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Gli Stati Uniti e il loro nuovo presidente
di G. G.
Molto largamente e concordemente annunciata nei sondaggi, la vittoria elettorale di Barack Obama non solo c'è stata, ma ha assunto proporzioni molto ampie, equivalenti, in pratica, a quella, straordinaria, di Bill Clinton nel 2004 (con 370 voti su 540 nel collegio dei Grandi Elettori). Il significato di questo così ampio margine della sua vittoria taglia immediatamente la testa al toro: il toro, intendiamo, di tutte le elucubrazioni che per mesi si sono fatte sulla renitenza americana ad accettare uno di quelli che una volta erano indicati come "negri", "coloured", e che ora il "politically correct" di quel grande paese designa come "afro-americani": un mutamento lessicale che da solo dimostra quale lungo cammino abbia percorso negli Stati Uniti la sua più storica, più giustamente conflittuale, più gravemente oppressa minoranza razziale, il cui maggiore rappresentante - l'indimenticabile Martin Luther King - appena quarant'anni fa veniva ucciso proprio per quella spinta razzistica e discriminatoria, che ora la vittoria di Obama pare aver completamente vinto, se non dissolto.
I discorsi dei due candidati a elezioni concluse sono stati nella più pura tradizione della democrazia americana. Mac Cain, oltre il formale, ma non rituale, riconoscimento della vittoria del suo avversario, ha affermato che ora Obama è il suo presidente e che tutti gli americani debbono ritrovarsi uniti nel sostenere, col presidente, la causa e gli interessi degli Stati Uniti. Obama ha fatto per forza di cose un discorso più impegnato. Ne ricordiamo soltanto due passaggi. Nel primo ha detto che non si può pensare che, mentre a Wall Street c'è chi banchetta opulento, nella Main Street c'è chi non può nemmeno tirare la cinghia. Nel secondo ha detto che l`american dream", il sogno che fu già dei "padri fondatori", è sempre vivo e vitale, e che in qualsiasi caso e in ogni tempo e direzione gli Stati Uniti d'America saranno sempre gli Stati Uniti d'America.
Col primo accenno ci sembra chiara intenzione di Obama di avviare una fase riformatrice della politica federale americana di grande profilo in direzione di una decisa accentuazione del suo profilo sociale. È un'esigenza ormai matura in quel paese. Formava parte, non a caso, anche del programma elettorale illustrato nella campagna per le primarie da Hillary Clinton. Si penserà, crediamo, innanzitutto, all'assistenza sanitaria, ma crediamo che siano possibili sviluppi anche in direzione delle assicurazioni e della previdenza sociale.
Varrà, questo, a configurare una - per così dire - "europeizzazione" del modulo statale degli Stati Uniti? Porterà a una pratica attuazione o inizio di attuazione dello "Stato sociale" anche negli Stati Uniti? Francamente, non lo crediamo affatto. Pensiamo, cioè, che, a dispetto di tutte le apparenze, il margine di compatibilità dell'originaria ispirazione individualistica e liberistica del regime americano di libertà con l'introduzione di elementi comunitari e democratici sia molto ampio. Liberalismo e democrazia sono congiunti in quel paese da un connubio in cui gli elementi aggreganti prevalgono di gran lunga su quelli di disgregazione o di contrapposizione. Infondo, a ben rifletterci, era proprio questo che già agli occhi di Tocqueville rendeva il caso americano così complesso e diverso rispetto a quelli europei, nei quali la potenziale o attuale conflittualità tra liberalismo e democrazia, se congiunti in uno stesso quadro di regime, era molto più evidente e lacerante. Tocqueville aggirava genialmente la difficoltà, indicando le basi religiose del regime americano come matrici della tenuta di quel regime liberal-democratico quant'altri mai. A distanza di un secolo e mezzo da lui, e dopo il grandioso sviluppo della società americana in tutti i suoi aspetti (da quello demografico ed etnico a quello economico-sociale, da quello politico e istituzionale a quello di massima potenza mondiale, da quello culturale a quello scientifico), noi possiamo certo dire che nella loro originaria ispirazione gli Stati Uniti hanno trovato le risorse ideali e politiche per far fronte con un formidabile rafforzamento del loro profilo liberal-democratico alla loro trasformazione da piccolo paese agricolo e commerciale, da paese coloniale di poco più di 4 milioni di abitanti, in un colosso economico e politico senza pari, governato con un regime di libertà di dimensioni di gran lunga maggiori di qualsiasi altro mai conosciuto, e passato per le prove che lo hanno costituito come il massimo "melting pot" del mondo contemporaneo, dando luogo a una realtà multietnica i cui svolgimenti sono a tutt'oggi aperti su prospettive tanto originali quanto imprevedibili, ma sicuramente, a loro volta, di enorme rilievo storico.
Bastava, però, l'ispirazione originaria a sorreggere una tale inedita, grandiosa, appassionante, generosa e dinamica storia di una così grande comunità di uomini che ancor oggi vivono insieme da una generazione o da qualche diecina di anni? Di uomini che come Obama sono nati negli Stati Uniti, ma i cui genitori provenivano poco più di mezzo secolo fa da un remoto e certo non avanzato paese africano? Di uomini che vivono negli Stati Uniti e sono nati altrove, e non potranno mai essere presidenti come Obama, ma sono già pienamente americani come lui?
Rispondiamo subito che non ci sembra plausibile, e non per difetto di forza di quella ispirazione originaria, che, come abbiamo detto, è, anzi, forte e riconoscibile e attivissima e determinante anche oggi (e non è un caso che l'abbia subito richiamata Obama appena eletto), bensì perché nessuna ispirazione originaria avrebbe potuto o potrebbe portare il peso di tanta storia quanta ne hanno vissuto e si accingono a vivere gli Stati Uniti, se l'ispirazione originaria non avesse avuto un permanente, ininterrotto svolgimento e ampliamento, una continua e indefessa prosecuzione e promozione nella realtà, straordinaria anche per le sue dimensioni, che gli Stati Uniti sono diventati, in particolare dalla fine della Guerra di Secessione in poi. Ed è questa continua innovazione politica - che è innovazione di idee e di ideali, di vie e di modalità e strutture istituzionali e sociali - a far sì che gli Stati Uniti possano apparire ancor oggi come un paese storicamente giovane, che molto ha fatto e detto nel mondo contemporaneo, ma molto ancora e di più promette di dire e fare per il futuro. Altro che paese sull'orlo di una crisi di nervi e di altro, quale ci è stato incorreggibilmente presentato da tanti e tanti e tanti, e non solo della "sinistra", negli ultimi cinquant'anni! Piuttosto, un laboratorio del futuro del nostro secolo, che è già esso stesso una forma del futuro, come non è alcun altro paese al mondo.
L'elezione di Obama si colloca su questa linea. Non ne segna una svolta. Segna, però, sicuramente, per quel che si può giudicare, una fortissima accelerazione della dinamica storico-sociale e ideale della società americana. Egli si è mosso, e certamente ancor più si muoverà, sulla linea del partito democratico che ha nel suo DNA l'accentuazione della componente democratica della liberal-democrazia americana, la quale, a sua volta, non sarebbe quella che è, se a contraltare di questo partito non vi fosse quello opposto dei repubblicani. Non crediamo di andare molto lontano dal vero se affermiamo che la sua linea o continuerà organicamente e creativamente o innoverà, mantenendone il senso e la direzione, quella che Clinton espose nei suoi messaggi "sullo stato dell'Unione", grandi documenti, come ci è accaduto altre volte di notare, del pensiero democratico contemporaneo. Ed è anche per questa eventualità - che è poi una più che certa e prossima evenienza - di attiva prosecuzione e/o innovazione del pensiero e dell'azione politica del partito democratico americano che oggi la luce del "sogno americano" sembra tornare a illuminare il mondo e ad attrarre gli occhi, gli animi e le speranze degli uomini come appena si sarebbe creduto lontanamente possibile in tante, anche recentissime, occasioni.
Vero è che Obama deve fronteggiare una crisi reputata la peggiore dell'ultimo secolo dopo quella del 1929. È questo uno dei principalissimi banchi di prova ai quali egli è atteso, e certo sarebbe sciocco aspettarsi da lui una politica di compressione o di ostilità al sistema capitalistico e liberistico della tradizione americana. Ma appare anche probabile che non solo per far fronte alla crisi ci si possano aspettare da lui novità di politica economica che negli Stati Uniti ha preannunciato addirittura Bush con la "nazionalizzazione" (se così si può dire) o la "socializzazione" o il semplice salvataggio di qualche banca. Il pragmatismo americano potrà giocare, peraltro, su questo terreno un grande ruolo, disideologizzando largamente quel che si farà (o non si farà). La politica economica sarà, quindi, il primo esame per Obama, e lo rimarrà probabilmente sino alla fine. Non a caso si parla già di "obamonomics" come a suo tempo si parlò di "reaganomics"; e, del resto, le prime dichiarazioni del presidente designato sul sostegno che intende dare alle classi medie e all'industria automobilistica ci sembrano confermare in pieno ciò che andiamo dicendo.
Vi potranno essere anche riforme istituzionali dell'ordinamento americano a iniziativa del nuovo presidente? Pensiamo proprio di no. Pensiamo che sarà una sua cura costante ed esibita quella di dimostrare una lealtà costituzionale assolutamente cristallina e salda; una fiducia totale nel sistema che lo ha portato alla presidenza; una garanzia senza ombre dell'amplissima sfera dei diritti assicurati da quel sistema. Più prevedibile è, semmai, una ampliamento, esiguo o non esiguo che sia, di questa sfera di diritti. Ma è presto per dirlo, e anche su questo piano è prevedibile nel nuovo presidente molta più discrezione e misura di quanto alcuni, forse, pensano.
Per quanto riguarda la politica internazionale e la posizione degli Stati Uniti nel mondo, noi non crediamo, invece, che le novità possano essere moltissime. Si sa che Obama cercherà di uscire presto e bene dall'Iraq, ma certamente non per abbandonare le posizioni americane tra Bagdad e Kabul. Molti osservatori hanno già scritto che, se si lascerà, e comunque non repentinamente e d'un tratto, l'Iraq, sarà solo per concentrarsi vieppiù sull'Afghanistan, individuato come la chiave di volta, il punto focale degli equilibri politico-militari di quell'area. E l'analisi è convincente. Ma a noi interessa soprattutto un aspetto del problema, che consideriamo prioritario e determinante.
Ci riferiamo alla cosiddetta "politica imperiale", alla strategia interventista, al ruolo di "gendarme del mondo", che così spesso da destra e da sinistra, in Europa e fuori d'Europa viene imputata agli Stati Uniti; e ci riferiamo altresì a quei "profondi" analisti e saggisti che spiegano al volgo profano che cosa sia l"`impero", e come e perché quello americano abbia già imboccato il "Sunset boulevard", il viale del tramonto. E non capiscono, in realtà, che gli imperi, quando sono veramente tali, sono mastodonti di lenta crescita e di lunga durata; e ancora meno capiscono che, se degli Stati Uniti si vuole parlare - e ve ne sono tutte le ragioni- come di un impero, allora bisognerà anche riconoscere che quello americano è ancora nella sua adolescenza e che ancora ha una lunghissima strada davanti a sé per percorrere i sentieri della giovinezza e della maturità.
No, nessuno degli intellettuali europei che più si affaccendano in simili faccende ha ancora manifestato la profondità e l'intelligenza dello sguardo del greco Polibio nel contemplare lo spettacolo imperiale romano più o meno alla metà del II secolo a. C., e, a nostro avviso, gli Stati Uniti non sono ancora neppure a quel punto. Né diciamo questo perché pensiamo o crediamo che Washington pensi o giunga a formare un impero della possente struttura dominatrice di quella di Roma. La storia non si presta neppure alle belle copie, oltre che alle brutte. La forma-impero americano è e sarà quello che sarà. Ma quel che è certo che chi pensa a Obama in termini, non diciamo neppure per lontana idea di liquidatore, ma anche solo di riduttore dell'attuale primato americano nel mondo a una qualche forma di amministrazione condominiale o di gestione assembleare tipo ONU, si fa illusioni grossissime.
A prescindere anche dal fatto che la politica più interventista degli Stati Uniti ha quasi sempre visto come promotori e protagonisti i democratici, illudersi che, diventato «commander in chief delle forze armate del suo paese, Obama risulti più lieve di altri nel gestire la potenza - impero o non impero, declinante o appena adolescente che sia - di quel paese è un'autentica sciocchezza. La stessa scelta di Biden quale vicepresidente dice già da sé che la politica internazionale di Obama sarà la politica degli Stati Uniti quale è dettata dalla visone dei loro interessi e dei loro ideali che la classe politica americana, con tutte le sue interne divisioni e divergenze, ha maturato ormai da un secolo a questa parte. Né si può trascurare l'immediata dichiarazione di Obama sulla inaccettabilità del programma iraniano di armamento nucleare. La convergenza "bipartisan" su queste materie sarà anche sotto la presidenza Obama un orientamento della politica americana ben più spontaneo e naturale di quanto non sia nelle chiacchiere velleitarie che a questo riguardo si fanno parlandone come di un obiettivo politico da conseguire in alcuni paesi europei (ogni riferimento all'Italia è... puramente casuale). E, del resto, i commenti cinesi e russi alla elezione del nuovo presidente ci sembrano aver mostrato chiaramente che almeno in qualche parte del modo, le più interessate alla questione, di illusioni non ci se ne fa nessuna; e questa crediamo che assolutamente sia l'opinione dei "leaders" dei movimenti terroristici, estremistici e affini in ogni parte del mondo.
Non vogliamo dire affatto, con ciò, che nella politica internazionale degli Stati Uniti l'avvento di Obama non significhi nulla, non cambi nulla, non conti per nulla. Vogliamo solo dire che bisognerà aspettare a questo riguardo quel che Obama dirà e farà nei primi mesi del suo mandato, nonché - punto primario e decisivo - le scelte che egli farà per costituire la sua amministrazione, specialmente per i responsabili della politica estera, economica e militare, i cui nomi saranno altrettanto indicazioni illuminanti. Ma, ad esempio, già ci aspettiamo che su materie come la questione del'ambiente o la cooperazione per l'assistenza ai paesi poveri e la promozione del loro sviluppo possano esservi novità più che importanti e significative. Per ora tocca aspettare, anche perché la congiuntura mondiale attuale è contrassegnata da una crisi di cui non si parla e non si teme mai abbastanza, e anche su questo terreno l'amministrazione Obama avrà modo di far intendere a fondo e in maniera sostanziale il carattere che darà alla gestione del suo mandato.
L'Europa non dovrebbe aver nulla da temere da questo cambio al vertice americano, anzi potrebbe decisamente avvantaggiarsene, se, come crediamo, la Washington di Obama non si discosterà molto da quella linea dell'"interdipendenza" di ascendenza kennediana, che, per la verità non è stata mai davvero approfondita in America e lo è stata molto di meno in Europa. Ma su questo bisogna subito ripetere la solita canzone che tutto dipenderà poi da quel che in Europa si farà nel dialogo e nella collaborazione con l'alleata (un termine molto debole, per noi, questo di alleata) Washington.
Certo, non fiorirebbero molte rose, se ci si regolasse come da parte di molti si è fatto in Italia, dove ci si è divisi fra coloro che hanno visto nel successo di Obama soprattutto un loro successo personale e politico (Veltroni) e coloro che ad Obama, oltre a fare molti complimenti (come dire?) personali, si sono proposti di dare i consigli del più esperto (Berlusconi). Ma non ci pare che comportamenti consimili siano stati riscontrati in misura apprezzabile altrove, e in essi è da vedere, a nostro avviso, una ennesima prova della debole ispirazione che contraddistingue la fase attuale della politica italiana piuttosto che un qualcosa di significativo a livello internazionale. Né vogliamo fare molto conto dello spettacolo dato dall'inveterato, fanatico, amplissimo antiamericanismo che ora plaude a Obama, plaude a Washington, e ne esalta la capacità di rinnovamento che ha portato un cittadino americano delle origini familiari ed etniche di Obama al suo massimo vertice.
Il che è poi effettivamente, antiamericanismo a parte, uno spettacolo esaltante. Già Powell e la Rice avevano segnato tappe fondamentali nel dimostrare la capacità del gigantesco "melting pot" americano di promuovere e di realizzare quella «grande società" e di reggerne le tensioni, la dinamica e l'espansione. Questa volta, però, il passo è molto più lungo e di superiore qualità. Si tratta di afro-americani, ma è una parabola che vale anche per gli ispanici e per tutti gli altri americani di più o meno recente immigrazione, senza per nulla significare che perdano di respiro, di forza e di importanza determinante la vecchia America bianca, anglosassone e protestante (quella degli WASP), e l'altra America che ha già conseguito il suo traguardo di integrazione e di riconoscimento (l'America dell'immigrazione europea fino alla seconda guerra mondiale, che già ebbe in Kennedy il primo oriundo, irlandese, di questa immigrazione a entrare alla Casa Bianca). Tutti gli americani lo sanno oggi molto più di ieri, e si sentono e si sentiranno ancora più americani. Decisamente, - ha ragione Obama - il "sogno americano" è vivo e vitale, e strettamente connesso è il messaggio di volontà, di applicazione, di etica individuale e sociale col quale egli ha caratterizzato la sua campagna elettorale: "we can".
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