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Il gioco degli Imperi e la guerra d’Etiopia
di Giampiero Berti
Il 3 ottobre del 1935 le truppe del regio esercito italiano varcavano il confine abissino dando inizio alla guerra d’Etiopia. Dopo aspri combattimenti che causarono migliaia di morti, quasi tutti da parte degli etiopi (non meno di duecentomila), il 5 maggio dell’anno successivo il maresciallo Pietro Badoglio entrava vincitore nella capitale Addis Abeba. Quattro giorni più tardi, Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia, proclamava l’Impero.
Ritorna ora su questo evento importante, giusto a ottant’anni di distanza, Eugenio Di Rienzo con una fondamentale ricostruzione storica che trascende gli ambiti specifici dell’avvenimento [Il «Gioco degli Imperi», la Guerra d’Etiopia e le origini del secondo conflitto mondiale, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2016]. Di Rienzo, infatti, ripercorre tutte le fasi del conflitto, inserendolo in un quadro politico, diplomatico e strategico planetario, dove risultano decisivi i caratteri propri della geopolitica, la cui logica è determinata non solo da retaggi provenienti dal passato e da sotterranee pulsioni di lungo respiro - religiose, etnografiche e culturali -, ma, principalmente, dai rapporti di forza esistenti in quel momento fra gli Stati. Questi sono dominati dai loro interessi e dalla loro volontà di potenza, tesa a trarre unilaterali vantaggi nel gioco sempre mutevole degli equilibri internazionali. Di qui la necessità di un approccio storiografico lucido e disincantato, che ponga al centro dell’indagine la realpolitik, rispondente non certo a codificazioni ideologiche preconcette.
A questo proposito, Di Rienzo utilizza una vastissima bibliografia internazionale relativa soprattutto all’azione diplomatica dei governi inglesi, francesi, statunitensi, tedeschi, russi, giapponesi (oltre, naturalmente, a quello italiano). Fonti esaminate con grande acribia filologica e con uno smaliziato metodo di lettura, diretto a interpretare sia ciò che è esplicito, sia ciò che è implicito, perché, si sa, l’attività diplomatica è sempre enigmatica nei mezzi e nei fini: dice e non dice e, a volte, il non detto è più significativo del detto.
Il risultato di questa molteplice analisi condotta su più fronti, intrecciando e confrontando dati di diversa natura, mostra, prima di tutto, che la guerra d’Etiopia si svolge nel periodo del declino della centralità europea, che vede le due grandi potenze coloniali, la Francia, e l’Inghilterra, deboli sul piano militare e disorientate su quello politico, e per di più divise da antichi rancori e da nuovi sospetti. La politica suicida dell’appeasement, alla quale daranno corso nella seconda metà degli anni Trenta per cercare di placare le mire espansionistiche di Hitler, ne è un’inequivocabile conferma. Specialmente l’inarrestabile decadenza dell’impero britannico rese molto precario il contesto generale per le eventuali ripercussioni, che possono estendersi dal Mediterraneo all’Estremo Oriente, fino a coinvolgere l’America. Una situazione tale, dunque, da porre i presupposti di un possibile conflitto mondiale, come non mancò di rilevare, già dal 21 dicembre del 1935, il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, in un colloquio con l’ambasciatore italiano a Washington, Augusto Rosso. Il quadro dell’instabilità internazionale viene confortato anche dalle vane sanzioni economiche contro l’Italia approvate dalla Società delle Nazioni nel novembre dello stesso 1935; sanzioni che si rivelarono inefficaci, perché numerosi Stati, pur avendo votato per la loro imposizione, continuarono a mantenere rapporti commerciali con il nostro Paese.
In secondo luogo, la ricerca di Di Rienzo rende evidente che il vero obiettivo di Mussolini, al di là della retorica fascista del «posto al sole», del mare nostrum e della «riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma», era quello di essere presente in tutti i possibili teatri di crisi, per garantirsi un protagonismo globale. Nel caso specifico, si trattava di arrivare a un profondo riassetto dell’equilibrio strategico del Mediterraneo, che avrebbe consentito all’Italia di porsi su un piede di parità con la Francia e l’Inghilterra. Il Duce perseguiva così quel disegno d’«interesse nazionale», volto a fare dell’Italia una grande potenza; un disegno che il fascismo aveva in parte ereditato dalla classe politica liberale (si pensi solo a Crispi), fondato sul progetto di espansione coloniale nel Corno d’Africa, e anche, possibilmente, verso il Medio Oriente e gli Oceani.
Di Rienzo smonta la vulgata storiografica, secondo cui è da far risalire principalmente all’imperialismo fascista le origini del conflitto mondiale. In realtà, come egli scrive, l’avventura abissina si inserì in un gioco diplomatico a vasto raggio e già in atto; un gioco che vedeva la rivalità fra antichi imperi (quello britannico e quello nipponico), grandi e meno grandi potenze imperialistiche (Francia, Italia, Germania, Russia, Stati Uniti), tutti impegnati in una lotta diretta «non a sostenere o a far cadere la traballante corona del Negus, ma a acquisire o preservare posizioni di forza da cui affrontare il futuro titanico scontro per il dominio globale». Questa competizione, pertanto, non vide «la coesa e infrangibile “confraternita dei giusti” contrapporsi frontalmente alla malvagità dello “Stato canaglia” fascista».
Naturalmente Di Rienzo, con questa forte sottolineatura della centralità della geopolitica mossa dalla realpolitik, non mette in discussione la contrapposizione fra le democrazie liberali e il nazifascismo quale causa della seconda guerra mondiale. Mette in discussione, però, quella filosofia della storia che sanziona come inevitabile tutto ciò che è accaduto. La storia, invece, è una continua possibilità in divenire. Di Rienzo documenta come, tra il 1934 e il 1936 e persino prima e dopo il Patto d’acciaio del maggio 1939, si assista ad un gioco molto aperto delle alleanze tra Francia, Italia, Germania, Russia e l’Inghilterra, ancora lontano da quello che sarà poi lo schieramento della seconda guerra mondiale. Prima di giungere all’asse Roma-Berlino, la marcia di avvicinamento fra il Terzo Reich e l’Italia fascista seguì «un itinerario lento, tortuoso, contraddittorio, ambivalente, aperto alla possibilità di brusche inversioni di rotta».
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