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Un nuovo ordine nei Balcani
di Sandro Petriccione
L’occupazione del Kosovo, cioè della regione a maggioranza albanese nellaparte meridionale della ex Jugoslavia, da parte della NATO, per mettere finealla dominazione serba e all’oppressione dei mussulmani albanesi, ha datoluogo alla dichiarazione unilaterale di indipendenza di un piccolo Stato di duemilioni di abitanti, intercluso tra Macedonia, Albania e Serbia.
La decisione, dopo il fallimento della trattativa in sede ONU tra albanesie serbi e dopo persecuzioni e distruzioni, che si sono succedute prima a caricodei mussulmani albanesi e poi dei serbi ortodossi, è apertamente sostenutadagli USA e, con qualche riserva, dai principali Paesi della UE, mentre è avversata dalla Russia che si fa forte del suo accresciuto peso internazionalee dalla dipendenza dell’Europa dalle sue risorse energetiche. Con l’indipendenza del Kosovo è portato a compimento lo smembramento della Jugoslaviache, insieme alla Cecoslovacchia, rappresentava uno dei nuovi Stati creaticon i trattati di Versailles del 1919, che sancivano la dissoluzione dell’Imperoaustro ungarico, ma che si prefiggevano anche di evitare la sua disgregazionein tanti staterelli in conflitto tra loro. Oggi invece dalla ex federazione jugoslava sono emersi come Stati indipendenti la Slovenia, la Croazia, la Bosnia Erzegovina (in realtà due Stati: uno croato-mussulmano e l’altro serbo), la Serbia, il Montenegro, la Macedonia ed infine il Kosovo. Ne risulta unmosaico di Stati e di nazionalità che spesso convivono e si accavallano ancheal di là delle frontiere politiche (basti pensare alla Macedonia aggregata perla maggior parte alla Jugoslavia col trattato del Trianon, dove è difficile distinguerele aree di diversa nazionalità tanto che spiritosamente i francesichiamarono all’inizio del secolo XX Macedoine quella che per gli inglesi era Fruit salad), che dà luogo a spinte irredentiste e a nazionalismi esasperati i quali del resto affondano le loro origini in tutta la storia dei Balcani; il contrariodi quanto fino ad oggi è accaduto nell’Unione Europea il cui maggiore successo è stato appunto quello di concorrere a superare le rivalità territorialie le tendenze scioviniste.
Ma, per tornare al Kosovo, la ricerca di una soluzione appropriata devetener conto della stragrande maggioranza della popolazione costituita damussulmani albanesi ma anche di quello che rimane della minoranza serba ridottasi dopo la vittoria dell’Asse nel 1942 e poi successivamente all’intervento della NATO, nonché dei precedenti storici ai quali si richiama la Serbiale cui origini sono legate alla battaglia perduta con l’esercito ottomanoa Kosovo Pole. In tempi più recenti l’occupazione italo tedesca della Jugoslavianel 1942 portò all’annessione del Kosovo all’Albania, stato fantoccio dell’Italia fascista, ed alla successiva persecuzione della minoranza serba che si accentuò dopo il 1943 con la costituzione da parte dei nazisti della 21a Divisione delle Waffen SS Skanderbeg i cui effettivi erano albanesi mussulmani. L’UE, più sensibile degli USA a questi precedenti, vuole garanzie che un Kosovo indipendente non possa agire per dar luogo al primo passo per la creazione di una Grande Albania fondata sull’omogeneità etnica che finirebbe con l’attrarre la forte minoranza albanese in Macedonia facendo venir meno il delicato equilibrio che caratterizza l’esistenza di quel piccolo paese e ad esercitare un’influenza sugli albanesi presenti in Montenegro ed in Grecia.
Il problema delle nazionalità si riacutizzò in rapporto ai nuovi confini che venivano definiti, spesso con intenti punitivi, dai trattati di Versailles del 1919, in particolare il trattato del Trianon con l’Ungheria e quello di Neully con l’Austria. È opportuno ricordare che i confini stabiliti per i Balcani a Versailles rimasero immutati dopo la seconda guerra mondiale. Per tutto il periodo sovietico, e fino allo scisma yugoslavo, tutti i paesi dell’“area socialista” regolarono i loro rapporti internazionali nel “campo socialista” dominato dall’URSS per mezzo del COMECON e del Patto di Varsavia. Anche la proposta del noto dirigente comunista Georghi Dimitrov di una federazione balcanica dopo qualche esitazione venne fatta cadere da Stalin. Ma la situazione siè messa in movimento dopo il 1989 con la disgregazione della Jugoslavia, favorita o quanto meno non ostacolata dai principali paesi europei e, dopo il tragico conflitto armato, con la formazione di nuovi Stati prevalentemente su base etnica (Slovenia e Croazia) pur con minoranze di nazionalità diverse o in altri casi, la Bosnia Erzegovina, la Macedonia e la Yugoslavia, poi Serbia Montenegro, con carattere federale o con forti autonomie per le minoranze. La prospettiva che si pensava realizzabile, per superare i contrasti, era quella di prevedere, sia pure in tempi diversi, la partecipazione di questi Stati all’Unione Europea con la sua ulteriore espansione. Il primo passo è stato quello dell’entrata della Bulgaria e della Romania, il più popolato dei paesi dei Balcani, che era stato preceduto dal loro ingresso nella NATO, cioè in una alleanza militare che negli ultimi anni ha spostato la sua giurisdizione fino ai confini conla Russia; e successivamente si sono verificati l’accesso della Slovenia, la più progredita delle repubbliche ex yugoslave e la più vicina ai paesi dell’UE nonché, su insistenza della Germania, la promessa alla Croazia di un’entrata nel 2010. Allo stesso tempo però rimane una situazione di instabilità nella Bosnia Erzegovina divisa tra serbi, mussulmani e croati, in Macedonia dove la forte minoranza albanese non ha nascosto le sue simpatie e fornito il suo appoggioper l’UCK, organizzazione indipendentista e terroristica del Kosovo, ed infine nel piccolo Montenegro (600.000 abitanti), etnicamente se non storicamente serbo, sorto con la sua separazione, favorita dagli USA, dalla Federazione serbo-montenegrina.
Si colloca in questo quadro la istituzione del Kosovo come Stato indipendente a seguito di una decisione unilaterale che crea un precedente innovativo di non poco conto nelle relazioni internazionali e che trova il sostegno degli USA e dei principali Stati della UE. È difficile richiamare, come un precedente per il Kosovo, l’indipendenza di Timor Est imposta all’Indonesia in quanto essa fu attuata solo in seguito alla decisione dell’ONU. La vittoria del moderato Tadic alle elezioni serbe rende ancora più difficile la situazione dando minori giustificazioni all’indipendenza di un piccolo Stato economicamente non autosufficiente che sopravvive solo grazie agli aiuti della UE e degli USA oltre che alle attività illegali del contrabbando specialmente di droga e della delinquenza. Il problema della minoranza albanese che viveva all’interno della Serbia, una volta risolto con la separazione in base a criteri etnici, rischiadi crearne degli altri altrettanto gravi a cominciare da quello della minoranza serba in Bosnia Erzegovina, come ha con preoccupazione ricordato l’attuale presidente del Consiglio d’Europa, lo sloveno Jan Kubis, ma che riguarda anche il disegno della “grande Romania” che si prefigge, secondo le recenti dichiarazioni del presidente romeno Traian Basescu, di annettere alla madrepatria le regioni etnicamente rumene come la repubblica di Moldova (quasi coincidente con la Bessarabia) già parte dell’Unione Sovietica ma che dal 1812 faceva parte dell’impero russo.
L’indipendenza del Kosovo con la totale eliminazione di ogni sia pur tenue legame con la Serbia va visto sotto due profili, tra loro logicamente anche se non cronologicamente collegati: le ripercussioni che può avere all’interno dell’area balcanico-danubiana e le conseguenze che può comportare al di fuori di essa.
Del primo problema si è già detto ricordando la fragile unione della BosniaErzegovina dove i nazionalisti della repubblica Srpska avranno argomenti per chiedere l’unificazione alla Serbia. Allo stesso tempo la minoranza ungherese del Banato in Serbia e quella ancor più consistente della Transilvania in Romania potrebbero avanzare analoghe richieste. Né si può dimenticare l’oggettivo interesse che la Russia ha per l’area balcanica e per molti dei suoi Stati, a cui è legata da secolari vincoli storici e religiosi e che vede minacciato da un Kosovo nelle mani degli USA – che tra l’altro vi hanno ubicato una loro importante base militare – e della UE nel momento in cui cerca di esercitare la sua influenza per mezzo della politica energetica, che si è recentemente concretata a seguito degli accordi con la Bulgaria, la Grecia e la Serbia.
La seconda questione riguarda i riflessi che la decisione unilaterale di indipendenzadel Kosovo al di fuori dell’ONU potrà comportare nel resto del mondo a cominciare dalla prevista reazione della Russia. Quest’ultima potrà ancor più apertamente appoggiare le istanza indipendentiste dell’Abchasia e dell’Ossetia meridionale (quella settentrionale fa parte della Federazione russa)due regioni già di fatto indipendenti abitate da minoranze etniche, le quali politicamente appartengono alla Georgia, che nel Caucaso è la testa di ponte degli Stati Uniti. Ma la soluzione adottata per il Kosovo potrà rimettere indiscussione anche l’annoso problema del Kurdistan ed in Africa quello del Biafra, la parte più ricca della Nigeria la cui secessione provocò la guerra civile e che oggi è tormentata dalla guerriglia.
All’interno della UE non si avranno certamente effetti immediati ma le spinte indipendentiste presenti in vari paesi europei dalla Catalogna, ai Paesi Baschi, alla Scozia potranno in futuro richiamarsi ai criteri con i quali si è decisa l’indipendenza del Kosovo per sostenere le loro pretese. C’è solo da augurarsi che una decisa limitazione delle capacità di decisione del governo locale possa attenuare i contraccolpi della decisione unilaterale di indipendenza. Le ragioni che hanno portato i Paesi della NATO ad appoggiare la secessione del Kosovo sono comprensibili in quanto rappresentano la logica conseguenza della loro politica nei confronti dell’espansionismo serbo di Milosevic, ma, invece di assicurare un nuovo e più pacifico ordine nei Balcani, comportano una decisione che rischia di sollevare il coperchio del Vaso di Pandora.
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