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Croce e Corrado Ricci
di Biagio de Giovanni
Quando si ha fra le mani un “Carteggio” di Benedetto Croce – uno fra i moltissimi e spesso sterminati – non si può non avere un moto di sorpresa: quei carteggi avrebbero potuto occupare, si può dire, il tempo di vita di un uomo, per estensione, complessità, varietà di interlocutori e di temi toccati, eppure non costituiscono – inutile dirlo – che una parte minima della sua indefessa attività, occupavano non più che una minima parte del suo impegno. E lasciano immaginare un personaggio che ha avuto, come dire?, una religione del tempo, una straordinaria capacità di non farsi risucchiare da nessuna pigrizia, o incertezza, o vuoto, anche se quegli stessi carteggi spesso comunicano le incertezze e l’instabilità e gli sbalzi di umore di una persona umanissima, attenta a ciò che quotidianamente avveniva nel mondo e in lui.
Come se, insomma, queste incertezze venissero sempre sopite e piuttosto tradotte in lavoro e riflessione, nella capacità di seguire le cose più minute, gli interlocutori perfino più modesti, colti sempre nei tratti centrali della loro umanità. Tutto questo, faceva parte di quell’esser condannati “ai lavori forzati”, come una volta Croce scrisse a Gentile, per condividere con lui, ai tempi della loro amicizia, il senso di un compito universale, non sottoposto ai capricci e alle pigrizie e alle ansie di ogni giorno. Insomma, a dirla in breve, i carteggi potrebbero essere oggetto di una autonoma ricerca, da cui verrebbe fuori, con una evidenza che magari le opere sistematiche possono lasciare più implicita, l’intensità morale della personalità di Croce, le sue coerenze irriducibili, la sua umanità senza aggettivi, il suo essere uomo fra gli uomini, senza albagia, nella persuasione che tutto quel tempo dedicato a parlare con gli altri fosse filosofia in atto (o, se si vuole, etica e politica in azione), non meno, in certi casi, di quella esplicita e professionale e sistematica.
A questa riflessione spinge il carteggio di Croce con Corrado Ricci, pubblicato in una severa edizione de Il Mulino (Carteggio Croce-Ricci, a cura di Clotilde Bertoni, Bologna, Il Mulino, 2009) che ha anche la fortuna di essere introdotto da uno studio della Bertoni scritto in un italiano terso ed elegante, pieno di riferimenti colti ed essenziali, di note chiarificatrici, insomma un piccolo e compiuto capitolo di storia e di cronaca italiana – fra il 1890 e il 1928, le date di inizio e di conclusione del Carteggio – in grado di restituire l’aura di un’epoca. Colpisce, del lungo saggio introduttivo, il sapiente equilibrio, la capacità di collegare anche fatti minori al contesto di una storia civile di cui non sempre è facile trasmettere il senso, quando gli eventi messi a fuoco non appartengono alla grande storia, ma a quella piccola e addirittura alla cronaca di eventi dimenticati. La mia recensione, in fondo, non fa che aggirarsi fra i suoi temi.
Il Ricci morì nel 1934, e l’interruzione dello scambio epistolare, alla data indicata, fu motivata dalla sua adesione non aspra e quasi “impolitica”, come lui stesso disse, al fascismo, che Croce tuttavia non accettò, interrompendo il rapporto. Corrado Ricci non era né un filosofo né uno storico di rango, ma un funzionario dello Stato, un funzionario delle “belle arti”, con notevole competenza museale e artistica. Non storico di rango, ma conoscitore d’arte, e autore di non pochi studi anche letterari, che Croce mostrava di apprezzare – nel comune amore, ad esempio, per Dante e Carducci – armato di passione per il proprio mestiere, svolto con weberiana vocazione, per cui il funzionario di Stato era anche, in qualche misura, funzionario dell’umanità, almeno nel senso minimo che l’impegno versato nella professione provava a sottrarsi al quotidiano stillicidio di un compromesso opaco, all’esercizio giornaliero di un comportamento privo di finalità e sfornito di una fede. Il “giusto”, nel ricordo di Borges, è chi compie il proprio dovere quotidiano: è questa l’immagine del Ricci che la Bertoni ci trasmette.
Egli giunse a entrare nella Direzione generale delle Antichità e Belle Arti, da dove si dimise nel 1919 per contrasti con la gestione che il governo Nitti aveva su quei temi: «non si può lottare contro un fato invincibile», scrisse Ricci a Croce in quella occasione. Ricci, peraltro, non era nuovo all’esercizio difficile delle dimissioni, lo aveva già fatto nel 1910, quando aveva lasciato il suo incarico nella stessa Direzione per poi ritornarvi, come Croce auspicava. Il filosofo dovette apprezzare questo tratto fermo del suo carattere, e il Carteggio ne è largamente riprova, così concentrato com’è su fitte discussioni e valutazioni intorno a uomini monumenti e istituzioni napoletane. L’Epistolario non sfonda mai i confini indicati, e in quegli anni, che sono stati pur così decisivi per la nascita e il rassodamento della filosofia crociana, questa si può dire non compaia mai se non in un cenno discreto alla pubblicazione dell’Estetica, in una lettera del maggio 1900, quasi con scuse anticipate per quello che sarà un testo «di non facile lettura», «ma non vi ho colpa», aggiunge Croce, e poi conclude: «La mia estetica è sommamente liberista, ed esclude ogni consiglio agli artisti. In ciò forse simpatizzerai col mio lavoro».
Tutto qui, guardandosi bene Croce dall’entrare più di tanto nel merito. Per il resto, le pagine del lungo carteggio sono piene di un impegno, fatto di tante minutissime vicende, chiese napoletane da salvare (l’episodio della “Croce di Lucca”, sotto attacco della potente corporazione dei medici napoletani che con motivazioni qualche volta esilaranti ne volevano l’abbattimento, o quello relativo a Castel-Nuovo); Palazzi e contesti storici da preservare; dipinti da discutere e magari definire nel contenuto storico (La Tavola Strozzi. esemplarmente, su cui lo scambio di lettere è fittissimo); vicende attributive di dipinti che riguardavano il Ricci, il quale si dimostrò anche abile “scopritore” come nel caso della “tavola” Bellini; situazioni amministrative da affrontare in vista di soluzioni che si mostravano attente al bene comune (le lunghe polemiche sul caso Vittorio Spinazzola, che ebbe una coda ben nota in una discussione polemica di Croce con Giovanni Gentile, su cui «L’Acropoli» ha fornito tutte le notizie necessarie [in un saggio di E. Giammattei, Un testo “da non pubblicare”. Croce, Gentile e il caso Spinazzola. Un inedito di Croce, in «L’Acropoli», 6 (2005), pp. 662-681]: battaglie da fare contro favoritismi e giochi di potere che occupavano l’Italia di ieri non meno di quella di oggi, fatta salva la diversa scala delle questioni in gioco. Non sarebbe qui il caso di attardarsi in racconti minuti che, chi vorrà, potrà godere con la lettura diretta, irripetibile per veloci sintesi. Particolarmente istruttivi i casi “universitari”, da quello Spinazzola-Porena per una cattedra di Estetica del 1892 a quello, famoso, Covotti-Gentile del 1908 dove giocava la “straordinaria libertà” di comportamento che Croce si era data rispetto alle camarille accademiche locali.
È piuttosto importante, forse, cercar di vedere, con l’aiuto competente e convincente di Clotilde Bertoni, quale immagine di Croce esce dal Carteggio, di Croce in relazione a Ricci, senza perdere di vista il fatto che l’interlocutore, per quanto modesto elaboratore di idee, era comunque “interlocutore” di un certo tipo, e proprio per questo capace di svelare tratti di Croce che magari sarebbero rimasti nascosti. Anzitutto, ad esempio, la capacità del filosofo di accompagnare gli impegni minuti fino all’ultima stazione, di non lasciar mai la presa su un problema finché non fosse o risolto o non si fosse dimostrato irrisolvibile, di appassionarsi anche a vicende tortuose e improbabili per provare a dipanarne i fili; e poi, più in grande, il suo rispetto “religioso” per la autonomia della cultura; la sua libertà di giudizio, che gli consentiva un atteggiamento non ortodosso, preso come era da una «curiosità che travalicava le linee del suo pensiero, per i suoi seguaci divenute così spesso argine invalicabile».
Ricci era di formazione positivista, anche se dire questo non significa dire molto per chi non fu di professione filosofo: il “positivismo” aderiva quasi, come un vestito ben cucito, al suo mestiere, ne costituiva, per lui, la rappresentazione, e in fondo si riduceva alla serietà anzitutto nell’accertamento dei fatti, «all’esigenza […] della verifica puntuale delle osservazioni, del controllo diffuso del materiale indagato», come scrive la Bertoni, un “positivismo” che di certo accomunò i due interlocutori se inteso in questo significato assai poco pregiudizievole per le contrapposizioni a esso, sulle quali si formò, per Croce, la nascita di una nuova filosofia. Ma vale qui una osservazione della Bertoni applicabile non solo a questo plesso di problemi, secondo cui «la mappa dei rapporti intellettuali del primo Novecento sia più fluida di quanto trapeli dagli implacabili antagonismi in cui la posterità ha voluto irrigidirla» (pag. XXV). E il tema “positivismo”, date le sue molte facce, rientra fra questi, e quel “positivismo” da camera di cui il Ricci era convinto seguace non turbava certo e anzi nei suoi tratti più semplici coincideva con la determinatezza e precisione della ricerca che l’“erudito” Croce andava svolgendo soprattutto negli anni più giovani.
Ciò significa, dunque, approfondire per un momento questa sua passione per i fatti, il “positivo” dei fatti, per una erudizione contenuta ma necessaria, l’insofferenza verso gli estetismi che cominciavano a dilagare in quegli anni da ogni parte. Croce, com’è ben noto, avviava la sua battaglia originaria (siamo, all’inizio del Carteggio, negli anni Novanta) contro il positivismo, contro la riduzione della filosofia ad ancella di scienze “positive” che pretendevano di imporre al pensiero metodi classificatori: siamo nella sua fase kantiana, descritta da Eugenio Garin in “Intellettuali italiani del XX secolo”. Ma Croce, a un tempo, aveva incominciato come “erudito”, erudito soprattutto di cose napoletane, una erudizione che già lasciava intravedere sullo sfondo la storia civile, e intendeva legarsi saldamente ai fatti, alle memorie reali e vive degli uomini, quasi già a lasciar vedere che il “positivo” per lui sarebbe diventata la storia. E siccome fra Croce e Ricci non vi fu ragione di contesa filosofica, il loro comune amore per l’erudizione (pur carico di significati così differenti) fu un punto d’unione, qualcosa che legò insieme il loro atteggiamento serio di fronte alle cose reali, la loro resistenza all’arbitrio capriccioso, sia nella fatica della ricerca sia nel giudizio su uomini e cose. La lotta all’arbitrio, il senso delle distinzioni: comune a Croce e a Ricci l’insofferenza verso le mescolanze di cultura e giochi di potere, il senso di una autonomia profonda del lavoro intellettuale dovunque esso si esplicasse, del rigetto di ogni violazione di questa autonomia.
Insomma, perfino in un Carteggio “non-filosofico” (erano gli stessi anni degli scambi epistolari con Gentile, un vero e proprio capitolo di storia della filosofia) si può ricavare molto su un “atteggiamento” di Croce, che ben si saldava con la sua critica generale allo stato di cose esistente, nella filosofia e nella vita pubblica italiana. In fondo, anche il rapporto benevolo con Ricci – ma paritario, si badi: Croce non fa mai pesare di esser “Croce”, altro aspetto costante della sua personalità, e questo il testo dell’Introduzione lo mostra con dovizia di esempi ed evidente simpatia – e viene spontaneo il confronto con gli atteggiamenti “profetici” alla Heidegger, a tutto vantaggio del filosofo napoletano.
Il suo stesso modo di perseguire i problemi trattati con un’etica austera, pur legata a quella “Vita” su cui si sarebbe chiusa la “Filosofia della pratica”, camminano con lo stesso passo delle sue critiche al vitalismo irrazionalistico e alle spinte nihilistiche che gli sembravano emergere nello stato della società italiana, e a cui dedicherà pagine celebri nella “Storia d’Italia”. In un certo senso, e fino a un certo punto, lo spontaneo atteggiamento positivistico di Ricci, che si era limitato a respirare l’aura dominante e collegarla al suo mestiere, poteva andar bene al Croce antipositivista se diventava semplicemente sinonimo di serietà, di capacità organizzativa (e Ricci e Croce ne dimostrarono tante, nei rispettivi campi, il che per un filosofo è quanto dire), e insomma gusto per il determinato, odio e insofferenza verso le improvvisazioni che magari si pretendevano “geniali”. Insomma, è come se attraverso quei “minimi” in cui il filosofo si impegnava, tralucesse quel senso del determinato e del “distinto” che sul piano della battaglia etico-filosofica si traduceva, proprio in quegli anni, nella lotta e nel contrasto all’irrompere dell’indeterminato, del puramente vitale, dell’irrazionale. Un merito del saggio di Clotilde Bertoni è di cogliere questo nesso fra “grande” e “piccolo”, e si potrebbe dire fra storia e cronaca, e sono le sue pagine più intense.
La conclusione del Carteggio merita un momento di attenzione. La data, lo ricordavo all’inizio, è il 1928, la ragione, l’adesione di Ricci al fascismo. Non è questa, naturalmente, la sede per riportare a memoria l’atteggiamento di Croce sull’erompere del fascismo italiano, e peraltro molte osservazioni che ne ricordano i passaggi principali sono nel saggio della Bertoni: per Croce, il fascismo era diventato, quando gliene fu chiara la natura, oggetto principale della sua battaglia politica, e si può ben comprendere che l’opposizione rispetto a esso diventasse elemento discriminante anche per i suoi rapporti personali. Mi preme soltanto ricordare l’umanissimo finale della vicenda. La sua lettera a Elisa Ricci, moglie di Corrado, in occasione della morte del marito, va riportata quasi per intero. «Consenta che le dica» scrive Croce,
la mia profonda tristezza per la morte di Corrado Ricci: tristezza tanto maggiore in quanto negli ultimi anni vivevamo come distaccati….. Distaccati perché, purtroppo, l’ideale e la passione politica ora infrangono perfino i rapporti personali e privati, e costringono ciascuno a tenersi nel campo che la sua coscienza gli assegna. È cosa che supera i nostri affetti e le nostre volontà individuali. Ma il dolore che ho provato per la perdita del Ricci non è stato meno reale.

Ben diversa fu la sua reazione, molti anni dopo, alla notizia della morte di Gentile, che Croce aveva avuto “tamquam frater”, ma si possono capire le ragioni, come annota la Bertoni in un luogo della sua “Introduzione”. Qui era in gioco, infine, sia un giudizio sulla conclusione tragica di una vicenda che aveva toccato la “grande storia”, sia la riflessione sul ruolo di chi con lui aveva deciso di una riforma del pensiero carica di effetti concreti sullo stesso destino politico dell’Italia. E il giudizio severo prevalse sull’amarezza personale e «l’angosciosa riprovazione per la fine», come scrive la Bertoni, «coesiste con quella per i suoi torti» (CXC). La grande storia qui chiedeva i suoi diritti, e l’umanità di Croce si vede, anche in quella occasione, nel richiamo al dolore della moglie Adele, quasi a voler esprimere, attraverso di esso, il suo travaglio personale che doveva rimanere nascosto nel prevalere del senso di una più universale tragedia.
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