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Victor Klemperer «un professore tedesco» amico di Benedetto Croce
di Paola Paumgardhen

Da Croce mi sentii al sicuro come tedesco
(Victor Klemperer)



«Se solo vedessi salire in cattedra il piccolo!»1. L’augurio, «eternamente sospirato»2, di un padre ossessivamente ambizioso avrebbe agito al pari di un’inviolabile disposizione testamentaria nella vita professionale del filologo romanzo Victor Klemperer (1881-1960). La lenta e rapsodica carriera accademica del più autorevole storico della letteratura francese in Germania iniziò all’Università di Napoli, dove lo studioso allora trentatreenne fu lettore di tedesco, dal gennaio 1914 all’aprile 1915, alla vigilia dell’insospettata entrata dell’Italia nella Grande Guerra. L’indelebile Erlebnis di Klemperer nella «più autentica città italiana»3, impressionisticamente «vissuta dalla via Partenope nella bufera e dal Suor Orsola nei radiosi giorni di maggio»4, è descritta con rigore documentario, eppure con palpabile emotività, nel lungo capitolo Das Lektorat, ospitato nella copiosa e appassionante opera autobiografica Curriculum vitae5. Le «pagine napoletane» sintomaticamente s’innestano nei gangli dell’intenso racconto della storia personale dell’autore che, nel dipanarsi della cronaca, evolve altresì in memoria individuale della storia d’Europa. Talché la cruciale tappa biografica e narrativa del Lettorato6 di Klemperer a Napoli tra «pace» e «guerra» è rivelatrice di esperienze e meditazioni private attraverso cui vengono altresì a delinearsi, con icasticità e realismo sorprendenti, la fase prodromica e quella parossistica del conflitto mondiale, che con la sua sensibilità anticipatrice lo scrittore riuscì drammaticamente a presagire.
Victor Klemperer fece il suo ingresso nella vita universitaria italiana dopo una breve, ancorché febbrile, attività pubblicistica in veste di feuilletoniste di autorevoli testate liberali tedesche animate principalmente da intellettuali ebrei, come la «Vossische Zeitung» e la «Frankfurter Zeitung». Klemperer abbandonò presto il giornalismo, per riprendere lo studio della germanistica e della romanistica tra Monaco e Berlino7, intensificato con ricerche autonome nelle università di Ginevra e Parigi. Fu proprio durante l’apprendistato accademico bavarese che Klemperer, su suggerimento del professore Muncker, divenne allievo del fondatore della stilistica letteraria, Karl Vossler. Una fulminea visita di indimenticabili «cinque minuti» nella casa monacense dell’eminente romanista «dallo sguardo algido e dal portamento indolente», che a lui in verità pareva «più un ufficiale di cavalleria francese, discendente da una nobile casata delle province meridionali, che un professore tedesco di filologia»8, fu sufficiente a Klemperer per avviare un fecondo ininterrotto «apostolato» con l’ammirato maestro che nel suo Curriculum vitae avrebbe occupato il ruolo di «distributor cathedrarum»9. Nel dicembre 1912 Vossler s’informò presso Benedetto Croce sul destino accademico della germanistica partenopea «sento che avrete una cattedra di letteratura tedesca all’Università di Napoli. È già fatto il concorso?»10. Due anni dopo, mentre festeggiava il Natale con la moglie in un tipico ristorante parigino all’Odéon, questa gli consegnò Klemperer un’inaspettata missiva dell’illustre professore di Monaco, che per l’emozione gli serrò letteralmente la gola piena di gustose lumache11. Come lo studioso ricorda nei suoi diari
Vossler chiese se avessi voglia di andare all’Università di Napoli come lettore di tedesco. Ad ogni modo lui mi aveva già proposto al germanista Manacorda, che di recente era stato nominato lì, bastava solo che mi facessi vivo con lui. Il posto mi era garantito. Stipendio annuo duemila lire, impegno due anni scolari per sei ore di corso a settimana. Inizio il 15 gennaio. Lui, Vossler, consigliava di accettare12.

«Napoli, il Sud, il mare»13 significavano la redenzione da Monaco e dalla quotidianità, ma, soprattutto, l'inizio dell'agognata carriera universitaria. Klemperer assunse l’incarico di lettore con la solenne promessa al maestro che nel periodo napoletano avrebbe continuato a lavorare alla sua tesi di abilitazione su Montesquieu14.
La specificità dello sguardo di Klemperer sulla realtà italiana nei suoi complessi aspetti politici, sociali e culturali fortemente alterati dal pesante clima bellico, va compresa necessariamente alla luce della singolare biografia dell’autore, cui conviene accennare qui in via preliminare. Victor era nato a Landsberg an der Warthe, nel Brandeburgo, da una famiglia di ebrei boemi15. I Klemperer discendevano dalla comunità ebraica praghese e la gran parte dei loro avi si era dedicata al commercio. In Germania, invece, i Klemperer, mediante l'assimilazione erano riusciti a sostiutire gli antichi mestieri del ghetto con più prestigiose ed onorabili professioni, furono stimati medici, avvocati, musicisti16. Nella sua autobiografia lo scrittore, rammemorando un viaggio a Praga nel 1910, conduceva il lettore per le vie del ghetto ebraico della «città magica», dove tanti erano i rigattieri con il suo stesso cognome. Tuttavia se l'autore svelava le proprie umili origini, egli esprimeva pure l’orgoglio di essere un «Klemperer tedesco»:
A Berlino eravamo gente stimata, qui facevamo parte di quel formicaio di miseri ambulanti del ghetto. Non vorrei disconoscere la mia origine, come fecero i miei fratelli, vorrei, tuttavia, riconoscermi in ogni pensiero e con tutto il cuore nella cultura tedesca17.

In più i Klemperer si erano assimilati alla cultura borghese liberale per essere di diritto «Deutsche, Reichsdeutsche», fedeli sudditi del Kaiserreich guglielmino, e, in vero, si sentivano non solo e non tanto tedeschi, quanto prussiani, come ben si evince dal seguente ritratto paterno disegnato da Victor
[Mio padre] si sentiva solo tedesco, tedesco del Reich. Era contento della guerra del ’66 e di quella del ’70. Era liberale, e si riconosceva nella borghesia progressista che, come si diceva a quel tempo, si contrapponeva agli Junker. Guardava ai cechi con un certo disprezzo, ritenendoli un popolo straniero ed incolto, così pure gli austriaci tedeschi non li considerava del tutto tedeschi. Con la cultura tedesca nessuno poteva misurarsi, l’unico portatore della cultura tedesca era il Reich e non la confusa Austria variegata dall’elemento ceco. […] Chi abitava dall’altra parte, viveva, pensava, sentiva diversamente da noialtri, anche se ci legava il sangue. Del resto cos’era il sangue – quando ogni cosa scaturiva dall’appartenenza spirituale18.

Il padre Wilhelm era rabbino della sinagoga riformata di Berlino situata nella Johannisstrasse, un luogo di culto atipico, ricordava Victor nei diari,
Dove la volontà di essere tedeschi ha trovato la sua espressione più radicale, dove vien custodita solo l’essenza dell’ebraismo – e solo quella, dove la funzione religiosa è in minima parte in lingua tedesca e si tiene di domenica, e non di sabato»19. [...] Pure a testimonianza del suo intimo germanesimo egli [il padre N.d.T.] compariva tra gli illustri iscritti al «Circolo dei libri» – ufficiali, funzionari di stato, intellettuali, legali – con il titolo di chiara reminiscenza cristiana di «predicatore dottor Klemperer20.

Invece, lui, Victor, che attraverso il modello familiare avvertiva l’ebraismo come un rituale ormai sbiadito e forzato, al punto da confessare «recitavo la preghiera della sera come se mi lavassi i denti»21, si convertì due volte al protestantesimo, entrambe – singolare ma fortuita coincidenza – in prossimità delle sue partenze per l’Italia22. Nel 1903, aiutato dal fratello Berthold, che procurò un pastore compiacente, il quale, per un compenso di 14 marchi e 75 scellini, vergò frettolosamente ed in gran segreto un certificato di battesimo, Victor, come i suoi fratelli, si spogliò dell’ebraismo, «un abito vecchio e non-tedesco»23, nella speranza di poter diventare un giorno ufficiale di reggimento. Nel 1906, tuttavia, Klemperer invalidò il suo battesimo protestante al fine di prendere le distanze dall’arrivismo dei suoi familiari. Con un colpo di coda la scelta del credo protestante fu, invece, riconfermata nel 1912, allorché il letterato acquistò nuovamente «l’abito del battesimo insieme al frack» ritenendo, come molti ebrei assimilati, che non fosse poi deprecabile quell’azione opportunistica che perpetuava il proverbiale motto «Paris vaut bien une messe», se, come nel suo caso, «Parigi era la mia cattedra»24. Klemperer parlò spesso di una sua «bigamia confessionale», poiché non credeva né nell’innominabile Jahvé del Vecchio Testamento, né nella Resurrezione del figlio di Dio del Nuovo Testamento. Solo che il cristianesimo, a differenza dell’ebraismo, consentiva di fissare l’ancoraggio alla società ed alla cultura tedesche, alla tradizione illuministica, e segnatamente, all’idealismo filantropico di Lessing25:
Eppure sentivo che il cristianesimo era un elemento essenziale della cultura tedesca in cui ero nato ed a cui mi sentivo indissolubilmente legato mediante la mia formazione, il mio matrimonio, ogni mio pensiero e sentimento. Credo sia questa la ragione della mia volontaria conversione, che non causò di per sé alcun mutamento di principi morali. Durante i miei studi mi sono occupato a lungo ed in modo naturale del cristianesimo, soprattutto attraverso Lessing, e ciò è stato determinante per me, parimenti per il cristianesimo e per il germanesimo26.

Victor Klemperer non si sentiva «né un ebreo, né un ebreo tedesco, bensì semplicemente un tedesco»27. Giammai, neanche nei giorni più cupi della dittatura nazista, riuscì a professarsi sionista, essendo visceralmente radicato nella Germania e tenacemente fiducioso della cultura tedesca, tanto da domandarsi:
Ritorno, dove? Non si può invertire la rotta, non si può ritornare a Sion. Forse non dobbiamo andare, ma attendere: Io sono tedesco e attendo che i tedeschi ritornino; si sono nascosti da qualche parte. […] Il mio spirito è tedesco, non palestinese28.

Traspare con evidenza dalle numerose considerazioni sull’argomento distribuite in un lungo arco cronologico e narrativo, che Klemperer ravvisava nel sionismo un’ideologia secessionista e nazionalista – e in nuce finanche nazionalsocialista. Nel suo riuscitissimo saggio-denuncia sull’uso irresponsabile ed immorale della «lingua in uniforme bruna», L[ingua]T[ertii]I[mperii], il filologo tedesco, dopo aver letto gli scritti sionisti di Theodor Herzl, fondatore del sionismo politico ed ideatore del futuro Stato d'Israele, sulla base di termini e citazioni, individuava – certo con disperazione – affinità linguistiche ed ideologiche, tra il politico ebreo-viennese e l’austriaco Hitler che, a suo avviso, «ha imparato da Herzl»29, anche se «Herzl non si prefigge mai di opprimere e addirittura di eliminare altri popoli»30. Il sionismo di Herzl, notava Klemperer, non aveva allignato nell’animo degli ebrei tedeschi come lui che «potevano, sì, venir sterminati, ma non ‘deteschizzati’ [entdeutsch], neppure se loro stessi lo avessero voluto»31. Del resto, Klemperer, come Herzl prima di lui, era stato richiamato alle proprie radici ebraiche soltanto dalla grave recrudescenza di antisemitismo e dalle persecuzioni razziali. Fu, infatti, soltanto negli insostenibili «anni della tortura»32, allorché la stella ebraica decretò la sua «espulsione dal germanesimo»33, che si accostò alla cultura ebraica, leggendo opere di Martin Buber, Franz Rosenzweig, Shmarja Levin, Ismar Elbogen, Joachim Prinz, Arthur Eloesser, Hans Joachim Schoeps, Lujo Brentano, Arthur Holitscher, dell’amico e collega Arthur Schnitzler, e dello stesso Herzl. Mai Klemperer fu tentato di individuare nel sionismo la possibilità di una «soluzione ebraica», neanche quando l’interlocutore fu Max Nordau in persona, il neurologo, letterato e giornalista, il più fidato amico e collaboratore di Theodor Herzl, che egli incontrò per uno strano caso a Parigi, quando, per un controllo medico, scelse inconsapevolmente dal Baedeker proprio il suo nome tra gli esperti consigliati. Dopo la visita, Nordau si congedò dal suo paziente augurandosi di poterlo rivedere un giorno in privato. Un invito che Victor Klemperer non prese in considerazione neanche per un istante:
Ringraziando promisi di sì, ma non provavo la minima voglia di confrontarmi in futuro con il sionismo, dal quale, pensai, mi ero decisamente sottratto per sempre34.

Lui, che fu per sua ammissione «per sempre tedesco, un “tedesco” nazionalista»35, non poteva trasformarsi in un apostata del germanesimo, dacché – come si legge nelle pagine su Napoli – credeva fermamente in quei traits éternels, in quel carattere nazionale permanente del popolo tedesco, ravvisabile nella sua capacità di assimilare l’elemento straniero, pur conservando la propria particolarità nazionale:
Credo che da noi la gente sia mediamente migliore che altrove. Se penso alla piccineria della mentalità francese! Semplicemente ignorano tutto ciò che si trova oltre i confini della Francia e poi s’infervorano contro la nostra esterofilia. Sciocchezze! L’esterofilia fa parte della natura tedesca, l’essenza dei tedeschi è cultura, Bildung. O meglio, saper assimilare tutto preservando al contempo la propria specificità, senza però ostentarla, ma esibendola soltanto quando sia necessario: questo significa essere tedeschi36.

Persino nel 1935, quando a causa della sua «macchia di Literaturjude»37, di ebreo della letteratura, Klemperer perse la propria cattedra di filologia romanza alla Technische Hochschule di Dresda38, e «tutto in Germania sembrava ricacciarlo nell’ebraismo»39, il sionismo gli parve una farsa e lui si schierò ancora una volta dalla parte dei tedeschi, dei tedeschi autentici, del suo «popolo eletto»40:
La lotta più dura in difesa della mia natura tedesca la sto combattendo ora. Devo insistere su questo punto: io sono tedesco, sono gli altri che non lo sono, devo insistere su questo punto: è lo spirito che decide, non il sangue. Devo insistere: il sionismo da parte mia sarebbe una commedia – il battesimo non è stata una commedia41.

Va ricordato che nello stesso periodo, proprio in nome dello spirito tedesco, Klemperer rivendicava – similmente a Benedetto Croce nelle Pagine sulla guerra42 – un ruolo nuovo ed autonomo dell’intellettuale che doveva essere capace di governare la politica per non essere governato:
Se prima o poi vi sarà una ribellione contro questo regime, bisognerà formare una truppa d’assalto particolare, composta dai professori. – I miei principi sulla natura tedesca e sulle diverse nazionalità traballano come i denti in un uomo anziano43.

Sennonché, di lì a breve, nell’ottobre del 1935, durante il congresso internazionale di filologia moderna a Dresda, proprio i colleghi accademici sarebbero stati i primi a tradire le sue speranze sul potere catartico della cultura dall’oscurantismo nazista, allorché lo isolarono in una mortificante quarantena: «non uno dei colleghi romanisti mi ha cercato», annotava lo scrittore «sono un cadavere appestato»44.
Quando nel 1938, dopo la famigerata Notte dei cristalli, agli ebrei fu vietato di frequentare le biblioteche, proprio mentre il romanista stava lavorando alacremente alla sua monumentale opera sul Dix-huitième45, Klemperer intuì che la storia degli ebrei d’Europa era giunta «nell’ultimo girone dell’Inferno»46, ma lui voleva ad ogni costo resistere, aggrappandosi ossessivamente al lavoro, concentrandosi sul racconto della sua vita, come si legge nei diari:
In questi anni il diario è stato continuamente per me l’asta per reggermi in equilibrio, senza la quale sarei precipitato mille volte47.

All’immobilità imposta con la confisca dell’auto e la più onerosa segregazione in uno Judenhaus, seguita all’espropriazione dell’abitazione a Dölzschen, lo scrittore reagì con un viaggio narratologico nel passato, un viaggio a ritroso nella sua vita da tedesco tessuto con i fili di una memoria cui fatalmente si aggrovigliavano anche i fili della coscienza e del disincanto della maturità48. In una Dresda serrata nella morsa del gelo e della dittatura, con i geloni alle dita, e privato persino della sua macchina da scrivere, l’autore, quasi a voler stordire la propria sofferenza, intarsiava con le dirette annotazioni diaristiche dei giorni napoletani «uno dei capitoli più importanti del Curriculum»49, Das Lektorat. Durante la scrittura, in uno strano gioco di dissolvenze incrociate, si alternavano nella sua mente le immagini del presente, della persecuzione e della segregazione50 da parte dei suoi connazionali con i ricordi del 1914, innervati di ardenti sentimenti patriottici e sciovinistici, che di sicuro sconcertarono l’autore, che dovette altresì copiarli come se si trattasse del «testo di un estraneo»:
[…] E c’è ancora una cosa che mi costringe a lasciare immutato il testo delle prossime settimane. Oggi, nell’autunno 1940, mentre vivo tra i miei concittadini di un tempo, privo di diritti, e sottoposto a privazioni maggiori che se fossi un prigioniero di guerra, la mia memoria è sentimentalmente pervasa di quell’euforia cameratesca dell’estate del 1914. E ora, riguardando quei vecchi appunti, mi accorgo con meraviglia di come già a quell’epoca, pur nella disinvolta naturalezza del mio sentirmi tedesco, e pur con tutti i miei entusiasmi e le mie incrollabili certezze, avessi comunque sin dall’inizio anche momenti d’introspezione e di dubbio. Anche tali sfoghi critici non sono in grado di riportarli: non mi libererei mai, altrimenti, della paura di falsificare i miei sentimenti di allora inserendo quanto vado pensando adesso51.

Sotto la scure del nazionalsocialismo, allo scrittore tedesco, a cui per quei suoi "presunti" traits éternels ebraici52 era stato pure imposto di chiamarsi Victor Israel Klemperer, non restava che rifugiarsi nel suo Dix-huitième, «per pura ostinazione, senza speranze né illusioni» per la sua Germania ormai trasfigurata dalla bestialità della svastica, con la sensazione di essere, come Heinrich Heine più di un secolo prima, «un povero usignolo tedesco che aveva costruito il proprio nido sulla parrucca di Monsieur Voltaire»53:
Comunque si evolva la situazione politica, io sono definitivamente cambiato. Sarò sempre un tedesco e questo mai nessuno me lo potrà contestare, ma il mio nazionalismo e il mio patriottismo sono svaniti per sempre. Il mio modo di pensare oggi è quello voltairiano e cosmopolita. Ogni delimitazione nazionale oggi mi sembra una barbarie. L’unità di tutti gli Stati e dell’economia mondiale non ha niente a che fare con l’appiattimento delle singole culture e men che meno con il comunismo. Voltaire e Montesquieu sono oggi più che mai i miei punti di riferimento54.

Soltanto l’esilio volontario nella vita dello spirito poteva consentirgli di restare e sopravvivere nella "sua" Germania, alternativa ed ostile a quella storica del nazionalsocialismo, una Germania intima e spirituale, cosmopolita ed universale, la patria culturale che Klemperer aveva amato particolarmente a Napoli, nell’Università partenopea, in casa di Benedetto Croce, dove la sua «tedeschità» si affermò, si definì, si radicò.
Nelle battute d’apertura di Neapel im Frieden il memorialista rivelava concisamente la fabula del suo «viaggio di nozze con la vita»55 a Napoli, che intendeva intrecciare semplicemente con pochi ma essenziali fatti personali:
Voglio raccontare di ciò che mi riguarda personalmente, delle novità che mi resero profondamente felice e di ciò che fu più importante di ogni altra cosa, del mio rapporto con l’Università56.

La permanenza dell’intellettuale tedesco nella città italiana non fu in alcun modo condizionata dai consueti «Baedekerpflichte»57, dai dettami della celebre guida di frequente consultata dai viaggiatori del Grand Tour, che illustrava itinerari, costumanze e leggende dell'Italia, che in seguito venivano quasi invariabilmente ripresi in innumerevoli pagine della letteratura di genere, certo ben note a Klemperer, che, tuttavia, per il suo viaggio in Italia non si era lasciato particolarmente suggestionare dalla periegetica tedesca sull'italienreise. Nello spazio fittivo della narrazione la topografia della Napoli di Klemperer si presenta, piuttosto, aldilà di qualche pur ammissibile sbavatura paesaggistica e folklorica, come un topos poetico e politico, delineato da luoghi interni, l’Università di Napoli, il Suor Orsola Benincasa, la Biblioteca Nazionale, le dimore degli intellettuali germanofili Croce e Manacorda, la Pensione Pastner a Santa Lucia dall’atmosfera internazionale, insieme agli accadimenti storici e biografici di quei giorni memorabili. La necessità di scrivere un diario del suo soggiorno napoletano nasceva, in effetti, dalla consapevolezza dell’autore, dichiarata nelle pagine introduttive del Curriculum, di dover «rendere conto a me stesso per iscritto di ciò che facevo, altrimenti sentivo di non avere un possesso chiaro e definitivo delle mie esperienze»58.
Klemperer, dal canto suo, ammetteva di essersi ispirato durante la stesura del suo taccuino partenopeo alla formula basilare dell’estetica crociana, secondo la quale intuizione ed espressione coincidono, dal momento che solo ciò che è giunto ad un’espressione verbale compiuta è stato veramente osservato ed esperito:
In quei mesi mi occupai intensamente della persona e della dottrina di Croce e di frequente m’imbattei nel principio basilare della sua estetica: intuizione ed espressione sono la stessa cosa, solo ciò che viene espresso è stato davvero osservato59.

L’istituzione della prima cattedra di germanistica all’Università di Napoli e la nomina di professore straordinario all’ex bibliotecario di Catania, Guido Manacorda, e al lettore dell’allievo di Karl Vossler, dipesero quasi esclusivamente dalla volontà di Benedetto Croce, allora senatore del Regno60. Il filosofo abruzzese, come notò Klemperer, era il genius loci dell’importante città accademica d’Italia:
Qualsiasi argomento si toccasse, si parlava sempre e comunque di Croce. Sembrava che non ci fosse nessun altro tema tra gli intellettuali italiani che non si riferisse a Croce61.

Victor Klemperer fu introdotto nella casa museale di Benedetto Croce a Trinità Maggiore in una sera di fine febbraio62 da Guido Manacorda, il quale sotto l’egida dell’autorevole romanista, curava la traduzione italiana di una serie di classici tedeschi per la casa editrice Laterza. Alla personalità carismatica ed irresolubilmente enigmatica dell’intellettuale abruzzese Klemperer dedicò profonde ed entusiastiche riflessioni, e, a detta dello stesso autore, Croce divenne «un argomento con cui infiorettai il mio diario»63. Certo, le prime impressioni dello scrittore tedesco su Croce non contribuiscono a formare un ritratto esemplare e rispondente del filosofo ed a rendere immediatamente percepibile al lettore quell’ammirazione di Klemperer, forse ancora troppo dimessa, per il «più caro amico di Vossler»64:
Dopo un bel po’, da una porta interna, fa il suo ingresso un uomo calvo, corpulento, in vestaglia con nappa. Manacorda si alza «Buona sera, Croce» ed indicandomi «Questo è il mio lettore»65. […]
[…] Croce si siede di fronte a noi. Se non sapessi che ha quarantotto anni, gliene darei dieci di più; non solo è corpulento, ha anche un adipe flaccido, le sue gote ciondolano, e quando è seduto fa il pancione. E se non sapessi che è un filosofo geniale, lo scambierei per un oste e per un ragioniere di Monaco, gli occhi, di un colore prossimo al grigio, sono inespressivi, la bocca ed il naso niente di particolare. […]
[…] Facevo una gran fatica a seguirlo, poiché Croce parlava assai rapidamente ed a voce piuttosto bassa e con tutte le sibilanti del napoletano. Alla sua parlata in seguito feci l’abitudine, sicuramente durante il secondo anno quando ci intrattenemmo qualche volta in modo più confidenziale; al contrario, la sua grafia non sono mai riuscito a decifrarla e spesso da Dresda dovetti inviare i suoi scritti a Vossler per farli decodificare. Naturalmente mi fu chiesto dei miei studi universitari, del mio rapporto con Vossler, della mia tesi per l’abilitazione66.

Da parte sua Croce si espresse da subito molto favorevolmente sul nuovo lettore di tedesco dell'università napoletana in un’epistola al collega di Monaco, in cui ammetteva di stimarlo più dello stesso Manacorda, con cui, in realtà, si era creato qualche dissapore a causa di una traduzione del Wilhelm Meister di un suo allievo, ritenuta «discutibile» dal germanista siciliano:
Ho visto una sera il Klemperer, che (sia detto inter nos) mi è parso assai più intelligente e serio del professore di tedesco di cui è lector. Spero di rivederlo spesso, ora che la mia vita si va riorganizzando67.

Dopo il primo suggestivo incontro alla fine di febbraio Klemperer decise di far nuovamente visita a Croce, del quale conosceva l’abitudine serale di riunire nella sua dimora allievi ed intellettuali. Ma il senatore – come Klemperer apprese da Manacorada – si era sposato con una professoressa, figlia del sindaco di Torino, ed era in viaggio di nozze. Nel frattempo il filologo tedesco ebbe l’opportunità di familiarizzare con la filosofia crociana attraverso un prestigioso incarico, di cui ancora una volta si era fatto mediatore il maestro «che giocando con il suo destino scientifico gli aveva consentito di conoscere Napoli»69. Si trattava della traduzione in italiano di una dettagliata introduzione ad un catalogo che la Laterza pubblicava in occasione del giubileo della Fiera del libro di Lipsia, in cui erano raccolte prevalentemente le opere di Croce70.
Presto gli appuntamenti culturali con Croce si intensificarono e ciò diede modo a Klemperer di valorizzare opportunamente il rilievo spirituale ed umano del filosofo, come emerge dalle sue stesse parole:
Gli ospiti, questa volta una buona dozzina, erano di nuovo tutti masculini generis, ma, accanto al padrone di casa, sedeva l’esile nuova signora. Di frequente ho constatato che la fisionomia di una persona non corrisponde necessariamente al suo animo, e allora, come non ci si accorgeva dello spessore culturale di Croce, così sua moglie poteva essere stata un angelo del bene; di certo, però, aveva un aspetto cattivo: lo sguardo dei suoi occhi scuri era penetrante, e la radice del naso severamente serrata. Allorché entrammo, lei si intratteneva con due oppositori in un vivace dibattito su Polibio, prolisso, molto erudito, infarcito di citazioni. Tutti ascoltavano per devozione o per gentilezza, lo stesso Croce non proferì parola. Verso le dieci, però, ci fu una novità: Croce si allontanò per poi ricomparire in abito da passeggio. Era una meravigliosa serata di primavera, ci eravamo lasciati alle spalle i giorni delle stufe a petrolio. «Passeggiata con i discepoli» mi spiegò Manacorda con un filo di voce.
Tutti si preparano ad uscire, e anche la strada, che veniva imboccata a gruppi di due e di tre, ed all'inizio era spesso intralciata da gente ed auto, sembrava per tutti già segnata e familiare. Questa immetteva, traversando l’ingarbugliata Toledo in direzione di San Ferdinando, sul lungomare di Largo Vittoria. Alle undici in punto, dinanzi alla nostra Pensione Pastner, ci congedammo. La signora era stata attorniata per tutto il tempo dai due oppositori, io, invece, per qualche attimo mi trovai accanto a Croce. Mi sorprese la schietta e cordiale naturalezza con cui Croce parlava. Non traspariva nulla del filosofo che passeggiando istruiva i suoi discepoli, nulla del suo acume freddo ed un tantino ironico, che in precedenza avevo notato in lui. Egli raccontava con parole calorose della sua amicizia con Vossler, parlava del talento artistico di Vossler, dei suoi scritti sulla filosofia del linguaggio71.

Certo a Napoli Klemperer riuscì, almeno durante il primo anno del suo lettorato, a «sentirsi a casa»72, come del resto lui aveva desiderato, trattato tra gli ospiti della Pensione Pastner come una «persona di riguardo» perché insegnava all'università, ed accolto da Benedetto Croce, mediatore della cultura tedesca in Italia, «in una casa in cui ho trovato la massima comprensione e simpatia per la Germania, da cui non ci si poteva allontanare senza un arricchimento spirituale»73. In più fino al luglio del 1914, Napoli intratteneva proficui scambi culturali e commerciali con il mondo tedesco. Nel porto di Napoli attraccavano navi della flotta imperiale e tra queste, proprio Klemperer, ammirò nell’inverno del 1914 l’ingresso in porto dell’incrociatore Goeben. L’ambiente accademico partenopeo era, inoltre, considerevolmente influenzato dalla temperie culturale tedesca e l’Italia era legata alla Germania, insieme all’Austria, dal Trattato di Triplice Alleanza, a scopo esclusivamente difensivo, per far fronte comune in caso di eventuali attacchi esterni74. All’università Klemperer, con il suo italiano un po’ dantesco, riuscì ad instaurare ottimi rapporti con colleghi e studenti: serena e quasi sempre cordiale fu la collaborazione con Guido Manacorda; alimentato da una profonda stima il dialogo con gli allievi germanofoni e germanofili, Logatto, Fajella e Fornelli; animate da curiosità ed esuberanza che rasentavano l’aggressività le lezioni agli indolenti, corsisti «meridionali»; più formali, ma in ogni caso accettabili, i contatti con il romanista D’Ovidio, il «pezzo grosso»75 della Facoltà, di cui Klemperer non tollerava la «tacita ostilità nei confronti di Vossler» e l’ingiustificata ammirazione per il suo noioso maestro Tobler76, e con il preside della Facoltà, lo storico della letteratura, Torraca. L’Università di Napoli non fu l’unica sede in cui Klemperer insegnò nel periodo del suo soggiorno. Egli conobbe durante una rappresentazione del Parsifal al Teatro Costanzi la Principessa Pignatelli attraverso Guido Manacorda che la considerava, come riportato da Klemperer nelle pagine napoletane
tra le migliori benefattrici della più aristocratica città d’Italia [N.d.T. Napoli] e tra le più facoltose intellettuali del patriziato locale. Era vedova ed aveva alle spalle una serie di tragedie familiari, era una mecenate, a cui stava a cuore l’ascesa culturale di Napoli, che a quel tempo patrocinava la Scuola superiore femminile Suor Orsola ed a turno era anche dama di corte della regina. Fummo accolti dalla raffinata signora in là con gli anni con grande gentilezza e condiscendenza. Mi chiese con tono alquanto ingenuo di quanto tempo avessi bisogno per insegnare tedesco ai miei studenti. Risposi con l’aplomb di un teorico «un anno e mezzo». Non so quale sarebbe stata la mia risposta, se la domanda mi fosse stata fatta due settimane dopo, quando avevo maturato una terribile esperienza77.

All’istituto pareggiato Suor Orsola, nell’antico convento di monache «situato nel cuore della collina del Vomero, in vero, nel suo punto più bello»78 Klemperer, al suo rientro da Monaco, insegnò letteratura francese quasi quotidianamente, allorché non era più solo «lettore di tedesco, ma anche libero docente di filologia romanza di Monaco»79. Il luogo, come lascia bene intendere l’intensa descrizione di seguito riportata, sarebbe rimasto a lungo impresso nella memoria visiva ed olfattiva dell’autore:
L’anno successivo tenni lezione qui pressoché ogni giorno, e di continuo fui incantato dal suo doppio splendore fiabesco. Da un ascensore si accedeva in una galleria di vetro e d’un tratto si era al cospetto del panorama di Napoli; dalla galleria si accedeva in un giardino e ci si trovava in un’altra fiaba. Era un giardino senza vista, incastonato in robusti muri, con sentieri pavimentati, alberati di colonne ed archi, era però anche il giardino più verde, più variopinto e più ferace, proprio ora intriso di un’inebriante esuberante fragranza di fiori d’arancio. Da qui si entrava direttamente nella sala conferenze al piano terra; questa era lunga ed angusta, con le pareti di un colore rosso scuro, tappezzate di arazzi e quadri, sembrava una chiesa molto opulenta. C’era spazio per circa trecento persone, e talora ciò poteva rivelarsi persino fatale. Se il pubblico scarseggiava, si ricorreva alle studentesse della Scuola superiore80 […].
[…] A Suor Orsola avevano bisogno di un docente di francese, perché l’incaricato della disciplina era stato chiamato alle armi nell’esercito francese. Manacorda era consigliere della patrocinante Principessa Pignatelli e lui stesso insegnava lassù. […] Nell’area superiore dell’edificio l’istituto promuoveva la formazione di docenti per livelli scolastici che andavano dalle elementari al ginnasio. In questi ordini di scuola era prescritta essenzialmente la conoscenza della lingua francese, le ragazze dovevano essere introdotte nella letteratura francese, e segnatamente, in quella classica. Io accettai sei ore settimanali in tre classi diverse, ero molto contento di poter intensificare la mia attività e la mia esperienza, sebbene fossi poi un po’ intimorito, non avendo mai insegnato finora la letteratura francese, e più che dell'articolata lezione in lingua francese temevo la spiegazione in italiano dei testi francesi, vale a dire, lo stesso seminario.
In vero ogni lezione mi costò ore di preparazione tanto che ora le mie giornate erano molto impegnate. Tutto fu più facile per me rispetto all’esordio del mio lettorato, solo nella misura in cui tutte le ragazze, per lo più tra i diciotto ed i vent’anni, ma ce n’erano anche di più anziane che avevano maturato un lungo periodo di servizio nelle scuole primarie, si comportavano molto più tranquillamente degli studenti dell’università. Mi sembravano anche più zelanti e concentrate, erano visibilmente interessate al «Cid» ed alle «Femmes savantes», mi ascoltavano pure assiduamente mentre spiegavo. Ma la loro preparazione era alquanto frammentaria, zoppicava qui e lì81.

Tornato a Monaco in luglio, Klemperer visse in prima persona il clima di concitata partecipazione e fraterna solidarietà dei tedeschi dopo lo scoppio della guerra. Il professore tedesco si offrì volontario presso il servizio di traduttori ed interpreti al Ministero della Guerra, dove, tuttavia, la sua candidatura fu rifiutata per esubero di volontari. In seguito – dal novembre 1915 al marzo 1916 – si sarebbe arruolato volontario sul fronte francese, meritando anche un’onorificenza militare (il «Königlich-Bayerisches Militärkreuz 3. Klasse mit Schwerter»). Tuttavia, al rientro da Monaco, lo studioso trovò in Italia un’aria opprimente, saturata da forti sentimenti antiaustriaci e da un’accanita e faziosa polemica di stampa antitedesca, innescata dall’invasione tedesca di Belgio e Lussemburgo, con cui era stato violato l'accordo di neutralità dei due paesi. Lo stesso Klemperer, una volta riprese le sue lezioni all’università, rimase vittima di un insignificante incidente politico: alcuni studenti interventisti fecero irruzione nel suo corso al grido di «Viva il Belgio!», «Viva la Francia!», «Abbasso l’Austria», «Vogliamo Trieschte! [sic82, specificando che la loro protesta si rivolgeva agli studenti tedescofili. Se Klemperer riuscì a mantenere un certo contegno, invitando gli studenti a discriminare la politica dalla scienza e dalla letteratura, Logatto, un giovane giurista amante della Germania ed amico del professore tedesco, nella sua uniforme da soldato, minacciò gli insorti con la sua spada, provocando un tumulto. Il «Roma», che si caratterizzava come l’unico giornale interventista democratico della città, il giorno successivo riportò dell’irrilevante episodio universitario una cronaca gonfiata da una forte carica antitedesca83. Croce parlò, invece, in una missiva a Vossler, di una reazione inadeguata ed esagerata ad una gazzarra di poco conto della studentesca napoletana da parte del suscettibile Klemperer, che spesso in quei mesi di confusione politica avrebbe travisato anche altri discorsi del romanista italiano:
[…] Credo che il Klemperer abbia esagerato un incidente insignificante e preveduto. Qui la studentesca coglie ogni occasione per fare chiassate: non è meraviglia che ne abbia fatta una alla prima lezione di tedesco. Poi, a quel che mi ha detto il Manacorda, tutto è andato in regola. Io ho visto il Klemperer una sola volta, prima della chiassata, e mi parve assai sovreccitato. I miei discorsi più semplici e ragionevoli erano da lui fraintesi. Mi pare che sia tornato in Italia con queste tre fissazioni: 1) che ogni italiano debba professare che la Germania è stata aggredita e fa la guerra controvoglia; 2) che se l’Italia non riga diritto, ci sono pronti non so quanti corpi d’armata che irromperanno in Italia, ecc.; 3) che se l’Italia starà tranquilla, egli, in nome della Germania, le procurerà: a) Nizza; b) Corsica; c) Tunisi ecc. […]
[…] Del resto, il Klemperer, è un ottimo ed intelligente uomo; e non è colpa sua se manca un po’ di tatto e di spirito. Ne mancano tanti altri professori tedeschi! […]84.

Al contrario, nell’ambiente accademico monacense fu molto apprezzato il comportamento discreto ed equilibrato di Klemperer in occasione della rissa degli studenti napoletani. Muncker gli scrisse che «la vicenda prima o poi avrebbe dato i suoi frutti», mentre Vossler, che «ce l’aveva a morte con Manacorda e con la chiassosa studentesca e con tutti quanti», lo sollecitava a concludere il secondo volume del Montesquieu perché prevedeva per lui la cattedra di romanistica all’Università di Posen85. Dopo la perdita della cattedra alla Technische Hochschule di Dresda, nel 1935 per molti anni le maggiori università tedesche gli sarebbero rimaste precluse a causa della sua origine ebraica. Solo nell’estate del 1951 Klemperer sarebbe stato nominato professore ordinario di romanistica nella Facoltà di Filosofia dell’Università Humboldt di Berlino Est «in segno di riconoscimento del suo instancabile impegno didattico»86.
Gli ultimi mesi in Italia di Klemperer furono turbati da un crescente odio antitedesco, divulgato principalmente dalla stampa locale mediante una propaganda rozza e fanatica contro i tedeschi, in cui, anni dopo, mentre lavorava al Curriculum durante la dittatura hitleriana, il filologo avrebbe rinvenuto un tragico antesignano della stampa della Germania nazista con il suo bieco ostracismo contro gli ebrei:
E tutte queste immagini [N.d.T. lo scrittore alludeva alle volgari caricature dell’imperatore Guglielmo II] trovavano a ogni edicola e in ogni vetrina il loro pubblico, pubblico composto sia da poveracci che da persone ben vestite. Fu allora che conobbi quella sensazione di disgusto per la piazza che sarebbe risorta in me venti anni dopo in Germania, manifestandosi in modo ancor più soffocante e persistente87.

Se allo scrittore nei giorni napoletani restava l’illusione che la bassezza, la volgarità ed il livore che infestavano le strade della città italiana «sarebbero stati impensabili da noi»88, durante il Nazionalsocialismo egli avrebbe constatato con amarezza e sconcerto che in Germania non si trattava soltanto di disgusto per la piazza e per le masse, bensì del grave tradimento dell’élite intellettuale che aveva aderito al fanatismo della propaganda e dell’ideologia:
Quante volte durante il periodo hitleriano e durante la seconda guerra mondiale ho ripensato all’indignazione con cui all’epoca avevo reagito alle descrizioni delle crudeltà tedesche, che ritenevo essere un frutto della fantasia popolare dei meridionali! Non potevano essere che menzogne, erano cose da noi impensabili. Eppure, alla successiva prova dei fatti, quanto poco ha resistito, anzi come non ha resistito nulla di quel «da noi impensabili»89!
Se un giorno la sorte dovesse mutare e io dovessi trovarmi tra le mani il destino dei vinti, lascerei in libertà tutto il popolo e persino alcuni capi che potrebbero forse aver inteso agire onestamente e che non sapevano ciò che facevano. Ma gli intellettuali, quelli li farei impiccare tutti, e i professori un metro più su degli altri; dovrebbero rimanere appesi ai lampioni finché non nascessero problemi d’igiene90.

Le volgari manifestazioni di odio retrivamente nazionalistico che connotavano l’opinione pubblica italiana contribuirono a rafforzare in Klemperer la sua «tedeschità», un sentimento comune a molti ebrei assimilati come lui. Klemperer non solo si sentiva tedesco, ma «Kleindeutsch», un sostenitore della piccola Germania. Di ritorno da un viaggio in treno in Sicilia, alla domanda del controllore, se fosse tedesco, rispose recisamente «sì tedesco, anzi prussiano»91, perché tedesco in Italia era sinonimo del detestato austriaco, e in più, in casa Klemperer gli austriaci non erano mai stati considerati «Reindeutsche», veri tedeschi.
Napoli fu per il prussiano Klemperer un consonante frastuono di gente e di auto, la città dalla burocrazia sonnolenta ed inadempiente, degli studenti invadenti e chiassosi, dei docenti che parevano «tramvieri» in sciopero. Pure la caotica città meridionale affascinò l’intellettuale cosmopolita: gli amici germanisti e romanisti, la germanofilia di casa Croce, la “vertiginosa” esperienza al Suor Orsola, quel «dort oben», quell’eremo dove si era potuto rintanare nel «vezzo dell’irresponsabilità»92, gli incontri significativi con Di Giacomo, Salvemini, la Principessa Pignatelli. Se nella città del Sud Klemperer si sentì ancor più tedesco, animato come fu da intensi sentimenti guerrafondai ispirati dall’amor patrio, egli volle sentirsi qui anche un po’ italiano, quando radendosi la barba nordica assunse un aspetto più meridionale, e pure un po’ napoletano, se in Sicilia sostituì all’usurata espressione «da noi in Germania» l’orgogliosa affermazione «da noi a Napoli»93.
Intellettuale tedesco, protestante, illuminista, Klemperer ci lascia nelle pagine conclusive del taccuino napoletano una pregnante «teoria della relatività dell’Ansicht» – della veduta e dell’opinione – che diviene, a mio avviso, la chiave di lettura del suo Curriculum vitae, del suo viaggio nella vita e nella storia – europea, tedesca, ebraica, italiana – che possono essere osservate soltanto da una prospettiva soggettiva – pertanto opinabile e precaria – come lui stesso aveva dovuto esperire durante la riscrittura del suo diario tra le due guerre mondiali:
Dopo la Sicilia, il Vesuvio rispetto all’Etna appare come una collina quieta; come un giocattolo inoffensivo; dopo la meraviglia dei fiori della Sicilia ed il suo tepore, la primavera napoletana pare arida e fredda. La relatività della percezione: mia madre scrive da Merano che felicemente si ristabilisce dall’inverno berlinese nell’assolato Sud.





NOTE
1 Victor Klemperer, Curriculum vitae, 1. Band, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 1996, p. 187. [d’ora in poi CV1].Top
2 Ibidem.Top
3 Victor Klemperer, Curriculum vitae, 2. Band, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 1996, p. 130. [d’ora in poi CV2].Top
4 Ibidem.Top
5 L’immensa narrativa autobiografica di Klemperer consente di osservare dall’angolo di riflessione di un attento cronista del suo tempo quattro importanti periodi del primo Novecento tedesco: la Prima Guerra Mondiale, la Repubblica di Weimar, la dittatura nazista e la Seconda Guerra Mondiale, la nascita della Repubblica Democratica Tedesca. Curriculum vitae è la prima opera diaristica dello scrittore, apparsa sul mercato editoriale nel 1989, dapprima pubblicata da Rütten & Loening di Berlino est. In seguito apparvero i diari del periodo nazista Ich will Zeugnis ablegen bis zum letzten. Tagebücher 1933-45 (Berlino 1995); disponibile nella versione italiana di Anna Ruchat e Paola Quadrelli, Testimoniare fino all’ultimo. Diari 1933-45, Milano, Mondadori, 2000, [d’ora in poi TU]. Un anno dopo furono pubblicati i diari dell’epoca weimariana Leben sammeln, nicht fragen wozu und warum. Tagebücher 1918-1932 (Berlino 1996); e da ultimo comparvero le annotazioni sul dopoguerra nella Germania orientale So sitze ich denn zwischen den Stühlen. Tagebücher 1945-1959 (Berlino 1999), tutti scritti curati da Walter Nowojski. Del suo soggiorno a Napoli il professore tedesco parlò pure in un articolo intitolato Die letzte Friedensmonate in Italien, apparso nel 1915 nei «Kriegshefte der Süddeutsche Zeitung» e ripubblicato nel 1956 nell’introduzione alla raccolta di saggi vor 33/nach 45. [d’ora in poi vor 33/nach 45].
Nel 1995 a Klemperer è stato attribuito postumo il Premio Geschwister-Scholl per Testimoniare fino all’ultimo. Diari 1933-45. Cfr. Rita Schober, Auf dem Prüfstand, Berlin, Edition Tranvia, 2003, p. 303.
Di questi diari esiste anche una riduzione filmica. Cfr. Sybille Größe, Victor Klemperer: inter sedes rumoresque, in AA.VV., Korrespondenze, Literarische Imagination und kultureller Dialog in der Romania, Tübingen, Stauffenburg Verlag, 2000, p. 357. Top
6 Il capitolo Das Lektorat è suddiviso in due paragrafi Neapel im Frieden e Neapel im Krieg costituiscono il resoconto del soggiorno partenopeo di Klemperer durante il suo incarico accademico. Top
7 A Monaco, diretto dal germanista Franz Muncker, Klemperer redasse un’encomiabile tesi di dottorato su Friedrich Spielhagen, meno riuscita può dirsi, invece, la dissertazione su L’idea di lingua di Voltaire uno studio quasi imposto dal romanista Adolf Tobler. Sulla formazione scolastica e universitaria dello storico della letteratura francese cfr. Walter Nowojski, Victor Klemperer. Romanist – Chronist der Vorhölle, Berlin, Hentrich & Hentrich, 2004, pp. 7-24.Top
8 Victor Klemperer, CV2, pp. 11-12.Top
9 Cit. in Jurgen Court, Victor Klemperers Kölner Kandidatur, Dresden – München, Dresden University Press, 1999, p. 45.Top
10 Benedetto Croce, Karl Vossler, Carteggio Croce-Vossler 1899-1949, trad. it. Emanuele Cutinelli Rendina, Bari, Laterza, 1951, p. 163. Per la versione tedesca si veda Benedetto Croce, Karl Vossler, Briefwechsel Benedetto Croce-Karl Vossler, Berlin-Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1955. Top
11 Victor Klemperer, CV2, p. 86.Top
12 Ivi, pp. 86-87.Top
13 Ivi, p.87.Top
14 Ibidem.
Nell’estate del 1914 Klemperer si recò per circa tre mesi a Monaco, dove finì di prendere la libera docenza con Karl Vossler, che segnalò a Croce la meritevole dissertazione di laurea del proprio allievo, che il romanista italiano lesse con molto interesse. Cfr. Benedetto Croce, K. Vossler, op. cit., p. 191 e p. 212. Top
15 Victor Klemperer, CV1, p. 21.Top
16 Il fratello maggiore di Victor, Georg, era un medico internista di fama internazionale, dal 1906 fu primario all'ospedale Moabit. Georg Klemperer fu noto a ge4nerazioni di studenti come «Klemperer il verde», tale il colore della copertina del suo stimato manuale di medicina interna, e venne sempre ricordato perché fu chiamato a visitare Lenin moribondo. Un altro fratello dello scrittore, Berthold, era un avvocato di successo, mentre il cugino Otto era il famoso compositore. In dettaglio sulla biografia di Victor Klemperer si consulti Peter Jacobs, Victor Klemperer. Im Kern ein deutsches Gewächs. Eine Biographie, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 2000, pp. 7-55.Top
17 Cit. in Heide Gestenberger, «Meine Prinzipien über das Deutschtum und die verschiedenen Nazionalitäten sind ins Wackeln gekommen wie die Zähne eines alten Mannes». Victor Klemperer in seinem Verhältnis zu Deutschland und zu den Deutschen, in AA.VV., Im Herzen der Finsternis. Victor Klemperer als Chronist der NS-Zeit, (a cura di H. Heer), Berlin, Aufbau Verlag, 1997, p. 29.Top
18 Ivi, p. 27. Top
19 Victor Klemperer, CV1, p. 41.Top
20 Ivi, p. 17.Top
21 Ivi, p. 113.Top
22 Victor Klemperer visitò l’Italia in diverse occasioni. La prima volta si recò a Roma per motivi di studio nel 1905, ma non fu, a quanto pare, una permanenza entusiasmante, se lo scrittore, che amava documentare dall’età di 16 anni tutti gli avvenimenti più significativi della propria vita, non ne fece menzione alcuna nei suoi dettagliatissimi taccuini. Dopo il soggiorno a Napoli con la moglie Eva Schlemmer, tornò a Milano nel 1926, sempre accompagnato da lei, poi fu a Firenze per un convegno nel 1956, quando finalmente era una personalità riconosciuta negli ambienti culturali della DDR. Per una topografia puntuale dei viaggi in Italia del filologo romanzo si rimanda a Paola Quadrelli, Victor Klemperer a Napoli, in «Cultura tedesca», nr. 23, Roma, Donzelli, 2003, p. 61.Top
23 Victor Klemperer, CV1, p. 113.Top
24 Victor Klemperer, CV2, pp. 15-16.Top
25 Cfr. Martin Walser, Das Prinzip Genauigkeit. Laudatio auf Victor Klemperer, Berlin-Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1996, pp. 30-31. Sull’excursus religioso di Klemperer parla diffusamente anche Paola Quadrelli in op.cit., 63-64.Top
26 Victor Klemperer, CV2, p. 16.Top
27 Victor Klemperer, CV1, p. 248.Top
28 Victor Klemperer, CV2, p. 549.Top
29 Victor Klemperer, Lingua Tertii Imperii. Notizbuch eines Philologen, Berlin, Aufbau Verlag, 1947. Per la versione italiana degli estratti che si citano in questa sede si veda Victor Klemperer, Lti. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, trad. ital. di Paola Buscaglione, Firenze, Giuntina, 1998.
Le acute riflessioni filologiche di Klemperer degli anni ‘30 sul «potere corrosivo» della lingua nazista, paragonabile ad una «malattia», ad un’«infezione da batteri» che contagia le masse fanatiche, venivano contemporaneamente, ancorché autonomamente, riprese dal drammaturgo Bertholt Brecht in Fünf Schwierigkeiten beim Schreiben der Wahrheit e in Über die Wiederherstellung der Wahrheit e dal giornalista e critico letterario Karl Kraus in Die dritte Walpurgisnacht. Per un approfondimento sull’argomento cfr. Ute Seidel, Klemperer und Brecht – Sprachkritische Zeitzeugen. Zu ihrer Kritik an ausgewählten Fahnen- und Stigmawörter del LTI, Aa.Vv., Victor Klemperers Werk, Berlin, Aufbau Taschenbuch Verlag, 2001, pp. 173-189; e, inoltre, Raul Hilberg, Mentor, Kollege, Freund in Wolfgang Mieder, "In lingua veritas": Sprichwörtliche Rethorik in Victor Klemperers Tagebüchern 1933-1945, Wien, Verlag Edition Praesens, 2000, pp. 20-39.
LTI fu recensita dall’amico e collega di Kemplerer, Lion Feuchtwanger, come un’«opera di consultazione utile e divertente» e considerata dal compagno d’armi della Grande Guerra, Arnold Zweig, un «lavoro davvero mirabile». Cfr. i carteggi di Klemperer con i due scrittori ebrei-tedeschi in AA.VV., Victor Klemperer zum Gedenken, Rudolstadt, Greifenverlag, 1961, rispettivamente pp. 50-51 e pp. 54-55.Top
30 Ivi, p. 260.Top
31 Ivi, p. 259.Top
32 Cit. in Martin Walser, op. cit., p. 40.Top
33 Ibidem.Top
34 Victor Klemperer, CV2, pp. 56-57.Top
35 Victor Klemperer, TU, p. 139.Top
36 Victor Klemperer, CV2, pp. 194-195.Top
37 Cit. in Jürgen Court, op. cit., p. 12.Top
38 L’ordinariato all’Università di Dresda nel 1920, come precedentemente il lettorato a Napoli e la libera docenza all’Università di Monaco (febbraio-marzo 1919), erano stati ottenuti grazie all’intercessione di Karl Vossler: «Die Eheleute übersiedeln nach München, wo er durch Vermittlung seines Leherers Karl Vossler eine außerordentliche Professur erhält». Johannes Dirschauer, Tagebuch gegen den Untergang. Zur Faszination Victor Klemperers, Gießen, Psychosozial-Verlag, 1997, p. 95. Si cfr. inoltre Walter Nowojski, op. cit., pp. 24-26 e Jürgen Court, op. cit., p. 44. Sulla breve «Privatdozentisis» all'Università di Monaco, la libera docenza di filologia romanza, da condividere per disposizione di Vossler con Eugen Lerch, Klemperer parla nei suoi diari, cfr. Victor Kemplerer, CV2, p. 42. Sull'argomento si veda pure più avanti Victor Kemplerer, CV2, p. 246, come riportato alla nota 79 di questo testo. Top
39 Cit. in Heide Gestenberger, op. cit., p.15.Top
40 Ivi, p.16.Top
41 Victor Klemperer, TU, p. 535.Top
42 Benedetto Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra, Bari, Laterza, 1965.Top
43 Ivi, p. 139.Top
44 Cit. in Martin Walser, op. cit., p. 22.Top
45 Si tratta di Die französische Literatur von Napoleon bis zur Gegenwart, Leipzig-Berlin, B.G. Teubner Verlag 1925.
L’opera in 5 tomi, iniziata subito dopo la Pace di Versailles e completata soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, reca la dedica a «Karl Vossler/stimatissimo Consigliere segreto», al maestro cui doveva tutto.
Per la sinossi della letteratura klempereriana si veda AA.VV., Archiv Bibliographia Judaica. Lexikon deutsch-jüdischer Autoren, Band 14 Kest-Kulk, Berlin-New York, de Gruyter, 2009. Top
46 Victor Klemperer, TU, p. 303.Top
47 Victor Klemperer, LTI, p. 26.Top
48 Un’analisi accurata della storia degli ebrei in Germania negli anni dello sterminio, ricostruita in larga misura attraverso gli stessi diari di Klemperer, si trova in Saul Friedländer, Gli anni dello sterminio. La Germania nazista e gli ebrei (1939-1945), trad. it. Sara Caraffini, Milano, Garzanti, 2007.
Dal 1938 al 1942 Klemperer, rimaneggiando i diari degli anni 1897-1919, compose l’autobiografia Curriculum vitae, la cui scrittura fu interrotta dalle sempre più frequenti e violente perquisizioni della Gestapo in casa dello scrittore, che fu costretto a mettere in salvo i suoi taccuini – e naturalmente la sua stessa vita – presso lo studio medico di Pirna della sua amica tedesca Annemarie Köhler. Cfr. Martin Walser, op. cit., pp. 24-29.Top
49 Victor Klemperer, TU, p. 383.Top
50 Tra il 1938 ed il 1942, Klemperer cominciò a riferire nei suoi diari dei campi di concentramento di Buchenwald e Theresienstadt, sulla base delle testimonianze di amici che vi erano stati internati. Al 1942 risale il primo riferimento al campo di sterminio di Auschwitz. Sull’argomento cfr. Wolfgang Mieder, “In lingua veritas”. Sprichwörtliche Rethorik in Victor Klemperers Tagebüchern 1933-1945, Wien, Edition Praesens, 2000, pp. 312-324.
Klemperer era scampato ai campi di concentramento solo in quanto sposato con l'ariana Eva Sclemmer e perché aveva reso servizio militare nella Prima Guerra Mondiale.Top
51 Victor Klemperer, CV2, p. 175 (nota del 26 luglio 1914).Top
52 Nei suoi diari Klemperer ricordava con amarezza un congresso della Società accademica per le ricerche sull’ebraismo che si era tenuto a Monaco nel luglio del 1938, in cui un professore universitario tedesco aveva fissato i caratteri permanenti degli ebrei, traits éternels caricati di connotazioni negative – crudeltà, atavico odio asiatico, passione, capacità di adattamento – che i fautori dell’antisemitismo razziale vollero individuare in eminenti ebrei tedeschi ed austriaci, come il giornalista Maximilian Harden, il magnate dell’industria elettrotecnica AEG e, nel 1922, Ministro degli Esteri tedesco Walter Rathenau, lo psicanalista Sigmund Freud.
Cfr. Victor Klemperer, TU, p. 280.Top
53 Cfr. Martin Walser, op. cit., p. 45.Top
54 Victor Klemperer, TU, p. 291.Top
55 Victor Klemperer, CV2, p. 95.Top
56 Ivi, p. 116.Top
57 Ivi, pp. 114-115.Top
58 Victor Klemperer, CV1, pp. 6-7.Top
59 Victor Klemperer, CV2, p. 97.
Sull'estetica crociana Klemperer compose dopo anni dal suo rientro dall'Italia l'interessante saggio Benedetto Croce als Literaturhistoriker, in Victor Klemperer, Romanische Sonderat, Geistesgeschichtlichen Studien, München, Max Heuber Verlag, 1926, pp. 294-318. Top
60 Ivi, p. 116.Top
61 Ivi, p. 127.Top
62 Nel carteggio Croce-Vossler la lettera in cui Croce comunicò a Vossler di aver conosciuto il lettore di tedesco è riportata «senza data»; mentre Klemperer registrò nel suo diario l’incontro con Croce a un mese dal suo arrivo a Napoli, precisando che si trattava dei giorni che precedevano il carnevale.
Cfr. Victor Klemperer, CV2, p. 137 e cfr. Benedetto Croce, Karl Vossler, op. cit., pp. 178-179.Top
63 Victor Klemperer, CV2, p. 137.Top
64 Ivi, p. 128.Top
65 Ivi, p. 138.
Entrambe le citazioni sono in italiano nel testo. Top
66 Ivi, pp. 138-139.Top
67 Benedetto Croce, Karl Vossler, op. cit., pp. 178-179.Top
68 Victor Klemperer, CV2, p. 140.Top
69 L’autore si riferisce a Karl Vossler.
La citazione della « Lettera a cuore aperto» al maestro Vossler, intitolata Positivismus und Idealismus des Literatur Historikers. Offener Brief an Karl Vosslers, viene qui mutuata da Victor Klemperer, Idealistische Literaturgeschichte, in Neuphlilogische Handbibliothek für die westeuropäischen Sprachen und Kulturen, Band 6/7, Bielefeld und Leipzig, Verlag von Velhagen & Klasing, 1929, p. 28. Lo scritto fu pubblicato per la prima volta in Victor Klemperer, Eugen Lerch (a cura di), Jahrbuch für Philologie, Vol. I, München, M. Heuber Verlag, 1925, pp. 245-268.Top
70 Victor Klemperer, CV2, p. 140.Top
71 Ivi, pp. 141-142.Top
72 Ivi, p. 114.Top
73 Victor Klemperer, Vor 33/nach 45, p. 146.Top
74 Cfr. Paola Quadrelli, op. cit., p. 66.Top
75 Victor Klemperer, CV2, p. 123.Top
76 Victor Klemperer, CV2, p. 129.Top
77 Ivi, p. 133.Top
78 Ivi, p. 154.Top
79 Ivi, p. 246.Top
80 Ivi, p. 154.Top
81 Ivi, p. 246.Top
82 Ivi, p. 241.Top
83 Cfr. Paola Quadrelli, op. cit., pp. 66-67.Top
84 Benedetto Croce, Karl Vossler, op. cit., p.193.
In un’altra occasione ancora Croce avrebbe avuto da ridire sulla mancanza di comprensione e di tatto di Klemperer, allorché il filologo tedesco, nell’estate del 1915, pubblicò nei «Süddeutsche Monatshefte» alcuni discorsi che Croce tenne con alcuni amici italiani nel periodo di neutralità. La rivelazione di Klemperer sulle conversazioni politiche di Croce, come constatò il filosofo italiano, non lo danneggiò nell’opinione italiana, solo che Klemperer non avrebbe dovuto rivelare parole pronunciate confidenzialmente in una casa privata.
Cfr. p. 198.
Croce si riferiva alla seguente dichiarazione di Klemperer pubblicata sulla rivista mensile monacense: «[Croce] non mostrò nessuna comprensione per la bontà della dichiarazione rilasciata dal cancelliere tedesco nella prima seduta di guerra del Reichstag circa la violazione dell’apparente neutralità belga. Croce, questo grande ammiratore della natura tedesca, definì tutto ciò il frutto avvelenato della dottrina bismarckiana e parlò di brutalità ripugnante. Gli chiesi se credesse agli ideali bellici dell’Inghilterra. Mi rise in faccia. Sospettare l’esistenza di ideali nella politica estera inglese! Certo però che hanno maniere più eleganti, meno offensive di quelle adottate dalla diplomazia tedesca. Per nove decimi si trattava in Croce di una ponderata riflessione politica, ma si capiva che nell’ultimo decimo influiva la sua simpatia tipicamente italiana per l’eleganza degli inglesi». Cit. in Paola Quadrelli, op. cit., p. 66.Top
85 Victor Klemperer, CV2, p. 247.Top
86 Cfr. Wolfgang Mieder, op. cit., 329-331.Top
87 Victor Klemperer, CV2, p. 238.Top
88 Ibidem.Top
89 Victor Klemperer, Vor 33/nach 45, p. 9.Top
90 Victor Klemperer, TU, p. 197.Top
91 Ivi, p. 264.Top
92 L'autore allude al fatto che durante la docenza al Suor Orsola aveva dovuto trascurare la scrittura del volume su Montesquieu.
Ivi, p. 248.Top
93 Ivi, p. 269.Top
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