuramente necessario e desiderabile infatti per Tocqueville, come sappiamo, che il potere centrale sia attivo e potente, sicché non si deve certo auspicare il suo indebolimento, impedendo però l’abuso della sua forza. Questo scopo può per il nostro autore essere conseguito non consegnando ad esso l’interezza dei poteri amministrativi, sottratti a corporazioni o a nobili, ma affidandone una parte a corpi secondari, composti da semplici cittadini, rendendo così più sicura la libertà dei privati, e preservando nel contempo la loro eguaglianza66. In sostanza si affaccia a questo punto, in aggiunta al fondamentale tema delle libertà locali, l’idea di associazioni come surrogati della funzione già assolta un tempo dall’aristocrazia in chiave di contropotere nei confronti del governo centrale. Pertanto Tocqueville sulla questione così argomenta:
In tal modo si otterrebbero parecchi dei maggiori vantaggi politici dell’aristocrazia, senza le sue ingiustizie e i suoi pericoli. Un’associazione politica, industriale, commerciale o anche scientifica e letteraria è un cittadino illuminato e potente, che non si può piegare a volontà, né opprimere nell’ombra, e che, difendendo i propri diritti particolari contro le esigenze del potere, salva le libertà comuni67.

Sembra in questo modo farsi più concreto il tentativo tocquevilliano di arrivare a sintetizzare tre idee: quella dell’individualismo da salvare, della necessità inoltre della libertà per una società democratica, e della separazione infine del principio democratico da quello rivoluzionario68. Configurando in tal modo effettivamente quel “liberalismo della polis” in cui il destino dell’uomo non si compie nella privacy borghese, ma nella partecipazione alla vita pubblica. Personificando così nelle associazioni (esempio di un potere reale che non si risolve in privilegio) quell’idea di libertà-potere, retaggio del mondo aristocratico, ove accanto all’istituzione governativa vi era la presenza di contrafforti privati che, grazie al loro radicamento nella storia, per le funzioni pubbliche svolte in ambito locale determinavano, de facto se non de jure, la divisione della sovranità69. Sostanzialmente si può dire che Tocqueville riteneva e auspicava che in tal modo potesse attivarsi quel circolo virtuoso, in particolare per gli effetti politici positivi che ne derivavano, da lui con ammirazione riscontrato negli Stati Uniti. Maggiore autonomia dunque a livello locale per ridestare dal torpore quelle forze individuali che, lasciate a loro stesse, nella società democratica tenderebbero all’atomizzazione; ed inoltre, grazie al formarsi delle associazioni, queste avrebbero potuto svolgere un ruolo di freno all’invadenza statale, nonché di controllo della stessa. Tramite infine una più incisiva partecipazione politica, si sarebbe potuto ricreare quel solidarismo comunitario garante primario del legame di patria. Sicuramente Tocqueville non pensava di riprodurre il sistema americano in Francia70, come del resto traspare in maniera chiara dal testo (anche in considerazione di alcune sue critiche più o meno esplicite a tale sistema), ispirandosi piuttosto ad esso nella direzione di quella che potrebbe definirsi la “via comunale”, come la più idonea anche per frenare da un lato le tendenze perniciose dell’individualismo, e dall’altro l’invadenza statale. Il punto focale della proposta tocquevilliana diveniva quindi in primo luogo proprio quello di valorizzare la “via comunale”, cercando in sostanza di individuare il possibile percorso che rendesse attuabile la massima decentralizzazione amministrativa compatibilmente con il mantenimento della forza e dell’unità nazionale della Francia: elementi questi vitali per il mantenimento del proprio ruolo di grande potenza in un’Europa affollata e ostile71. Sui molteplici aspetti virtuosi della “via comunale”, così come concepita da Tocquevile, particolarmente significative ci sembrano, e volendo infine concludere, le parole di John Stuart Mill nella sua recensione alla Democrazia del ’35:
In questo sistema di autogoverno municipale […] il nostro autore vede lo strumento principale dell’educazione politica del popolo, l’unica cosa che possa mettere un governo popolare in grado di reggersi da sé, o che rende desiderabile che si trovi nelle condizioni di poterlo fare. È un principio fondamentale della sua filosofia politica, come da lungo tempo è stato della nostra, che la diffusione delle capacità e delle attività intellettuali, così come sono applicate alle faccende di interesse comune, possa prodursi tra la massa del popolo solo per mezzo dell’abitudine a sovrintendere i propri interessi locali, in modo da qualificarlo al controllo costante e coerente dei procedimenti del suo governo, oppure esercitare un qualche potere negli affari nazionali in maniera non occasionale o come strumento nelle mani di altri72.




NOTE
1 A. de Tocqueville, OEuvres Complètes, par G. Beaumont, Paris, Michel Lévy, 1886, Tome IV, pp. 436-437.Top
2 Tra le quali considerazioni merita forse in proposito essere comunque qui richiamata quella che significativamente recita così: «L’autorità che rappresenta lo Stato, anche quando non amministra direttamente, non deve, credo, spogliarsi del diritto di sorvegliare l’amministrazione locale ». A. de Tocqueville, La Democrazia in America, a cura di C. Vivanti, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2006, nota a p. 94. Utilizzeremo questa edizione a cura di Vivanti, giacché unisce alla traduzione dell’opera curata da J.P. Mayer (OEuvres Complètes, Paris, Gallimard, 1961, Tomo I, in due volumi) anche parte dell’impianto delle note dell’edizione pubblicata sotto la direzione di A. Jardin nelle Pléiade, Paris, Gallimard, 1991 (OEuvres, II). D’ora in avanti la indicheremo con D A seguita da I o II, a seconda di quale delle due parti dell’opera in questione venga citata.Top
3 Cfr. A. Jardin, Alexis de Tocqueville, Milano, Jaca Book, 1994, pp. 461-484.Top
4 Anna Maria Battista fa notare come la rilevanza politica scoperta da Tocqueville del diritto amministrativo, inteso come rete capillare di norme e regolamenti di portata apparentemente circoscritta, coincide con una nuova chiave interpretativa della realtà socio-politica contemporanea. Questo permetterebbe di tracciare una linea continua che parte dalla prima formulazione del problema nel saggio del ’36 fino all’Antico Regime e la Rivoluzione. Cfr. A.M. Battista, Studi su Tocqueville, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1989, p. 274. Questa chiave di lettura degli scritti tocquevilliani non può però a nostro avviso, per quanto riguarda l’accentramento amministrativo e in generale sull’importanza delle questioni amministrative con la loro ricaduta sulla società e i loro effetti politici, prescindere e non in maniera secondaria già dalla prima Democrazia in America.Top
5 Più in generale, a proposito del rapporto fra la prima e la seconda Democrazia, molto accurata e precisa è la rassegna fatta da De Sanctis delle principali interpretazioni sulla assai discussa questione, motivandone a sua volta una condivisibile e originale impostazione. Cfr. F.M. De Sanctis, Tempo di democrazia, Napoli, Editoriale Scientifica, 2005, pp. 81-117.Top
6 A. de Tocqueville, OEuvres Complètes, Paris, Gallimard, XIII-2, p. 209. D’ora in poi le OEuvres edite da Gallimard saranno citate come O C, seguite dal numero romano indicante il tomo e dall’eventuale numero indicante il volume.Top
7Cfr. D A I, p. 63.Top
8 Cfr. A. de Tocqueville, Viaggio in America (1831-1832), a cura di U. Coldagelli, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 241.Top
9 Cfr. D A I, p. 68.Top
10 Cfr. Ivi, p. 69. Tocqueville a proposito dei grandi principi che a lui apparivano animare la società americana annotava, in uno dei suoi cahiers di viaggio, che essi possono restringersi a due: quello che la maggioranza può commettere errori, ma a conti fatti ha sempre ragione e non esiste forza morale sopra di essa, e quello che ogni individuo, privato, società, comune, nazione è il solo giudice legittimo del proprio interesse. Fin tanto dunque che non nuoce all’interesse altrui, non vi è potere che abbia il diritto di interferire. Cfr. A. de Tocqueville, Viaggio in America (1831-1832), cit., p. 131.Top
11 Cfr. D A I, p. 65. Proprio circa lo spirito che deve vivificare le istituzioni municipali, Tocqueville riproduce, sempre nei cahiers, una conversazione avuta con Mr. Gray il 28 settembre del 1831, nella quale il suo interlocutore così si esprime: «L’abitudine di trattare tutti gli affari attraverso discussioni, e di condurli tutti, anche i più piccoli, secondo il metodo della maggioranza, è un’abitudine che si acquisisce più difficilmente di tutte le altre. Tuttavia essa sola costituisce i governi veramente liberi». O C, V-1, pp. 94-95.Top
12 D A I, pp. 69-70.Top
13 Cfr. L. Jaume, Tocqueville, les sources aristocratiques de la liberté, Paris, Fayard, 2008, pp. 38-39.Top
1414 Cfr. D A I, nota 6, p. 841.Top
15 Tocqueville notava come gli americani temessero talmente la centralizzazione (anche proprio per evitare situazioni come quella francese, dove tutta la Francia si concentrava a Parigi) da situare il potere esecutivo e legislativo lontano dalle città principali. Il corpo legislativo ed il governo dello Stato di New-York erano ad Albany; il governo della Pennsylvania era ad Harrisburg, una piccola città all’interno, e non a Philadelphia; quello del Maryland ad Annapolis e non a Baltimora. Cfr. G.W. Pierson, Tocqueville in America, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1996, p. 482. Va detto comunque che proprio per la sua posizione geografica, per il suo ruolo economico, per la sua preponderanza politica e culturale, Parigi costituì un problema già per i costituenti dell’89. Il problema che si poneva per la capitale era quello dell’inquadramento del suo status amministrativo: considerarla insomma come un dipartimento, un comune, o un’entità territoriale sui generis? Cfr. P. Legendre, Stato e società in Francia, Milano, Edizioni Comunità, 1978, pp. 121-125.Top
16 Quando Tocqueville inizia lo studio dell’amministrazione americana peraltro, si rende conto di non conoscere a sufficienza quella del suo paese. Nel mese di ottobre del 1831 chiede a suo padre, Hervé de Tocqueville, e a due suoi colleghi Ernest de Chabrol e Ernest de Blosseville di preparargli un quadro sommario dell’amministrazione francese. Egli scrive a suo padre: «Niente mi sarebbe più utile per ben giudicare l’America di conoscere la Francia […]. Se voi poteste, mio caro padre, analizzarmi il termine centralizzazione, mi rendereste un immenso servizio ». Comunque egli, aldilà dei chiarimenti richiesti, aveva già individuato i contorni del tema centralizzazione sin dai primi giorni del soggiorno americano. In una lettera precedente, indirizzata sempre a suo padre, Tocqueville constatava infatti come negli Stati Uniti il governo centrale non fosse quasi niente, occupandosi solo di ciò che aveva attinenza con l’insieme dello Stato, mentre le località, occupandosi da sole dei propri affari, avevano reso la repubblica praticabile. E continuando così si esprimeva: «L’ambizione particolare trova dappertutto alla sua portata un piccolo centro d’azione dove la sua attività si esercita senza danneggiare lo Stato. Io immagino che se i Borboni, invece di ridurre l’organizzazione comunale, avessero cercato a poco a poco, a partire dalla Restaurazione, di dare importanza alle località, essi avrebbero trovato meno difficoltà a lottare contro la massa di passioni che avevano sollevato contro di loro». Il rapporto redatto dal padre aveva come argomento uno sguardo d’insieme sull’amministrazione francese, mentre quello di Chabrol prendeva in considerazione soprattutto la giustizia amministrativa, analogo argomento trattato da Blosseville, seppur in maniera più breve e meno precisa. Cfr. A. de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique, par E. Nolla, Paris, Vrin, 1990, I, pp. 48-49 e pp. 70-71. D’ora in avanti questa edizione della Democrazia in America sarà citata come D A Nolla. Sulla rilevanza del rapporto redatto da Hervé de Tocqueville cfr. L. Díez del Corral, Tocqueville, Bologna, il Mulino, 1996, pp. 115-119. Deve in questo contesto essere preso in considerazione anche il rapporto, redatto per Tocqueville, sul governo delle città in Massachusetts, da Jared Sparks, pioniere della storia delle istituzioni americane e uno degli interlocutori privilegiati che Tocqueville poté incontrare durante il suo viaggio. Cfr. G.W. Pierson, op. cit., pp. 409-411. Pierson mette in evidenza come dall’insieme di questi rapporti emergesse un quadro di forti dissonanze e contrasti fra l’amministrazione americana e quella francese. Francia e Stati Uniti sull’argomento si trovavano ai poli opposti. In Francia l’ente supremo era lo Stato, negli Stati Uniti il popolo, in Francia la monarchia era sia la fonte che l’organo, legittimo e necessario, della sovranità; negli Stati Uniti il governo era invece l’espressione di sovranità individuali. In sostanza si delineava uno scenario dove in Francia l’interesse della popolazione poteva essere compreso solo dal Re, quale capo supremo e guida dell’amministrazione, mentre negli Stati Uniti il benessere di ogni località riguardava ed era appannaggio delle medesime.Top
17 D A I, nota15, p. 843.Top
18 A. de Tocqueville, Viaggio in America (1831-1832), cit., p. 135. Sul “punto di partenza”, quale termine ricorrente e significativo del lessico tocquevilliano, cfr. nota 31.Top
19 Cfr. D A I, p. 73.Top
20 Cfr. Ivi, pp. 71-72.Top
21 Ivi, p. 73.Top
22 Quest’ultima precisazione non fu poi inserita nel testo pubblicato. Cfr. D A I, Nolla, p. 58. A tal proposito va tenuto presente quanto sottolineato in modo puntuale da Jaume. Vale a dire che la concezione francese (almeno sino alla legge municipale del 1884) considerava il comune come un momento dell’ordre administratif, ed il sindaco di conseguenza come un funzionario esecutivo alla stregua del prefetto. Nominato dal potere centrale fin dal periodo napoleonico, il sindaco in effetti, incaricato dell’applicazione delle leggi e dei regolamenti, risultava soltanto in maniera subordinata come rappresentante degli interessi locali. Cfr. L. Jaume, op. cit., p. 41.Top
23 Cfr. D A I, pp. 75-76 e pp. 84-87.Top
24 Cfr. Ivi, pp. 77-83. Tocqueville nel manoscritto evidenzia come in tutte le nazioni esistono due modi di far eseguire le leggi: il modo amministrativo, e il modo giudiziario. Il modo amministrativo s’indirizza sempre alla causa, l’altro agli effetti. Il primo è diretto, il secondo indiretto. Cfr. D A I, Nolla, p. 58. Inoltre sempre nel manoscritto, seppur in un brano cancellato, in attinenza alla differente fonte di garanzia (gerarchia o elezione dei funzionari amministrativi) dell’obbedienza dei funzionari pubblici così si esprimeva: «Ho fatto l’elogio del decentramento amministrativo. Tuttavia sono lontano dal nascondermi gli effetti incresciosi che possono risultarne anche nei popoli più adatti per comportarlo. Quando un popolo rinuncia ad accentrare il potere, si fa sentire la necessità dei tribunali amministrativi. Ora, ammetto che vedo sempre con terrore concentrarsi nelle stesse mani l’amministrazione e la giustizia. Fra tutte le tirannidi, la peggiore è quella che si ammanta di forme legali. I tribunali amministrativi, una volta asserviti, mi appaiono come uno degli strumenti del dispotismo. Gli americani, col rendere quasi tutte le funzioni amministrative eleggibili e distruggendo ogni gerarchia, mi sembrano che abbiano superato i limiti della sana ragione». D A I, nota 17, pp. 843-844.Top
25 È forse opportuno ricordare in proposito come, rispetto ai giudizi fortemente critici e riduttivi sulla presidenza Jackson, presenti nei cahiers del viaggio americano, ben più equilibrate e pertinenti osservazioni sull’argomento trovino invece spazio nella prima Democrazia. Cfr. Ivi, pp. 418-419. Per un analisi attenta della questione cfr. V. de Caprariis, Profilo di Tocqueville, Napoli, Guida Editore, 1996, pp. 122-134.Top
26 Cfr. L.M. Dìez-Picazo, Il modello europeo di magistratura, in R. Romanelli (a cura di), Magistrati e potere nella storia europea, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 26-27.Top
27 È il principio di sussidiarietà a scandire la ripartizione fra pubblico e privato tra le varie circoscrizioni nel “nuovo federalismo” teorizzato da Constant e non la divisione di sovranità come nel federalismo americano. Cfr. S. Mannoni, Une et indivisibile. Storia dell’accentramento amministrativo in Francia, Milano, Giuffrè, 1996, II, pp. 14-15. In sostanza ogni organizzazione pubblica deve limitarsi ad un’azione sussidiaria nei confronti di quella immediatamente inferiore, assumendo solo le funzioni che eccedano dai poteri di quest’ultima. Quindi, gli amministratori locali sono esecutori delle istanze superiori, ma anche portatori di interessi propri da risolvere nel proprio ambito di competenza.Top
28 B. Constant, Fragments d’un ouvrage abandonné sur la possibilité d’une constitution républicaine dans un grand pays, par H. Grange, Paris, Aubier, 1991, pp. 408-410. Queste considerazioni contenute nei Fragments furono in seguito riprodotte in parte tal quali e in parte riassemblate sia nei Principes de politique del 1815 sia anche nella nota B delle additions al I volume del Cours de politique constitutionnelle del 1818, dove in entrambi i casi Constant al termine “pouvoir administratif” sostituisce quello più idoneo di “pouvoir municipal”.Top
29 Ivi, p. 412.Top
30 Cfr. M. Barberis, Benjamin Constant, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 217-218.Top
31 Facciamo riferimento al paragrafo intitolato Degli effetti politici del decentramento amministrativo negli Stati Uniti, D A I, pp. 91-102.Top
32 Emblematiche a tal proposito appaiono le convinte considerazioni di Tocqueville, il quale così si esprime: «Quando il maggior potere si trova nelle mani di un’assemblea, l’accentramento è più apparente che reale […]. Le assemblee accentrano il governo non l’amministrazione. In Inghilterra, dove il parlamento ha il diritto di occuparsi di quasi tutti gli affari della società, grandi o piccoli che siano, l’accentramento amministrativo è poco conosciuto […]. Esso ha riguardo per le libertà locali non tanto perché le rispetti, quanto perché, essendo anch’esso un potere legislativo, non ha a disposizione i mezzi più efficaci per asservirle». Il contrario accade invece, continua Tocqueville, «quando la forza preminente si trova nel potere esecutivo». A de Tocqueville, Stato sociale e politico della Francia prima e dopo il 1789, in A. de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, a cura di C. Vivanti, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1989, p. 29.Top
33 D A I, p. 34. Se si tiene poi conto del tocquevilliano “punto di partenza”, ad essere precisi si potrebbe persino concludere «che è fondamentalmente l’eredità inglese, che per gli Stati Uniti si mescola al punto di partenza, a rendere esemplare quella democrazia». F.M. De Sanctis, op. cit., p. 146. Ma sul “punto di partenza” in Tocqueville le osservazioni di De Sanctis risultano illuminanti. Su questo aspetto già Pierson sottolineava come per Tocqueville gli americani riuscissero a tollerare, traendone anzi vantaggio, la rischiosa forma di governo chiamata democrazia molto più facilmente che in Francia. E questo perché erano inglesi, protestanti, per le fortunate condizioni continentali, per la loro intelligenza e perché una lunga pratica aveva insegnato loro come fare. Cfr. G.W. Pierson, op. cit., pp. 722-723. Aggiungiamo noi che essi avevano già per tali motivi in sé il retaggio del self-government di tradizione anglosassone. Self-government che in Inghilterra era caratterizzato da un decentramento amministrativo imperniato sulla figura dei justices of peace, organi che sommavano funzioni giudiziarie minori e funzioni amministrative, nonché dal possesso di tutti gli uffici locali a titolo gratuito da parte della gentry. Sulla questione cfr. S. Cassese, La costruzione del diritto amministrativo: Francia e Regno Unito, in S. Cassese (a cura di), Trattato di Diritto Amministrativo, Milano, Giuffré, 2000, I, pp. 26-27.Top
34 Sulla scelta dell’Inghilterra per approfondire le sue indagini sull’amministrazione nel contesto della società democratica cfr. J.C. Lamberti, Tocqueville et les deux Démocraties, Paris, PUF, 1983, pp. 272-279. Quivi Lamberti sottolinea come Drescher abbia dimostrato in modo compiuto e convincente che il secondo viaggio in Inghilterra di Tocqueville ha avuto una decisiva importanza nell’indurlo a stabilire un nesso inscindibile fra tendenze democratiche e centralizzazione amministrativa. Cfr. S. Drescher, Tocqueville and England, Cambridge, Harvard University Press, 1968, pp. 74-104.Top
35 A. de Tocqueville, Viaggi, (a cura di) U. Coldagelli, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, p. 509.Top
36 Ivi, p. 511.Top
37 In effetti: «Fu il Tocqueville della Democrazia in America e dei viaggi in Inghilterra, l’osservatore prima stupefatto, poi ammirato del common law […]. Il primo a formulare in terra francese l’idea che i rapporti tra Stato e cittadini dovessero mantenersi il più possibile vicini alle linee del diritto comune, a quegli stessi sentieri normativi che già disciplinavano i rapporti tra i soggetti privati». L. Mannori, B. Sordi, Storia del diritto amministrativo, Roma–Bari, Laterza, 2001, p. 325. Tutto questo emergerà ancor più chiaramente nella “recensione” al Cours de droit administratif di L.A. Macarel nel 1846 letta all’Académie des Sciences morales et politiques. Cfr. A. de Tocqueville, Scritti Politici, a cura di N. Matteucci, Torino, UTET, 1969, I, pp. 234-246. Non è un caso d’altronde che proprio tramite i giudizi di Tocqueville sul diritto amministrativo francese, esso sarà acquisito, fuori dalla Francia, in due modi diversi; da alcuni come sistema di regole rigide per garantire i privati dalle possibili interferenze della pubblica amministrazione, dai più invece come sistema di regole atte non a garantire i privati, ma bensì il pieno dispiegamento dell’azione amministrativa. Quindi, un sistema di regole sostanzialmente estraneo al diritto privato; e questo spiegherebbe l’ostilità anglosassone nell’inserire nel proprio ordinamento un corpo normativo paragonabile al diritto amministrativo, che sarebbe stato estraneo alla common law ed in particolare alla rule of law. Cfr. G. Rebuffa, La formazione del diritto amministrativo in Italia: profili di amministrativisti preorlandiani, Bologna, Il Mulino, 1981, pp. 13-14.Top
38 Cfr. A. Jardin, op. cit., pp. 193-196 e pp. 225-232; ed anche U. Coldagelli, Vita di Tocqueville (1805-1859), Roma, Donzelli Editore, 2005, pp. 135-142. Vale la pena ricordare che l’art. 75 della Costituzione dell’anno VIII così recitava: «Gli agenti del Governo, tranne i ministri, non possono essere perseguiti per fatti relativi alle loro funzioni, se non in virtù di una decisione del Consiglio di Stato: in questo caso, il procedimento ha luogo davanti i tribunali ordinari». Su tale articolo Tocqueville così si era espresso con tono critico significativamente: «Ho cercato spesso di far comprendere il senso di questo articolo 75 ad americani ed inglesi, ma mi è sempre risultato molto difficile». D A I, p.109.Top
39 Chi fornisce una lettura critica delle osservazioni di Tocqueville sulle istituzioni britanniche è Mannoni, il quale le considera a tratti imprecise, poiché in un certo qual modo viziate dall’immaginario e dalle aspirazioni che Tocqueville coltivava per la Francia. Quindi, partendo dalla premessa che l’autonomia locale non dovrebbe necessariamente considerarsi il paradiso perduto del liberalismo, il confronto fra il sistema amministrativo francese e quello inglese durante l’Ottocento, dovrebbe, ad avviso di Mannoni, evitare indebite forzature a svantaggio di quello francese. Cfr. S. Mannoni, Accentramento e liberalismo nel XIX secolo: Il declino di un mito storiografico, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico», 1998, n. 28, pp. 487-491.Top
40 A. de Tocqueville, Viaggi…, cit., p. 503. Tocqueville già abbozza questo discorso nella I Democrazia, in particolare cfr. D A I, pp.100-101; ma lo riprodurrà, mettendo ulteriormente a fuoco questa problematica, nella II Democrazia, cfr. D A II, pp. 749-751.Top
41 A tal proposito significativa risulta la lettera a Beaumont del 15 novembre 1835. Cfr., O C, VIII-1, pp. 156-157.Top
42 La legge del 28 piovoso dell’anno VIII (17 febbraio 1800), getta le fondamenta della centralizzazione amministrativa napoleonica che sopravvivrà alla caduta dell’Impero. Essa sostanzialmente trasferiva le competenze, affidate nell’89 ai corpi amministrativi elettivi, a tre funzionari corrispondenti ai tre livelli dell’articolazione periferica dello Stato, nominati direttamente dall’esecutivo: il prefetto nel dipartimento, il sottoprefetto nell’arrondissement, il sindaco nel comune.Top
43 Cfr. L. Mannori, B. Sordi, Giustizia e amministrazione, in M. Fioravanti (a cura di), Lo Stato moderno in Europa, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 80.Top
44 Cfr. L. Mannori, B. Sordi, Storia del diritto amministrativo, cit., pp. 238-245. Va precisato che in Francia dopo il 1789, nonostante l’intenzione dei costituenti (i quali peraltro non disconoscevano una dimensione più tecnica del contenzioso amministrativo) di riunire tutta l’area delle controversie giudiziarie sotto l’unico giudice esistente, cioè quello ordinario, evitando così di creare eccezioni alla competenza del potere giudiziario, si assiste invece all’emergere di una tendenza opposta. Tendenza che avrebbe portato progressivamente, e soprattutto a cominciare dagli anni del Direttorio, alla messa in atto di un sistema di doppia giurisdizione, conforme all’idea che esistesse una vasta gamma di comportamenti amministrativi naturalmente sottratti alla giustizia ordinaria.Top
45 D A I, nota 23, pp. 845-846.Top
46 Su questo punto Tocqueville faceva notare in una lettera a Ernest Chabrol del luglio 1831, in termini se vogliamo meno positivi sulla situazione americana, di come sicuramente il vantaggio della mancanza di accentramento amministrativo si traducesse nell’interessare ogni località ai propri affari, fornendo nel contempo un grande alimento all’attività politica; ma che quest’ordine di cose presentava anche un risvolto della medaglia, e cioè quello di togliere ogni specie di uniformità all’amministrazione, di rendere impossibile le misure generali, e di dare a tutte le imprese utili un carattere d’instabilità. Egli riteneva inoltre che solo la particolare collocazione degli Stati Uniti aveva permesso loro di non avere forze armate permanenti, di non avere forza pubblica, ed anche una politica estera abile e sostenuta. Se però uno di questi aspetti fosse per caso venuto a cambiare in futuro, gli americani o avrebbero perso la loro libertà, oppure avrebbero dovuto concentrare di più il potere. Cfr. D A I, Nolla, p. 73.Top
47 Cfr. D A I, p. 98.Top
48 D A II, p. 747.Top
49 Cfr. P. Rosanvallon, L’histoire du mot démocratie à l’époque moderne, in «La Pensée Politique», 1993/1, pp. 22-27; L. Jaume, op. cit., pp. 30-32. Sull’importanza della dizione e definizione tocquevilliana di “stato sociale democratico” va tenuto in particolare considerazione il contributo della Battista. Cfr. A.M. Battista, op. cit., pp. 65-145.Top
50 D A I, nota 1, pp. 838-839.Top
51 Cfr. Ivi, p. 101. La rilevanza di tale questione nell’impianto teorico toquevilliano si può desumere da una lettera inviata a Beaumont da Tocqueville durante la fase di stesura della seconda Democrazia, proprio riguardo l’influenza che esercitano le idee e i sentimenti democratici sui governi, dove egli così si esprime: «Ho cominciato, appoggiandomi su tutto l’edificio del mio libro, stabilendo teoricamente che le idee e i sentimenti dei popoli democratici li fanno tendere naturalmente, a meno che non si trattengano, verso la concentrazione di tutti i poteri nelle mani dell’autorità centrale e nazionale (qualunque sia del resto il rappresentante di questa autorità, il popolo o il re). Ora voglio provare attraverso i fatti attuali che ho ragione […]. Voi vedete che mi sono posto ben più in alto rispetto al punto di vista della centralizzazione amministrativa, che consiste soprattutto nel sostituire i poteri secondari con i poteri centrali. Voglio mostrare non solo questo, ma anche di come lo Stato si impadronisca successivamente di tutte le cose, sia mettendosi da ogni parte al posto dell’individuo, sia mettendo l’individuo sotto tutela, governando, regolamentando, uniformando, tutte le cose e tutte le persone». Lettera dell’ 8 luglio 1838, O C, VIII-1, p. 311.Top
52 Cfr. D A II, p. 753.Top
53 Cfr. D A II, Nolla, p. 244.Top
54 D A II, pp. 754-755.Top
55 Cfr. A. de Tocqueville, Stato sociale e politico della Francia prima e dopo il 1789, cit., p. 25.Top
56 Ivi, p. 27.Top
57 Cfr. Ivi, p. 30.Top
58 Ivi, p. 35.Top
59 Su questo punto Rosanvallon esprime alcune obiezioni, ritenendo egli troppo riduttivo ricondurre differenti modi di esistenza dello Stato alla nozione vaga di centralizzazione. Più lo Stato è definito infatti in maniera generale, e più facile diviene porre l’accento sulla continuità nel processo di trasformazione fra XVIII e XIX secolo. La Rivoluzione opera un cambiamento, ma non un taglio netto con il passato; già in effetti sin dal 1750 vi era stato un tentativo di riforma teso ad uniformare e semplificare l’intervento dello Stato nel processo amministrativo. I cui risultati, però, furono limitati fino a quando non fu rimosso l’ostacolo principale a tale regolarizzazione delle procedure, vale a dire quello delle radici assolutistiche della monarchia, cosa che avvenne con l’89. Per questo secondo Rosanvallon, dal punto di vista della razionalizzazione amministrativa si può parlare contemporaneamente di continuità e di rottura. Cfr. P. Rosanvallon, L’État en France, de 1789 à nos jours, Paris, Éditions du Seuil, 1990, pp. 19-24.Top
60 In tal senso ci riferiamo alla nota (K) ove Tocqueville riporta un illuminante colloquio fra Malesherbes e Luigi XVI, oltre a formulare sue considerazioni in proposito. Cfr. D A I, pp. 450-451.Top
61 Ivi, p 101.Top
62 Cfr. D A II, pp. 757-758.Top
63 Ibidem. Il vuoto apertosi con la soppressione traumatica dei corpi intermedi, poteva essere colmato solo da uno Stato onnipresente che avrebbe supplito al deficit di regolazione e d’identità provocato dalla scomparsa delle vecchie strutture. La stessa appartenenza nazionale non è un dato acquisito ma da conquistare giorno dopo giorno. Napoleone raccoglie queste istanze. Nasce quindi un nuovo tipo di paternalismo, che se condivide con l’assolutismo l’idea di Stato come depositario di una superiore consapevolezza, non gli affida il compito di mantenere un ordine già dato, ma quello di costruirne uno nuovo. È questo lo “Stato a Pubblica amministrazione" che caratterizzerà la vicenda francese, ma anche quella continentale europea durante tutto l’Ottocento. Cfr. L. Mannori, B. Sordi, Storia del diritto amministrativo, cit., pp. 246-247.Top
64 D A II, p. 771.Top
65 Cfr. Ivi, pp. 777-779. Non è un caso che Tocqueville, a proposito degli americani, affermi come essi invece siano riusciti a sconfiggere l’individualismo, generato dall’eguaglianza, con la libertà. Questo perché i legislatori non avevano ritenuto condizione sufficiente accordare una rappresentanza nazionale, ma che fosse inoltre necessario dare vita politica a ogni porzione di territorio, moltiplicando per i cittadini le occasioni di agire insieme e in tal modo far sentire che essi dipendevano ogni giorno gli uni dagli altri. Cfr. Ivi, p. 562.Top
66 Cfr. Ivi, pp. 780-782. In tal senso Tocqueville in un appunto a margine del manoscritto parlava di due tipi di decentramento: «Uno, che è in qualche modo istintivo, cieco, pieno di pregiudizi, sregolato, e nasce dal desiderio delle piccole località di essere indipendenti. Ce n’è un altro che è ragionevole, illuminato e conosce i suoi limiti. Questi casi di decentramento sono ai due estremi della civiltà, in mezzo vi è un potere centrale energico, intelligente, che pretende di essere in grado di fare da sé e, bene o male, vi riesce». Ivi, nota 3, p. 909.Top
67 Ivi, p. 782. Sul rapporto tra associazionismo e decentramento amministrativo in Tocqueville, configuranti una medesima e peculiare “sfera pubblica”, distinta da quella del governo strettamente inteso e comprensiva inoltre delle giurie popolari cfr. R. Giannetti, Un «Libéral d’une espèce nouvelle»: Riflessioni su liberalismo e democrazia nel pensiero di Tocqueville, in «Il Pensiero Politico», 31 (1998), n. 1, pp. 56- 60.Top
68 Cfr. D A II, nota 2, p. 911.Top
69 Cfr. D. Cofrancesco, Alexis de Tocqueville. L’archetipo aristocratico e il ‘primato della politica’, in «Il Pensiero Politico», 22 (1989), n. 3, pp. 455-458; Idem, Per una introduzione al dibattito sul modello delle autonomie locali in Francia tra la fine della restaurazione e il Secondo Impero, in C. Carini, V.I. Comparato (a cura di), Modelli nella Storia del Pensiero Politico-III modelli di società tra ’800 e ’900, Firenze, Leo S. Olschki, 1993, pp. 101-102. Quivi Cofrancesco configura una suggestiva distinzione idealtipica fra “liberalismo dei privati” e “liberalismo della polis”; a proposito del quale ultimo egli afferma che «l’opera di Tocqueville può considerarsi il prodotto più complesso ed elaborato, per ampiezza di prospettiva storica e teorica non meno che per l’intensa e appassionata ispirazione civile».Top
70 Jaume correttamente pone l’accento su come per Tocqueville l’America sia un esempio, ma non un modello esportabile in Francia, giusta la sua convinzione che i costumi, la storia, la «costituzione sociale» sono fattori prioritari e più potenti delle leggi. Cfr. L. Jaume, op. cit., p. 44; D A I p. 335.Top
71 Cfr. G.W. Pierson, op. cit., p. 753 e p. 771. Anche Pierson individua in Tocqueville l’idea di una sorta di compromesso: lasciare fare al governo nazionale tutte le grandi leggi, ma amministrare solo quelle funzioni di governo dove l’uniformità era assolutamente necessaria, conferendo ai comuni la possibilità di amministrare il resto. In questo modo se i cittadini fossero stati incoraggiati, e localmente istruiti, a prendere parte al proprio governo comunale ed ai suoi interessi, il risultato sarebbe stato non una perdita di unità nel paese, ma un incredibile sviluppo dell’energia, della soddisfazione e della stabilità.Top
72 J.S. Mill, L’America e la democrazia, a cura di P. Adamo, Milano, Bompiani, 2005, p. 221.Top
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