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Elena Croce e «Lo Spettatore Italiano»*
di Emanuela Bufacchi

«Accumulare cultura per non far
niente ha dell’assurdo, perché
la cultura non è ornamento, ma vita,
e una vita che si fonde con quella
del fare, dalla quale è stimolata, cosicché
tanto vale nell’opera umana la cultura,
quanto si trova di essa in questa opera stessa».

(B. Croce, Cultura viva e cultura oziante,
«Lo Spettatore italiano», V, 1952, 3, p. 108)



In un’epoca distratta, priva di raccoglimento, indifferenziata, che ben raffigura, secondo Elena Croce, la condizione dell’Europa del dopoguerra, «Lo Spettatore italiano»1 si presenta come strumento di attenzione, di riflessione e di gusto del discriminare. Fondato all’inizio del 1948 a Roma da Elena Croce, Raimondo Craveri e Pietro Antonelli, il mensile si avvalse da subito della partecipazione di quegli uomini di cultura che avevano trovato nella casa e nella figura dei coniugi Craveri un punto d’incontro e di riferimento.
Il loro salotto romano – che attirava giovani di varia formazione, capaci di guardare alla realtà italiana con ottiche nuove, non conformiste – costituiva una sorta di osservatorio aperto sul panorama contemporaneo e possedeva la prerogativa di favorire lo sviluppo di quella leopardiana “civile conversazione” su cui si fondò la rivista. Da una parte gli argomenti più ampiamente culturali: il rapporto tra Umanesimo e filosofia, l’eredità di Rousseau, le responsabilità del critico, le caratteristiche del romanzo americano contemporaneo, l’attualità di Leopardi, le condizioni del teatro italiano, il ruolo del romanticismo tedesco, i contenuti della lezione crociana; dall’altra le tematiche politiche e sociali: lo sviluppo di un’economia moderna, il superamento del corporativismo e del classismo, il dialogo fra mondo cattolico e mondo comunista, l’intreccio tra politica nazionale e internazionale, la critica e la lotta all’anticomunismo, le tensioni tra Occidente e Oriente, la «guerra fredda», il piano Marshall.
Letteratura, cultura, affari sociali e indirizzi governativi, indagati e promossi con la comune volontà di sollecitare la formazione culturale delle classi dirigenti italiane, nell’intento di suscitare una revisione di tendenze e con l’impegno di svolgere – come è stato notato – quel “compito di prepartito” e di “coscienza critica della politica” che Benedetto Croce assegnava al liberalismo.
Dietro l’immutata veste tipografica – che certamente Elena curò personalmente2 per la calibrata scelta dell’elegante uniformità ocra in cui si amalgamano copertina e pagine e su cui risalta nettamente il titolo in corsivo, color rosso – si agita un fermento di osservazioni, una fucina di attività in movimento, un moto di fruttuose riflessioni, di volontarie rimesse in gioco.
Un evidente segnale del dinamismo costituzionale della rivista è dato dalle modifiche che interessarono la direzione redazionale e la responsabilità editoriale; a tali cambiamenti corrisposero variazioni importanti dell’orientamento generale e del contenuto concettuale del periodico. Dal gennaio del 1948 alla metà del 1950 l’indirizzo storico e letterario fu predominante. Nel primo anno di pubblicazione, sotto la direzione di Pietro Antonelli – che scelse poi, dal novembre del 1949, di non figurare più come redattore responsabile3 –, «Lo Spettatore» si avvalse del contributo di personalità autorevoli affiancato a quello di giovani critici e scrittori, destinati poi a ottenere una stabile notorietà e a costituire un primo saldo nucleo redazionale: Gabriele Baldini, Giorgio Bassani, Walter Binni, Giandomenico Cosmo, Vittorio De Caprariis, Raffaello Franchini, Mario Fubini, Vittorio Gabrieli, Ettore Passerin d’Entrèves, Gabriele Pepe, Savatore Rosati, Antonio Saffi, Giambattista Salinari, Sergio Solmi, Claudio Varese. L’anno seguente, Raimondo Craveri assunse ufficialmente la guida del periodico fino al dicembre del 1951, quando al suo nome subentrò, per i soli primi due numeri del 1952, Elena Croce con funzione di responsabile. Durante il biennio della direzione Craveri, destinata a svolgere una delicata mediazione tra i diversi interessi della rivista, si compierà la svolta propriamente politica della testata, avviata fin dal secondo semestre del 1950 grazie alla riflessione comune sulla condizione dell’Italia di quegli anni.
Tale importante mutamento fu determinato dall’incontro di Raimondo Craveri con Franco Rodano e con Gabriele De Rosa, entrambi membri dell’ex partito della Sinistra cristiana introdotti all’attività de «Lo Spettatore» da Raffaele Mattioli, che seguì da vicino la nascita della rivista e i suoi sviluppi, stimolando l’attenzione ai problemi economici e finanziari del Paese4. Questo proficuo connubio portò sulle pagine de «Lo Spettatore» la volontà di lavorare per una politica nuova, capace di fondarsi sulle migliori tradizioni del pensiero civile italiano, quello liberale e quello cattolico5. Insieme a Rodano e a De Rosa, operosi articolisti di importanti contributi pubblicati per lo più anonimi6, la redazione si arricchì di nuovi collaboratori, quali Filippo Sacconi, Antonio Rinaldini (con lo pseudonimo di Dario Persiani), Ennio Parrelli e Carlo Ungaro, che costituirono un gruppo dissimile da quello di tradizione liberale, nel senso più ampio e moderno del termine, da cui aveva avuto origine la rivista. Vennero così a coesistere due anime: una di tradizione crociana, l’altra più eterogenea e difficilmente riconducibile a consuetudini culturali unitarie.
All’arricchimento del nucleo redazionale corrispose anche una variazione editoriale importante: nel gennaio del 1953, Laterza7 subentrerà all’Istituto Grafico Tiberino, fondato e diretto da Luigi De Luca, che aveva fino a quel momento curato la stampa del periodico; ne conseguì un intervento efficace nella gestione della rete di distribuzione8 e l’incremento della consistenza dei fascicoli, che in quell’anno arrivarono a sfiorare nel complesso le seicento pagine, così da raddoppiare le dimensioni dei numeri pubblicati negli anni precedenti.
L’argomento centrale e di maggior rilievo divenne l’elaborazione di una proposta politica fondata sulla mediazione tra mondo cattolico e mondo comunista; questo confronto fu ritenuto necessario per garantire la soluzione dei problemi della società contemporanea e per favorire la fondazione di uno Stato veramente moderno e democratico.
L'ambizioso progetto – che contribuì a rendere la rivista una delle voci più autorevoli nella vita politica e culturale dell’Italia del dopo guerra – fu anche il nodo intorno al quale si complicarono i fragili equilibri della redazione, sino al punto in cui quel voluto e ricercato percorso di convivenza tra la componente liberal-democratica e i princìpi proveniente dall’ex Sinistra cristiana finì per arenarsi. I primi dissensi iniziarono nel 1954, anno in cui la gestione editoriale passò alla “Società Editrice Lo Spettatore Italiano”9, di cui era in parte proprietario Carlo Ungaro10, subentrato nella direzione della rivista dal marzo del 1952. Dal gennaio la redazione fu composta, per la parte letteraria, oltre che da Elena Croce, da Elio Chinol, Gerardo Guerrieri, Agostino Lombardo, e per la parte economica e politica da Raimondo Craveri, Gabriele De Rosa, Antonio Pellizzari e Filippo Sacconi con esclusione di Franco Rodano che, nonostante l’attiva collaborazione, non figurò mai ufficialmente. I vari tentativi di mediazione non furono però sufficienti a risolvere i dissidi interni che portarono a una rottura definitiva nell’estate del 1954.
Nel giugno, il comitato redazionale, ritenendosi non più idoneo a esprimere una comune linea d’azione e giudicando urgente un radicale cambiamento della gestione e dell’indirizzo fino ad allora perseguiti, decise lo scioglimento11:
Con questo fascicolo il Direttore e i Redattori de lo «Spettatore Italiano» decidono concordemente di por termine alla loro collaborazione. Rivolgendo lo sguardo al passato ritengono di poter riconoscere che, sia pure in «concordia discors», questa Rivista ha rappresentato uno sforzo e un indubbio tentativo di fusione di attività ed esperienze diverse. Ma in questi ultimi tempi lo sviluppo del lavoro ha accentuato la diversità delle esigenze al punto che tentare di conciliarle si sarebbe risolto in una limitazione e in un sacrificio dell’attività di ciascuno e di tutti. Pertanto il Direttore e il Comitato di Redazione, nel prendere congedo dai lettori, rivolgono il più cordiale saluto ad Elena Craveri Croce che riassume la Direzione della Rivista.

Nell’estate del 1954 si concludeva così la parentesi propriamente politica de «Lo Spettatore» e dal luglio, con la direzione di Elena Croce – da sola alla guida della rivista fino ad aprile e poi, da maggio, condirettrice al fianco del marito, che tornerà a figurare unico direttore negli ultimi numeri –, si compiva il ritorno alla componente essenzialmente letteraria, ora più estesa ma insieme più frantumata nell’ampia rubrica di Cronaca libraria, che si affiancò alla già consolidata Rassegna bibliografica.
L’esperienza de «Lo Spettatore» si era però irrimediabilmente compiuta. Nonostante la vivace ripresa negli ultimi anni di pubblicazione – segnati dalla partecipazione di intellettuali di prestigio, tra i quali Cesare Cases, Pietro Citati, Franco Fortini, Cesare Segre, Leo Spitzer ed Elémire Zolla –, ad apertura del numero unico 10-11-12 (ottobre, novembre, dicembre) del 1956, si annuncia il commiato che è insieme una testimonianza della volontà di proseguire il lavoro interrotto:
«Lo Spettatore Italiano», che dalla scorsa estate si è ridotto esclusivamente al settore letterario, cessa con questo fascicolo la sua pubblicazione. Nel commiato dai lettori, c’è un senso che è innanzitutto di gratitudine verso di essi.
Il lavoro di informazione e critica letteraria e culturale già svolto da questa rivista sarà proseguito da «Nord e Sud»12 e auguriamo sia seguito in quella sede con eguale interesse.

Dopo nove anni, l’intensa attività promossa da «Lo Spettatore» volgeva così al termine, eppure di quella esperienza sarebbero continuati a maturare i frutti più fecondi e persistenti nell’indelebile traccia, nel proficuo insegnamento, nel fecondo stimolo che essa lasciò in una generazione di giovani intellettuali13.
Nella messa a punto della struttura de «Lo Spettatore», Elena Croce – che progetta e segue la rivista dalla fondazione – svolse un ruolo essenziale, non solo come guida dei collaboratori, ma come assidua e brillante articolista, ispirata dal fermo intento di avviare una riforma culturale decisiva per le sorti del Paese. Questo rigoroso programma di rinnovamento inizia fin dal primo numero della rivista e si delinea da subito con sicurezza, tanto che Ettore Passerin d’Entrèves, già storico autorevole, si spinse privatamente a incoraggiare gli interventi critici celati sotto lo pseudonimo di Elena Rossi, ritenendoli «l’inizio di un discorso» certamente da proseguire:
[…] il tuo semi-anonimo scritto sulla crisi della cultura mi persuade tanto più, quanto più lo leggo. Hai trovato modo di dire l’essenziale, con una “prudenza” e una modestia che è, mi pare, una nota tutta tua (si direbbe tu non voglia mai alzar la voce, anche quando ti commuovi, e tocchi le cose più vive): hai trovato modo di arrivare al fondo della questione. Temo soltanto che a molta gente, nel mondo dei colti, non importi oggi arrivare al fondo, e sentire la verità, ma semplicemente far l’opposto di quel che fai tu, e che piace tanto anche a me di fare. Gridano forte, e chiedono un prezzo corrispondente all’acutezza delle strida: le quali hanno un’eco sonora, e gloriosa, beninteso. No importa. Meglio viver oggi, che cent’anni fa, quando ci si poteva anche ubriacare di un successo – lâchons le mot – idealistico-borghese. Un po’ come oggi, del resto, altri si ubriaca di un successo proletario. E infine, non bisogna mai dire queste cose, che ho detto, senza aggiungere: tutte le tentazioni son buone, tutti i peccati sono miei, prima di esser degli altri; la virtù non abita a casa mia. E adesso, cosa aggiungerai tu alle cose che hai detto?
Bada che pur parlando sotto voce, hai cominciato un discorso14!

A Elena non mancava quel pascaliano esprit de finesse, che il donchisciottesco Passerin avvertiva inesorabilmente estraneo agli uomini del suo tempo, soffocati da opprimenti dogmatismi15: in forza di esso, con una capacità intuitiva che rifugge la geometrica applicazione delle regole codificate, ella intraprende un’analisi finalizzata all’interpretazione e all’orientamento della sensibilità coeva. Risulta prioritaria la volontà di rovesciare “le mode” diffuse, abbattendo i luoghi comuni che distruggono lo sviluppo delle identità personali. Una linea di condotta suggerita senza falsi entusiasmi, senza enfasi profetica, quasi sottovoce, con il distacco neutro dell’analista; un abitus da contrapporre con fermezza alla comunicazione sfrontata e arrogante di una società che ha sostituito il sapere “ascetico” dei pochi con i facili slogan della civiltà di massa.
L’espressione “crisi della cultura” – a cui si intitola il primo articolo pubblicato su «Lo Spettatore» a firma di Elena Rossi – si presenta appunto come uno slogan ormai svuotato di ogni serietà, prodotto di una lamentela sterile e compiaciuta, frutto di una pietrificante rassegnazione fatalistica a cui si accompagna il sorriso scettico nei confronti degli ideali e dei valori universali di sapore ottocentesco:
Ma se questo atteggiamento è vuoto e rettorico, più intimamente vuoto e rettorico, più rappresentativo del clima intellettuale di oggi è quello appunto dell’antirettorica, del finto pudore per cui non si può più evocare, se non tra virgolette che rendano ben chiaro che il discorso è indiretto […], tutto ciò che ha carattere universale: sentimenti, o concetti, o manifestazioni spirituali significative16.

La lusinga di sentirsi dei veri e propri fin de race sollecita il malsano atteggiamento degli ideologi contemporanei, compiaciuti esibizionisti di esperienze scontate, e propensi a quella eccessiva comprensione che è il segnale iniziale di una avvenuta involuzione:
Conosciamo, in pratica, l’atteggiamento dell’idealista, laicista, umanista, che contempla la decadenza intorno a sé le braccia levate al cielo, la maschera da tragedia greca, ma non si degna di affrontare un avversario (marxistico, cattolico reazionario, pseudodemocratico imperialistico, oppure psicanalitico, esistenzialistico, ermetico etc.) a priori definito inferiore, ma che misteriosamente vien riconosciuto più «vivo», più disinvolto, più cosmopolitico, quasi quasi più simpatico, certo più mondano17!

Il primo rimedio a tale atteggiamento è un semplice atto di volontà, «una naturale reazione a quelle abitudini fastidiose che si sono andate cristallizzando»; una ribellione non eroica, ma efficacemente empirica che senza peccare di fatuo ottimismo si proponga di modificare gli orientamenti dominanti.
Questa attitudine alla rieducazione intende scardinare i gusti letterari diffusi, ormai fossilizzati e privi di invenzione:
tutti rimasticano i soliti postumi di psicanalisi, il solito pro ed antimarxismo, il solito esistenzialismo, le solite accademie di «poetica», tutti commemorano Valery e Virginia Woolf, pubblicano inediti di Kafka e rifanno la storia dell’influsso determinante di Joyce sulla letteratura contemporanea, ma questa monotona identità non serve a far comunicare, a far trovare la lingua comune, ad accendere la discussione18.

La rinascita culturale potrà compiersi solo attraverso il superamento della dilagante omologazione di giudizi e valori, segnata dalla condivisione di atteggiamenti che restano sterilmente uguali a sé stessi19. Bisogna favorire un mutamento radicale attraverso un duplice indirizzo: il recupero della civiltà umanistica, ormai dispersa e ignorata, e la disposizione ad apprendere saperi di lingue diverse e di tradizioni differenti. Se la scarsa conoscenza delle letterature classiche è un segno di incultura lo è ancora di più (per chi, bambina, aveva imparato il francese per leggere il Conte di Montecristo)20 la diffusa ignoranza delle lettere straniere, dovuta all’incomprensione della lingua.
Gli intenti programmatici di Elena orienteranno da subito il lavoro proposto ai collaboratori verso le due aree di interesse indicate: la cultura umanistica da un lato, la produzione letteraria estera, dall’altro. Significativa, a tale proposito, la lettera che prelude all’intensa partecipazione di Vincenzo De Caprariis21, impegnato proprio in quegli anni nel volume laterziano su Guicciardini:
Trovo che l’argomento di battaglia culturale da voi scelto va benissimo: e io sono molto entusiasta dell’idea che sarò io a fare l’articolo su quel che storicamente è stato l’Umanesimo: è un argomento che mi ha sempre enormemente interessato, che ho sempre molto studiato e per cui credo di aver qualcosa da dire22.

Lo studio dell’Umanesimo, al quale concorrerà in modo decisivo il primo intervento di Eugenio Garin, dedicato a Umanesimo e filosofia23, sarà condotto con l’intento non tanto di valorizzare l’aspetto letterario e filologico, quanto con la volontà di far emergere il presupposto filosofico del movimento, fondato su un interesse precipuo per le discipline storiche, morali e scientifiche, e di proporlo come un riferimento imprescindibile per rifondare i cardini del pensiero contemporaneo.
Concorde alle indicazioni programmatiche della rivista è poi l’interesse per il contributo di studiosi e di critici internazionali. Elena esprimerà il suo parere sull’argomento nella recensione al volume gramsciano del 1949 su Gli intellettuali; in essa presenta come efficace solo la collaborazione estera “organica”: vale a dire che «è necessario che i collaboratori stranieri oltre a conoscere le correnti culturali del loro paese siano capaci di “confrontarle” con quelle del paese in cui la rivista è pubblicata, cioè conoscano le correnti culturali anche di questo e ne comprendano il “linguaggio” nazionale»24.
«Lo Spettatore» vuole sollecitare e coltivare questo genere di cooperazione: non è necessario avvalersi dell’esperienza dei capiscuola, delle personalità note, dei grandi teorici; è più importante lavorare con scrittori affiatati, partecipi e capaci di riconoscersi in un linguaggio comune. Anzi «“suscitare e coltivare” dei collaboratori del genere di quelli cui accenna il Gramsci non è ormai più – e non lo era forse nemmeno quando egli scriveva – un problema di buona impostazione di una rivista, bensì di atteggiamento e formazione degli uomini di cultura in genere»25.
In tale percorso formativo rientra anche l’educazione alla letteratura, intesa come storia della civiltà più che come critica della prosa e della poesia26, e, in quanto tale, percepita come caposaldo di una diffusa rigenerazione spirituale: Elena Croce si propone di individuare dei modelli testuali che non siano solo letterari ma che rappresentino anche un sicuro esempio di vita. Tra questi, assumono una funzione esemplare gli scritti critico-letterari di Piero Gobetti, che, insieme alla finalità saggistica, assolvono il ruolo di efficaci strumenti di una più ampia campagna educativa27.
Si tratta pertanto di riformulare un canone letterario che sia in grado di scardinare quel bagaglio di letture previste abitualmente dagli uomini colti; tra esse figura tutta la lirica nazionale degli ultimi vent’anni, una buona pratica della “penultima” poesia francese, la paziente decifrazione dei Four quartets di Eliot, la conoscenza d’obbligo del Naso di Gogol', e la “riscoperta”, avvertita quasi come eccezionale, di Poliziano e Tasso.
Le proposte alternative sono guidate dalla volontà di presentare autori pressoché sconosciuti in Italia28 e dalla inequivocabile predilezione per la produzione europea29 contrapposta alla letteratura americana del “Sud”, spettacolosa e d’avanguardia, priva di vita e di immaginazione, tutta risolta nel “virtuosismo tecnico” e racchiusa nella monotona ricorrenza del racconto e del ricordo d’infanzia, ridicolmente sperimentato anche da giovani scrittori. Il discrimine delle preferenze è netto: da una parte i romanzi faulkneriani, saroyaneschi, vittoriniani, dove la vita non è vita dove le sensazioni si riducono a una ostentata monotonia, dall’altra gli scrittori più diversi, da Robert Penn Warren a Albert Camus, spinti alla scrittura da un interesse storico, psicologico, moralistico, o puramente poetico30.
Così da un lato, gli articoli di Elena Croce indicano l’interesse per la tradizione letteraria incentrata sulla produzione tedesca tra Sette e Ottocento, scritti che confluiranno poi con variazioni più o meno consistenti in Poeti e scrittori dell’ultimo Settecento (Bari, Laterza, 1951)31 e nel più tardo Romantici tedeschi e atri saggi (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1962)32; dall’altro per la produzione contemporanea europea anche italiana, principalmente francese, e ancora tedesca33.
Quest’ultima, per quanto si prospetti, anch’essa, deserta di presenze “vive ed umane”, di esperienze originali e individualità autentiche, contempla infatti creazioni poetiche che sembrano sottrarsi alla sterilità di un europeismo astratto e ufficiale, in forza dell’adesione a un intramontato modello goethiano, filtrato dall’esperienza rilkiana. Ne sono esempio poeti, ignorati in Italia, quali Karl Krolow34 e Heinz Piontek35, che eludono la “gran borsa” delle mode letterarie, contrapponendo ad esse quei modi classici ancora capaci di raffigurare, per il ritorno all’intimismo ottocentesco e per la sobrietà d’espressione, il modo senza tempo della migliore lirica effusiva.
Con sguardo disincantato, Elena Croce analizza anche la produzione italiana coeva: dalla retorica dell’autobiografismo che segna l’involuzione del Tobino dei Due Italiani a Parigi36, rafforzando un vizio estetico già rilevato ne Le libere donne di Magliano37, al mondo romantico decadente dei personaggio di Una manciata di more di Ignazio Silone38; dal romanzo La bambina Europa del giovane Sermonti, dove anche le interessanti venature quasi ottocentesche di gusto intimistico e romantico restano offuscate dalla bravura di carattere manieristico39, all’Italia per terra e per mare del viaggiatore “autorizzato” Riccardo Bacchelli, la cui umanità non sembra viziata da estetismo40. Segue con interesse la produzione di Vitaliano Brancati, avvertendo quanto il “gallismo” siciliano del Don Giovanni, l’esaltazione della virilità e l’impotenza del bell’Antonio41 rimandino dal terreno del sesso a quello della polemica etico-sociale. Con acuta lucidità legge il volume brancatiano Ritorno alla censura (1952), ridimensionando il ruolo giocato dall'amore lesbico nella commedia La Governante e avvertendo l’inconsistenza di una censura per motivi sessuali: «il punto sostanziale resta quello, sostenuto nel pamphlet introduttivo, che la censura non dovrebbe esservi, e invece c’è, anch’essa per un equivoco, frutto di ignoranza e di un concetto della democrazia che ha ancor troppe venature fasciste»42.
Esprime un lucido giudizio su Gadda, il Gadda delle Novelle del Ducato, «Jean Paul milanese», che attrae per la dominante vena personale, per quelle istantanee che di per sé valgono un racconto43. Apprezza i versi «pieni di significato» di una poetessa già dimenticata, Antonia Pozzi44.
Esibisce una spiccata predilezione per Pavese; non solo, e non tanto, per artista «con cui la letteratura italiana dei nostri giorni ha raggiunto le espressioni più alte», quanto per l’ideologo, per lo scrittore dal prevalente interesse politico e morale che lo rende forse il più diretto prosecutore della battaglia di rinnovamento avviata da Piero Gobetti:[…] in Pavese come in nessun altro scrittore della sua generazione era viva l’insofferenza per i vizi della società letteraria che può dirsi costituita. Il sentimento europeo di Gobetti, l’amore alla provincia piemontese e americana di Pavese sono parimenti antitetici sia alla provincialissima romanità fascista, sia, in ultima analisi all’esangue cosmopolitismo in cui si è cristallizzato il decadentismo europeo: il vero “avversario”, forse, contro cui in definitiva si dibatte l’intellettuale moderno45.
All’interesse per le lettere, che coincide con una disposizione, oltre che estetica, civile, segnata ragionevolmente da una spiccata preferenza per la prosa – più adatta a esprimere la dimensione morale della letteratura «intesa come istitutrice di umanità e di civiltà»46 – si affiancano una marginale propensione alla cronaca giornalistica47 e a una più diffusa attenzione per le arti sorelle: Elena Croce rifiuta il cinema come prodotto di massa, in cui vede risorgere la tanto deprecata rivista di varietà a discapito «del teatro con la T maiuscola» che appare inesorabilmente tramontato48, ma che pure ella sostiene con determinazione, perché in esso riconosce quei valori civili e pedagogici, quei princìpi essenziali «da mantenere a costo di ogni sforzo»49.
Accanto all’instancabile attività di spettatrice di produzioni d’arte, ella prosegue, senza mai interromperlo, il discorso complementare sulla società contemporanea, inaugurato con l’articolo su La crisi della cultura: se da un lato tenta di re-indirizzare la formazione dei saperi attraverso selezionate letture, lontane dal dilagante conformismo che omologa e distrugge le attitudini individuali, dall’altro, opera per rifondare una classe capace di coltivare e trasmettere i valori della grande Europa liberale. La riforma delle lettere e dei saperi è strettamente congiunta a quella politica, anzi è preliminare a essa: senza la rifondazione di una élite culturalmente consapevole e viva, non può costituirsi una casta politica responsabile.
Nel corso degli anni, l’impegno per favorire la crescita di intellettuali coscienti diventerà prioritario, e il più ampio discorso sulla crisi e sul rinnovamento delle conoscenze si appunterà con decisione sulla definizione delle caratteristiche e delle funzioni dell’uomo di cultura. Questo obiettivo si consolida tra il 1950 e il 1952, anni in cui «Lo Spettatore» – come si è già osservato – si orienta in modo decisivo verso l’intervento politico, con la volontà di creare un terreno comune per studiare forme nuove di democrazia: Elena Croce non si limita ad acconsentire a questa svolta politica, ma lavora personalmente per attuarla.
In un appunto manoscritto, redatto da Raimondo Craveri nel marzo del 1950, si legge una sintesi delle priorità che avrebbero dovuto concorrere, da quel momento in poi, a delineare la linea di indirizzo de Lo Spettatore italiano. L’intento dichiarato era quello di sviluppare i contatti e le collaborazioni su un piano pre-partitico fra le varie élites intellettuali e culturali presenti nel Paese, nello sforzo di coinvolgerle e interessarle all’attualità del dibattito politico, economico e civile: «fortissima caratterizzazione allo “Spettatore” su alcuni punti: a) non anticomunisti; b) non anticlericali; c) non antiprivatisti; d) non antinazionalizzatori; e) anti-guerra fredda»50.
Questa sorta di manifesto programmatico – che delineava, a tre anni dalla fondazione della rivista, la volontà della testata di favorire la difesa della libertà e lo stimolo a una proficua intesa fra mondo cattolico e sinistra laica – aveva come suo presupposto un dibattito aperto ed efficace con le varie tendenze presenti nel Paese. Condividendo questa linea progettuale, Elena Croce, negli articoli pubblicati su «Lo Spettatore» tra il 1951 e il 1952, punta all’educazione di intelligenze sensibili e competenti, e insieme al collegamento tra esse e la classe dirigente: presupposto essenziale per garantire la maturazione di un solido pensiero politico. Insieme alla discussione sulla condizione della cultura, Elena Croce – che Cesare Cases ha voluto giustamente celebrare come «l’ultima levatrice di intellettuali»51 – approfondisce così la questione capitale del ruolo del letterato, indagata nella sua concretezza di effettivo e incombente problema politico. In quest’ambito di interessi si inserisce anche la collaborazione di Benedetto Croce che, annunciata da due brevi interventi usciti rispettivamente nel novembre del 194952 e nell’ottobre del 195053, occupa quasi interamente il 1952 – l’ultimo anno di vita del filosofo – articolandosi nella forma unitaria di “schede”.
I contributi, sviluppati intorno a letture o riflessioni personali, per lo più stimolate dal commento di pubblicazioni recenti, riguardano osservazioni filosofiche, estetiche e di teoria della storia54, così come considerazioni di critica letteraria55, e insieme toccano giudizi puntuali quali l’interpretazione dell’Orlando Furioso56, la revisione del giudizio su Manzoni57, i romanzieri romantici58, i versi di Alessandro Poerio su Rosa Bathurst59, fino alla proposta di una ideale antologia di poeti del Novecento60.
Centrali sono le notazioni sul significato di cultura intesa non come «ornamento» ma come «vita» e una vita che si fonde con il «fare»61, e sul ruolo e sull’efficacia dell’attività umana62 intrecciata a un costante e pacato «discorrere della morte», che è poi ancora un’esortazione all’azione nobilitante dell’operosità umana: «ad essa l’uomo passa portando con sé quello che egli fa, le sue esperienze e le sue opere, che svolgono da se stesse una forza che è forza della vita e della storia»63.
L’analisi avviata da Elena Croce in quegli stessi anni si fonda su una lucida disamina della vita sociale da cui emerge l’assuefazione all’assenza di personalità di rilievo64 e il patologico rapporto tra gruppi dirigenti e classe media, quella borghesia – che ella non esita a definire «repellente» – sprovvista di coscienza, di tradizione politica, di educazione democratica, e ormai caratterizzata dalla rilassatezza morale, dalla mancanza di senso civico, e dal qualunquismo politico. Questi difetti – che l’opinione pubblica, in attesa di rinnovamento (un rinnovamento che, secondo i parametri dettati dal pensiero comune, non potrà essere altro che «tecnicizzazione e modernizzamento »), definisce “il minore dei mali” – finiscono per coinvolgere le classi dirigenti e gli stessi uomini politici pronti ad adeguarsi allo status quo con una inaccettabile rassegnazione. Solo combattendo questa comoda e sterile tolleranza sarà possibile individuare una via di uscita, una strada da indicare ai pochi intellettuali “illuminati”, alla riserva di individui educati che rifuggono dai canoni e dallo spirito di quella classe media della quale economicamente fanno parte:
Una élite abbastanza vasta da poter essere considerata, se non una classe dirigente, per lo meno lo stimolo a formarne una […]. Nella tradizione di cultura che ancora si mantiene viva in questi individui e nell’umanità del suo popolo, l’Italia possiede certo potenzialmente gli elementi per riscattare la decadenza della sua borghesia; ma questi stessi elementi andranno impoverendosi e divente[ranno] sterili, se da essi non nascerà una protesta attiva e aggressiva, contro questa disumanizzazione della nostra civiltà, in luogo di quella astratta, apocalittica, sfiduciata, e contro la «massa»: e senza timore che questa protesta venga confusa con un ceder le armi all’avversario, con un puritano moralismo, o con l’abusata dilettantesca polemica romantica65.

Sappiamo infatti, benissimo che, se oggi non v’è una classe dirigente che possa dirsi una élite, vi è tuttavia nella società di ogni paese una élite che non ha situazione di classe dirigente, ma che di una classe dirigente ha le reali responsabilità. Nella società di ogni paese una selezione è avvenuta e avviene, e vi è una élite impegnata con fede a pensare e ad agire: non ad assaporare quell’«uscire da sé per entrare nel Nulla» che alcuni intellettuali «engagés» praticano con non minore voluttà di quanto al loro tempo lo praticassero gli adepti di Mme de Guyon. Se vi sono dei dubbii, se l’insidia dello scetticismo è oggi particolarmente presente, non è perché non si sia sicuri dell’esistenza di una élite, bensì piuttosto perché non si è tranquilli sul modo in cui tale élite si è formata e si va formando, sulla sua funzione attuale nella società66.
La vera questione è pertanto – secondo Elena Croce – non è se esista o meno una élite, ma, semmai quale debba essere la sua forza d’azione: «Nel corrente assioma che oggi manchi una élite vi è pessimismo, rettorica e ignoranza. Ma il dubbio se da questa élite più che mai aristocratica ed individualistica sia per sorgere la visione di una società nuova, è giustificato e tormentoso anche per chi in essa ha fede»67.
Alla luce di questo convincimento diventa essenziale risolvere il problema della funzione dell’intellettuale nella società moderna e quindi tornare a ragionare sulla logora questione dell’engagement; espressione che Elena Croce rifiuta senza esitazione laddove con essa si indichi, secondo l’uso diffuso, l’atteggiamento con cui l’intellettuale ha consacrato la rinunzia all’esclusiva indagine del proprio io, mediante una solenne “immersione” nella realtà, a cui corrisponde l’abdicazione alla volontà morale, alla tradizione classica e liberale. Bisogna opporsi al luogo comune che attribuisce natura sostanzialmente quietistica all’impegno dell’intellettuale portandolo a evadere da una concreta e faticosa missione sociale:
La natura sostanzialmente quietistica dell’«engagement» è sempre apparsa chiara, e chiaro il suo carattere di conseguenza estrema dell’esasperazione decadentistica del soggettivismo romantico: l’«individuo», incapace di superare concretamente il proprio astratto individualismo, tenta di evaderne in un’altrettanto astratta realtà, e con questa evasione si crea, di fatto, un nuovo modo di assaporare il proprio senso di annullamento […]. Né questa è una recente scoperta: l’assoluta inerzia morale di questa condizione psicologica apparve chiara sin da quando questo pseudoproblema morale dell’«engagement» albeggiò con il grido di allarme al «tradimento dei chierici» […]. Il senso dell’isolamento dell’individuo dalla realtà è una condizione psicologica generica, che non assume una realtà umana e morale, se non nell’atto stesso in cui essa, appunto, viene superata, trasformandosi in un positivo dramma individuale, o in un problema concretamente definito; tale è, infatti, l’isolamento dell’intellettuale nella società di oggi, la sua incapacità di comunicazione o, inversamente, l’insufficienza degli attuali mezzi di comunicazione nella moderna civiltà tecnica. Sono questi i termini, tutti politici, in cui si pone oggi il problema dell’isolamento dell’individuo, il quale, anzi, si può dire abbia segnato la propria condanna, definendosi, per sopravvivere, «intellettuale». La qualifica di «intellettuale», che nella civiltà di «massa» si riferisce, con una distinzione che non ha nemmeno il valore empirico, ad ogni attività che non sia puramente materiale e che sottolinea in quella occidentale-meccanizzata una condizione di isolamento, nell’uno e nell’altro modo consacra la sconfessione dell’umanistico concetto della dignità dell’uomo, e della sua universalità. Ma anche chi non ha rinunziato alla propria realtà umana, accettando di astrarsene come «individuo» e infine come «intellettuale», sente oggi in forma quasi ossessiva il proprio isolamento nell’attuale società68.

Al quietismo dell’intellettuale si può far fronte osteggiando, ancora una volta, l’imbarbarimento borghese e intraprendendo una decisiva e vitale “battaglia per la cultura”. Una cultura da contrapporre a quella Ueberkultur di segno negativo, eredità del mondo crollato con la guerra, che corrisponde a un ristagno della civiltà e che conduce inevitabilmente all’annullamento dei saperi umanistici, e quindi di ogni espressione d’arte o di pensiero, e alla concezione di una società in cui non sussista più altra classe dirigente che quella economico-politica.
Elena Croce percepisce chiaramente che la preponderanza della dimensione produttiva, propria della civiltà contemporanea, non determina soltanto uno status problematico dell’arte e del pensiero moderni, ma minaccia la figura stessa dell’ intellettuale così come è finora apparsa nella storia: la burocratizzazione e la specializzazione rischiano di ridurre colui che era un professionista liberale a un’ appendice di un’azienda.
Questa lucida e disincantata riflessione sulla condizione dell’uomo di cultura si approfondisce tra il 1953 e il 1956 anni in cui sulle pagine de «Lo Spettatore» iniziano a collaborare, insieme a Renato Solmi – che vi partecipa, seppur sporadicamente, fin dal marzo del 1950 –, Cesare Cases (dall’ottobre del 1953), Pietro Citati (dal gennaio del 1954), e più tardi Elémire Zolla (dal gennaio del 1956); con essi si compie l’iniziazione de «Lo Spettatore», alla produzione di György Lukács, alla riflessione critica di Walter Benjamin, e principalmente alla filosofia di Theodor Adorno69. Nomi, pressoché ignorati dalle pietrificate e omologate prerogative culturali dell’Italia di quegli anni, che pure – riteniamo – entreranno a buon diritto tra i cardini della formazione critica e filosofica del nostro Paese, oltre che per l’illuminata azione editoriale promossa da Einaudi70, anche grazie alla rivista di Elena Croce. Sebbene di Lukács fossero stati pubblicati in Italia i saggi su Goethe71, quelli sul realismo72 e il marxismo e la critica letteraria73 (quest’ultimo, tra l’altro, a cura di Cesare Cases), non si era comunque sviluppata quella discussione concreta e proficua che invece volle avviare «Lo Spettatore» individuando, non senza riserve, i criteri metodologici più fertili della critica lukacsiana e inserendo il pensiero del filosofo ungherese in un contesto audacemente più vasto:
Non ci sembra del tutto casuale che, più di una volta, qualche termine del linguaggio di Croce possa permetterci una “traduzione” abbastanza calzante. Sotto l’enorme differenza di culture c’è, di fatto, più di una parentela di problemi reali. In ambedue i casi, l’identità, l’unicità dei valori poetici, e la robusta totalità della poesia, «contemplazione della vita nella sua intangibile interezza», si sono sviluppati e sono maturati nel corso di una strenue polemica antidecadente e antiromantica. In una parola, il rapporto è di vitalità umana, di problemi morali, e il ritratto di Lukács che si consentono gli scarsi spiragli aperti sull’uomo, ha dei tratti che ci sembrano famigliari: la positività come vittoria sul pessimismo, l’accettazione dura del reale, la crudeltà di fronte alla propria persona74.

Dei Minima moralia di Adorno, il cui stile «evasivo e irritante» si scontra con la volontà del lettore moderno poco disposto a complesse interpretazioni, verrà offerta una prima analisi proprio sulle pagine de «Lo Spettatore» grazie alla recensione di Renato Solmi all’edizione originale, pubblicata nel febbraio del 1953, in cui si abbozzano i temi che verranno affrontati nell’introduzione alla traduzione italiana dell’anno successivo75, recensita da Pietro Citati nella Cronaca libraria del luglio del 195576. Infine la presentazione di Bejamin nel 1956 a firma di Elémire Zolla77 anticipa di qualche anno la traduzione di Angelus Novus (Einaudi, 1962) curata ancora da Solmi e quella de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica con prefazione di Cesare Cases (Einaudi, 1966), che introdurranno il pensiero dello scrittore tedesco in Italia.
Di questa eccezionale operazione culturale furono perfettamente consci quei giovani ma competenti interlocutori di Elena Croce che, in questo proficuo triennio della rivista, avviarono con fervore iniziative, suggerirono proposte, parteciparono con pareri e consigli, concentrandosi intorno a un preciso atteggiamento ideologico predisposto a una personalissima ricezione delle riflessioni elaborate dai tre filosofi.
La lettera con cui Pietro Citati, da poco laureato in lettere moderne alla Normale di Pisa, presenta ad Elena Croce il suo articolo su Lukács78 rivela una lucida percezione della originalità – rispetto al panorama critico italiano – nella scelta del contributo da recensire:
ecco il Lukács, un po’ in ritardo e forse un po’ lungo. Ma è successo che mi son trovato a ficcarci qualche altra cosina dentro: del resto, non c’ha mai scritto nessuno sopra. Spero che Le vada bene. E spero che quel paragone affacciato a metà, risulti evidente, ovvia, la distinzione che faccio delle due persone. Uscirebbe già sul fascicolo di dicembre? Forse sarebbe meglio: altrimenti si andrebbe forse troppo in là79.

L’anno seguente Cesare Cases, introdotto da Solmi come studioso attento alle “novità tedesche”80, propone il commento a La distruzione della ragione, pubblicata nel 1954 e diffusa in traduzione italiana da Einaudi solo nel 1959, sottolineando l’impegno richiesto dalla divulgazione di un’opera così rilevante:
Le mando finalmente qualche cosa, e cioè:
[…] una scheda sul Lukács, Die Zerstörung der Vernunft, che Le avevo promesso da tempo.
Sono tutte cose buttate giù, a dire il vero. Particolarmente insufficiente è la scheda sul Lukács, ma non mi sentivo di fare qualche cosa di più impegnativo su un libro così importante che meriterebbe un discorso lunghissimo anche per le poche pecche (tra cui un’alquanto disinvolta liquidazione di Suo padre in sole due pagine che bastano a rivelare le sue scarse conoscenze in proposito). Inoltre, manco a farlo apposta, tutto quello che Le mando questa volta è di argomento tale da mettere sempre in vista il piede forcuto del comunista, e non volevo esagerare in questo senso, come avrei dovuto fare occupandomi più a fondo del Lukács81.

Sarà poi ancora il giovane Citati a seguire la pubblicazione e a correggere personalmente l’unico saggio di Leo Spitzer pubblicato sulla rivista82 e insieme a valutare criticamente il primo contributo di Elémire Zolla, che aveva risposto con entusiasmo alla proposta di collaborazione83:
[…] Lia aveva fatto copiare lo Spitzer e gliel’ho portato. Avrebbe fatto meglio, veramente, a scrivere in francese o tedesco, perché l’italiano non era molto buono, un po’ puerile anzi. Per quanto potevo, l’ho migliorato e corretto e gli ho sottoposte le correzioni. Lui rinvierà il dattiloscritto a Lia. Non è del meglio Spitzer – un po’ troppo diffuso, chiacchierone, leggermente senile: anche se su Devoto dice cose non nuovissime, ma giuste. Ma è simpatico proprio per quell’ingenuo – o “finto ingenuo” svelarsi fin nelle più immediate simpatie o antipatie. Quell’aria di civettuola sincerità.
Ho riletto lo Zolla: ne ho tagliato qualche riga, e ho sostituito qualche “alto” con “significativo”. E ora, mi permetta, e non creda che insista per spirito di contraddizione: quel saggio va benissimo ed è al di sopra della media e non c’è più nulla, adesso, di parapsicanalitico che possa urtare in qualche modo – assolutamente. Quanto ai “Maschio”, “Madre” e “Figura senza volto”, sono delle esattissime definizioni di personaggi di Month[erlant] – che non saprei davvero come meglio caratterizzare. Quelle cose in M[ontherlant] ci sono e bisogna pure definirle. Non c’è offesa né al gusto né alla sensibilità di nessuno, mi creda. In quell’accezione, “Maschio” è descrittivo, necessario e senza compiacimenti. Il vizio del saggio c’è – ed è quello in generale di Zolla: scarsa distanza dagli scrittori trattati, quali essi siano, sommarietà della descrizione stilistica a scopo valutativo. Ma qui non è così grave: ed in ogni caso preferisco che il M[ontherlant] sia descritto in questo modo, piuttosto che la solita lezione moralistica su lui decadente, fascista ecc. (ché queste sono le cose veramente ridicole – e idiote) […].
Come sta? Qui fa fresco e mi sento un altro. Le farò leggere a Roma quella Fine dello stoicismo, su Paragone, dove c’è anche il succo di molti discorsi con lei – devo averle fatto molti furti “orali” ho l’impressione. Come le ho detto, i riferimenti a Calvino era[no] tali che non era possibile stamparlo se non in Paragone. (Ma non la tradisco!)84.

La lettera di Citati mostra efficacemente l’opera di attenta revisione che impegnava la redazione, ma soprattutto ci dà conto dell’attivo e costante “dialogo” attraverso cui si andavano definendo le ragioni stesse della rivista. L’interessante saggio sulla Fine dello stoicismo, scritto in risposta al contributo di Italo Calvino Midollo del leone uscito nel giugno sempre sul periodico di Longhi, e debitore – secondo quanto dichiarato dallo stesso Citati – alle “conversazioni” con Elena Croce, ci introduce nella dimensione della ricezione dell’opera di Adorno secondo quella curvatura eminentemente moralistico-letteraria che sarebbe emersa anche dalla discussione fra Cases e Solmi all’uscita di Minima moralia85. Citati traccia infatti le caratteristiche di un’illustre memoria regionale, propriamente ‘piemontese’ («‘piemontese’ soltanto perché gobettiane è stata la forma più estrema e tetragona di un atteggiamento che implica Croce e i vociani, e da Cecchi sino e oltre Montale continua a spiegare i rapporto tra espressione e autobiografia») che ricongiunge Gobetti all’interpretazione solmiana di Adorno86:
Ma ha un bel dire Calvino che il romanzo è faccenda di storia e non di geografia, e quel che conta non sono queste scoperte ma l’interpretazione di una vita, quando il suo Midollo del leone non è che l’eco di una illustre tradizione regionale, quasi l’ultima immagine di una città. Il suo nativo gusto di narratore, sempre sul punto di muovere ogni impulso della fantasia nelle libere stilizzazioni dell’avventura, e qui racchiuso entro una lucida volontà di costruzione intellettuale che richiama naturalmente tutto il filone della ‘moralità’ piemontese, da Gobetti a Gramsci, da Pavese a Pintor, sino all’ultima scoperta einaudiana, quel Theodor W. Adorno dove Calvino non sottolineerà le risorse del formidabile dialettico (e del virtuoso allegorista della dialettica) ma il gelido stoicismo applicato al negativo87.

Si delinea così una pregevole rosa di letterati che, anziché rifiutare la civiltà della tecnica, vi aderisce integralmente, ricavando dai procedimenti di produzione che a essa appartengono uno “stile” di vita fondato sulla coerenza, sulla sobrietà, su una necessaria socialità; con la tecnica, recuperata come adeguata norma interiore, sul filo ideale dell’uomo stoico di classica e calvinistica memoria, si esalta il mito del lavoro, con la sue tradizionali componenti di sacrificio della persona e di intransigenza morale.
Nel luglio del 1955 l’attenzione si concentra su Adorno: Citati, che aveva subito segnalato il suo interesse per la traduzione solmiana di Minima moralia88 – la cui recensione appare significativamente pubblicata accanto a quella di Cases al lukacsiano Die Zerstörung der Vernunft –, comunica ad Elena il proposito di Zolla di recensire i Prismen, sottolineando a lato della cartolina che l’opera «servirà a Lei»:
[Zolla] Voleva fare i “Prismen” di Adorno (sono i saggi su Proust, Kafka, Valéry, ecc.) e il libro di Mayer su Mann, uscito adesso da Einaudi. Mi pare che una scheda basti per il secondo (non credo che Cases lo faccia: ne ha già parlato su Società, quando uscì in tedesco): mentre ci vorrebbe una recensione o anche un articolo per il primo. Vista la materia, mi sembra che lo potrebbe fare benissimo – anzi sarà interessante vedere un Adorno fatto da lui, invece che da un ideologo di sinistra. Non Le pare89?

A distanza di una settimana Zolla presenta un progetto più ambizioso che non avrà seguito90:
Credo che Citati abbia già scritto qualcosa sul saggio “Adorno e lo sguardo sinistro”che vorrei spedire. È una presentazione globale del pensiero di Adorno (12 cartelle). Non credo sia incompatibile con una recensione – anche contemporanea – di Cases a Prismen. In fondo è l’unico pensiero vivo degli ultimi anni. Le sarò grato se vorrà farmi sapere qualcosa in merito91.

Nei mesi successivi sono ancora Citati e Zolla a indirizzare le attenzioni sugli scritti di Benjamin pubblicati da Adorno92: «Forse Citati le avrà detto del Benjamin: lo vedrei volentieri se Lei può farlo venire da Suhrkamp. Altrimenti posso scrivere io al direttore con cui sono in contatto per certi suoi progetti di cose italiane»93. La lettura conferma le aspettative («Il Benjamin mi è giunto e mi pare di capitale importanza. Non Le spedisco una recensione perché se l’Adorno parve un autore da non studiare, a fortiori dovrebbe esserlo il suo maestro. Mi dica lei»)94 e l’entusiasmo che ne deriva ottiene l’approvazione di Elena che sembra apprezzare l’idea di un lavoro sul filosofo:
La devo pregare di aspettare qualche settimana per il Benjamin: vorrei utilizzare quanto avevo scritto sul Gr[o]ethuysen nell’articolo sull’illuminismo per l’enciclopedia AZ e perciò ne aspetto le bozze, che dovrebbero arrivarmi dopo l’epifania (Benjamin parte dal Greothuysen. Ho visto da Einaudi le bozze di Mimesis dell’Auerbach: terrei molto a recensirlo. Devo chiederlo? Esce in questi giorni95.


Ecco il saggio su Benjamin. Ho pensato inopportuno inquadrarlo entro il Groethuysen. Il suo marxismo è del genere del cristianesimo di Pascal, e non saprei se intitolare “Benjamin o il marxismo pascaliano”. Suggerisca lei. È in fondo un pari che sta alla sua base. Credo che sarebbe opportuno pubblicarlo con una certa celerità, in fondo una rivista acquista un pregio arrivando prima a trattare gli argomenti, anche se Benjamin sarebbe pronto a ghignarci sopra vedendovi un sintomo di mortale accelerazione e di bene culturale decaduto a merce. Ma è un ghigno da teologo, e pertanto non ci tocca96.
Attraverso la lettura di Lukács, di Benjamin e di Adorno (quest’ultimo frequenterà personalmente il salotto cosmopolita di Elena Croce), si farà strada sulle pagine de «Lo Spettatore» una interpretazione economico-sociale dei fenomeni ideologici e di costume, si affinerà la coscienza della “storicità” dei problemi filosofici e morali e si approfondirà la riflessione sui rapporti tra vita culturale ed economia di mercato. La riflessione sullo status dell’intellettuale non potrà infatti prescindere dall’analisi degli effetti generati dalla divisione del lavoro e dalla crescente specializzazione; dalla valutazione delle tendenze del processo storico in cui egli vive e che lo spingono alla divisione e all’isolamento.
Anche alla luce dei nuovi stimoli ideologici, Elena Croce rifiuta di impostare la questione dell’uomo di cultura come problema esclusivamente sociologico – scelta che comporterebbe, così come l’aveva intesa Gramsci, la scomparsa dell’individuo nella società meccanizzata – e propone di affrontarla nella sua concretezza di incombente dilemma politico e morale97: con la parola intellettuale, ella formula, piuttosto che una categoria, un ideale, riproponendo quella idea di uomo liberale e dotto propugnata da Benedetto Croce e anticipando una considerazione che diventerà centrale ne L’eclissi dell’intellettuale di Elémire Zolla98.
La sopravvivenza dell’intellettuale comporta un isolamento obbligato che, pur essendo il contrario del mescolarsi attivamente alla vita propugnato da Gramsci, non corrisponde a un aristocratico disinteresse per l’attività pubblica, anzi implica la partecipazione ad essa, mantenendo vigile l’attitudine al giudizio; all’intellettuale si impone l’esercizio alla critica come unico dispositivo per evitare l’ estinzione99:
Il processo di dissoluzione del concetto dell’ uomo che dal sentimento ha condotto alla passione, dalla passione all’istinto, dall’istinto al complesso, e dal complesso al condizionamento sociologico è stato lungo, laborioso e istruttivo: ma quello con cui dal condizionamento sociologico si risale alla persona e all’uomo non può essere che rapido e sintetico, e lo compiamo ogni giorno, per vivere, almeno nel territorio che empiricamente possiamo chiamare privato. Quel che oggi manca, non è evidentemente la facoltà, bensì la consapevolezza sociale, la forza comunicativa di questa facoltà. In sostanza nuove formule educative che abbiano, se non il significato rivoluzionario, per lo meno la maneggevolezza e la praticità dell’antico : «Mais il faut cultiver son jardin»: che del resto è sempre uno dei modi più suggestivi di formulare l’invito a ricercare in sé stessi quell’elemento creativo senza il quale nessuna vita sociale ha avuto e avrà mai senso100.

Questa solitudine di sapore voltairiano corrisponde a una lenta, ma necessaria ricostruzione del proprio essere e insieme alla formulazione di un linguaggio nuovamente umano. Elena Croce non guarda alla élite come a quella società di “duemila persone”, dalla quale il giovane Hoffmanstahal vedeva custodita la lampada della civiltà europea, non guarda a essa come a un rifugio incantato o a un miraggio dorato, ma a un gruppo privilegiato, votato alla difesa di valori fondamentali, e capace di comunicarli attraverso una lingua comune. Se il rapporto con la collettività e la tecnicizzazione isola e ammutolisce l’uomo di cultura, è necessario che egli sappia riprendere pieno possesso delle sue attitudini oratorie e impari a impiegare altri mezzi di comunicazione rispetto a quelli di massa; non la stampa, i congressi, i parlamenti, i comizi ma la conversazione privilegiata che attiene a una cerchia ristretta:
L’impossibilità di parlare un linguaggio che non sia assolutamente generico e astratto, e la conseguente minaccia dell’abolizione di ogni reale linguaggio, della possibilità di comunicare umanamente, del più radicale isolamento, pesano su tutta la società attuale […]. Vi è ancora una società in cui l’intellettuale può mettere alla prova, senza proporsi problemi «tecnici» insormontabili, la propria capacità di comunicativa, come ancor non l’ha fatto, ed è il cosiddetto mondo degli intellettuali101.

Negli ultimi articoli pubblicati da Elena Croce il tema della crisi del linguaggio diventerà infatti centrale: dal lungo saggio sui Discorsi di Rudolf Borchardt102, di cui apprezza la difesa di un idioma primigenio in contrasto con l’impoverimento dei valori stilistici prodotto dalla letteratura tedesca del tardo Ottocento e dalla successiva involuzione mistica e avanguardistica, al saggio dal titolo Linguaggio e istituzioni del costume interamente dedicato alla questione.
Ancora due scrittori pressoché sconosciuti al lettore italiano, Rudolf Borchardt e Karl Kraus, offrono le parole per chiarire gli effetti della crisi del linguaggio. Entrambi percepiscono chiaramente che
la disumanizzazione del linguaggio è il primo, inconfondibile segno della crisi della religione moderna della libertà, la quale non si è estinta, poiché ha sostenuto gli uomini del nostro tempo nelle loro prove più dure e nemmeno è mai stata apertamente abiurata, ma non è riuscita a dare la propria impronta alla società moderna, a fornirle i miti ch’essa chiedeva – ch’essa ha invece presi a prestito dal positivismo e materialismo in genere, i quali l’avviavano per la china di minor resistenza, ossia l’accettazione di una concezione deterministica per cui a poco a poco l’uomo viene privato d’ogni sua coscienza di responsabilità e quindi, in definitiva, della sua creatività e umanità103.

La disumanizzazione della comunicazione, primo terrificante segno dell’isterilimento della civiltà, è generata dai creatori di slogans giornalistici, ma anche dai falsi profeti chiusi nelle torri d’avorio, ideatori di un gergo per iniziati; ad essi l’intellettuale deve contrapporsi forgiando un idioma personale pienamente umano prodotto dal discernimento e dalla valutazione.
Il valore di questo articolo e della sua diretta ascendenza alla filosofia adorniana non sfugge a un lettore attento come Elémire Zolla che ne parla in una lettera indirizzata a Elena il 14 ottobre del 1956:
L’ultimo numero dello Spettatore mi sembra assai bene riuscito.
Mi è piaciuto il Suo articolo sulla crisi del linguaggio. Lei ha seguito la stessa falsariga di Adorno nella sua Filosofia della nuova musica, nell’ambito della crisi musicale.
La musica – e la prosa – mercificata non solo isola la musica seria (che è un’etichetta ridicolizzante che spinge sulla strada dell’esoterismo ovvero del funambolismo) ma ne guasta le sorgenti e ne deforma la sostanza. Perciò decadenza non è se non la volgarità e commercialità – o il suo rovescio avanguardistico: un’acquisizione, questa, che ci dovrebbe fornire finalmente un criterio per giudicare non solo in estetica ma anche sul piano eticopolitico. Lo Spettatore è la prima rivista in Italia che comincia a usare questo criterio, che riassume in sé tutte le posizioni unilaterali, tutte le varie teorie della crisi, e permette di non cadere nella condanna rettorica104.

Individuare un criterio di discernimento che sappia preservare l’uomo pensante dalla condanna retorica: questo resta uno degli insegnamenti più rilevanti dell’azione culturale promossa da «Lo Spettatore italiano».



APPENDICE

Si riporta di seguito una scelta di lettere inedite indirizzate a Elena Croce da alcuni collaboratori de «Lo Spettatore italiano» (ad eccezione di Italo Calvino). I documenti sono conservati a Napoli nell’Archivio Elena Croce della Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”.
Le missive a firma, nell’ordine, di Vittorio De Caprariis, Ettore Passeris d’Entreves, Italo Calvino, Franco Fortini, Cesare Cases, Pietro Citati, Cesare Segre, Leo Spitzer, Elémire Zolla sono state selezionate in quanto funzionali alla stesura del saggio e utili alla lettura di esso; i documenti sono presentati rispettando la successione cronologica di inizio di collaborazione dei mittenti o secondo quella dei riferimenti agli articoli pubblicati sulla testata.
La trascrizione dei testi è conservativa. Ci si è limitati alla correzione di evidenti sviste grafiche, e alla normalizzazione secondo l’uso moderno degli apostrofi e degli accenti. Le oscillazioni grafiche e le varietà nell’uso di maiuscole e minuscole sono state mantenute. Si è ritenuto di non segnalare la presenza di cassature, riscritture di lettere, aggiunte interlineari; si è data invece notizia delle scritture ai margini e in genere negli spazi bianchi, che sono state collocate sotto la firma come poscritti. La sottolineatura è resa con il corsivo; la firma è riportata sempre in basso a destra, non tenendo conto delle oscillazioni presenti negli originali. Il luogo e la data di ogni lettera sono indicati in alto a destra con eventuali integrazioni tra parentesi quadre.



1 (A)
VITTORIO DE CAPRARIIS A ELENA CROCE

Napoli, 13-11-'49


Carissima Elena,
ho ricevuto la tua ultima lettera con cui mi comunicavi le novità dello Spettatore, e ho ricevuto poi anche la lettera di Rossana Mattioli con l’assegno di Bottasso105 che provvederò io a fargli tenere.
Dunque, cara Elena, tu mi chiedevi di fare delle controproposte: ma in verità non mi pare il caso. Trovo che l’argomento di battaglia culturale da voi scelto va benissimo: e io sono molto entusiasta dell’idea che sarò io a fare l’articolo su quel che storicamente è stato l’Umanesimo106: è un argomento che mi ha sempre enormemente interessato, che ho sempre molto studiato e per cui credo di aver qualcosa da dire. Come pure credo che gli altri due si potrebbero fare in collaborazione. Io, per mio conto, sono disposto – compatibilmente con le mie occupazioni – a dare la più valida collaborazione possibile allo Spettatore: e se per tanti mesi non ho dato niente, non è stato – ripeto ancora una volta – per cattiva volontà, ma perché avevo molte cose da fare e perché vi sono periodi in cui si scrive e altri in cui ci si prepara. Non ti pare? Credo che se tutto va bene, nei prossimi mesi ti darò tanto materiale che dovrai cominciare a rifiutarmelo.
Ritorni sull’argomento del compenso ai miei articoli: e sia pure come volete: solo vorrei che Raimondo e tu mi prometteste formalmente che non ci rimettete del vostro a fare lo Spettatore (un ultimo scrupolo: non ti pare che 10 mila ad articolo sia un po’ troppo ?).
Siamo, comunque, d’accordo per tutto: 24 pagine sono forse pochine, ma meglio che nessun aumento.
Fammi sapere per quando ti serve il pezzo sull’Umanesimo, e scrivimi maggiori particolari sugli altri due.
Abbracci affettuosi a te e a Raimondo tuo

Vittorio


P.S. Ti prego di inviarmi, se puoi, 10 copie del n. 8, 10 copie del n. 9 e 20 copie del n. 12 dello Spettatore dell’anno scorso. Grazie infinite.


2 (B)

Napoli, 4 gennaio1949 [ma 1950]


Carissima Elena,
ti invio, spero in tempo, le due cose promesse pel numero di gennaio: l’articolo Umanesimo storico107 e la recensione al libro di Garin L’educazione dell’umanesimo in Italia108. L’articolo l’ho firmato Sante La Rocca, per tenere disponibile il mio nome per un eventuale intervento; la recensione, invece, è firmata col mio nome. La rec. mi pare senz’altro buona; l’articolo è buono come forza polemica, ma mi pare che l’ultima parte sia un po’ fiacca. Ma d’altra parte come scrivere per verba generalia senza cadere in qualche difetto? Pensavo che siccome i due pezzi si completano a vicenda potrebbero essere comodamente pubblicati nello stesso numero. Del resto una volta pervenuti nelle tue mani sono tuoi e tu disponine come vuoi.
Io sudo per Lutero109 che spero di finire per la prossima settimana, onde farti qualche altra cosa.
Affettuosissimi saluti dal tuo

Vittorio




3 (C)

Napoli, 21 maggio 1950


Carissima Elena,
Delta è finalmente comparsa con l’aggressione a Sante la Rocca, intitolata “L’Umanesimo e lo Spettatore italiano110: Sante La Rocca ha subito scritta la risposta e mi ha pregato di inviartela111. Cosa che faccio assai volentieri! Io vorrei una breve nota redazionale in cui si dice come qualmente lo Spettatore italiano ha iniziata una campagna sull’Umanesimo112, con una serie di articoli pubblicati e da pubblicare; e che il fine di tale campagna sarebbe quello di dire quali sono i valori veri dell’umanesimo e che posto essi hanno nella vita contemporanea. Tu hai la mano assai felice.
Cerco materiale. Saluti affettuosi da

Vittorio




4 (D)
ETTORE PASSERIN D’ENTRÈVES A ELENA CROCE

Firenze, 27 nov. [1948]
P.za Mozzi 5


Cara Elena,
Non riesco mai a scrivere quanto e quando vorrei agli amici. A te volevo dire un grazie per avermi dato subito posto nel bel numero dello Spettatore113; e credi che il tuo semi-anonimo scritto sulla crisi della cultura114 mi persuade tanto più, quanto più lo leggo. Hai trovato modo di dire l’essenziale, con una “prudenza” e una modestia che è, mi pare, una nota tutta tua (si direbbe tu non voglia mai alzar la voce, anche quando ti commuovi, e tocchi le cose più vive): hai trovato modo di arrivare al fondo della questione. Temo soltanto che a molta gente, nel mondo dei colti, non importi oggi arrivare al fondo, e sentire la verità, ma semplicemente far l’opposto di quel che fai tu, e che piace tanto anche a me di fare. Gridano forte, e chiedono un prezzo corrispondente all’acutezza delle strida: le quali hanno un’eco sonora, e gloriosa, beninteso. No importa. Meglio viver oggi, che cent’anni fa, quando ci si poteva anche ubriacare di un successo – lâchons le mot – idealistico-borghese. Un po’ come oggi, del resto, altri si ubriaca di un successo proletario. E infine, non bisogna mai dire queste cose, che ho detto, senza aggiungere: tutte le tentazioni son buone, tutti i peccati sono miei, prima di esser degli altri; la virtù non abita a casa mia. E adesso, cosa aggiungerai tu alle cose che hai detto?
Bada che pur parlando sotto voce, hai cominciato un discorso! Come farai, cara Elena, a trovare anche il tempo per scrivere, non lo so. E per questo ti ammiro, anche se non sapessi come e cosa scrivi. Veramente la cultura è una forma di “ascetismo” quando non si hanno intorno gli spalti di un castello, come il buon Montaigne. Siamo ancora meglio difesi di altri, è vero, ma insomma una madre di famiglia non può mai alzare il ponte levatoio! I bambini regnano: e qui da noi, nel momento che ti scrivo, direi che addirittura governano, dato lo spazio estremamente ristretto. Io mi salvo solo nelle biblioteche fiorentine e pisane. A Pisa, anzi, sto legandomi molto con Scaravelli115, che è un uomo seriissimo, troppo poco espansivo, e pieno di tesori nascosti come un’ostrica. Farò ancora qualche lezione a Pisa, poi andremo per un mese tutti a Catania, pensionanti presso amici locali, e io farò lezione nel liceo di Acireale per qualche giorno. Poi chiederò un’aspettativa. Temo che non riusciremo a fermarci a Roma passando in massa. Ma verrò poi io in gennaio.
In Sicilia, avrò un po’ di tempo, e ti farò certo qualcosa sui Sansimoniani116. Burzio117, non mi sento. Sai che vorrei tanto tu mi facessi mandare tre o quattro copie del numero col mio articolo. Mi spiace di annoiarti, ma proprio non posso fare a meno di darlo a un paio di amici ai quali avevo parlato della cosa. Fra gli altri, Scaravelli, che è abbonato, pretende non averlo ricevuto (il suo indirizzo è Viale Curtatone e Montanara 3, Pisa).
Bisogna che scappi ad un appuntamento. Mi spiace solo di non essere in grado di farvi un visitone, a te e a Mondo. Ancora: ho letto con molto interesse il tuo articolo sulla Nuova Rivista storica118. Anch’io voglio andare a Siracusa, ma non sarò in grado di legger Teocrito fra le viti, perché ho scordato il greco, e non son più degno di seder fra gli umanisti.
Molto aff.te tuo

Pounin


P.S. Spediscimi i numeri dello Spettatore qui, se puoi.
Se ti disturba, sia come non detto: perché davvero mi pare di pretender troppo.


5 (E)
ITALO CALVINO A ELENA CROCE

[Torino,] 13-3-'52


Gentile Signora,
già volevo scriverLe dopo aver letto il Suo articolo su Gobetti e Gramsci119; che ho trovato ricchissimo e stimolante, con dentro tutti i principali nodi della problematica letteraria italiana contemporanea, che finora continuavano a presentarmisi frammentariamente e che, dopo il suo scritto, cominciano a compormisi in un quadro organico.
Ora ho letto il Suo articolo sui saggi di Pavese120 e voglio non solo ringraziarLa per l’attenzione alla mia prefazione, ma dirle quanto anche qui io sia rimasto ammirato dalla chiarezza con cui Lei imposta già legati in una stretta sintesi aspetti disparati, tra i quali appena intravedevo i nessi. Mi sembra che centrare – come Lei fa – la figura di Pavese nel problema (individuale e storico) ricerca di comunicazione- ricerca di linguaggio, con tutte le sue derivazioni poetiche, psicologiche, politiche e “religiose”, sia la più esatta e completa via per comprenderlo in tutta la sua importanza.
Il suo saggio è molto denso e ancora mi restano da chiarire alcuni motivi; per esempio, non capisco bene i punti in cui si tratta del pessimismo di Pavese come causa dell’utopismo e moralismo antifascista e poi d’un certo conformismo nei giudizi, (bene invece vedo la tolleranza pessimistica nell’elencazione dei suoi schermi). L’interesse per il filone espressivo joyciano, trascurato nei primi saggi giovanili, non credo possa intendersi un mitigamento d’opinione: è un lato fondamentale del Pavese cercatore di linguaggi, di stili, indagatore dell’unità stile-mito. I primi amori “provinciali” tutto avevano fuor che quel che s’intende per stile. Ma il vero superamento sia dei “provinciali” che degli “stilisti” (e il vero specchio di Pavese) sono i classici.
La saluto con viva amicizia

Italo Calvino




6 (F)
FRANCO FORTINI A ELENA CROCE

Milano, 26 febbraio 1953


Permetta, signora, che le esprima il mio consenso e la mia riconoscenza ammirata per quanto ella ha detto così bene nel numero di dicembre dello “Spettatore”, su “Liberalismo e decadentismo”121. Quando si leggono pagine come queste sue, si tira il fiato e si dice: di qui si può ricominciare a ragionare.
Con rispettosa cordialità, suo


Via Milazzo, 10/Milano


7 (G)

10 nov.1953, Milano


Gentile signora, non occorre le dica quanto piacere mi ha fatto il suo biglietto e quanto volentieri collaborerei con lei e con una rivista come lo Spettatore che stimo molto e seguo. Purtroppo, son pieno di lavoro e mi trovo costretto a rimandare questa collaborazione122; così come altre, che mi sarebbero altrettanto care. Mi costa scriverle così perché, per istinto, sarei portato al saggio breve, all’articolo; e un invito è uno stimolo immediato. Ma poi la vergogna di una comunicazione parziale, di un lavoro mal fatto, so che mi guasterebbe tutto il piacere. La prego tuttavia di non dimenticarmi e mi creda suo, con vivo rispetto,

Franco Fortini


Via Milazzo, 10
Milano


8 (H)

Via Strobel 3
Milano, 9 marzo 1955


Cara signora,
le ragioni del mio silenzio scortese sono molte, e lavoro e noje e rancore inutile verso i tempi e malumore con me stesso. Tuttavia, ogni volta che ricevo lo Spettatore, mi chiedo perché trovo qualche resistenza a collaborare. Gli amici che vi scrivono sono pure cari amici. E si interessano delle cose medesime che interessano me, o almeno così sembra. Ci dev’essere qualche altra ragione.
Forse la ragione è in uno squilibrio, che lei certo avverte quanto e meglio di me, tra il tòno degli scritti e la loro effettiva portata. Il tòno (la “tenuta”, direbbe qualche suo collaboratore, più di me soggetto ai gallicismi) è sempre assai alto, persino accademico; ma l’ampiezza degli interessi critici contrasta troppo con le dimensioni degli scritti, che è, in genere, quella della recensione. Ogni numero dello Spettatore è, in sostanza – e con qualche eccezione – una accolta di recensioni; e queste rimangono a mezza strada fra il vero e proprio discorso critico, l’informazione e la intelligente battuta di spirito. Si ha l’impressione che la rivista corrisponda a un gruppo di intelligenti e preparati e acuti amici e si presenti come la silloge delle loro ‘faville’, ma che il connettivo sia al di fuori della rivista stessa, in una atmosfera, in un gusto o in una conversazione. Nulla da dire, è questo un modo, secolare, di fare una pubblicazione utile; e certo, in questo senso, lo Spettatore è utilissimo. Ma se lo situo nella generale situazione della pubblicistica italiana; ecco che non pochi dubbi mi assalgono: non presuppone, una tale pubblicazione conversativa, un agio, una distensione, una società che di fatto non esiste? Questa tecnica per piccoli e giustapposti tocchi tonali, questo divisionismo critico, deve aver proprio una gran fiducia nella forza sintetica della Provvidenza, o delle Università, che riveli essa, nel tempo, il piano generale del quadro. Qui si dipinge un fiore, là una nuvola, più in là una pupilla; qui si allunga il cornicione di una architettura, là spunta l’anatomia di un ginocchio: abbiate pazienza e finirete col vedere una Annunciazione o una Ester davanti ad Assuero… Sì, lo so: con i tempi che corrono, o che – per essere più esatti – non corrono affatto, è pur molto se si riesce a mantenere intorno alla lampada una cerchia di amici di urbana conversazione, un civile commercio, come si suol dire. E infatti, che cosa si potrebbe fare d’altro? O disporre di un numero di pagine e di collaboratori assai superiore, vincere con l’astuzia e la violenza l’atomismo di altri studiosi e di altre riviste e, pianificando le sezioni, separando le schede informative dai saggi, fare quella rivista di letteratura e di cultura che ci manca – oppure…

Oppure restringere il proprio settore di tiro. Ed è quello che mi permetterei di consigliarle. Decidere che due tre quattro temi fondamentali meritano di essere approfonditi da un lavoro di gruppo e far convergere su quello le energie dei collaboratori. Tre o cinque temi; e lasciar perdere il resto. Servirsi dei contributi che su quelli possono esser recati dai propri collaboratori, e collegarli, armonizzarli, o contrapporli redazionalmente (starei per dire: pedagogicamente), non diversamente da quanto ella, come padrona di casa, sa fare così bene in una conversazione domestica.
Lei potrà rispondermi che questo ‘filo rosso’ esiste pure, che lega la recensione di un libro sui metafisici inglesi con quella su di un romanzo americano e con quella di una nuova edizione di Spinoza: ed è, quando sia, un metodo, un gusto, il – a me, ora, il gallicismo! – ‘tratto’. Le replico che cinquanta o trent’anni fa poteva essere così; che forse può esserlo ancora in altri paesi. Oggi, nell’Italia che viviamo, non lo è.
Ed una discussione sui “temi”, già sarebbe pur utile: e mi permetto di suggerirne alcuni:
Revisione ed informazione delle nuove tendenze e dei nuovi resultati della critica della nostra letteratura (ultimo decennio di attività universitaria); i metodi e le indagini particolari, le edizioni dei classici, mutamenti di prospettive ecc.
Intellettuali italiani ed organizzazione della cultura nell’ultimo mezzo secolo: dalla ‘cricca’ alla TV, dai concorsi per cattedra a la editoria di massa. Storia tragicomica delle ‘tendenze’: informazione critica e riassuntiva su quanto è stato studiato da noi sull’argomento, in relazione a quanto è stato fatto in altre culture.
Neopositivismo e derivati.
Symposia di un certo numero di collaboratori su di un’opera di particolare importanza, italiana e straniera. Invece della recensione, più scritti in dialogo su di un medesimo argomento, esaustivi.
Naturalmente, si tratterebbe di commettere determinati argomenti, ricavati per entro questi temi ancora generali, a singoli studiosi, tenendo presente i loro attuali interessi, ricerche ecc. Ma la cosa più importante è l’intenzione di ‘dare una conclusione’ alla ricerca, che può essere pianificata per sei mesi o un anno. In quanto alla attualità, ridurla ad epigrammi.
Ho sempre pensato che l’irrequietezza sia il male più grave delle nostre pubblicazioni culturali e delle riviste – dopo la noia. E se mi vieto, spesso, di scrivere per lo Spettatore quelle piccole recensioni che vado talvolta pubblicando altrove, ciò è perché ho vergogna di impiegare su di una pubblicazione ‘seria’ quel tanto di sale che ho in testa, non molto, in cose brillanti e leggere; so bene infatti che la maggior parte dei suoi collaboratori ha sempre qualcosa di serio, sul ‘maglio’. E io, invece, solo la mia irrequietezza, i versi che continuo a scrivere con poca o punta speranza, il mio libro sulla poesia italiana che va poco avanti, i saggi che dovrei raccogliere e stampare (ma da chi?), i problemi che non capisco, i racconti che ho scritti e che non ricopio, i capelli bianchi, il lavoro alimentare, l’impossibilità di starmene tranquillo…
Mi perdoni dunque, signora. E se ha da propormi qualcosa (quei libri francesi han fatto bene ad invecchiare, erano, meno i Mandarins, mediocrissimi) voglio farlo, cercherò di essere meno predicatore e più collaboratore. Mi creda, con molti cordiali saluti a suo marito, il suo

Franco Fortini




9 (I)
CESARE CASES A ELENA CROCE

Milano, 12/5/’53


Gentilissima Signora,
La ringrazio vivamente del suo cortese invito a collaborare allo ‘Spettatore’. Come le avrà detto Solmi, mi tengo al corrente soprattutto delle novità tedesche; temo quindi di portare vasi a Samo, dato che la sua rivista è già molto ben servita da quel lato. Comunque le manderò qualche cosa e Lei mi dirà se va bene. Per il momento non credo di aver nulla di adatto, ma spero di poterlo inviare tra non molto, non appena sarò libero dagli impegni scolastici, un articolo sul libro postumo di Karl Kraus sul nazismo ‘Die dritte Walpurgisnacht’123, che mi pare degno di essere segnalato. La prego di salutarmi Suo marito, con cui ho avuto il piacere di intrattenermi qualche volta ai tempi in cui facevo il libraio, anche se lui non ricorderà il mio nome.
Coi migliori saluti
dev.mo

Cesare Cases




10 (J)

Pisa, 5 febbraio 1954 [ma 1955]


Gentile Signora,
Le mando finalmente qualche cosa, e cioè:
1) una recensione del libro di Niekisch sul nazismo124
2) una recensione di un libro di Max Frisch dove si dice male della Svizzera (di cui ho tentato una debole difesa)125
3) una scheda su quel libro atroce intorno all’arte e alla tecnica, scheda che è venuta un po’ lunga ma può essere tagliata senza rimorsi126
4) una scheda sul Lukács, Die Zerstörung der Vernunft, che Le avevo promesso da tempo127.
Sono tutte cose buttate giù, a dire il vero. Particolarmente insufficiente è la scheda sul Lukács, ma non mi sentivo di fare qualche cosa di più impegnativo su un libro così importante che meriterebbe un discorso lunghissimo anche per le poche pecche (tra cui un’alquanto disinvolta liquidazione di Suo padre in sole due pagine che bastano a rivelare le sue scarse conoscenze in proposito). Inoltre, manco a farlo apposta, tutto quello che Le mando questa volta è di argomento tale da mettere sempre in vista il piede forcuto del comunista, e non volevo esagerare in questo senso, come avrei dovuto fare occupandomi più a fondo del Lukács.
Leggendo altri libri di Arno Schmidt, il nostro giovane per eccellenza, ho scoperto che costui ha… indovini quanti anni128? Quarantacinque! Speriamo che non lo venga a sapere nessun lettore dello Spettatore perché ciò basterebbe a disonorare me e, quel che è peggio, Lei. Ha proprio ragione Paolo Chiarini che in “Società” contesta che io abbia la “necessaria serietà e preparazione”129. Il principale responsabile della faccenda è però Ferdinand Lion130, che avevo visto una volta a Milano con Solmi e ci aveva parlato ripetutamente di Schmidt come di un giovane (forse in confronto a lui). Fatto sta che io a suo tempo avevo cercato nei dizionari biografici (sia detto a mio onore) e non avendo trovando naturalmente niente mi sono fidato di Lion.
Morale della favola: bisogna ripartire un’altra volta in caccia del giovane.
L’ultima volta che sono stato a Milano ho ritrovato quegli appunti su Karl Kraus. Bisognerà che una volta o l’altra li riveda completandoli in base a Die Sprache, ristampato l’anno scorso131.
Coi migliori saluti anche a suo marito.

Suo
Cesare Cases




11 (K)

Pisa, 13 dicembre 1954


Gentile Signora,
non le ho più scritto da molto tempo, e quel che è peggio non le ho mandato nulla perché sono oberato dai compiti da correggere e dalle traduzioni che devo finire.
Mi faccio vivo perché Lia132 mi ha scritto che leggendo i saggi di Spitzer133 lei si è imbattuta nel passo in cui dice che era stato colpito dall’affinità tra lo stile di Rabelais e quello di Nestroy e ciò le ha fatto sorgere il sospetto che ci siano dei rapporti anche tra Kraus e Spitzer134.
Spitzer utilizza il parallelo con Nestroy in molti passi della sua tesi (Die Wortbildung als stilistisches Mittel exemplifiziert an Rabelais, Halle 1910). Non si può escludere che il suo interesse per Nestroy sia stato parzialmente determinato dal culto nestroyano di Karl Kraus, ma lo credo poco probabile. Le commedie di Nestroy erano e sono tuttora molto rappresentate a Vienna e Kraus non ha fatto altro che mettere Nestroy (come Offenbach ecc.) sul piedestallo per contrapporlo a tutto ciò che odiava (ed era molto). Spitzer non aveva quindi certo bisogno di Kraus per conoscere Nestroy.
Quanto ad altri rapporti diretti tra Spitzer e Kraus non mi risulta che ce ne siano. Vivendo a Vienna Spitzer avrà certo saputo di Kraus e letto sue cose, ma non ricordo di averlo mai trovato citato negli scritti di Spitzer che ho letto. Non bisogna dimenticare che Spitzer è un professore, per quanto fuori serie, e che l’abisso tra l’ambiente universitario e K. K. era invalicabile (almeno finché visse). Né si può dar torto ai professori quando si pensa che a uno di loro, che aveva dedicato un libro “meiner Braut”, K.K. rispondeva che i professori dovevano ben sapere che se egli non ammetteva nemmeno la loro esistenza, a maggior ragione non avrebbe ammesso questa spudorata confessione dell’intenzione di riprodursi.
Influssi sotterranei del tipo di critica krausiana sulla Stilkritik di Spitzer ci potrebbero naturalmente essere, ma saranno difficilmente precisabili. È più probabile che sia Spitzer che Kraus rappresentino in modi diversi una comune tendenza del tempo. A questo ho accennato nel famigerato articolo su Spitzer135 di cui le ha parlato Lia, riferendomi a un articolo di Elisabeth Brock-Sulzer K.K. als Stilkritiker (in Trivium, III, 1945, n.° 4). L’articolo l’ho a Milano, ma mi sembra che non si alluda a rapporti diretti.
Questi sono tutti i lumi o le ombre che posso darle, Se vuol cavarsi la curiosità potrebbe scrivere direttamente a Spitzer. Ormai K.K. è morto da un pezzo, è santificato da Trivium, e Spitzer non si vergognerebbe più a confessare di averlo amato in gioventù.
Sono molto contento che i suoi studi su Nestroy progrediscano. Evviva i tedeschi simpatici. Io sto leggendo il Sebaldus Nothanker di Nicolai, bestia nera di tutti gli storici letterari, e trovo q    uesto “arido razionalista” ben più intelligente e profondo di tanti non meno aridi irrazionalisti (benché fosse, effettivamente, un arido razionalista)
Spero di farmi vivo presto e intanto la saluto cordialmente insieme a suo marito.
[ Dev.mo]

Cesare Cases




12 (L)

Pisa, 24 marzo 1955


Cara Signora,
la ringrazio della Sua cartolina del 20. Le mando una scheda per il Krull136, forse un po’ lunga ma bisognava bene divertire i lettori col riassunto. Se non c’entra la riduca a poche righe che utilizzerò il resto per «Il Contemporaneo»137 (ormai ho perso ogni pudore…).
Mi hanno rimandato le copie del n° di febbraio. Mi è piaciuto moltissimo il suo Nestroy138 che mi fa voglia di leggere tutte le commedie che non conosco (cioè quasi tutte). Anche il giudizio che dà sul misticismo della parola di Kraus mi sembra giustissimo139. Ormai Lei Kraus lo conosce assai meglio di me e quindi non so come farei ad appagare la Sua attesa di un articolo sul medesimo140. Che cosa è questo saggio di Pfeiffer141? Sì, Kraus è finito come dollfussiano, ciò che mostra che il culto della parola non basta neanche quando è sostenuto dal moralismo. Nella Walpurgisnacht142 contrappone assai debolmente il suo dollfussismo al nazismo.
La ringrazio di volermi consolare col caso Reyes143, ma l’art. su Schmid144 era del tutto sbagliato, e non solo per la questione dell’étà. P. es. gli avevo fatto gli elogi per la castità dei suoi amori, mentre negli altri libri che ho letto si rivela un vero sporcaccione. Sempre simpatico però.
Mi ha interessato molto l’articolo sulla mancanza di pubblicistica145, che come sa è una delle mie fissazioni.
Dovrei chiederle un piacere, e cioè di pubblicare una scheda su delle tragedie classiche in esametri, a sfondo filosofico, del mio amico svizzero Brock, che mi ha pregato di recensirle già molto tempo fa146. Senonché sono così pesanti che non ce l’ho ancora fatta a leggerle. Se mi decidessi e le portassi la scheda quando verrò a Roma alla fine della settimana prossima (questa volta spero di non rimandare più), si farebbe a tempo ad aggiungerla alle altre tedesche?
Spero di rivederLa presto e frattanto La saluto cordialmente
Suo

Cesare Cases




13 (M)
PIETRO CITATI A ELENA CROCE

Romanstrasse, 64/IV
[Monaco di Baviera], 2 -12 [1953]


Cara Signora,
ecco il Lukács, un po’ in ritardo e forse un po’ lungo. Ma è successo che mi son trovato a ficcarci qualche altra cosina dentro: del resto, non c’ha mai scritto nessuno sopra. Spero che Le vada. E spero che da quel paragone affacciato a metà, risulti evidente, ovvia, la diversa stima che faccio delle due persone147. Uscirebbe già sul fascicolo di dicembre? Forse sarebbe meglio: altrimenti si andrebbe forse troppo in là!
Spero che abbia ricevuto l’Hartlaud148. Ci sarebbe qualcosa d’altro, qui, degno di esser letto e tradotto. Ma di questo a voce: a gennaio, spero, quando passerò qualche giorno a Roma.
Molti saluti a Lei e a Suo marito

Pietro Citati




14 (N)

Torino, 7 luglio [1955]


Cara Signora,
mi dimenticai di dirle, a Roma, che quando lei era a Piacenza mi aveva scritto Zolla. Voleva fare i “Prismen” di Adorno (sono i saggi su Proust, Kafka, Valéry, ecc.) e il libro di Mayer su Mann, uscito adesso da Einaudi149. Mi pare che una scheda basti per il secondo150 (non credo che Cases lo faccia: ne ha già parlato su Società, quando uscì in tedesco): mentre ci vorrebbe una recensione o anche un articolo per il primo. Vista la materia, mi sembra che lo potrebbe fare benissimo – anzi sarà interessante vedere un Adorno fatto da lui, invece che da un ideologo di sinistra. Non le pare ?
In treno ho letto Patroni Griffi151. I due racconti che non avevo letto sono lisci e falsissimi – dozzinali in più di un punto –: il terzo, che è Ragazzo di Trastevere, è scritto con una certa facilità e un po’ di vena (ma allora dovevo essere molto ottimista, roseo: aveva ragione Lei). Devo parlarne pressappoco in questi termini o è meglio il silenzio? Mi duole, ma il Lowell di Lombardo152 è proprio piatto: del solito onesto e poco intelligente buon senso.
L’unico bello che mi ricordi – da un po’ – è quello sul “Rinascimento americano” visto dal New Criticism153. Ha un bel dire, Lei, che Melchiori non è più intelligente di lui154!
Qui aspetto l’operazione e le cose non vanno troppo bene. Si saprà solo dopo.
Tante cose a lei e a Raimondo!

Pietro Citati


via Donati 1
Ho conosciuto Claudio Gorlier155. Molto simpatico e intelligente, mi pare. Veda se le capita di leggere qualcosa di suo.


15 (O)

Cervo Ligure (Imperia), 29 luglio [1955]


Cara Signora,
Fatte le commissioni. Lia156 aveva fatto copiare lo Spitzer e gliel’ho portato. Avrebbe fatto meglio, veramente, a scrivere in francese o tedesco, perché l’italiano non era molto buono, un po’ puerile anzi. Per quanto potevo, l’ho migliorato e corretto e gli ho sottoposte le correzioni. Lui rinvierà il dattiloscritto a Lia. Non è del meglio Spitzer – un po’ troppo diffuso, chiacchierone, leggermente senile: anche se su Devoto dice cose non nuovissime, ma giuste. Ma è simpatico proprio per quell’ingenuo – o “finto ingenuo” svelarsi fin nelle più immediate simpatie o antipatie. Quell’aria di civettuola sincerità.
Ho riletto lo Zolla157: ne ho tagliato qualche riga, e ho sostituito qualche “alto” con “significativo”. E ora, mi permetta, e non creda che insista per spirito di contraddizione: quel saggio va benissimo ed è al di sopra della media e non c’è più nulla, adesso, di parapsicanalitico che possa urtare in qualche modo – assolutamente. Quanto ai “Maschio”, “Madre” e “Figura senza volto”, sono delle esattissime definizioni di personaggi di Month[erlant] – che non saprei davvero come meglio caratterizzare. Quelle cose in M[ontherlant] ci sono e bisogna pure definirle. Non c’è offesa né al gusto né alla sensibilità di nessuno, mi creda. In quell’accezione, “Maschio” è descrittivo, necessario e senza compiacimenti. Il vizio del saggio c’è – ed è quello in generale di Zolla: scarsa distanza dagli scrittori trattati, quali essi siano, sommarietà della descrizione stilistica a scopo valutativo. Ma qui non è così grave: ed in ogni caso preferisco che il M[ontherlant] sia descritto in questo modo, piuttosto che la solita lezione moralistica su lui decadente, fascista ecc. (ché queste sono le cose veramente ridicole – e idiote). Del resto, a pubblicare sotto il titolo “Documenti e ricerche” – che è del tutto incongruo, come le ho detto – non si libera affatto del “ridicolo”, se ci fosse, perché è pur sempre lo “Spettatore” a pubblicarlo. Era una soluzione adatta per la Frigessi158, ma non per questo. Mi scusi la intensa pedagogia, che svela così pericolosi “penchants” in me, ma si persuada, proprio che PARLO PER IL SUO BENE. (E non dia retta a Raimondo, che è veramente troppo illuministico per accettare soltanto quest’ordine di idee).
Come sta? Qui fa fresco e mi sento un altro. Le farò leggere a Roma quella Fine dello stoicismo, su Paragone159, dove c’è anche il succo di molti discorsi con lei – devo averle fatto molti furti “orali” ho l’impressione. Come le ho detto, i riferimenti a Calvino era[no] tali che non era possibile stamparlo se non in Paragone. (Ma non la tradisco!)
Stia bene. Tante cose a lei, a Raimondo e ai figli rimandati.

Pietro Citati




16 (P)
CESARE SEGRE A ELENA CROCE

Milano, 10 10 ‘54


Gentilissima Signora,
apprendo dagli amici Contini e Vidossi che Ella ha avuto la cortesia di interessarsi per una mia eventuale collaborazione allo “Spettatore”.
Le sono molto grato dell’offerta, e sarò lieto di collaborare alla rivista. Al momento, in verità, non ho in cantiere lavori di letteratura italiana; ma potrei intanto mandarle qualche recensione. E, per mostrarle concretamente la mia buona volontà, Le manderei, se non è assegnata ad altri o già fatta, la recensione a Cultura e stile dei poeti giocosi di Marti160. Mi dica Se serve; altrimenti cercherò altro.
Molte grazie, per ora, e cordiali saluti Suo

Cesare Segre




17 (Q)
LEO SPITZER A ELENA CROCE

fino al 30 agosto:
Pensione Villa Elena,
Forte dei Marmi, Lucca
Il 14 agosto 1956


Carissima signora Elena
Lei ha l’onnipresenza di Dio: se la si pensa a Ronchi, è a Roma; se la si pensa a Roma, è a Trieste (quando sarà a Forte dei Marmi?).
“Dovunque sia”, mi rivolgo oggi a Lei per sottometterle un articoletto pello Spettatore161, perché soltanto Lei è tanto spregiudicata da pubblicarlo. Altri editori forse lo giudicherebbero scabroso o – ‘fanciullesco’ per il suo contenuto. Pure mi sembra esserci del vero nel mio trattamento della ‘questione estetica’. Ma, naturalmente, occorrerebbe che il suo stato maggiore (il signor Citati e la signorina Wainstein si ricorderanno ancora di me?) pesasse le parole giuste per un pubblico latino e copiasse il deplorevole manoscritto. Tutte cose che proprio non dovrei domandare. Ad ogni modo mi scriva sinceramente quello che pensa – o piuttosto me lo dica!
Tante cose dal suo amico

Leo Spitzer


Manca n. 2 la referenza completa dell’articolo di Bigongiari che non posso fornire che dopo tornato in America il 10 settembre.


18 (R)

a bordo del “Conte Biancamano”
nave bellissima moderna e italiana,
31 agosto 1956


Signora Elena cara,
Ha visto come mi commuoveva la sua partenza e le Sue ripetute parole “caro Spitzer”.
Perciò non ho detto nessun “grazie” per la Sua venuta a Forte dei Marmi, acte gratuit se ne fu mai uno. Lo dico adesso. E tutt’e due sappiamo che “siamo d’accordo” su molte cose. È bello per me riportare in America il ricordo di una gran signora, unicissima in questo mondo di oggi, a cui voglio tanto bene. Il suo

Leo Spitzer


Tanti saluti, anche da mia moglie, a Lei e alla signorina Wainstein (e grazie a lei per la correzione del ms.).


19 (S)
ELÉMIRE ZOLLA A ELENA CROCE

162.
Potrei spedirle una recensione di Huxley ma non sarà intempestiva a un anno dall’uscita in Inghilterra163?
Di Musil non saprei che dire dell’unico libro che ho avuto da Citati “Drei Frauen” ma su Montherlant164 conto di scrivere, e Le sono assai grato del suggerimento.
Nella speranza di conoscerla personalmente se a maggio verrò a Roma, La saluto con cordialità, Suo

Elémire Zolla


P.S. Non ho “La femme adultère” di Camus, se crede, me lo può mandare.


20 (T)

19 luglio ‘55
Via Pesaro 7. Torino


Cara signora,
Includo la scheda per il Masson165. Sconsiglierei una scheda per le divagazioni misteriosofiche intorno a Cardano.
Credo Citati abbia già scritto qualcosa sul saggio “Adorno e lo sguardo sinistro” che vorrei spedire166. È una presentazione globale del pensiero di Adorno (12 cartelle). Non credo sia incompatibile con una recensione – anche contemporanea – di Cases a Prismen. In fondo è l’unico pensiero vivo degli ultimi anni. Le sarò grato se vorrà farmi sapere qualcosa in merito. Mi creda frattanto, cordialmente Suo

Elémire Zolla




21 (U)

17 agosto 1955


Cara signora,
La ringrazio per la cara giornata passata a Parella167.
Mi è capitato raramente di sentirmi vivificare da una conversazione – da un incontro umano – ed ero abituato ad aspettarmi suggerimenti e idee più dai libri che dalle persone: è una ‘pietrificazione’, che Lei ha sciolto.
Conto di spedirle qualcosa di quanto abbiamo progettato da Venezia, dove sarò dal 25 agosto all’11 settembre, avendo finalmente ricevuto l’invito dalla Mostra168.
Con devota amicizia Suo

Elémire Zolla




22 (V)

14 novembre 1955


Cara signora,
Le spedisco due schede misere quanto i libri169. Veramente il Larbaud è quanto di più idiota mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
Forse Citati le avrà detto del Benjamin: lo vedrei volentieri se Lei può farlo venire da Suhrkamp170. Altrimenti posso scrivere io al direttore con cui sono in contatto per certi suoi progetti di cose italiane.
È uscito in Inghilterra B. Bergler Fashion and the Unconscious, Mayflower and Vision. Le unisco il volantino di un libro che forse può riuscire interessante ed è di quelli destinati a essere tradotti.
M’è finalmente arrivato un quarto delle bozze del romanzo da Einaudi171.
Ora che m’ero preparato amorosamente il processo: pericoli dell’essere ‘a well-adjusted personality’.
La saluta, con affettuosa devozione

Elémire Zolla




23 (W)

5 dicembre [1955]


Cara signora,
L’editore tedesco mi comunica che Benjamin, a ripensarci, mi spetta e che sta per arrivarmi.
Potrebbe mandarmi il saggio di cui mi scrisse? Ho chiesto a Einaudi il libro di Fortini172. Ma finora non me l’ha inviato.
Ricevette il pezzo su M. Yourcenar?
Ho passato una piacevolissima giornata con Agostino Lombardo, qui venuto per una conferenza dell’USIS173, che prepara l’istituzione d’una cattedra d’americano.
Mi ha fatto molto piacere la coincidenza delle ‘riduzioni in termini’ di Pound sullo ‘Spettatore’174.
Il volume da Lei annunciato Valéry-Gide175 non mi è ancora arrivato e quasi mi fa temere che si sia ormai smarrito per la posta.
Mi creda, con affettuosa devozione Suo

Elémire Zolla


P.S. Cases ha rinunciato al Benjamin? Me lo potrebbe comunicare con certezza prima che mi accinga a farne una recensione (od un saggio)? Grazie


24 (X)

18 dicembre 1955


Cara signora,
Grazie della gentile lettera. L’Eluard176 invano l’ho chiesto a Einaudi, che non m’ha risposto.
Laterza non ha ancora risposto all’editore tedesco.
Il Benjamin mi è giunto e mi pare di capitale importanza.
Non Le spedisco una recensione perché se l’Adorno parve un autore da non studiare, a fortiori dovrebbe esserlo il suo maestro. Mi dica Lei.
Il Buder si presterebbe a un profilo, ma posseggo soltanto i Chassidische Bücher177: dovrebbe farmene mandare le opere dall’Istituto germanico. Il Gide Valéry178 non mi è ancora arrivato.
Mi dispiace che la Yourcenar non la persuada. Non Le sembra di molte spanne superiore, che so, alla Banti?
Sono ahimé minacciato da vari pericoli: una calcolosi ed una prospettiva di finire a Genova ad occuparmi di noli, collisioni e stallìe. I suggerimenti di Lombardo, di dedicarmi alla letteratura americana diventano di un’importanza patetica, in questa minaccia di pietrificazione (quella metaforica, non la reale! inguaribile).
Scusi l’affastellarsi di notizie e domande e mi creda devotamente Suo

Elémire Zolla




25 (Y)

31 gennaio 1955 [ma 1956]


Cara signora,
La devo pregare di aspettare qualche settimana per il Benjamin: vorrei utilizzare quanto avevo scritto sul Gr[o]ethuysen nell’articolo sull’illuminismo per l’enciclopedia AZ e perciò ne aspetto le bozze, che dovrebbero arrivarmi dopo l’epifania (Benjamin parte dal Greothuysen).
Ho visto da Einaudi le bozze di Mimesis dell’Auerbach: terrei molto a recensirlo179. Devo chiederlo? Esce in questi giorni.
Mi dispiace del contrattempo dell’Eluard180, ricevetti la Sua e la lettera di Citati soltanto dopo averlo spedito.
Mi aveva accennato ad un saggio su Benjamin che le era piaciuto potrebbe imprestarmelo?
La saluta dev. Suo

Elémire Zolla


P.S. Mi è giunto l’epistolario di Pound181. Vuole che lo recensisca?


26 (Z)

6 gennaio 1956


Cara signora,
Ecco il saggio su Benjamin182. Ho pensato inopportuno inquadrarlo entro il Groethuysen. Il suo marxismo è del genere del cristianesimo di Pascal, e non saprei se intitolare “Benjamin o il marxismo pascaliano” Suggerisca lei. È in fondo un pari che sta alla sua base.
Credo che sarebbe opportuno pubblicarlo con una certa celerità, in fondo una rivista acquista un pregio arrivando prima a trattare gli argomenti, anche se Benjamin sarebbe pronto a ghignarci sopra vedendovi un sintomo di mortale accelerazione e di bene culturale decaduto a merce. Ma è un ghigno da teologo, e pertanto non ci tocca.
La saluta, devotamente suo

Elémire Zolla




27 (Z°)

14 ottobre 1956


Cara signora,
Non s’incomodi a parlare a Moravia del mio racconto; Elsa Morante è venuta a Torino e mi ha detto tutto (il racconto uscirà)183.
Ho scritto a Theodora184; domanderò notizie della lettura a Calvino appena torni da Sanremo. Purtroppo non ho copie del libro da mandarle (all’Einaudi non ne hanno più). Greenberg in America ha chiesto i diritti, ma credo che sarebbe meglio insistere anche con Farrar & Strauss185 finché non sia concluso un contratto.
Non so se sia di Dallamano un pezzo che è uscito su di me sul Paese Sera Se sì lo ringrazi a mio nome – il confronto con la prova di Giobbe è molto acuto e io non me ne ero reso conto186.
Penso che potrei fare un articolo abbastanza impegnativo pigliando lo spunto da The Outsider di Colin Wilson (ed. Gollancz).
Può farmelo avere?
L’ultimo numero dello Spettatore mi sembra assai bene riuscito.
Mi è piaciuto il Suo articolo sulla crisi del linguaggio187. Lei ha seguito la stessa falsariga di Adorno nella sua Filosofia della nuova musica, nell’ambito della crisi musicale.
La musica – e la prosa – mercificata non solo isola la musica seria (che è un’etichetta ridicolizzante che spinge sulla strada dell’esoterismo ovvero del funambolismo) ma ne guasta le sorgenti e ne deforma la sostanza. Perciò decadenza non è se non la volgarità e commercialità – o il suo rovescio avanguardistico: un’acquisizione, questa, che ci dovrebbe fornire finalmente un criterio per giudicare non solo in estetica ma anche sul piano eticopolitico. Lo Spettatore è la prima rivista in Italia che comincia a usare questo criterio, che riassume in sé tutte le posizioni unilaterali, tutte le varie teorie della crisi, e permette di non cadere nella condanna rettorica.
Suo con affettuosa devozione

Elémire Zolla





NOTE
*Questo saggio introduce un volume di prossima pubblicazione dedicato a Elena Croce e «Lo Spettatore italiano», nel quale saranno presentati gli indici completi delle annate della rivista, una antologia di scritti di Elena Croce in essa pubblicati e una scelta di lettere dei collaboratori della testata.
Nel congedare questo lavoro vorrei ringraziare Emma Giammattei non solo per avermi proposto di occuparmene ma anche per quelle indicazioni preliminari che hanno guidato le linee del saggio e per i preziosi suggerimenti che hanno contribuito a migliorarne la stesura; desidero inoltre rivolgere la mia riconoscenza più sincera a Benedetta Craveri e alla compianta signora Alda Croce che mi hanno consentito l’accesso e la consultazione dei documenti conservati nell’Archivio della Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”. Ringrazio infine il personale della biblioteca per la cordiale assistenza con particolare riguardo a Susetta Sebastianelli e a Teresa Leo.
1 Il titolo fu proposto, in omaggio al periodico inaugurato dall’Addison, da Gabriele Baldini, che era già stato redattore di «Aretusa», periodico fondato nel 1944 a Napoli in ambiente crociano anche grazie al contributo di Elena Croce.Top
2 Mi sembra interessante a tale proposito riportare il giudizio espresso da Elena Croce su «Botteghe Oscure» in una lettera a Marguerite Caetani: «”Botteghe Oscure” mi sembra veramente bello; qualche piccolo difetto come quello che la copertina è troppo crema a confronto del bianco della carta. Io l’ho avuto fra le mani per due giorni, perché Mattioli mi ha preso la mia copia per portarsela in America, dice, a tua sorella. Le poesie mi pare abbiano un ottimo risalto, e sembrino assai migliori viste così nell’insieme: l’ho trovato nel complesso più ricco e vivo di quanto non credessi. Tutti quelli che l’han visto l’han trovato bellissimo. È decisamente una cosa completamente nuova» (lettera non datata conservata nell’Archivio della Fondazione Camillo Caetani di Roma, cartella Elena Croce; pubblicata nel volume La rivista Botteghe oscure e Marguerite Caetani. La corrispondenza con gli autori italiani, 1948-1960, a cura di Stefania Valli, Roma, «L’Erma di Bretschneider», 1999, p. 138).Top
3 In una lettera a Elena Croce del novembre del 1949, scrive: «ho ricevuto l’ultimo “Spettatore” e mi compiaccio per la quantità di buoni articoli che vi ho trovato. Forse sbaglio ma lo considero tra i numeri meglio riusciti. Anche il Ciardo che destava in me qualche apprensione mi pare riuscito; difetti se ne potranno trovare ma… insomma, personalmente mi è piaciuto. L’aumento delle pagine mi ha un po’ sorpreso; è aumentata la consistenza fisica della rivista, lo ammetto, ma era necessario questo “ritocco” che impegna la già provata redazione? Mi interesserebbe sentire le considerazioni che vi hanno portato a farlo; certamente ve ne saranno di serie che non sono in grado di indovinare. Adesso ho da pregarvi di farmi due favori e cioè: […] secondo favore se potessi non figurare più come redattore responsabile. Oramai, seguire lo Spettatore come faccio io, saltuariamente, non va; resto con voi in redazione e guai se mi buttate fuori ma non da “responsabile”. Tutto ciò per ovvie ragioni di serietà a cui tengo in modo particolare soprattutto per la rivista che sento crescere e svilupparsi in maniera sempre più importante ed anche per me, agli occhi dei vari boss, Gerli ecc. che sanno come stanno le cose. Spero che tutto ciò sia semplice e chiaro; conoscendo l’ambiente e le condizioni meglio di me, non mi potete dar torto. Resto comunque uno dei vostri e fatemi pure figurare sulla rivista, ma non come “responsabile” (che suona umanistico), se ritenete opportuno che figuri» (lettera di Pietro Antonelli a Elena Croce datata 18 novembre 1949 in Napoli Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V, n. 5). Top
4 Per questo periodo si rimanda all’ articolo di G. De Rosa, L’avventura politica dello Spettatore Italiano, in «Studium», (97) 2001, pp. 575-590. Top
5 Sull’indirizzo politico della rivista si veda anche il volume di G. La Bella, «Lo Spettatore italiano» 1948-1954, presentazione di F. Malgeri, Brescia, Morcelliana, 1986. Top
6 Ivi, pp. 29-31.Top
7 In una lettera del 10 giugno 1952 in dirizzata a Raimondo Craveri, l’editore mostra di accogliere con prudenza la richiesta di entrare attivamente nella gestione della rivista: «Caro Raimondo, ripensando alla proposta che mi facesti, io non avrei nulla in contrario ad acquistare effettivamente il 40 % delle azioni della rivista; anzi mi farebbe piacere dare una concreta testimonianza della simpatia e della stima che porto all’impresa che tu animi.
Naturalmente gradirei essere messo prima al corrente della reale situazione finanziaria; quale somma dovrei pagare subito e in media quale passivo annuo v’è, in considerazione del fatto che, secondo la tua proposta, l’acquisto delle azioni sarebbe fatto da me personalmente.
Siccome ho provato psicologicamente la situazione dell’interessato direttamente, ho anche pensato che le vendite del mensile potrebbero essere potenziate se ci si affida ad una buona organizzazione di una certa risonanza nazionale, introdotta presso il pubblico e presso le librerie. A questi requisiti potrebbe corrispondere bene l’ufficio di distribuzione della nostra casa editrice, per cui ti prospetto le seguenti condizioni che potrebbero essere stabilite con un contratto di un anno, per cominciare a vederne l’esito e la convenienza […]. Tutte queste condizioni potrebbero valere sia che la Casa Laterza figuri come semplice distributrice, sia che tu creda opportuno farla figurare come editrice. Io non ho nulla in contrario per quest’ultima soluzione, ma tu hai più elementi di me per poter decidere nel modo più propizio» (in Napoli Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. II, n. 11).Top
8 Su indicazione di Laterza, nell’ultima pagine del numero di agosto, inizia ad essere precisato l’elenco, in ordine di città, delle librerie che distribuiscono la rivista. Verranno pubblicate quattro liste (rispettivamente nei numeri di agosto, settembre, ottobre e dicembre). Il periodico, nonostante l’intervento di Laterza, non raggiunse mai il grande pubblico, e rimase uno strumento elitario, rivolto a politici, amministratori pubblici, professori universitari, intellettuali e imprenditori, con una tiratura mensile non superiore alle 550-650 copie.Top
9 Nel numero 12 (dicembre) del 1953 si legge: «Col prossimo fascicolo di gennaio, Lo Spettatore Italiano che è al suo settimo anno di vita, sarà edito dalla “Società Editrice Lo Spettatore Italiano”, proprietà della testata e diretto da Carlo Ungaro, il quale si avvarrà di una redazione così composta: Elio Chinol, Raimondo Craveri, Elena Craveri Croce, Gabriele De Rosa, Gerardo Guerrieri, Agostino Lombardo, Antonio Pellizzari, Filippo Sacconi. Anche per l’avvenire fra Lo Spettatore Italiano e la Casa editrice Laterza continueranno a intercorrere quegli attivi e cordialissimi rapporti che si sono così solidamente affermati fino ad oggi».Top
10 Gli altri azionisti erano per il 40% Franco Laterza e per il 30% Elena Croce, cfr. G. De Rosa, art. cit., p. 590 nota n. 13.Top
11 Sui motivi della crisi de «Lo Spettatore Italiano» si veda ancora G. La Bella, op. cit., pp. 81 e sgg. Top
12 La rivista meridionalista ed europeista di ispirazione crociana, fondata nel dicembre del 1954 da Francesco Compagna. Cfr. almeno F. Compagna, G. Galasso, Autobiografia di "Nord e Sud", in «Nord e Sud», gennaio 1967, pp. 81-115. Top
13 Cfr. in particolare la testimonianza di Giorgio Melchiori in Elena Croce e il suo mondo. Ricordi e testimonianze. Giornata di studio «Elena Croce. Riflessioni e testimonianze», 22 marzo 1996, Napoli, CUEN, 1999.Top
14 Lettera di Ettore Passerin d’Entrèves a Elena Croce datata Firenze, 27 novembre 1948 in Napoli Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. IV, n. 5. Cfr. Appendice, lettera n. 4. Top
15 Cartolina postale di E. Passerin d’Entrèves a Elena Croce datata Firenze, 22 dicembre 1948: «Certo, negli uomini di cultura manca stranamente quel famoso, pascaliano esprit de finesse, che sarebbe oggi anche radice di libertà, fra i contrapposti dogmatismi. E questo sia detto ridendo di me stesso, ché mi sento assai donchisciottesco», in ibidem, n. 4. Top
16 E. Croce, “Crisi della cultura”, in «Lo Spettatore italiano», 1948, 10, pp. 151-152. Top
17 Ivi, p. 152. Top
18 Ivi, p. 154.Top
19 Un’idea precisa di cultura che si vuole ben distante dal prodotto meschino dell’assistenzialismo pedagogico di massa propagandato in quegli anni. Anche se non si intende negare l’importanza sociale della divulgazione su larga scala della cultura, si avverte con lungimiranza l’inevitabile svalutazione prodotta dalla “distribuzione gratuita” di essa, ben lontana da quella idea di universalità a cui lo Stato dovrebbe aspirare, promuovendo «un mecenatismo intelligente»; alimentando «la vita dei suoi organismi produttivi»; sostenendo le migliori università, gli istituti superiori, i centri di studio, le biblioteche degnamente aggiornate, le stesse accademie, istituzioni che sono naturalmente luogo di scambi internazionali e non strumenti artificiali e burocratici che restano esterni alla vita della cultura. Cfr. E. Croce, Relazioni culturali con l’estero, in «Lo Spettatore italiano», 1948, 12, pp. 181-182. Top
20 Cfr. E. Croce, Ricordi familiari e altri saggi, Firenze, Vallecchi, 1962, p. 37. Top
21 Cfr. i due articoli pubblicati con pseudonimo Sante La Rocca, Umanesimo storico, in «Lo Spettatore italiano», 1950, 1, pp. 9-11 e Id., Polemica umanistica, in «Lo Spettatore italiano», 1950, 6, pp. 134-136. Top
22 Lettera di Vittorio De Caprariis a Elena Croce datata Napoli, 13 novembre 1949 in Napoli Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V , n. 32 (cfr. Appendice, lettera n. 1). Cfr. le lettere datate Napoli, 4 gennaio 1950 e Napoli, 21 maggio 1950 riportate in Appendice, nn. 2 e 3. Top
23 «Lo Spettatore italiano», 1950, 4, pp. 84-86. Top
24 E. Croce, Riviste con collaborazione straniera, in «Lo Spettatore italiano», 1949, 5, p. 75. Top
25 Ivi, p. 76. Top
26 Cfr. Ead., rec. a L. Foscolo Benedetto, Uomini e tempi (Milano-Napoli, Ricciardi, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 3, pp. 135-138. Top
27 Ead., La civiltà di Gobetti, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 1, pp. 9-14. Si vedano in Appendice le osservazioni di Italo Calvino sull’articolo, lettera n. 5. Top
28 Cfr. E. Croce, rec. a E. Bowen, The heat of the day (London, Jonathan Cape, 1949), in «Lo Spettatore italiano», 1949, 5, pp. 83-84. Top
29 «[…] una letteratura “per eccellenza” qual è quella francese, e che tale è considerata proprio perché essa è andata esercitando per secoli una mediazione quasi perfetta – nella rapidità e intensità della penetrazione come del ricambio – fra pensiero, cultura morale e politica, e società. Non a caso la tradizione più vera di questa letteratura è moralistica, anzi, la maggior tradizione moralistica moderna, poiché nella cultura inglese, l’unica che le si adegui per vastità e ricchezza dell’indagine sociale e psicologica, prevale l’interesse per il momento economico-politico, e, quanto all’italiana e alla tedesca, se la prima è poverissima di tradizione moralistica, la seconda si arricchisce, col Settecento di un filone psicologistico di natura insieme mistica e scientifica, estremamente rappresentativo come antecedente del Romanticismo. […] la civiltà americana rappresenta il caso estremo di una cultura dalla quale l’esigenza propriamente letteraria, umanistica, è pressoché assente, sia per mancanza di una tradizione, sia perché in questa cultura si rispecchia l’evoluzione di una società che ha raggiunto il massimo grado di efficienza tecnologica e con ciò di prevalenza dell’esigenza economico-scientifica», E. Croce, Vocazione moralistica e crisi della letteratura (I), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 4, pp. 185-186. Luigi Malerba ricorda a tale proposito una dichiarazione di Elena Croce: «Non esco troppo volentieri dall’Europa […] nemmeno con le mie letture», in Elena Croce e il suo mondo. Ricordi e testimonianze, cit., p. 149. Top
30 Ead., Motivi letterari di moda, in «Lo Spettatore italiano», 1948, 4, pp. 54-56. Top
31 Il volume include l’articolo Il teatro dello“Sturm und Drang”(I) e (II), in «Lo Spettatore italiano», 1949, 8, pp. 113-116; 1949, 9, pp. 135-142. Top
32 Il volume comprende l’articolo Rahel e l’ideale della socievolezza nella Germania romantica (I) e (II), in «Lo Spettatore italiano», 1949, 4, pp. 59-62; 1949, 5, pp. 71-73; Un memorialista liberale tedesco della prima metà dell’Ottocento [Karl August Varnhagen von Ense], pubblicato con tit. Un memorialista liberale nella Germania del secolo XIX, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 8, pp. 339-351; Il giornalista Heine, in «Lo Spettatore italiano», 1953, 5, pp. 216-228; Prodigio e stile in Johann Nestroy, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 2, pp. 57-73; Rudolf Borchardt. I discorsi, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 381-392. Top
33 Cfr. E. Croce, rec. a L. Vincenti, Saggi di letteratura tedesca (Milano-Napoli, Ricciardi, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 1, pp. 34-36, e rec. a V. Santoli, Storia della letteratura tedesca (Firenze, Sansoni, 1956), in «Lo Spettatore italiano», 1956, 4, pp. 78-79. Top
34 Ead., Nuovi poeti tedeschi. I, Karl Krolow, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 7, pp. 337-340. Top
35 Ead., Nuovi poeti tedeschi. II, Heinz Piontek, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 8, pp. 379-381. Cfr. Ead., Racconti di Heinz Piontek [rec. a H. Piontek, Vor Augen (Proben und Verruche) Bechtle Verlag, Esslingen, 1955], in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 35-36. Top
36 Ead., rec. a M. Tobino, Due italiani a Parigi (Firenze, Vallecchi, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 5, pp. 251-252. Top
37 Ead., rec. a M. Tobino, Le libere donne di Magliano (Firenze, Vallecchi, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 7, pp. 319-320. Top
38 Ead., rec. a I. Silone, Una manciata di more (Milano, Mondadori, 1952), in «Lo Spettatore italiano», 1952, 9, pp. 396-397. Top
39 Ead., rec. a V. Sermonti, La bambina europea (Firenze, Sansoni, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 8, pp. 391-392. Top
40 Ead., rec. a R. Bacchelli, Italia per terra e per mare, in «Lo Spettatore italiano», 1953, 1, pp. 27-29. Top
41 Ead., rec. a V. Brancati, Il bell’Antonio (Milano, Bompiani, 1949), in «Lo Spettatore italiano», 1949, 7, pp. 111-112. A proposito della recensione, Brancati scrive a Elena Croce il 12 settembre del 1949: «Le dico sinceramente che ho trovato la sua recensione nient’affatto sciatta, come dice Lei, ma al contrario molto acuta e bene scritta» (in Napoli Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio, XXIV: 1941-1949, fasc. IX, n. 10). Top
42 E.L.S. [E.-L.-S. Croce], rec. a V. Brancati, Ritorno alla censura (Bari, Laterza, 1952), in «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, p. 263. Sulla congruenza di tale lettura si veda quanto è emerso a seguito del rinvenimento dei documenti ufficiali con cui fu negato il nullaosta alla commedia: S. Fiore, La Commedia storta e i suoi censori, in «La Repubblica», 8 luglio 2007; si veda il contributo di S. Gentili, Il male della banalità. Nuovi documenti su Vitaliano Brancati e la censura, in «Bollettino di italianistica», IV, 2007, 2, pp. 193-223. Top
43 E. Croce, rec. a C.E. Gadda, Novelle del Ducato in fiamme (Firenze, Vallecchi, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1953, 7, pp. 318-319. Top
44 Ead., rec. a Poetesse del Novecento (Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1951), in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 305. Top
45 Ead., I saggi critici di Cesare Pavese [C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino, Einaudi, 1951], in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, p. 62. Cfr. anche Ead., rec. a C. Pavese, La bella estate (Torino, Einaudi, 1949), in «Lo Spettatore italiano», 1950, 4, pp. 98-99. Top
46 Ead., Vocazione moralistica e crisi della letteratura (I), cit., pp. 184 e sgg. e Ead., Vocazione moralistica e crisi della letteratura (II), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 5, pp. 233-239. Top
47 Cfr Ead., rec a V. Gorresio, I carissimi nemici (Milano, Longanesi, 1949), in «Lo Spettatore italiano», 1949, 5, pp. 81-82; Ead., rec. a E. Emanuelli, Il pianeta Russia (Milano, Mondadori, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1953, 11, p. 507. Top
48 Ead., La controrivista, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 3, pp. 167-168; cfr. Ead, Cinematografo italiano, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, pp. 142-143. Top
49 Ead., Attuale condizione di vita del teatro italiano, in «Lo Spettatore italiano», 1949, 6, pp. 88-90. Top
50 Appunto conservato nell’ Archivio privato di Gabriele De Rosa e cit. in G. La Bella, op. cit., p. 24. Top
51 C. Cases, Ricordi e Testimonianza, in Elena Croce e il suo mondo. Ricordi e testimonianze, cit., p. 85. Top
52 B. Croce, Indignazioni filologiche fuori luogo, in «Lo Spettatore italiano», 1949, 11, pp. 178-179. Top
53 Id., L’estetica del Valéry, in «Lo Spettatore italiano», 1950, 10, pp. 243-247. Top
54 Id., L’originalità della filosofia, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, p. 108; Id., Interpretazioni hegeliane, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, pp. 108-109; Id., Il «sistema», «Scienza sovietica», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, pp. 155-156; Id., La contaminazione della filosofia coi concetti empirici, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 5, pp. 199-200; Id., Contro le Metafisiche, 22- La Metafisica in quel che è la sua realtà, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 5, pp. 201-202; Contenuto e forma, Se la Sintesi a priori e la Dialettica siano state veramente comprese nell’Ottocento, Le categorie eterne, Ancora di percezione e di Intuizione, La lingua de’ filosofi, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, pp. 245-249; Id., «Obiezioni non valide», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 295; Id., Esistenzialismo, Proprietà di terminologia filosofica, Ancora dell’intuizione in «Lo Spettatore italiano», 1952, 8, p. 382-384; Sulle teorie del Berenson, Filosofia della natura, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 10, pp. 422-423; Vico ed Hegel e la conversione del male morale col bene civile, Perché non ho fede nella Filosofia della natura, Leggendo riviste filosofiche, Un nuovo libro su Vico, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 11, pp. 457-460; Id., La parte propriamente storiografica, Sulle varie classi di «espressioni», Poesia che opera entro la prosa in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, pp. 109-110; Id., La «Synthèse», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, pp. 154-155; «Sulla divisione delle arti», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 296; Ristabilimenti di verità, La vita umana e la tragedia, Della cosiddetta «Estetica spiritualistica», Verità che si addormentano e si risvegliano, Poesia dell’Intelletto?, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 8, pp. 381-384; Id., Tecnica ed estetica, La percezione storica e le regole della poesia, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 10, pp. 422-426; Id., La storiografia oggettiva, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 5, p. 201; Id., «Storia della cultura», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 295. Top
55 Id., I momenti poetici, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, p. 109; Id., Storia della letteratura e storia della poesia (e della filosofia), La «questione» del Rinascimento, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 5, pp. 200-201; Id., De Sanctis e Taine, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, p. 246; Id., «De Sanctis-Gramsci», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, pp. 294-295, «Metodi della critica», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, pp. 296-297; Id., Errori «di fatto» ed errori «di concetto» nella critica desanctisiana, La teoria della critica della poesia e dell’arte. Difesa di un nuovo metodo, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 10, pp. 423-426; Id., Storia politica e storia letteraria, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 11, pp. 457-458. Top
56 Id., «L’ispirazione dell’Ariosto», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, pp. 156-157. Top
57 Id., Tornando su Manzoni, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, pp. 110-111; Id., Due avvertenze (II), «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, pp. 247-248; Id., Dichiarazione, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 8, pp. 383-384. Top
58 Id., «Ingenuità di vecchi romanzieri romantici», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, p. 157. Top
59 Id., In morte di una giovinetta inglese caduta nel Tevere, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 11, p. 460. Top
60 Id., Storia della poesia del Novecento, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, pp. 248-249; Id., «Un altro esempio per l’antologia», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 298. Top
61 Id., Cultura viva e cultura oziante, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 3, pp. 107-108. Top
62 Id., «La fortuna e l’attività propriamente umana», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, p. 156. Top
63 Id., «Figurazioni della morte», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 4, p. 156; cfr. Id., «Il riposo prima della morte», in «Lo Spettatore italiano», 1952, 7, p. 297; Id., «Discorrere della morte», ibidem: «Il filosofo seicentesco Gassendi diceva a qualche amico, dopo essersi bene assicurato che nessuno poteva udirlo: “Io non so chi mi ha messo al mondo. Io ignoro quale era il mio destino, e perché mi si ritiri da esso” […]. Triplice ignoranza che è una strana conclusione per una filosofia, ma che vale meno di ciò che ognuno di noi possiede nel fondo del suo pensiero e che non ci impedisce, e anzi ci anima, a compiere i nostri doveri in questa che è la sola vita che conosciamo». Cfr. Id., L’altra vita, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 6, p. 384. Top
64 Anche in questo caso il discorso letterario è strettamente connesso a quello sociale: alla mancanza dell’eroe nel romanzo contemporaneo corrisponde la penuria di protagonisti nella storia politica; l’interesse diffuso per una produzione letteraria priva di personaggi principali riflette l’abitudine dell’opinione pubblica a constatare senza perplessità il depauperamento di una classe dirigente valida e attiva. Cfr. E. Giammattei, Biografia ed autobiografia. Le due scritture di Elena Croce in Elena Croce e il suo mondo. Ricordi e testimonianze, cit., p. 54. Top
65 E. Croce, Decadentismo borghese, in «Lo Spettatore italiano», 1951, 1, pp. 6-7. Top
66 Ead., Aristocrazia anarchica, in «Lo Spettatore italiano», 1951, 5, p. 118. Top
67 Ivi, pp. 118-9. Top
68 Ead., Quietismo dell’“engagement”, in «Lo Spettatore italiano», 1951, 3, pp. 62-4. Cfr. anche Ead., Liberismo e decadentismo, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 12, pp. 476-482. Si vedano in Appendice le osservazioni di Franco Fortini su quest’ultimo saggio, lettera n. 6. Top
69 E. Giammattei ha già lucidamente evidenziato gli accenti adorniani degli articoli di Elena Croce nel saggio citato (pp. 53 e sgg.) e ha analizzato gli effetti della traduzione di Solmi sulla diffusione italiana di Adorno nell’articolo Aspetti della ricezione italiana di Adorno: tra moralismo e letteratura, in «L’Acropoli», 5 (2004), pp. 519-529. Top
70 Cfr. L. Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Torino, Einaudi, 1999, pp. 760 e sgg. Top
71 Goethe e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1949.Top
72 Saggi sul realismo, Torino, Einaudi, 1950. Top
73 Il marxismo e la critica letteraria, Torino, Einaudi, 1953. Top
74 P. Citati, Tre libri di Lukács, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 1, pp. 19 e sgg. Cfr anche la recensione di E. Zolla a G. Lukács, Breve storia della letteratura tedesca dal Settecento a oggi (Torino, Einaudi, 1956), esaminato, insieme a E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (Torino, Einaudi, 1956), in «Lo Spettatore italiano», 1956, 6, pp. 289-291. Top
75 R. Solmi, rec. a T.W. Adorno, Minima moralia, Reflexionen aus dem beschädigten Leben (Berlin-Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1951), in «Lo Spettatore italiano», 1953, 2, pp.79-82. Top
76 T.W. Adorno, Minima moralia, intr. e trad. di R. Solmi (Torino, Einaudi, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 7, p. 303. Top
77 E. Zolla, Walter Benjamin, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 24-27. Top
78 P. Citati, Tre libri di Lukács, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 1, pp. 17-21. Top
79 Lettera di Pietro Citati a Elena Croce datata 2 dicembre 1953 in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. III, n. 18. Cfr. in Appendice lettera n. 13. Top
80 «La ringrazio vivamente del suo cortese invito a collaborare allo ‘Spettatore’. Come le avrà detto Solmi, mi tengo al corrente soprattutto delle novità tedesche; temo quindi di portare vasi a Samo, dato che la sua rivista è già molto ben servita da quel lato. Comunque le manderò qualche cosa e Lei mi dirà se va bene. Per il momento non credo di aver nulla di adatto, ma spero di poterle inviare tra non molto, non appena sarò libero dagli impegni scolastici, un articolo sul libro postumo di Karl Kraus sul nazismo ‘Die dritte Walpurgisnacht’, che mi pare degno di essere segnalato» (cartolina postale di Cesare Cases a Elena Croce datata Milano, 12 maggio 1953 in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. III, n. 13, cfr. in Appendice lettera n. 9). I riferimenti al lavoro su Kraus proseguiranno nel biennio successivo: «Vorrei rivedere e commentare quel che avevo scritto su Karl Kraus, ma in quest’epoca mi manca il tempo, con i compiti di sei classi da correggere e le traduzioni che incombono» (cartolina postale di Cesare Cases a Elena Croce datata Milano, 9 dicembre 1953, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. III, n. 14). «L’ultima volta che sono stato a Milano ho ritrovato quegli appunti su Karl Kraus. Bisognerà che una volta o l’altra li riveda completandoli in base a Die Sprache, ristampato l’anno scorso» (lettera di Cesare Cases a Elena Croce datata Pisa, 5 febbraio 1954 [ma 1955], in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. IV, n. 15, cfr. in Appendice lettera n. 10). Su suggerimento di una riflessione di Elena Croce comunicatagli da Lia Wainstein si sofferma a valutare la possibilità dell’influenza di Kraus su Spitzer: «Spitzer utilizza il parallelo con Nestroy in molti passi della sua tesi (Die Wortbildung als stilistisches Mittel exemplifiziert an Rabelais, Halle 1910). Non si può escludere che il suo interesse per Nestroy sia stato parzialmente determinato dal culto nestroyano di Karl Kraus, ma lo credo poco probabile. Le commedie di Nestroy erano e sono tuttora molto rappresentate a Vienna e Kraus non ha fatto altro che mettere Nestroy (come Offenbach ecc.) sul piedestallo per contrapporlo a tutto ciò che odiava (ed era molto). Spitzer non aveva quindi certo bisogno di Kraus per conoscere Nestroy. Quanto ad altri rapporti diretti tra Spitzer e Kraus non mi risulta che ce ne siano. […] Influssi sotterranei del tipo di critica krausiana sulla Stilkritik di Spitzer ci potrebbero naturalmente essere, ma saranno difficilmente precisabili. È più probabile che sia Spitzer che Kraus rappresentino in modi diversi una comune tendenza del tempo» (lettera di Cesare Cases a Elena Croce datata Pisa, 13 dicembre 1954, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 41, cfr. in Appendice lettera n. 11).
Il saggio su Kraus uscirà nel settembre del 1956: C. Cases, Karl Kraus: La parola e L’Apocalissi, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 393-399. Top
81 Lettera di Cesare Cases a Elena Croce datata Pisa, 5 febbraio 1954 in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. IV, n. 15, (cfr. in Appendice lettera n. 10 ). C. Cases, rec a Georg Lukács, Die Zerstörung der Vernunft (Berlin, Aufbau Verlag, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 7, pp. 302-303. Top
82 L. Spitzer, Le due stilistiche di Giacomo Devoto, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 9, pp. 356-63. Citati tornerà a scrivere da Cervo Ligure il 3 agosto del 1955: «Lo Spitzer bisognerà rivederlo ancora una volta sulle bozze: questa è stata solo una prima ripulita» (lettera di Pietro Citati a Elena Croce datata Cervo Ligure, 3 agosto 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 70). L’anno seguente Leo Spitzer scriverà a Elena Croce per sottoporle un altro articolo (cfr. Appendice, lettera n. 17). Top
83 E. Zolla, Henry de Montherlant, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 8 pp. 331-336. « Gentile Signora, Lei mi ha dato un grande piacere scrivendomi, La ringrazio. Quanto a saggi pronti: potrebbe interessarla uno su Pavese? Citati lo conosce. Potrei spedirle una recensione di Huxley ma non sarà intempestiva a un anno dall’uscita in Inghilterra? Di Musil non saprei che dire dell’unico libro che ho avuto da Citati “Drei Frauen” ma su Montherlant conto di scrivere, e Le sono assai grato del suggerimento» (lettera di Elémire Zolla datata Torino, 15 aprile 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 340, cfr. Appendice, lettera n. 19). Dall’incontro di Elena resterà poi profondamente colpito: «Mi è capitato raramente di sentirmi vivificare da una conversazione – da un incontro umano – ed ero abituato ad aspettarmi suggerimenti e idee più dai libri che dalle persone: è una ‘pietrificazione’ che Lei ha sciolto» (lettera di Elémire Zolla datata 17 agosto 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 346, cfr. Appendice, lettera n. 21). Top
84 Lettera di Pietro Citati a Elena Croce datata Cervo Ligure (Imperia), 29 luglio 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXV: 1955, fasc. VI, n. 72 (cfr. Appendice, lettera n. 15). Top
85 C. Cases, Il “caso” Adorno, in Id., Il testimone secondario. Saggi e interventi sulla cultura del Novecento, Torino, Einaudi, 1985, pp. 83-88, cfr. E. Giammattei, Aspetti della ricezione italiana di Adorno: tra moralismo e letteratura, cit., p. 524. Top
86 Sulla versione e riduzione solmiana si veda R. Solmi, “Minima moralia”: precisazioni dell’autore e della scelta einaudiana (in una lettera a «Belfagor»), e C. Cases, La “mauvaise époque” e i suoi tagli, in «Belfagor», 32 (1977), 4, pp. 697-716; cfr E. Giammattei, Aspetti della ricezione italiana di Adorno: tra moralismo e letteratura, cit., pp. 521 e sgg. Top
87 P. Citati, Fine dello stoicismo (in risposta a Italo Calvino), in «Paragone», 1955, agosto, 68, pp. 33-34. Top
88 «Ho letto il Renato Solmi, e mi sembra molto interessante. Forse scriverò (anzi certo) una noticina intitolata “I pericoli dell’allegoria”, su di lui e il lukàcsismo milanese» (lettera di Pietro Citati a Elena Croce datata 30 dicembre 1954 in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. IV, n. 34). Top
89 Lettera di Pietro Citati a Elena Croce datata Cervo Ligure Torino 7 luglio [1955] in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 71, cfr. Allegato, lettera n. 14. Top
90 «Cara Signora, quel che mi scrive sullo sguardo “sinistro” a Napoli (tra l’altro, il genio è che lo Zolla non ce l’ha: è troppo anche superficialmente buono per averlo) mi fa capire molte cose. Il romanticismo, l’irrazionalismo, e tutte queste cose, a Napoli l’avete esorcizzate e confinate nella iettatura: che di più demonico e insieme di più tranquillante, casalingo – e sempre nei suoi confini? A pensarci, anche Lei, nei suoi giudizi sulle persone, ha sempre a disposizione questa categoria perché è così violenta? perché una persona antipatica è potenzialmente uno iettatore, e per questo il male Le sembra così orribile e così fascinoso» (cartolina postale di Pietro Citati a Elena Croce datata 14 agosto [1955] in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 69). Zolla scriverà nello stesso periodo: «Adorno le è parso dunque solo nel filone decadentistico? È un discorso lungo e arduo che mi piacerebbe riprendere a voce» (biglietto di Elémire Zolla datata 9 agosto, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 345). Top
91 Biglietto di Elémire Zolla datata Torino, via Pesaro 19 luglio 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 344 (cfr. Appendice, lettera n.20). «Le spedisco il saggio su Adorno e la recensione del Mayer» (biglietto di Elémire Zolla datato 22 luglio 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 348). Top
92 W. Benjamin, Schriften, a cura di Th. W. Adorno e G. Adorno, Francoforte, Suhrkamp, 1955, voll. 2. Top
93 Lettera di Elémire Zolla a Elena Croce datata 14 novembre 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio, XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 351(cfr. Appendice, lettera n. 22). «L’editore tedesco mi comunica che Benjanim, a ripensarci, mi spetta e che sta per arrivarmi. […] Cases ha rinunciato al Benjamin? Me lo potrebbe comunicare con certezza prima che mi accinga a farne una recensione (od un saggio)? Grazie» (lettera di Elémire Zolla a Elena Croce datata 5 dicembre [1955], in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio, XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 354, cfr. Appendice, lettera n. 23). Top
94 Lettera di Elémire Zolla a Elena Croce datata 18 dicembre 1955, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio, XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 359 (cfr. Appendice, lettera n. 24). Top
95 Lettera di Elémire Zolla a Elena Croce datata 31 gennaio 1955 [ma 1956], in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio, XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 355 (cfr. Appendice, lettera n. 25). Top
96 Lettera di Elémire Zolla a Elena Croce datata 6 gennaio 1956, in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio XXVI: 1956-1959, fasc. II, n. 65 (cfr. Appendice, lettera n. 26). E. Zolla, Walter Benjamin, «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 24-27. Top
97 E.R [E. Croce], Intorno agli intellettuali, «Lo Spettatore italiano», 1952, 5, pp. 204 e sgg. Top
98 E. Zolla, L’eclissi dell’Intellettuale (Milano, Bompiani, 1956), pp. 194-5: «Se restiamo fermi all’accettazione di intellettuale come detentore di una tecnica che si mette al servizio della società, perché mai criticare lo stato di fatto attuale, che si limita a ribadire i ceppi o forse soltanto a renderli più visibili? Se la società oggi chiede all’intellettuale non già che la interpreti, ma che la registri, che non viva come professionista libero ma come specialista entro una azienda, perché non accogliere ciò che le cose stesse dettano? Quando una concezione conduca alla pietrificata inerzia, all’acquiescenza dinanzi al fatto come tale, è segno che non può soccorrere nella ricerca della verità come critica, ed è necessario abbandonarla. Perciò abbandoniamo la definizione dell’intellettuale come categoria sociale, ricordiamo che se intellettuale significa differenziazione spirituale, ripugna il concetto di categoria dei differenziati, ovvero categoria di coloro che non rientrano in categorie. Abbandoniamo il concetto di intellettuale che ci conduce a scrivere l’atto di decesso, accogliamo quella che Gramsci voleva che fosse una mera allucinazione, ovvero l’idea di intellettuale che fu propugnata da Croce». Top
99 Cfr. p. 196. Top
100 E.R. [E. Croce], Sfoggio e povertà della nostra sociologia, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 3, p. 161. Top
101 Ead., Quietismo dell’“engagement”, in «Lo Spettatore italiano», 1951, 3, p. 64. Top
102 Ead., Rudolf Borchardt. I discorsi, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 381-392.
Ead., rec. a Hugo Von Hofmanstahl e R. Borchardt, Briefweshsel (Frankfurt am Mein, Fischer Verlag, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 10, pp. 470-472. Top
103 Linguaggio e istituzioni del costume, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 399-402. Top
104 Elémire Zolla lettera a Elena Croce datata 14 ottobre 1956 in Napoli. Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce”, Archivio Elena Croce, Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. V, n. 95 (in Appendice, lettera n. 27). Top

(A) Lettera ms. 185x130 recto e verso, conservata nel faldone Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V, n. 32.Top
105 Riferimento al pagamento per l’articolo di Enzo Bottasso, Il sentimento della“ fine di una civiltà”, in «Lo Spettatore italiano», 1949, 5, pp. 74-75. Top
106 L’articolo con titolo Umanesimo storico, sarà pubblicato in «Lo Spettatore italiano», 1950, 1, pp. 9-11. Top

(B) Lettera ms. su foglio tagliato 130x180 recto, carta intestata “Lo Spettatore Italiano”, conservata nel faldone Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V, n. 33. Top
107 In «Lo Spettatore italiano», 1950, 1, pp. 9-11. Top
108 Rec. a L’educazione umanistica in Italia, testi scelti e illustrati a cura di E. Garin (Bari, Laterza, 1949), in «Lo Spettatore italiano», 1950, 1, pp. 16-8. Top
109 Note sulla "politica" di Lutero, in «Rivista di filosofia» 1950, n. 41, pp. 203-215.
Lettera ms. 175x130 recto, conservata nel faldone Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V, n. 39. Top

(C) Lettera ms. 175x130 recto, coservata nel faldone Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. V, n. 39. Top
110 Si tratta dell’articolo di Emme [Rocco Montano], L’Umanesimo storico e Lo Spettatore italiano, in «Delta», maggio 1950, n. 5, pp. 33-34. Per gli scritti di Vittorio De Caprariis si veda M. Griffo, Bibliografia di Vittorio de Caprariis, in «Annali dell'Istituto per gli Studi Storici», 20 (2003-2004), pp. IX-L. Top
111 Sante La Rocca è il nom de plume di Vittorio De Caprariis come si ricava dalla lettera inviata a Elena Croce il 4 gennaio. De Caprariis si riferisce all’articolo dal titolo Polemica umanistica, pubblicato in «Lo Spettatore italiano», 1950, 6, pp. 134-136. Top
112 All’articolo di De Caprariis Polemica umanistica è premessa una nota della redazione dove si ribadisce: «L’individuare il corso molteplice della tradizione umanistica nella cultura europea attraverso le sue singole ramificazioni nazionali, e i momenti in cui tradizione e spirito umanistico confluiscono e quelli in cui essi divergono è una delle più ricche e complesse, e forse più fruttifere indagini che si possano oggi compiere» (p. 135). Top

(D) Lettera ms. su 3 fogli 185x135 recto e verso, conservata nel faldone Carteggio «Aretusa» e «Lo Spettatore italiano», XXI: 1944-1951, fasc. IV, n. 5. Top
113 Toscana ottocentesca, in «Lo Spettatore italiano», 1948, 10, pp. 147-148. Top
114 E. Rossi, “Crisi della cultura”, in «Lo Spettatore italiano», 1948, 10, pp. 151-152. Top
115 Proprio in questi anni (1948-1949) Luigi Scaravelli teneva all’Università di Pisa le lezioni sulle Meditazioni metafisiche di Cartesio, pubblicate da Franco Angeli nel 2007 nel volume Scritti su Cartesio. Top
116 A firma di Ettore Passerin d’Entrèves usciranno solo il saggio Il processo al Risorgimento dalla crisi post-unitaria ad oggi, in «Lo Spettatore italiano», 1951, 8, pp. 207-210, e due recensioni: a G. Spini, Mito e realtà della Spagna nelle rivoluzioni italiane del 1820-21 (Roma, Perrella, 1950), in «Lo Spettatore italiano»,1951, 4, pp. 41-43; e a A.J.P. Taylor, The struggle for mestery in Europe 1848-1918, Oxford, Clarendon Press, 1955 con titolo Uno studio di storia europea fra ’700 e’800, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 11, pp. 468-470. Top
117 Forse il riferimento riguarda il volume di Filippo Burzio pubblicato quell’anno: Repubblica anno primo: scritti politici di attualità (Torino, Egea, 1948). Top
118 La vita e le opere di Johann Gottfried Seume, in «Nuova rivista storica», XXXII, gennaio-giugno 1948, pp. 18-35. Top

(E) Lettera ms. 180x125 recto e verso, carta intestata “Giulio Einaudi editore”, conservata nel Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. I, n.17. Top
119 La civiltà di Gobetti, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 1, pp. 9-14.Top
120 I saggi critici di Cesare Pavese [C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, con prefazione di I. Calvino Torino, Einaudi, 1951], in «Lo Spettatore italiano», 1952, 2, pp. 60-65.Top

(F) Biglietto ds. 95x130 recto, conservato nel faldone Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. II, n. 30.Top
121 Ma Liberismo e decadentismo, in «Lo Spettatore italiano», 1952, 12, pp. 476-482.Top

(G) Biglietto ms. 95x130 recto, conservato nel faldone Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. II, n. 31.Top
122 Fortini aveva già pubblicato sulla rivista una recensione a Albert Camus, L’homme révolté (Paris, Gallimard, 1951), in «Lo Spettatore italiano», 1952, 1, pp. 27-30; in seguito usciranno altri contributi: Gli ultimi animali parlanti, 1954, 3, pp. 130-132; Scrittori e «Scripteurs», 1954, 6, pp. 297-299; I racconti di Bassani [lettera a Bassani], 1955, 7, pp. 296-298.Top

(H) Lettera ds. su due fogli 240x180 recto, conservata nel faldone Carteggio, XXV: 1950-1955, fasc. VII, n. 122.Top

(I) Cartolina postale ms. 100 x 135 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. III, n. 13.Top
123 München, Kösel, 1952.Top

(J) Lettera ds. 280x220 recto, conservata nel faldone Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. IV, n. 15.Top
124 Rec. a Ernest Niekisch, Das Reich der niederen Dämonen (Hamburg, Rowohlt Verlag, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 2, pp. 79-80 e VIII.Top
125 Rec. a Max Frisch, Stiller (Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 4, pp. 157-159.Top
126 Rec.a Die Künste im technischen Zeitalter (München, R. Oldenbourg, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 5, pp. 212-213.Top
127 Rec a Georg Lukács, Die Zerstörung der Vernunft (Berlin, Aufbau Verlag, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 7, pp. 302-303.Top
128 Nell’articolo Un giovane contro il leviatano, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 10, pp. 462-5, dove erano presentate le opere di Schmidt Leviathan e Die Umsiedler, Cases aveva definito lo scrittore tedesco enfant terrible, insistendo più volte sul valore della sua produzione di «giovane vero».Top
129 P. Chiarini rec. a H. Mayer, Studien zur Deutschen Literaturgeschichte (Berlin, Rütten & Loening, 1954) in «Società», dicembre 1954, n. 6, p. 1101. Chiarini si riferiva alle osservazioni esposte da Cases nella recensione a Roy Pascal, The German Sturm und Drang (Manchester, Manchester University Press, 1953) in «Società», giugno 1954, 3, pp. 493-498.Top
130 Giornalista e scrittore svizzero (Mulhouse 1883-Kilchberg, Zurigo 1968).Top
131 La raccolta di articoli e notarelle sul linguaggio, uscita nel 1937, era stata riedita nel 1954 (München, Kösel).Top

(K) Lettera ds. 280x220 recto, conservata nel faldone Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 41.Top
132 Lia Wainstein. L’intellettuale di origine finlandese, che era stata presentata a Elena Croce da Cases nel novembre del 1953, collaborò attivamente nella redazione de «Lo Spettatore» anche come traduttrice. Top
133 Leo Spitzer, Critica stilistica e Storia del Linguaggio, a cura di A. Schiaffini, Bari, Laterza, 1954. Il volume è recensito senza firma ne «Lo Spettatore italiano», 1955, 3, p. I.Top
134 Alla nota 16 dell’articolo su Nestroy, Elena Croce osserva: «Leo Spitzer, Critica stilistica e Storia del linguaggio (Laterza, Bari, 1954), p. 125. “Nella mia prima pubblicazione, Die Wortbildung als stilistisches Mittel (terminata nel 1910) studiai le formazioni lessicali comiche in Rabelais, tema al quale mi sentivo attratto a causa di certe affinità che ritrovavo tra lo stile comico del Rabelais e quello viennese (Nestroy)”. Il Kraus – v. saggio cit. [Nestroy und die Nachwelt] – insiste invece sulla necessità di distinguere ciò che nel linguaggio del Nestroy è pienamente individuale da ciò che può dirsi esempio di stile comico viennese» (Prodigio e stile in J. Nestroy, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 2, p. 73).Top
135 Si tratta del fondamentale I limiti della critica stilistica e i problemi della critica letteraria in «Società», 1955, nn. 1 e 2, pp. 46-63; 266-291; poi con tit. Leo Spitzer e la critica stilistica in Id., Saggi e note di letteratura tedesca, Torino, Einaudi, 1963, pp. 267-314.Top

(L) Lettera ds. 240x190 recto, conservata nel faldone Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 42.Top
136 Thomas Mann, Bekenntnisse des Hochstaplers Felix Krull, Der Memoiren erster Teil (Frankfurt am Main, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 4, pp. 164-5.Top
137 Settimanale letterario e politico di ispirazione marxista, fondato a Roma il 27 marzo del 1954. Fu diretto inizialmente da Romano Bilenchi, Carlo Salinari e Antonello Trombadori.Top
138 E. Croce, Prodigio e stile in J. Nestroy, cit., pp. 57-73.Top
139 Ivi, pp. 57-58.Top
140 Pubblicato solo nel settembre del 19156 con titolo Karl Kraus: La parola e L’Apocalissi, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 393-399.Top
141 Johannes Pfeiffer, Karl Kraus Satire drückt die Spannung aus, die zwischen der wahren Wirklichkeit und dem tatsächlichen Zustand der menschlichen Dinge besteht. in Deutsche Literatur im XX. Jahrhundert: Strukturen und Gestalten, zwanzig Darstellungen, eds. H. Friedmann e O. Mann, Heidelber, Rothe, 1954, pp. 305-320.Top
142 Munchen, Kosel, 1955.Top
143 Dello scrittore messicano Alfonso Reyes, Elena Croce aveva recensito il saggio su Goethe: Trayectoria de Goethe (Mexico, Fondo de cultura economica, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 1, pp. 32-33.Top
144 Un giovane contro il leviatano, cit. Top
145 Il posto della pubblicistica, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 2, pp. 49-51.Top
146 La recensione a firma di Cesare Cases uscirà nel gennaio del 1956, cfr. rec. a Erich Brock, Götter und Titanen (Zürich, Artemis-Verlag, 1954), in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 43-44.Top

(M) Lettera ds. 250x180 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. III, n. 18.Top
147 «Non ci sembra del tutto casuale che, più di una volta, qualche termine del linguaggio di Croce possa permetterci una “traduzione” abbastanza calzante. Sotto l’enorme differenza di culture c’è, di fatto, più di una parentela di problemi reali. In ambedue i casi, l’identità, l’unicità dei valori poetici, e la robusta totalità della poesia, «contemplazione della vita nella sua intangibile interezza», si sono sviluppati e sono maturati nel corso di una strenue polemica antidecadente e antiromantica. In una parola, il rapporto è di vitalità umana, di problemi morali, e il ritratto di Lukács che si consentono gli scarsi spiragli aperti sull’uomo, ha dei tratti che ci sembrano famigliari: la positività come vittoria sul pessimismo, l’accettazione dura del reale, la crudeltà di fronte alla propria persona» (Tre libri di Lukàcs, in «Lo Spettatore italiano», 1954, 1, pp. 17-21).Top
148 Si tratta del volume, poi recensito da Cordelia Gundolf , Felix Hartlaub, Von Unten Gesehen, Impressionen und Aufzeichnungen des Obergefreiten, Herausgegeben von Geno Hartlaub (Stuttgart, K. F. Koehler Verlag, 1950), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 1, pp. 36-37.Top

(N) Cartolina postale ms. 100x145 recto e verso, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 71.Top
149 Sul margine sinistro del foglio Citati aggiunge riferendosi a Prismen: «Servirà a Lei, c’è roba su Veblen, la “Kulturkritik”ecc. Che reazione ha avuto il suo saggio? Lo divulgherò». Il saggio a cui accenna Citati è probabilmente Una polemica in declino, pubblicato da Elena Croce nel giugno (pp. 221-227).Top
150 E. Zolla, rec. a Hans Mayer, Thomas Mann (Torino, Einaudi, 1955), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 9, pp. 385-386.Top
151 Ragazzo di Trastevere, Firenze, Vallecchi, 1955.Top
152 A. Lombardo, La poesia di Robert Lowell, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 6, pp. 238-244.Top
153 Id., Rinascimento americano, «Lo Spettatore italiano», 1954, 8, pp. 369-374.Top
154 Giorgio Melchiori partecipò a «Lo Spettatore» dal gennaio del 1951; gli era affiancato dal luglio del 1952, come anglista, Agostino Lombardo.Top
155 Il giovane anglista non fu tra i collaboratori de «Lo Spettatore».Top

(O) Lettera ms. 240x190 recto e verso, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 72.Top
156 LiaWainstein.Top
157 Si tratta del primo articolo di Zolla pubblicato su «Lo Spettatore», Henry de Montherlant, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 8, pp. 331-336.Top
158 D. Frigessi, Idelogia di Scipio Slataper I e II, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 5, pp. 204-210; 250-256.Top
159 Fine dello stoicismo (in risposta a Italo Calvino), in «Paragone», 1955, agosto, 68, pp. 32- 41.Top

(P) Lettera ms. su foglio piegato 190x140 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXV: 1950-1955, fasc. VI, n. 120.Top
160 Rec. a M. Marti, Cultura e stile nei poeti giocosi del tempo di Dante (Pisa, Nistri-Lischi, 1953), in «Lo Spettatore italiano», 1954, 12, pp. 542-544.Top

(Q) Lettera ms. 240x150 recto su carta intestata “The Johns Hopkins University”, conservata nel faldone Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. V, n. 70. Per uno studio approfondito dei documenti di Spitzer conservati in archivio si rimanda al lavoro di D. Colussi, Lettere di Leo Spitzer a Benedetto Croce (1927 - 1948) e a Elena Croce (1955 - 1960), di prossima pubblicazione nel volume 2010 degli «Annali dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici».Top
161 Di Spitzer verrà pubblicato su «Lo Spettatore» solo l’articolo Le due stilistiche di Giacomo Devoto, nel settembre del 1955 ( pp. 356-363). D’altra parte al settembre del 1956 sarebbe seguito solo l’ultimo numero della rivista.Top

(R) Lettera ms. su foglio piegato 175x135 recto, conservata nel faldone Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. V, n. 71.Top

(S) Biglietto ms. 100x150 recto e verso, conservato nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 340.Top
162 L’articolo su Pavese non verrà pubblicato. Citati ne aveva scritto a Elena Croce nel dicembre del 1954 definendolo uno scritto intelligente, ma inadatto a «Lo Spettatore» che aveva dedicato allo scrittore piemontese diversi contributi. Top
163 A. Huxley, The doors of perception, (London, Chatto and Windus, 1954).Top
164 Henry de Montherlant, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 8, pp. 331-6.Top

(T) Biglietto ms. 100x150 recto e verso, conservato nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 344.Top
165 Rec. a R. Masson, Les compères de miséricorde, (Paris, Laffont, 1955), in «Lo Spettatore italiano», 1955, 11, pp. 477-478.Top
166 Il saggio verrà spedito qualche giorno dopo, ma non sarà pubblicato su «Lo Spettatore».Top

(U) Biglietto ms. 100x150 recto e verso, conservato nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 346.Top
167 A Parella tra le colline della Pedànea, si trovava la casa di campagna della famiglia Craveri.Top
168 La Biennale, che Zolla seguirà tra fine agosto e inizio settembre.Top

(V) Biglietto ms. 100x150 recto e verso, conservato nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 351.Top
169 Rec. a Valer Larbaud, Journal 1912-35 (Parigi, Gallimard, 1955), e rec. a David Kelly, The Hungry Sheep (Londra, Hollis & Carter, 1955), pp. 45-6, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 41-42; 45-46.Top
170 W. Benjamin, Schriften, Hrsg. von Th. W. Adorno und Gretel Adorno unter Mitwirkung von Friedrich Podszus, Frankfurt a.M.] Suhrkamp Verlag, 1955.Top
171 Minuetto all’Inferno, uscito nel 1956 e recentemente ristampato con introduzione di G. Marchianò (Torino, Aragno, 2004), alla quale si deve oltre a un intenso e meritorio lavoro di studio e diffusione dell’opera dello scrittore – tra cui in particolare la biografia intellettuale Il conoscitore di segreti, Milano, Rizzoli, 2006 – la recente costituzione dell'Associazione Internazionale di Ricerca Elémire Zolla (A.I.R.E.Z.) per la tutela e la valorizzazione del suo lascito intellettuale (www.elemirezolla.org). Il romanzo Minuetto all’Inferno verrà recensito da Citati, Due «gettoni» [rec. a Francesco Leonetti, Fumo, fuoco e dispetto, Torino, Einaudi, 1956; Elémire Zolla, Minuetto all’Inferno, Torino, Einaudi, 1956], in «Lo Spettatore italiano», 1956, 10-12, pp. 443-5.Top

(W) Biglietto ms. 100x150 recto e verso, conservato nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 354.Top
172 P. Eluard, Poesie, con l'aggiunta di alcuni scritti di poetica; introduzione e traduzione di F. Fortini, Torino, G. Einaudi, c1955, poi recensito in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, p. 42.Top
173 United States Information Service o USIA, United States Information Agency (1953-1999), agenzia statunitense istituita per la promozione della cultura e degli interessi nazionali all’estero.Top
174 I Cantos di Ezra Pound, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 11, pp. 465-467.Top
175 A. Gide, P. Valéry, Correspondance 1890-1942, Paris, Gallimard, 1955, rec. da Zolla con tit. Il carteggio Gide-Valéry, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 66-69.Top

(X) Lettera ds. con interventi mss. 250x225 recto (ultimo periodo prima dei saluti manoscritto), conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955, fasc. VIII, n. 359.Top
176 P. Eluard, Poesie, con l'aggiunta di alcuni scritti di poetica, cit. Top
177 Zolla si riferisce al volume pubblicato da Martin Buder nel 1928 (Hellerau, Jakob Hegner).Top
178 A. Gide, P. Valery, Correspondance 1890-1942, cit.Top

(Y) Lettera ds. con saluti e post-scriptum mss. 250x225 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXV: 1950-1955 fasc. VIII, n. 355.Top
179 La recensione uscirà nel giugno: E. Z. rec. a Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (Torino, Einaudi, 1956), in «Lo Spettatore italiano», 6, pp. 289-91.Top
180 Riferimento alla recensione cit. a P. Eluard, Poesie, con l’aggiunta di scritti di poetica.Top
181 The letters of Ezra Pound: 1907-1941, edited by D. D. Paige, London, Faber & Faber, 1951. Di Zolla era stato pubblicato un articolo su I Cantos di Ezra Pound, in «Lo Spettatore italiano», 1955, 11, pp. 465-7.Top

(Z) Lettera ds. con saluti mss. 285x225 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio XXVI: 1956-1959, fasc. II, n. 65.Top
182 Walter Benjamin, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 1, pp. 24-7.Top

(Z°) Lettera ds. con saluti mss. 285x225 recto, conservata nel faldone Archivio Elena Croce, Carteggio «Lo Spettatore italiano», XXII: 1952-1964, fasc. V, n. 95.Top
183 Si riferisce a una richiesta di pubblicazione su «Nuovi argomenti»; sulla rivista di Moravia, Zolla pubblica nel maggio-giugno 1957, n. 26 il saggio Silenzio e coscienza della Germania (pp. 152-162); nel settembre-ottobre del 1958 n. 34 Decadenza della persuasione (pp. 115-126); nel novembre 1958-febbraio 1959 n. 35-36 Industria e letteratura (pp. 70-140).Top
184 Theodora Keogh. La scrittrice americana aveva pubblicato quell’anno il romanzo My name is Rose che Zolla aveva inviato a Italo Calvino. Il volume viene recensito da Zolla in «Lo Spettatore italiano», 1956, 10-12, p. 455.Top
185 Pubblica il romanzo della Keogh nello stesso anno dell’edizione londinese recensita da Zolla.Top
186 «Dio e il diavolo […] sottopongono Lotario [il protagonista del romanzo] alla stessa prova di Giobbe vale a dire alla prova della miseria e dell’abiezione», in Minuetto all’Inferno di Elémire Zolla, in «Paese Sera», 2 ottobre 1956, p. 3; l’articolo è firmato D. Top
187 Linguaggio e istituzioni del costume, in «Lo Spettatore italiano», 1956, 9, pp. 399-402.Top
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