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Il G-20: ancora gli USA e gli altri
di Adolfo Battaglia
È possibile che gli storici futuri, esaminando la “grande crisi” dei nostri anni, considereranno come suo iniziale punto di svolta l’insieme degli eventi internazionali succedutisi nella prima decade dell’aprile scorso, a cominciare dalla riunione del G-20 e dai colloqui bilaterali che lo precedettero a Londra. Naturalmente non si può essere affatto certi che ciò avverrà; intanto, però, conviene ragionare su quel complesso di elementi che ha costituito un autentico terremoto internazionale, imprevisto nella sua portata e (come un lutto lontano) poco elaborato dai parenti distratti dell’editoria nazionale.
Conviene dunque, anzitutto, puntualizzare il fatto che il G-20 ha rappresentato un fatto assai importante sotto il profilo politico anche se ha costituito un successo relativo sotto quello economico. Le misure economiche deliberate sono state infatti certamente utili ma a parere generale non risolutive. Il rilievo assunto dal vertice di Londra dipende invece, essenzialmente, dal fatto che ha restituito fiducia al mondo su un punto decisivo, la capacità di leadership dei principali attori della politica internazionale. Il risultato cruciale della conferenza è stato l’esplicito annunzio che essi posseggono la volontà di affrontare insieme i problemi da cui il mondo è assillato; e sono consapevoli che per uscire dalla generale crisi economica e finanziaria occorre in primo luogo riguadagnare la fiducia dell’opinione pubblica mondiale sul terreno politico.
Una fiducia deriva in primo luogo dalla credibilità delle classi dirigenti: dal riconoscimento della validità della loro azione, non meno che dalla chiarezza del disegno espressa dai loro gesti simbolici. Recuperare credibilità è più difficile in presenza di una crisi lunga e pervasiva come quella attuale. Ma ha osservato a questo proposito Amartya Sen (nella «Rivista dei libri», maggio 2009) che essa, esattamente in quanto tale, «offre anche l’opportunità di impegnarsi a risolvere problemi a lungo termine, proprio perché la gente ha voglia di riprendere in esame e discutere concezioni da tempo stabilite». Abbandono degli schemi già provati, pensieri più freschi, protagonisti nuovi, erano questi, al fondo, i problemi più veri del vertice di Londra che incombevano su ogni questione economica. E ad essi una prima risposta valida era stata già data da Brown, al momento della convocazione della conferenza. Era la composizione stessa del G-20 ad implicare il formale riconoscimento della struttura multipolare del mondo e dei nuovi ruoli ormai assunti da una serie di nazioni. Il sistema geo-politico disegnato dagli inviti era assai diverso da quello bipolare dell’altro ieri e da quello dell’egemonia benigna dei soli Stati Uniti seguìto alla caduta dell’Unione sovietica.
La risposta essenziale che si attendeva era però quella della superpotenza americana. Per la sua permanente forza economica, militare e scientifica, nessun paese al mondo nega che gli Stati Uniti rimangano la maggiore potenza mondiale anche nel sistema multipolare. Ma essi erano l’origine della crisi finanziaria e avevano sulle spalle anni di politica che aveva prodotto vasti risentimenti e negativi risultati. Come si sarebbe atteggiata la nuova dirigenza americana in quella prima decade di aprile in cui si condensavano, oltre Londra, tanti importanti incontri internazionali?
Si era creato un palcoscenico mondiale estremamente impegnativo. Ed è stata ovunque larga la convinzione che il palcoscenico è stato efficacemente utilizzato da Obama per delineare il nuovo disegno di politica internazionale dell’America. Prima al G-20, sancendo un’intesa di fondo con la Cina, la Russia, il Giappone e i paesi emergenti circa la priorità dello stimolo alla ripresa economica, contro la diversa tesi dell’Europa. Poi alla riunione dei capi della Nato, a Strasburgo, ammonendo sul ritorno del pericolo terrorista e sulla necessità di un migliore burden sarin fra gli alleati atlantici. Quindi al vertice di Praga tra Ue ed Usa, in cui il nuovo presidente americano ha mirato a ribadire la storica comunanza di ideali e di interessi tra Europa e Stati Uniti, riallacciandosi non all’eccezionalismo americano ma alla tradizione della intesa tra i due continenti e alla garanzia internazionale da essa offerta. Infine agli incontri di Istanbul, nel quale Obama ha lanciato all’intero mondo musulmano un’inedita offerta di amicizia, motivata dai fini stessi della potenza americana.
Si può discutere naturalmente su un punto o su un altro della nuova politica degli Stati Uniti. Ma non può sfuggire la dimensione del disegno. Né è possibile ignorare che oggi lo sforzo di ricreare la fiducia dell’opinione mondiale è solidamente basato sui risultati concreti e gli indirizzi generali emersi in quei giorni dell’aprile scorso. I primi ad essere stati precisati sembrano i seguenti. La certezza circa la continuità della collaborazione tra Cina e Stati Uniti, tanto sul terreno politico quanto su quello finanziario. La manovra espansiva record varata dal Giappone. L’inedito spostamento dei paesi emergenti, sulla base dell’indirizzo perseguito come prioritario dagli Stati Uniti. L’impegno della comunità internazionale al riequilibrio economico del mondo attraverso una politica di sviluppo più consistente e mirata. L’accordo sull’opportunità di una diversa ripartizione delle quote di partecipazione al Fmi. La sensazione che i cruciali problemi dell’energia, del clima e dell’ambiente verranno adesso affrontati dalla potenza leader con indirizzi nuovi e strumenti più adeguati, tali da consentire, oltre che un’intesa con l’Europa, anche il contributo dei paesi emergenti.
Questi primi elementi già contribuivano a mettere in moto il quadro internazionale. Ma altri, di diverso genere e non meno importanti, se ne sono aggiunti. Respiro mondiale ha avuto la straordinaria dichiarazione che obbiettivo degli Stati Uniti è “un mondo senza armi nucleari”, attraverso accordi di riduzione progressivamente convenuti. Ricca di prospettive in molti campi è stata la caduta della tensione tra gli Stati Uniti di Obama e la Russia di Medvedev, innescata dalla revisione del progetto di scudo nucleare nell’est europeo. Un capitolo del tutto nuovo ha rappresentato l’offerta all’Iran di un dialogo che comprenda un insieme di temi e superi la conflittualità in materia di armamenti nucleari. Inedito è egualmente stato il parallelo sforzo di diminuire la tensione sotterranea tra mondo occidentale e mondo islamico, dichiarando l’amicizia del primo al secondo e aprendo una strada meno accidentata all’obbiettivo di isolare il terrorismo.
Nello stesso tempo, è caduta l’incertezza sul destino dell’Afghanistan e del Pakistan, che non solo non saranno abbandonati ma rafforzati. E sembra derivare da tutto ciò una maggiore concretezza della prospettiva di stabilizzazione del Medio Oriente. Certo non per caso sia Israele che i palestinesi hanno teso a non acuire le loro tensioni dopo la vittoria elettorale della destra di Netanyau. Mentre l’idea della convivenza di due Stati sembra adesso accettata anche dalla Siria. È in corso infine, in altra parte del mondo, il difficile lavoro che tende a normalizzare il rapporto tra Stati Uniti e Cuba, cui potrebbe seguire un allentamento dei contrasti con i regimi estremisti di piccoli paesi latino-americani. E gli S.U. sono perfino rientrati nel Consiglio Onu per i diritti umani dove i paesi africani avevano contribuito a fare cose orribili.

*****


Che dire di questo insieme di cose? Sembra quasi un altro mondo rispetto a quello di ieri. Sembra essersi aperta una fase distensiva globale. In tutte le aree cruciali e su tutti i principali problemi dei popoli sembra avviarsi un new beginning. Ed esso appare massimamente determinato dai nuovi indirizzi americani, cui corrispondono orientamenti consonanti, o comunque non conflittuali, degli altri protagonisti del governo mondiale.
È legittimo domandare se si tratti davvero di rose che poi fioriranno. È sempre bene guardarsi dall’ottimismo, soprattutto quando si sia appena agli inizi di una fase. Però, appaiono seriamente considerati, oggi, elementi che non appartengono al crudo realismo degli interessi da cui spesso è ispirata la politica estera degli Stati. Per esempio, il senso del danno concreto arrecato ai popoli dalle tensioni politiche tra i loro Governi. O il riconoscimento che l’interconnessione fra le economie delle principali nazioni determina, come ha scritto «Europa», l’obbligo di una governance più condivisa. O la convinzione che è divenuto politicamente inagibile, oltre che moralmente non più accettabile, far vivere milioni di persone senza cure né cibo. O la tendenza ora divenuta comune ad utilizzare di più, in supplenza degli Stati nazionali, o del loro coordinamento, gli organismi internazionali appartenenti al sistema Onu, fra i quali, con nuovo spicco, il Financial Stability Forum. È stata evidente, d’altra parte, la riflessione collettiva che è forse di cornice a tutto, cioè che le caratteristiche dell’epoca presente esigono ormai pensieri, finalità e assetti profondamente differenti da quelli del Novecento.
Ecco, probabilmente la politica internazionale non può prescindere più da cose come queste, sebbene l’avaro realismo degli scettici stenti a crederlo. Su un piano diverso si può aggiungere che l’inizio in sedi riservate dell’analisi delle possibilità di riforma del sistema monetario internazionale sembra anch’esso sintomatico del nuovo clima politico.
Avremo dunque veramente una generale ondata di fiducia e di ripresa? Come sempre, tutto dipenderà dagli uomini, dalle classi dirigenti. Di quella dell’America, sappiamo oggi che, sulla base di una vision neo-democratica di forte coerenza, ha definito obbiettivi e mezzi per raggiungerli. Sappiamo, anche, che Giappone, Cina, India, Brasile e una serie di paesi emergenti, pur mantenendo proprie posizioni su numerosi problemi, convengono sulla ragionevolezza e i possibili vantaggi che offre la posizione americana. Resta da sapere se ci sia qualcosa da fare, nel nuovo quadro, per le classi dirigenti europee.
L’Europa come si sa è ferma da tempo. Oggi lo è ancora di più non in attesa delle elezioni europee ma di quelle tedesche. Il rischio che un loro oscuro esito porti anche la Germania ad oscillare è obbiettivamente troppo grande perchè i suoi due maggiori partiti possano permettersi posizioni di punta, in un senso o in altro. Ed anche l’unico leader del continente, la signora Merkel, che sarebbe in grado di esercitare un’azione incisiva, ove se ne creassero le condizioni, non può probabilmente andare al di là, per il momento, di una silenziosa opera di contenimento del presidente francese sulle proprie e meno eclatanti posizioni.
Non si potrebbe giurare che l’asse franco-tedesco, nuovamente manifestatosi prima del G-20, resterà sulle stesse posizioni di Londra anche dopo la consultazione elettorale in Germania. Sembra dubbio, in effetti, che Sarkozy interpreti lo spirito europeista della tradizione di Adenauer e di Khöl dalla quale la signora Merkel difficilmente può prescindere. Non ha giovato al presidente francese (se non sulla stampa di Parigi, a cominciare da «Le Monde») l’incongrua minaccia di spaccatura del vertice londinese fatta sulla base della sua curiosa pretesa: dare priorità, in un mondo sprofondato nella crisi economica, alla riforma delle regole finanziarie – della quale peraltro nessuno negava l’importanza e si stavano già definendo i termini e i tempi necessari. Il commento fatto poi dal ministro dell’economia italiano – «occorre allineare le regole europee a quelle americane» in materia di contabilità tossica – ha contribuito in certo senso a fissare la strumentalità della posizione della Francia. Dietro di essa c’era un inespresso ma evidente spunto nazionalistico-statalista: l’idea, cioè, di tornare alla protezione (commerciale, industriale, tariffaria) per sostenere quella parte della struttura produttiva francese ed europea che nel mercato globale non è più in grado di reggere la competizione di tigri economiche vecchie e nuove. Era un’idea su cui anche la Commissione Barroso non ha eccepito per visioni di brevissimo raggio, e che è grave sia per gli ostacoli che tornerebbe a porre al commercio internazionale sia per la condizione di accresciuta difficoltà in cui, dopo un breve respiro, porterebbe a termine medio-breve l’economia europea nel quadro competitivo internazionale. Non aveva, in verità, soltanto un significato ideologico, o astratto, la dichiarazione del presidente francese a conclusione del G-20: quando proclamava «la fine del capitalismo anglo-sassone» che deriverebbe nientemeno dalla pubblicazione dell’elenco dei paradisi fiscali e dal regime regolatorio convenuto per essi. O sbagliava grossolanamente o pensava ad altro.

*****


All’incontro tra i protagonisti dell’economia mondiale l’Europa guidata dalla Francia si è trovata così in una posizione scomoda: isolata su un palcoscenico dove erano arrivati nuovi attori che, per così dire, dei vecchi copioni europei non volevano neppure sentirne parlare. Con le vecchie idee è ricomparso per di più il fantasma della posizione terzaforzista, già da tempo sotterrata dai tornanti della storia e dalla struttura multipolare della vita internazionale. La cui consistenza è stata poco dopo nuovamente dimostrata al vertice Nato di Strasburgo: nel quale Obama, senza richiedere agli alleati atlantici soldati per combattere sul terreno, dove avrebbe inviato ventimila americani, ha domandato almeno un più consistente contingente europeo con funzioni di supporto sorveglianza e istruzione. E ha avuto dagli alleati europei una risposta a dir poco penosa.
In ogni caso, nel terremoto internazionale innescato da Obama l’Europa vede stringersi i tempi e non può rinviare ancora a lungo la questione di fondo che la tormenta. È in verità una questione profilatasi da tempo, quando con la caduta del comunismo, l’allargamento a est, e l’inizio della globalizzazione, si è aperto per gli europei un nuovo ciclo storico, i cui termini hanno poco a che fare con quelli cui avevano guardato per quasi un cinquantennio; e nel quale molti paesi sostengono obbiettivi in parte diversi da quelli tradizionalmente perseguiti.
Passo dopo passo, siamo ora giunti alla formalizzazione di un sistema multipolare in cui è ben probabile che due potenze emergano sulle altre. Sembra poco dubbio che l’architettura economica e finanziaria del sistema mondiale dipenderà anzitutto da Stati Uniti e Cina: e sembra abbastanza sicuro che la soluzione di questioni cruciali della vita mondiale – dalle conseguenze sull’economia del mutamento climatico ai nuovi problemi qualitativi e quantitativi dell’energia – se non potrà ignorare alcuna nazione importante avrà tuttavia come base inevitabile il bipolarismo ridimensionato insito nelle cose. Alla fine, dunque, l’UE – nella sua debolezza militare, con ricerca scientifica insufficiente, alla prese con la ristrutturazione del suo sistema economico e sociale, in via di ulteriori allargamenti, con i gravi problemi di bilancio analizzati in «Queste Istituzioni» da M. T. Salvemini – è inevitabilmente chiamata a stabilire la posizione strategica che abbia più chances di affermare i suoi valori e reggere la competizione in cui deve vivere. E la scelta si riduce, ragionevolmente, a quella fra il rafforzare nel sistema multipolare il pilastro dell’Occidente, contribuendo a determinarne la politica, e il restare isolata, proseguendo lentamente nel lungo precipizio del declino.

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Dura scelta per gli europei, restii del resto a scelte anche meno importanti. E molti si domandano se almeno l’Europa non possa unirsi di più per, diciamo così, salire di grado e influire di più nel rapporto più stretto con gli Stati Uniti. La risposta è che certamente potrebbe e dovrebbe unirsi, ma non è affatto facile farlo e non è affatto sicuro che l’Europa lo faccia.
C’è un ostacolo politico che occorre anzitutto considerare e che nasce obbiettivamente, come altra volta si è meglio detto, dalla diversità delle storie, delle economie e delle culture politiche dei 27 paesi dell’Ue. Per arrivare a un’Unione più coesa e presente, essi sono inevitabilmente obbligati a una serie di riforme, di sacrifici, comunque di decisioni difficili, da cui è toccata sia la sovranità nazionale che la base sociale di ciascun paese. Sono cose per la verità che prima o poi saranno comunque indispensabili, perché nella competizione globale gli europei, per mantenere il loro standard di vita, si trovano e si troveranno a fare i conti con paesi di estrema vitalità, protesi ad uscire a tutti i costi dalla condizione che storicamente li ha afflitti. E non è dubbio che gli indispensabili sacrifici europei prima verranno fatti e meno alti saranno; e che in ogni caso verranno col tempo largamente compensati. Intanto, però, il loro alto prezzo gioca pesantemente e fin da subito nella politica interna di ciascuna nazione. E qualsiasi Governo voglia imporre di pagare quel prezzo nell’interesse profondo del proprio paese dovrebbe esser dotato di grande autorevolezza politica per non pagare, a sua volta, il prezzo della perdita di consensi elettorali che ne minerebbe l’esistenza.
Ora, Governi di grande forza politica in Europa non esistono, di questi tempi, e in verità neppure se ne scorge la prospettiva. E infatti tutti i Governi, in misura maggiore o minore, appaiono assai riluttanti – e comprensibilmente, dal loro punto di vista – a compiere scelte impegnative sui problemi europei. Affrontare la decisiva questione del prezzo da pagare si può allora solo ad una condizione: che sulle vie e i mezzi necessari per potenziare l’Unione Europea si impegni con energia tutta la classe dirigente di una nazione, e dunque, in primo luogo, la forza politica rappresentata in ogni paese dai partiti dell’opposizione. Solo se la questione europea diviene condivisa e partiticamente neutra – cioè non utilizzabile dall’opposizione per colpire la maggioranza, e viceversa – un Governo potrebbe superare le perplessità di politica interna che, altrimenti, inesorabilmente lo frenano. Quanto avviene in Gran Bretagna tra laburisti e liberali, da una parte, e conservatori dall’altra, è tipico di un’impasse che riguarda tutti i paesi dell’Ue. E sta a dire che di fronte a questioni che toccano sovranità, appartenenza, storia e destino, si è di fronte a ben altro che alla norma non scritta di tutte le democrazie mature secondo cui i problemi “di cornice” esigono bipartisanship. Qui non si è di fronte a problemi costituzionali o a normali problemi di politica estera ma, in sostanza, a questioni di vita. E per muoversi unitariamente le forze politiche dovrebbero avere maturato una riflessione e un impegno molto più profondi di quelli necessari in altri casi di intesa.
Si dice che, forse, proprio l’eccezionalità del problema potrebbe favorirne la soluzione. Può darsi, non si è mai abbastanza scettici in casi come questi. Comunque, la Germania post-elettorale dirà qualcosa in proposito: si tornerà alla vecchia coalizione Cdu-Sdp, colma di difficoltà ma affidabile sotto il profilo europeista? O si andrà ad una coalizione tra cristiano-democratici europeisti e liberal-conservatori dall’orientamento internazionale oscuro? Non sono da alcun punto di vista soluzioni equivalenti. E il tipo di Governo che si darà la Germania in autunno dirà qualcosa su ciò che si profila per l’Europa.
Quanto all’Italia, colpisce che la maggioranza di centro-destra sostenga di poter governare più efficacemente solo attraverso modifiche di meccanismi istituzionali o procedurali piuttosto che attraverso politiche lungimiranti; e dispiace, nello stesso tempo, che l’opposizione di centro-sinistra pensi di potersi affermare polemizzando sulla natura del governo invece che proponendo le vie su cui far marciare il paese. L’una e l’altra parte sembrano dimenticare che sul piano internazionale è successo qualcosa di importante e che l’Europa deve prendere decisioni fondamentali sulle quali l’Italia potrebbe forse giocare una parte, se le sue forze politiche lo decidessero insieme. (Qualcosa di utile, in aggiunta, potrebbe fare anche il nostro amato Premier: se assorbisse in interiore homine, dopo tante prove, che la sua naturale giocosità, generalmente apprezzata in Italia, non ha sul piano internazionale altro risultato che accentuare l’antica immagine di un paese sostanzialmente pulcinellesco e non affidabile).

*****


Un sano pessimismo non può impedire di pensare a più modeste cose che, comunque, si potrebbero tentare per rianimare l’Ue. La prima di esse riguarda i suoi uomini di vertice, tenendo presente che la Commissione Barroso è in scadenza e che la nomina del presidente dell’Ue, prevista dal Trattato di Lisbona, potrebbe ormai non essere lontana, Irlanda permettendo. Qui la questione è secca e perciò politicamente non poco complicata. Confermare Barroso e operare per la presidenza dell’Unione un compromesso al ribasso, oppure collocare al vertice dell’Europa due uomini nuovi, rispettati, e capaci di iniziativa politica sul piano europeo e internazionale? Non sarà la stessa cosa.
Forse si può pensare anche, lasciando da parte grandi disegni irrealizzabili, ad un modesto passo avanti sul terreno delle politiche fiscali. Se si considera che l’opera per identificare i paradisi non costituisca un risultato ottimale ma un primo passo nella direzione giusta, potrebbe seguirne nell’UE, sulla stessa scia, l’armonizzazione del trattamento fiscale dei capitali, evitando il nocivo “beggar the neighbour” cui si è già assistito. I paesi dell’est e l’Irlanda (a tacere del Lussemburgo) opporrebbero probabilmente resistenze a iniziative della Commissione in tale senso. Ma non sembrano in una condizione di tale forza, nella vicissitudine finanziaria ed economica in cui vivono, per poter opporre il loro veto ad una iniziativa che voglia veramente avere successo.
Si potrebbe altresì, in materia di difesa, seguire un paio di consigli forniti dall’ex segretario generale della Nato ed esposti pubblicamente in un articolo sul «Financial Times». Nella sua britannica saggezza Lord Robertson osservava che il deficit difensivo europeo è grande e andrebbe colmato ma che nei prossimi anni sarà impossibile farlo aumentando i bilanci relativi. Ciò che invece si potrebbe concretamente fare è la loro ristrutturazione, utilizzando le risorse in direzioni operative meno obsolete e per fini meno burocratici di quelli che deliziano gli Stati dell’Unione (indicava in proposito specifiche direzioni di lavoro che magari il ministro La Russa approfondisse). Il secondo suggerimento riguarda la Forza europea di intervento rapido, che “esiste solo sulla carta” poiché in 10 anni «è stata raggiunta solo una frazione» della sua capacità d’azione. E il consiglio è che gli europei si muovano per crearla davvero, invece di chiamare Washington ogni volta che sia necessario. Avendo chiaro che, contrariamente a un’opinione diffusa, una reale politica europea di sicurezza e difesa è un bene non solo per l’Europa ma anche per gli Stati Uniti e solo realizzandola «gli europei potrebbero guardare il nuovo presidente americano a testa alta».
Si tratta, come si vede, di tre questioni limitate quanto importanti, operando sulle quali, realisticamente, si potrebbe migliorare lo standard di presenza europea. E si può infine pensare ad un movimento di pressione europeista entro il nuovo Parlamento eletto in giugno: che, se fosse sollecitato da fatti politici esterni cui aggrapparsi, potrebbe avere l’importanza che, altrimenti, non sarebbe probabilmente in grado di possedere.
Per il resto, non resta che stringere i pollici e sperare che il combinato disposto di un nuovo Governo tedesco dotato di spirito europeo e di un’espressa dimostrazione di volontà di collaborazione da parte degli Stati Uniti di Obama abbia il felice risultato di smuovere l’Europa dal terreno paludoso in cui si è immersa e, ahinoi, corre il rischio di affondare.
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