Rubbettino Editore
Rubbettino
Torna alla Pagina Principale  
Redazione: Fausto Cozzetto, Piero Craveri, Emma Giammattei, Massimo Lo Cicero, Luigi Mascilli Migliorini, Maurizio Torrini
Vai
Guida al sito
Chi siamo
Blog
Storia e dintorni
a cura di Aurelio Musi
Lettere
a cura di Emma Giammattei
Periscopio occidentale
a cura di Eugenio Capozzi
Micro e macro
a cura di Massimo Lo Cicero
Indici
Archivio
Norme Editoriali
Vendite e
abbonamenti
Informazioni e
corrispondenza
Commenti, Osservazioni e Richieste
L'Acropoli
rivista bimestrale


Direttore:
Giuseppe Galasso

Responsabile:
Fulvio Mazza

Redazione:
Fausto Cozzetto
Piero Craveri
Emma Giammattei
Massimo Lo Cicero
Luigi Mascilli Migliorini
Maurizio Torrini

Progetto grafico
del sito:
Fulvio Mazza

Collaboratrice per l'edizione online:
Rosa Ciacco


Registrazione del
Tribunale di Cosenza
n.645 del
22 febbraio 2000

Copyright:
Giuseppe Galasso
 
Cookie Policy
  Sei in Homepage > Anno XI - n. 1 > Saggi > Pag. 39
 
 
Un'altra impresa. La tradizione del movimento cooperativo in Emilia Romagna
di Tito Menzani
Aspetti quantitativi e qualitativi

Il movimento cooperativo italiano gode attualmente di una indiscussa floridezza e può dirsi uno degli elementi più virtuosi della nostra economia, nonché un fattore di spicco all’interno della società civile, se non altro perché gli oltre undici milioni di soci rappresentano un corpus particolarmente nutrito. Una delle caratteristiche storiche della cooperazione è il suo eterogeneo radicamento locale, con aree particolarmente interessate dal fenomeno ed altre che, viceversa, sono coinvolte molto più marginalmente. L’Emilia-Romagna è comunemente considerata come il cuore pulsante della cooperazione italiana, perché caratterizzata fin dal XIX secolo da una tradizione associazionistica decisamente vivace, che ancora oggi pone la regione in una posizione di leadership, soprattutto in termini di volume d’affari sviluppato. Il movimento collegato alla centrale di tradizione socialista – Legacoop –, meglio noto come quello delle «cooperative rosse», produce circa la metà del proprio fatturato in Emilia-Romagna, per oltre 25 miliardi di euro; le società di orientamento cattolico – iscritte a Confcooperative – hanno anch’esse un’importante base d’appoggio nella regione, dove sviluppano oltre un terzo del fatturato nazionale, per circa 22 miliardi di euro; in misura minore, ma non per questo trascurabile, anche le cooperative «laiche», legate alla tradizione repubblicana e socialdemocratica, che si riconoscono nell’Alleanza generale delle cooperative italiane (Agci), pure vantano un punto di forza in Emilia-Romagna, dove viene prodotto il 40% circa del loro fatturato nazionale, pari a 3 miliardi di euro1.
Nella regione, quindi, tutte e tre le principali tradizioni storiche della cooperazione italiana2 sovrappongono le proprie strutture e le proprie reti, in un assommarsi di grandi imprese, consorzi, organismi finanziari o di rappresentanza, che fanno dell’Emilia-Romagna uno dei comprensori mondiali a maggior vocazione cooperativistica. Alcune centinaia di migliaia di soci – oltre un milione considerando anche quelli del consumo – animano oggi l’economia cooperativa regionale, e danno vita ad alcune migliaia di imprese autogestite, in tutti i principali comparti, per un giro d’affari, appunto, di oltre 50 miliardi di euro. Dalla miriade di piccole cooperative, frutto dell’associazionismo bracciantile, operaio ed artigiano, che caratterizzavano il movimento emiliano-romagnolo a cavallo tra Ottocento e Novecento, si è passati oggi ad un tessuto molto più diversificato, nel quale si segnalano diverse grandi imprese, spesso con posizioni di leadership a livello nazionale, alle quali si aggiungono alcune importanti società per azioni controllate da cooperative. Nel settore agricolo ed agroalimentare emergono Apo-Conerpo, principale gruppo ortofrutticolo europeo, Progeo, tra i principali produttori italiani di mangimi, Granarolo, leader nazionale nel comparto lattiero-caseario, Unibon, noto produttore degli insaccati Casa Modena3, e Conserve Italia, che detiene i marchi Derby, Yoga, Valfrutta e Monjardin; nella manifattura spiccano la Sacmi, tra i maggiori gruppi internazionali della meccanica, e la Cefla, altra corporate multinazionale, ma anche le cooperative edili, con quattro presenze fra le prime dieci imprese italiane del settore delle costruzioni (Unieco, Cmc, Cmb, Coopsette); nella distribuzione commerciale si intersecano tre delle nove grandi cooperative di consumo – Coop Adriatica, Coop Estense, Coop Consumatori Nordest – nonché le più importanti cooperative italiane fra dettaglianti, e cioè Conad e Sigma; nel terziario si distinguono Coopservice, Formula Servizi e Manutencoop, tutte leader in Italia nel facility management o nei servizi in genere; nel settore del credito spiccano Unipol gruppo finanziario (Ugf), attivo anche nel comparto assicurativo, e varie banche di credito cooperativo, in passato denominate casse rurali; nella ristorazione Camst e Cir-food sono fra le prime imprese italiane del settore. Oltre a tutto questo, hanno la propria origine e la propria sede operativa in Emilia-Romagna vari consorzi che agiscono su base nazionale, come il Consorzio cooperative costruzioni (Ccc) o il Consorzio nazionale servizi (Cns), nonché alcuni importanti strumenti finanziari del movimento, come il Consorzio cooperativo finanziario per lo sviluppo (Ccfs) e la Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna, ambedue nati dalla trasformazione di enti sorti con altri scopi e successivamente riformati4.
Come si può facilmente constatare, si tratta di un panorama decisamente ricco, complesso ed articolato, che è il risultato di una storia lunga un secolo e mezzo, fatta di momenti propulsivi ma anche di decelerazioni, di improvvise frenate e di scostamenti di rotta. Dai primordi del cooperativismo ottocentesco, quando la sperimentazione pionieristica si intersecava al paternalismo di stampo liberale, si è prima passati attraverso la breve fase reazionaria che ha traghettato il paese dal XIX al XX secolo, per giungere poi a quell’età giolittiana definita «l’epoca d’oro della cooperazione». In questo momento storico, la cooperazione emiliano-romagnola pose quelle radici economiche e sociali che avrebbero rappresentato le solide fondamenta sulle quali realizzare un’architettura sempre più moderna, in grado di resistere ai traumi delle guerre mondiali, della dittatura fascista, e di alcune gravi crisi economiche5.
Al di là di questi passaggi, la cooperazione ha dimostrato una sorprendente capacità metamorfica, non solo perché ha saputo fiorire nell’alveo di ideologie differenti – dal marxismo al cattolicesimo sociale – ma anche perché è stata in grado di sopravvivere e svilupparsi in contesti istituzionali diversi, dal fascismo alla prima Repubblica. E in tutte queste fasi, l’Emilia-Romagna non ha mai cessato di stare «al centro della storia»6, ossia di essere la principale regione di attecchimento del movimento autogestito, ma anche uno dei luoghi del dibattito politico e teorico relativo alla cooperazione, dove sperimentare primariamente i nuovi modelli imprenditoriali.


Alcuni stereotipi interpretativi

In generale, il motore del movimento cooperativo può essere fatto derivare da un’alchimia fra self-help e solidarietà, anche se la crescita che ne è scaturita è andata molto oltre la struttura aziendale, ed è sfociata nella realizzazione di networks di vario genere, con numerose e significative implicazioni extraeconomiche. Questa indiscutibile vivacità ha sollecitato diversi tentativi di spiegare le ragioni del successo emiliano-romagnolo, ma a prescindere dalla complessità sopra espressa, il senso comune ha teso ad interpretare questa grande modernizzazione in maniera riduzionistica.
Si sono così diffusi e radicati, con una sorprendente ampiezza, due differenti stereotipi relativi al fenomeno cooperativo, che sulla base di suggestioni e considerazioni opposte cercano di spiegare le regioni dell’affermazione cooperativa in Emilia-Romagna. Il primo è quello dei cosiddetti detrattori della cooperazione, per i quali i motivi del successo di questo genere d’impresa nella nostra regione sono da imputarsi quasi esclusivamente al sostegno ricevuto dal Pci e dagli altri partiti di sinistra. In questo senso, quindi, si sarebbe innescato un meccanismo sotterraneo (ed illecito) di scambio fra voti ed appalti, per il quale le cooperative facevano da bacino elettorale a certe forze politiche per ricevere in cambio un aiuto in termini di commesse pubbliche.
Questa spiegazione comporta, innanzi tutto, una banalizzazione del rapporto fra mondo politico e cooperativo, e riduce il rapporto fra queste due compagini ad un mero interesse, quando, invece, si dovrebbe dare ragione di un retroterra molto più vasto. La cooperazione, infatti, nacque nel corso dell’Ottocento come una forza che – sul filone di ideologie differenti – si proponeva una generale trasformazione della società e del suo sistema economico, in accordo con alcune compagini politiche – marxiste, mazziniane, cattolico-sociali – che si erano poste il medesimo obiettivo. Vi era, quindi, una più nobile condivisione valoriale, che partiva da un esame della società e del sistema economico, e che travalicava qualsiasi logica spicciola di scambio fra voti e appalti. Quest’ultimo aspetto, semmai, rappresenta una degenerazione che ha interessato – e che continua ad interessare – il rapporto fra imprese e politica nel suo complesso, ma nel quale non si ravvisa un ruolo peculiare del movimento cooperativo, giacché anche le aziende tradizionali possono rendersi partecipi di certe dinamiche perverse7.
Inoltre, nell’ambito di questo paradigma, che vuole la cooperazione emiliano-romagnola forte perché aiutata dai partiti comunista e socialista, non si spiega come mai anche le altre compagini – quella cattolica e quella repubblicana – abbiano nella regione un nucleo così robusto di imprese e reti associative. Né si spiega come mai il movimento cooperativo sia così dinamico anche in quei settori come la grande distribuzione commerciale, il credito o l’agroalimentare dove gli appalti pubblici non hanno il benché minimo ruolo. Infine, non si comprende neppure perché questo sostegno politico alla cooperazione abbia avuto un esito così favorevole solo in Emilia-Romagna, visto che le «giunte rosse» sono state una realtà importante anche in molte altre regioni italiane, dove, invece, il movimento cooperativo ha una tradizione molto più debole.
In sintesi, pur se è vero che in certi casi si ebbero dei rapporti illeciti e poco trasparenti fra la cooperazione emiliano-romagnola e le amministrazione pubbliche rette dai compagni di partito, non si trattò assolutamente di un fenomeno specifico di questa regione, né imputabile alle sole cooperative, ma inscrivibile in un contesto molto più ampio di relazioni fra imprenditoria e poteri pubblici. In questo senso, quindi, si tratta di un fattore che, in certi casi, può aver agevolato l’affermazione di certe aziende autogestite, ma che preso singolarmente non può assolutamente essere considerato la ragione del successo della cooperazione nella regione, che – come vedremo – ha ben altri motivi.
Il secondo stereotipo del quale si vuole dare conto è generalmente fatto proprio da ex-cooperatori o da coloro che comunque hanno avuto con la cooperazione un rapporto emozionale forte, e che pertanto tendono a spiegare il successo di questo genere di imprenditoria collettiva in termini volontaristici. Il movimento cooperativo avrebbe avuto così tanto successo in Emilia-Romagna perché suffragato e avvalorato dai grandi sacrifici dei soci, le cui rinunce sul piano personale avrebbero consentito quel consolidamento che oggi ci consegna un movimento forte e robusto. Effettivamente, la storia della cooperazione è spesso una storia di dedizioni e privazioni, in uno sforzo collettivo teso a certi obiettivi sociali ed imprenditoriali. Il lavoro disagiato degli «scarriolanti», le autoriduzioni sui salari a beneficio del bilancio della cooperativa, l’impegno volontario domenicale per costruire la sede o la casa del popolo, la rinuncia alle ferie o alle gratifiche in favore dei più bisognosi rimandano ad un’immagine dei cooperatori molto popolare e generosa, in cui l’impegno lavorativo sfociava nella militanza ed in una costante solidarietà. Non si vuole togliere nulla a tutto questo, che risulta oltretutto ben documentato, a partire da diversi casi di studio; più in generale, però, una parte della storiografia e soprattutto il senso comune hanno voluto considerare questi processi di «autosfruttamento» la ragione intrinseca del successo della cooperazione emiliano-romagnola8.
In realtà, pur se questi sforzi consentirono in diversi casi di superare le avversità del momento e di irrobustire determinate compagini aziendali, non è assolutamente possibile considerarli l’elemento decisivo del percorso cooperativo. I sacrifici, di per sé, non sono garanzia di nulla, ma devono essere accompagnati da un intervento sul piano organizzativo che concretizzi il beneficio ricevuto. Infatti, sono moltissimi i casi in cui le ripetute rinunce e privazioni della base sociale non impedirono affatto il fallimento della cooperativa, perché questa scontava un deficit in termini di efficienza aziendale. Inoltre, bisogna anche considerare che se si ammette che la cooperazione emiliano-romagnola è tale grazie ai sacrifici sopportati dalle proprie basi sociali, allora implicitamente si afferma che in altri contesti i cooperatori non furono così avvezzi alla fatica e ai disagi, quando, invece, sono molte le ricerche che raccontano di eguali abnegazioni9.


Temi e problemi del dibattito storiografico

Rifiutati questi due paradigmi, che più che spiegare i motivi di un indiscusso successo ci conducono verso una banalizzazione di certe tematiche, è necessario rendere ragione dei fattori che, al contrario, appaiono più centrali in questo percorso di maturazione. Innanzi tutto, la cooperazione condivide con la tradizione regionale due importanti elementi culturali, che sono la tendenza all’autopromozione (self-help) e l’etica solidaristica; e l’intreccio tra questi due fattori è – in ultima analisi – il fulcro dell’agire cooperativo. In second’ordine, la vivacità dell’associazionismo emiliano-romagnolo, che tra la fase preunitaria e quella postunitaria quasi non aveva eguali nel resto della penisola, può aver incoraggiato la circolazione e l’adozione di modelli cooperativi in quei settori a bassa intensità di capitale dove davvero il «mettersi insieme» poteva fare la differenza. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che nelle province emiliano-romagnole, più che altrove, si sovrapponevano ed intersecavano culture politiche anche molto distanti – dal socialismo massimalista a quello riformista, dal cattolicesimo sociale a quello conservatore, dal repubblicanesimo al liberalismo –, con figure di grande spessore intellettuale che molto hanno dato anche alla cooperazione10.
Al di là di queste importanti premesse, che hanno fatto sì che la cooperazione apparisse un tratto distintivo della regione fin dal tardo Ottocento e ancor più in età giolittiana, il vero consolidamento si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, quando, terminata l’esperienza fascista e superati i traumi del conflitto, si ebbe una nuova fioritura cooperativistica. Tra il 1945 e il 1950, in tutta la regione vennero fondate o rifondate un migliaio di cooperative, in molteplici comparti economici, che andavano a sommarsi ad un nucleo abbastanza rilevante di società autogestite sopravvissute alla dittatura e alla guerra. Nel suo complesso, questa galassia cooperativistica era certamente debole e caratterizzata da una certa estemporaneità, eppure è da questo tessuto imprenditoriale che – nel giro di alcuni decenni – sono state «distillate» le grandi imprese cooperative che abbiamo richiamato in apertura, ed è sempre da questo humus che è scaturito il generale successo del movimento emiliano-romagnolo.
Il nerbo di tale percorso sta nel riorientamento dell’azione cooperativistica fra il secondo dopoguerra e gli anni a noi più prossimi. Infatti, all’indomani della Liberazione, il movimento fiorì all’insegna di un entusiasmo che confondeva sogni e bisogni, con un immaginario collettivo nel quale l’impresa autogestita figurava come uno strumento per costruire una società diversa e migliore. Le sinistre – ancora saldamente legate alla tradizione marxista – vedevano nell’ente cooperativo un laboratorio dove sperimentare soluzioni organizzative nuove e diverse da quelle del sistema capitalista, in linea con la propria ideologia di riferimento11. E così le cooperative agricole non compravano la terra, dato che immaginavano la scomparsa della proprietà privata, quelle di lavoro acquisivano anche appalti e commesse sottocosto, perché non era importante guadagnare ma dare occupazione ad un crescente numero di soci, quelle edili assumevano solamente i tecnici strettamente indispensabili, per non «inquinare» la propria identità operaia, e quelle di consumo sostenevano economicamente il peso di vari scioperi, facendo credito alle famiglie dei lavoratori in lotta. Questa atmosfera di militanza che venne creandosi attorno alle «cooperative rosse» – che in termini differenti caratterizzò anche i sodalizi di orientamento cattolico e repubblicano12 – diede grande popolarità al movimento, e rappresentò sicuramente un valore aggiunto nella fase della ricostruzione, e soprattutto consentì quella diffusione capillare – comune per comune, frazione per frazione – della compagine cooperativa. Con il miracolo economico, divenne sempre più evidente che un simile atteggiamento imprenditoriale, che prendeva le mosse da esigenze sociali e politiche, mal si adattava all’economia di mercato, per cui urgeva cambiare strategia. In pochi decenni, l’impresa cooperativa emiliano-romagnola fu al centro di un dibattito e di una transazione culturale che ne ridisegnarono completamente il perimetro e la struttura costitutiva.
Si tratta di una grande e complessa metamorfosi che ci consegna – dopo gli anni Settanta – l’immagine di una cooperazione trasfigurata e per certi versi irriconoscibile. Infatti, gli elementi che ne avevano permesso la repentina affermazione tra la ricostruzione e il miracolo italiano furono poi anche quelli che vennero abbandonati, per consentire il proseguo dell’esperienza in altra forma. E così dall’egualitarismo si passava alla meritocrazia, dalla logica di lotta a quella di mercato, dalla retorica bracciantile alle attività agroalimentari, dalla cultura operaista alla tecnocrazia, dall’ideologia al senso comune, dall’entusiasmo scanzonato all’efficienza razionale, e, infine, dal collateralismo politico-sindacale all’autonomia aziendale13.
Sono questi i cardini di una grande trasformazione che portò la cooperativa da organismo di difesa e di resistenza al capitalismo ad impresa tout court, capace di confrontarsi con il mercato, l’innovazione, la logica aziendale, e l’implementazione del know-how. In questo senso, la cooperazione emiliano-romagnola ha fatto da traino, e ha consentito di veicolare oltre il miracolo economico un cospicuo numero di sodalizi, salvati dal fallimento e dalla liquidazione grazie a questa generale e tutt’altro che indolore riformulazione di prospettiva. Questo traghettamento si è poi accompagnato con un elemento decisivo – che altrove non è stato parimenti preso in considerazione dal movimento cooperativo – che è la ricerca di una maggiore integrazione per addivenire ad economie di scala e di scopo più vantaggiose.
Infatti, per recuperare il gap con l’impresa privata, che nel frattempo aveva guadagnato un certo grado di sviluppo, il movimento cooperativo ha sfruttato il proprio essere un potenziale «sistema» e ha dato luogo, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, a dei processi di fusione o di creazione di networks. I primi hanno portato all’aggregazione di cooperative omologhe prima su base comprensoriale, poi provinciale e, infine, in certi casi, addirittura regionale o sovraregionale. La stragrande maggioranza delle grandi cooperative che si sono richiamate in apertura sono frutto di processi di accorpamento, che hanno consentito l’accentramento di determinate risorse, l’abbattimento dei costi unitari, l’acquisizione di appalti e commesse con target più elevati, nonché l’allargamento del raggio d’azione, dal mercato locale a quello nazionale o addirittura internazionale.
Parallelamente alle fusioni, anche la costruzione di reti d’impresa ha consentito di operare con una maggiore razionalità o intensità, in direzione di certi vantaggi imprenditoriali. Le filiere dell’agroalimentare, i consorzi della produzione e lavoro o della distribuzione commerciale, gli organismi di finanziamento, fino alla recente costituzione dei gruppi cooperativi rappresentano gli aspetti più tipici e tangibili di questa strutturazione per networks. Le imprese cooperative ed il movimento nel suo complesso, infatti, hanno saputo trovare quelle integrazioni e quelle sinergie per ridurre certi costi di transazione, incidere favorevolmente sui guadagni, irrobustire la presenza nel mercato, e consentire, in ultima analisi, il passaggio dall’isolazionismo campanilista degli anni cinquanta al «sistema cooperativo» attuale14.
Un cambiamento culturale e la logica delle fusioni e delle reti hanno contribuito a salvare un patrimonio di piccole e medie cooperative nate sull’onda di determinati entusiasmi postbellici, ma che rischiavano di naufragare fra i flutti del libero mercato. In altre regioni, le stesse strategie non sempre sono state attuate, o quando hanno avuto luogo si sono spesso confrontate con un tessuto di sodalizi molto più esiguo e rarefatto, che non ha pienamente consentito le aggregazioni o certe politiche di filiera. In sintesi, quindi, il primato dell’Emilia-Romagna in ambito cooperativo ha radici decisamente antiche ma si è alimentato di fattori via via nuovi ed originali, in un percorso di maturazione complesso e certamente non unidirezionale, che merita ulteriori approfondimenti in sede storiografica, se non altro perché è tuttora in corso15.


NOTE
1 T. Menzani, La cooperazione in Emilia-Romagna. Dalla Resistenza alla svolta degli anni settanta, Bologna, Il Mulino, 2007.Top
2 Esistono altre due piccole centrali cooperative, e cioè l’Unione nazionale cooperative italiane (Unci), nata nel 1975 da una scissione di Confcooperative, e anch’essa interprete della dottrina sociale della Chiesa, e l’Unione italiana cooperative (Unicooop), nata nel 2004 e ispirata dai valori della destra sociale.Top
3 Nel 2007, ha promosso un’alleanza con il Gruppo Senfter, e attraverso una joint venture paritetica si è giunti alla nascita di Grandi salumifici italiani.Top
4 Cfr. V. Zamagni, Italy’s Cooperatives from Marginality to Success, in S. Rajagopalan (a cura di), Cooperatives in the XXI Century. The Road Ahead, Punjagutta, Icfai University Press, 2007, pp. 155-179. Per inquadrare il movimento in Italia cfr. G. Sapelli (a cura di), Il movimento cooperativo in Italia. Storia e problemi, Torino, Einaudi, 1981; R. Zangheri, G. Galasso, V. Castronovo, Storia del movimento cooperativo in Italia. La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue (1886-1986), Torino, Einaudi, 1987; M. Degl’Innocenti (a cura di), Il movimento cooperativo nella storia d’Europa, Milano, Franco Angeli, 1988; M. Fornasari, V. Zamagni, Il movimento cooperativo in Italia, Firenze, Vallecchi, 1997; S. Zamagni, V. Zamagni, La cooperazione. Tra mercato e democrazia economica, Bologna, Il Mulino, 2008.Top
5 Cfr. M. Degl’Innocenti, Storia della cooperazione in Italia: la Lega nazionale delle cooperative, 1886-1925, Roma, Editori riuniti, 1977; T. Menzani, Il movimento cooperativo fra le due guerre. Il caso italiano nel contesto europeo, Roma, Carocci, 2009.Top
6 Cfr. A. Varni (a cura di), Emilia Romagna terra di cooperazione, Bologna, Eta/Analisi, 1987.Top
7 Cfr. G. Sapelli, Cleptocrazia: il meccanismo unico della corruzione tra economia e politica, Milano, Feltrinelli, 1994; M. Granata, Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto, Milano, Bruno Mondadori, 2005; V. Zamagni, E. Felice, Oltre il secolo. Le trasformazioni del sistema cooperativo Legacoop alla fine del secondo millennio, Bologna, Il Mulino, 2006; T. Menzani, Temi e problemi della rete, in P. Battilani, G. Bertagnoni (a cura di), Competitività e valorizzazione del lavoro. La rete cooperativa del Consorzio nazionale servizi, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 377-460.Top
8 Può essere molto utile leggere le testimonianze di ex-cooperatori raccolte e trascritte dal Circolo cooperatori ravennati, e confluite nei volumi dell’opera La cooperazione ravennate attraverso la memoria e il vissuto dei suoi protagonisti. Raccolta di fonti orali, Ravenna, Circolo cooperatori ravennati, 1996. A proposito di queste fonti orali, cfr. E. Baldini, A. Baravelli, La cooperazione raccontata dai suoi protagonisti: appunti per storie ancora da scrivere, in La memoria ritrovata. Fonti orali e storia della cooperazione ravennate. Atti dell’incontro di studio. Ravenna, 9 maggio 1998, Ravenna, Longo, 2000, pp. 15-26; E. Guerra, Molte voci, una storia. La cooperazione ravennate negli anni ’50-’70, Ravenna, Longo, 2004.Top
9 Fra le tante cfr. M. Granata, La Lombardia cooperativa. La Lega nazionale delle cooperative e mutue nel secondo dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 2002; P. Cafaro, La solidarietà efficiente. Storia e prospettive del credito cooperativo in Italia (1883-2000), Roma-Bari, Laterza, 2002; A. Ianes, La cooperazione trentina dal secondo dopoguerra alle soglie del terzo millennio. Economia, mutualismo e solidarietà in una società in profonda trasformazione, Trento, Edizioni 31, 2003; V. Zamagni, P. Battilani, A. Casali, La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino, 2004.Top
10 Per questi aspetti complessi si rimanda a R. Finzi (a cura di), L’Emilia-Romagna, Torino, Einaudi, 1997.Top
11 Cfr. V. Ferretti, Riformisti di Lenin. La cooperazione reggiana nel secondo dopoguerra, Reggio Emilia, Tecnostampa, 1982; F. Piro, Comunisti al potere. Economia, società e sistema politico in Emilia-Romagna. 1945-1965, Venezia, Marsilio, 1983.Top
12 M. Campagnoli, Iniziativa sociale ed impegno politico: la cooperazione bianca in Emilia Romagna tra il secondo dopoguerra e la ripresa economica, in «Storia e futuro», 5.(2004), www.storiaefuturo.com; A. Casadio, Cinquant’anni dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane. Nascita e sviluppo dell’AGCI a Ravenna, Ravenna, Longo, 2002.Top
13 Si vedano alcuni interessanti casi di studio: A. Ravaioli (a cura di), La cooperazione ravennate nel secondo dopoguerra (1945-1980), Ravenna, Longo, 1986; Q. Casadio, Uomini insieme. Storia delle cooperative imolesi, 2 voll., Imola, La Mandragora, 1996-2001; F. Landi, Storia di una cooperativa. Braccianti imprenditori del comprensorio di Cervia. 1904-1970, Ravenna, Longo, 1998; G. Muzzioli, A. Rinaldi, Un secolo di cooperazione edile. La Cpl Concordia dal 1890 al 1999, Bologna, Il Mulino, 1999; P. Battilani, La creazione di un moderno sistema di imprese. Il ruolo dei consorzi della cooperazione di consumo dell’Emilia Romagna, Bologna, Il Mulino, 1999; D. Bolognesi, L. Cottignoli (a cura di), Solidarietà e interesse. La Federazione delle Cooperative dal fascismo agli anni Settanta, Ravenna, Longo, 2004; G. Bertagnoni (a cura di), Una storia di qualità. Il Gruppo Granarolo fra valori etici e logiche di mercato, Bologna, il Mulino, 2004; T. Menzani, Alla ricerca della convenienza. La cooperazione di consumo ravennate da una logica di calmierazione ad una di efficienza (1943-1978), in A. Baravelli (a cura di), Storia della cooperazione di consumo di Ravenna, Ravenna, Longo.Top
14 M. Mazzoleni, La rete cooperativistica: riflessioni sull’imprenditoria partecipata, in M. Salani (a cura di), Lezioni cooperative. Contributi ad una teoria dell'impresa cooperativa, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 281-303; G. Fabiani, D. Iacobelli, Reti, internazionalizzazione e innovazione del sistema cooperativo, in M. Bulgarelli, M. Viviani (a cura di), La promozione cooperativa. Coopfond tra mercato e solidarietà, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 81-118; T. Menzani, V. Zamagni, Economia delle reti e impresa cooperativa, in «Imprese e storia», 37 (2009), pp. 59-84.; T. Menzani, V. Zamagni, Cooperative Networks in the Italian Economy, in pubblicazione su «Enterprise & society», ma già disponibile online (http://es.oxfordjournals.org/cgi/content/abstract/khp029).Top
15 Si rimanda al confronto con gli approcci di teoria economica o aziendale: A. Matacena, La cooperativa come impresa socialmente responsabile, Bologna, Clueb, 1996; H. Hansmann, La proprietà dell’impresa, Bologna, Il Mulino, 2005; E. Mazzoli, S. Zamagni (a cura di), Verso una nuova teoria economica della cooperazione, Bologna, Il Mulino, 2005; B. Jossa, L’impresa democratica. Un sistema di imprese cooperative come nuovo modo di produzione, Roma, Carocci, 2008.Top
  Cosa ne pensi? Invia il tuo commento
 
Realizzazione a cura di: VinSoft di Coopyleft