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Nazione napoletana e nazione italiana
di Giovanni Brancaccio
È noto come il processo di formazione dello Stato nazionale in Italia sia stato diverso da quello dei grandi Stati-Nazione europei. Nel caso italiano l’identità nazionale maturò sulla base di un modello improntato piuttosto al particolarismo politico, che non a profondi principi unitari. La Nazione italiana si configurò allora con connotati politici sostanzialmente deboli, rispetto a quelli più marcati di natura economico-sociale e giuridica. Nel campo politico, infatti, all’indomani della nascita del Regno d’Italia, prevalse, sin da subito, all’interno dei due grandi schieramenti partitici della Destra e della Sinistra, sulla scorta del trionfante compromesso, la logica della fazione, quale tipica espressione del particolarismo, inteso, appunto, come elemento costitutivo della società italiana, rispetto alla rappresentanza degli interessi generali. Analogamente, nel campo sociale le abitudini e le usanze - come aveva acutamente già intravisto il Leopardi - ebbero il predominio sui costumi.
Muovendo da queste considerazioni e sulla base di precedenti analisi, nel suo volume, Mito e realtà della Nazione napoletana, Aurelio Musi, nel ritenere determinante il ruolo ricoperto dal Regno di Napoli nella lunga e complessa transizione dagli antichi Stati regionali alla realizzazione dell’unificazione della penisola, traccia una suggestiva ricostruzione storica della Nazione napoletana dall’Umanesimo fino al 1860; fissa i termini del difficile passaggio dalla Nazione napoletana a quella italiana; sottolinea il sentimento della doppia appartenenza, cioè della doppia patria, napoletana ed italiana, in numerosi intellettuali, ma anche nelle forze e nei gruppi meridionali che parteciparono al moto risorgimentale, ed individua, nella mancata creazione di una nuova identità del Mezzogiorno e della sua antica capitale il principale motivo dell’insorgere della «questione meridionale»1.
Certo, la componente territoriale, la personalità geopolitica del Regno e la sua piena identificazione, sin dai Vespri siciliani, con il Mezzogiorno continentale furono tutti elementi di fondamentale riferimento nella elaborazione del concetto di Nazione-Regnum, ma non v’è dubbio che alla pienezza di quel percorso si pervenisse soltanto con la maturazione della autocoscienza e del sentimento di appartenenza ad una stessa comunità politica. Il primo teorico dell’idea della monarchia “nazionale” ed “autonoma”, cioè della Nazione-Regnum, fondata sull’alleanza monarchia-nobiltà, fu Giovanni Pontano, che, durante tutta la sua lunga attività politica, tese a preservare, nel quadro della conservazione della “libertà d’Italia”, la indipendenza del Regno. Per il Segretario di Stato, la Nazione-Regnum si basava sul principio della fedeltà al re aragonese, che, quale «padre della patria», era il garante dell’unità politica del Regno, del buon governo e del bene pubblico. A differenza del Pontano, che aveva individuato nella contesa franco-ispanica per il predominio nella penisola l’origine della crisi politica italiana alla fine del secolo XV, che lo aveva allontanato dalla politica attiva, spingendolo ad indagare sul tema della “fortuna”, Pandolfo Collenuccio nel suo Compendio de le Istorie del Regno di Napoli, pubblicato nel 1539 a Venezia, scorgeva nella politica filopapale degli Angioini, nel ruolo della Chiesa e nella strategia della feudalità, che avevano sempre ostacolato la costruzione di uno Stato forte, la causa della instabilità politica del Regno, la quale, resa ancora più grave dal carattere antropologico dei meridionali, ritenuti dall’intellettuale pesarese come gente volubile, inaffidabile e sediziosa, aveva determinato la crisi politica apertasi in Italia con la discesa di Carlo VIII.
Nel ripercorre la costruzione storiografica della Nazione-Regnum Musi si sofferma poi sulle opere di Gian Battista Carafa, Tommaso Costo e soprattutto sulla Historia del Regno di Napoli di Angelo Di Costanzo, che individuò nell’unità territoriale, nel dominio politico e nei principi di patria e di fedeltà i pilastri portanti dello Stato meridionale. A suo avviso, infatti, il Regno, la monarchia e il baronaggio, che faceva parte dello stesso ordine sociale al quale apparteneva la nobiltà di Seggio della capitale, erano i protagonisti della Nazione napoletana, che si configurava pertanto come una Nazione aristocratica. Particolare attenzione Musi riserva alla Historia della città e del Regno di Napoli di Giovanni Antonio Summonte, sia perché l’autore fu il primo a proporre un’interpretazione unitaria della storia di Napoli e del Regno, sia perché fu lo stesso tesoriere del Seggio del Popolo a teorizzare per primo che la Nazione-Regnum era una realtà storica, nata dall’unione della Nobiltà e del Popolo, sebbene la prima, a differenza del secondo, la cui linea politica era sempre stata improntata alla fedeltà nei confronti del re e del patto stipulato con il sovrano, avesse mostrato una certa discontinuità nella condotta verso la monarchia. È un merito del Musi aver “scoperto” nel Summonte il fervente promotore del rilancio del mito repubblicano della Napoli antica, della città federata con Roma e gelosa custode della sua autonomia, ma anche l’ideologo della Nazione napoletana, del primato di Napoli, del suo singolare regime, sorto dalla fusione della «aristocrazia» e della «democrazia», e della identificazione della capitale con il Regno, insomma, dell’identità storico-nazionale di Napoli capitale.
L’esaltazione del Popolo, quale artefice principale della legittimità e fedeltà dinastica, nesso inscindibile del trinomio Re-Patria-Nazione, toccò, per così dire, a Camillo Tutini, che nella sua opera Dell’origine e fondazione dei Seggi di Napoli stabilì il modello dell’unione fra Nobiltà e Popolo, sul quale si reggeva l’impalcatura del governo della capitale. A mettere in discussione il vagheggiamento mitico del governo spagnolo nel Mezzogiorno e a gettare le basi della costruzione del paradigma dell’antispagnolismo, il cui sviluppo compiuto si sarebbe però registrato nell’Ottocento romantico, furono Paolo Mattia Doria e Pietro Giannone, che con la sua Istoria civile riuscì a fondere la storia politico-dinastica del Regno con quella del diritto e delle istituzioni. La sovranità dello Stato e la sua integrità territoriale erano, per Giannone, gli assi portanti della Nazione-Regnum, che non poteva più tollerare i soprusi del potere temporale della Chiesa.
Dopo l’ascesa al trono di Carlo di Borbone, con l’indipendenza del Regno e la formazione dello Stato borbonico, si ebbe una parziale trasformazione del sentimento nazionale verso «il re proprio»: un sentimento diverso da quello diffuso nei regni «governati in provincia». Fu, tuttavia, Antonio Genovesi a elaborare, nel periodo delle riforme, un nuovo concetto di Nazione, segnata da tre moderni elementi: il governo nuovo, nato dalla sintesi di «aristocrazia» e «democrazia»; la pubblica felicità; l’esistenza e la rigorosa applicazione di un unico corpo di leggi vigenti in tutto il Paese. Per Gaetano Filangieri, invece, l’amore di patria, al quale dedicò un intero capitolo del quarto libro della Scienza della legislazione, dipendeva da un avanzato sistema legislativo, da una più equa distribuzione della ricchezza, dal diffuso benessere del popolo, da una saggia legislazione criminale e da una forte educazione pubblica.
L’esaurirsi del movimento riformatore e la svolta reazionaria del potere politico dei Borbone, che accentuò il distacco tra Napoli e la dinastia, furono al centro della riflessione di Mario Pagano, che nei suoi Saggi politici rivolse una sferzante critica alla persistenza del feudalesimo, che attanagliava la società meridionale. A Giuseppe Maria Galanti si dovette il disegno di un nuovo equilibrio tra capitale e «provincie», che avrebbe generato un più profondo sentimento nazionale e posto le premesse per la nascita della Nazione moderna. Al Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco, Musi dedica ampio spazio, mettendo a confronto le due versioni dell’opera, quella del 1801 e quella del 1806, maturate in contesti storici differenti. Nell’edizione del 1801 Cuoco sottolineava la differenza tra la «Nazione francese», unita, forte e dotata di una notevole potenza militare, e quella dei piccoli Stati italiani, debole ed assoggettata alla servitù e alla protezione straniera, a causa della perdita dell’amore di patria e di ogni virtù militare degli Italiani. La lacerazione tra Corte e Paese, tra popolo basso e ceto aristocratico-borghese, e la politica esterofila adottata dalla monarchia avevano disarticolato la Nazione napoletana in due Nazioni, in due popoli, in due diverse morali. Nell’edizione del 1806 del Saggio storico Cuoco, invece, riconosceva una grande opportunità per la Nazione napoletana, che avrebbe potuto, nel contesto dell’Impero napoleonico, risollevarsi ed acquisire una maggiore solidità interna, tale da collocarla al centro di un progetto unitario della penisola, che il Cuoco maturò – come è noto –, in modo definitivo, nel Platone in Italia.
Fu allora che al mito delle origini romane degli insediamenti meridionali si sostituì, sotto l’influenza del modello napoletano, il mito delle origini italiche. La vera svolta nazionale in senso unitario si ebbe con Gioacchino Murat, la cui «conversione italiana» maturò durante i Cento giorni. Il mito di un Murat «patriota napoletano» e «patriota italiano», ideatore di un disegno unitario dell’Italia indipendente, della fondazione di una monarchia costituzionale e di una Nazione militarmente robusta, fece sì che Napoli diventasse il punto d’irradiazione dell’unificazione nazionale. L’esperienza murattiana divenne quindi un momento decisivo per la formazione ideologico-politica di un’intera generazione d’intellettuali napoletani, fra i quali si distinsero Carlo Filangieri e Guglielmo Pepe. A interpretare la posizione centrista del «murattismo» fu Pietro Colletta, che nella sua Storia del Reame di Napoli vide nella difficile convivenza del lealismo monarchico con il liberalismo e la fedeltà al governo la principale ragione del fallimento dei moti del 1820-1821. La crisi e la fine dell’esperimento costituzionale, per Colletta, furono dovute all’immaturità del popolo, impreparato a sostenere le istituzioni liberali, al ruolo negativo svolto dalle società segrete, all’inganno della monarchia e al peso condizionante della politica internazionale della Santa Alleanza. Il mito del «murattismo» continuò, tuttavia, a persistere negli anni seguenti e rappresentò un forte richiamo per i patrioti e gli intellettuali napoletani all’indomani del 1848 e del 1860. E al moderatismo, più che ai principi del liberalismo, si ispirò l’ideale della monarchia amministrativa moderna di Luigi Blanch.
La tragica conclusione della rivoluzione del 1848, la svolta reazionaria e lo spargimento di sangue consumarono ciò che rimaneva nei patrioti napoletani della sintesi tra idea di nazionalità napoletana e fedeltà dinastica. Il 1848 approfondì, infatti, la linea di demarcazione che già separava i Borbone dal Paese. Nella biografia di alcuni liberali napoletani, si pensi ai vari Poerio, Imbriani, Settembrini e De Cesare, il 1848 divenne un vero e proprio spartiacque ideologico-politico. Il sentimento di appartenenza alla Nazione napoletana e contemporaneamente a quella italiana si fece allora ancora più profondo, tanto da radicarsi all’interno della Scuola militare della “Nunziatella” e da coinvolgere personaggi della statura di Mariano D’Ayala, Giuseppe Ferrarelli, Enrico Cosenz e Nicola Marselli, che si erano formati in quella gloriosa istituzione. L’altro fatto di altrettanta significativa pregnanza, sottolineato acutamente dal Musi, è la notevole diffusione che, in quello stesso torno di tempo, ebbero nel Regno il neoguelfismo e l’autonomismo. La ragione principale di quel successo – dal neoguelfismo e dall’autonomismo furono difatti influenzati, fra gli altri, L. Dragonetti, G. Manna, C. Crisci, F. Persico, G. Savarese ed E. Cenni – derivò, secondo Musi, non solo dalla praticabilità del progetto riformatore neoguelfo, dalla possibile conciliazione della soluzione federativa con la conferma dell’autonomia degli Stati italiani, ma anche dall’esaltazione della filosofia autoctona meridionale (scuole pitagorica ed eleatica, il pensiero di Bruno e quello di Vico), e soprattutto dalla saldatura tra Risorgimento e Papato teorizzata dal Gioberti.
Nel ritenere il borbonismo morale e politico non una mera ideologia legittimista, bensì un habitus mentale, fondato sulla fedeltà alla monarchia, sull’esaltazione della patria, intesa come Nazione napoletana e borbonica, Musi rivaluta poi il contributo del pensiero e delle opere di Giacinto De Sivo e di Pietro Calà Ulloa, che nella crisi finale del Regno intravidero accanto a cause esterne (la politica ambigua del Piemonte verso Garibaldi) cause interne (ruolo nefasto degli emigrati liberali e inadeguatezza dell’esercito borbonico).
Le pagine dedicate alla crisi definitiva della Nazione napoletana, registratasi – come si è visto – prima dell’Unità, alla perdita del potere unificante della monarchia borbonica ed alla disarticolazione del primato della capitale, all’insorgere del problematico rapporto Nord/Sud, all’emergere del duplice indirizzo, quello del rifiuto della soluzione unitaria, che concorse alla rinnovata invenzione del mito della Nazione napoletana e della sua età dell’oro, e quello della scelta unitaria, critica però delle sue modalità di realizzazione, risultano particolarmente dense e persuasive ed immettono nuove prospettive di valutazione della insorgente «questione meridionale». Secondo Musi, infatti, l’aprirsi di quella «questione» fu dovuta, per un verso, alla definitiva scomparsa della Nazione napoletana, e, per l’altro, alla mancata creazione di una nuova identità per il Mezzogiorno.
L’impressione complessiva che si ricava dalla lettura di quelle pagine, che richiamano i contenuti delle opere di Napoleone Colajanni, Giustino Fortunato, Pasquale Villari e Pasquale Turiello, è che nell’intreccio di eventi e congiunture contrastanti della patria napoletana e della patria italiana si colgono le immagini di due diverse società, di due Nazioni distinte, che soltanto con la crescita delle funzioni dello Stato unitario avrebbero potuto trovare un punto di convergenza. Musi presta poi attenzione alla nascita della Società Napoletana di Storia Patria, nella cui fondazione ebbe un ruolo decisivo Bartolommeo Capasso, la cui rilevanza culturale e metodologica contribuì alla effervescenza degli studi maturati all’interno di quell’istituto, alla critica delle fonti, alla pubblicazione di importanti documenti utili ad illustrare «le cose della carissima patria nostra», alla storia nazionale del Regno, alla vicenda di una grande Nazione, la cui continuità per lui non si era mai spezzata, e alla storiografia napoletana dell’Ottocento. Nel che si può stabilire meglio come fosse difficile la transizione da un regime all’altro.
Nel capitolo conclusivo del suo volume Musi argomenta, in maniera convincente, i motivi che sono alla base del suo lavoro. Musi intende contrastare, cioè, con una ricostruzione oggettiva e metodologicamente rigorosa della realtà storica, che si colloca nel solco della grande tradizione scientifica, la fuorviante prospettiva del recente meridionalismo revisionista e dell’ideologia neoborbonica (Pino Aprile, Gigi Di Fiore), che, stigmatizzando la “conquista piemontese”, intentando un vero e proprio processo al Risorgimento e attaccando le classi dirigenti liberali e le posizioni interpretative del meridionalismo classico, hanno mirato, con una tipica operazione distorcente di contro-storia, a svalutare la costruzione unitaria, ad esaltare il brigantaggio come rivolta nazionale e a rifugiarsi nel mito del Mezzogiorno borbonico e dei suoi presunti primati economici, senza valutare le incongruenze della linea politica generale seguita dai Borbone, il loro conservatorismo paternalistico, il carattere arcaico e squilibrato della società meridionale e di quella napoletana.






NOTE
1 A. Musi, Mito e realtà della nazione napoletana, Napoli, Guida Editori, 2016.^
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