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Dove l’Italia, malgrado tutto, è più avanti dell’Europa
di Adolfo Battaglia
Dopo la crisi economica, il disordine politico percorre l’Europa; e appare più evidente l’insufficienza dell’impostazione che ha finora guidato la Commissione di Bruxelles. Oggi, sono a rischio i principi stessi fondatori dell’Unione Europea, i principi liberali e democratici su cui essa si è costruita. Spagna, Grecia e Italia pongono ancora, certamente, problemi di ordine economico; e impressiona la spaccatura della società britannica sulla Brexit, con tutto ciò che significherà per l’U.E. Ma l’Austria, l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia, la Bulgaria, e perfino l’Olanda, destano preoccupazioni di principio ben maggiori. Nel Nord Europa colpisce l’orientamento poco civile assunto da paesi civilissimi come Danimarca, Svezia, Finlandia in materia di migrazioni. Mentre in Francia ai successi elettorali del nazionalismo si è aggiunto ora, a sinistra, un oscuro movimento di massa anti-europeo; ed è innegabile che nel cuore dell’Europa si segua con apprensione la crescita della destra tedesca, espressa in toni accesi dalla “Alternativa per la Germania”, e in toni diversi e più pericolosi da influenti correnti interne alla maggioranza di Governo.
All’origine di questo generale sommovimento sta davvero la questione migratoria? O essa è la scintilla di innesto dell’incendio? Sembra più corretto pensare che ad alimentare il fuoco siano piuttosto le molte questioni di ordine politico ed economico-sociale intervenute negli ultimi due decenni, e ormai largamente analizzate da storici, politologi e sociologi. Vengono necessariamente in considerazione, così, gli orizzonti ignoti della globalizzazione, con la diffusione dei timori che essa ha provocato; e naturalmente la gigantesca crisi, non ancora del tutto spenta, da cui è stato attraversato il mondo a partire dal 2007. Ma anche l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia rappresentativa; il diffondersi delle tecnologie di comunicazione collettiva e interpersonale; il moltiplicarsi degli episodi terroristici; l’avanzare di aree e popoli che vogliono avere posto e attenzione sulla scena internazionale dopo esserne stati per un tempo lunghissimo emarginati. Da ultimo, le questioni senza fine dell’energia, dell’ambiente, del cambiamento climatico.
È questo, come si vede, un elenco ormai noto e scandagliato. Dovrebbe tuttavia aggregarvisi una ulteriore ragione, di cui solo talvolta si parla, più complessa e generale di quanto le altre possano risultare e forse proprio per questo più profonda e incisiva. Il fatto è che, a partire dalla fine dell’Ottocento, e continuando un tragitto che può considerarsi iniziato nel ’600 di Newton, si era radicata nel nostro mondo la convinzione che la scienza, con i suoi grandi risultati e le sue straordinarie scoperte, costituisse una stabile tavola di sicurezza generale; una sorta di spina dorsale non solo per pensieri più ordinati ma anzitutto per le sensazioni di fondo, a carattere psicologico, sulle quali riposano le certezze individuali. Era il caposaldo della scienza che avrebbe potuto supplire alla crisi dei capisaldi tradizionali intervenuta nel mondo sviluppato: la classe, il partito, il sindacato, la famiglia, perfino, in Europa, le Chiese.
Ad ogni latitudine si è invece chiarito che la scienza non è certezza ma dubbio. Non è verità ma ricerca. È anzi superamento di quanto era stato raggiunto: scoperta di nuove terre e abbandono di quelle apparse inizialmente promettenti. In questo senso la scienza, da elemento di sicurezza su cui ilmondo riposava, è a poco a poco divenuta anch’essa motivo di ansia e di incertezza. «L’anti-scientismo – ha sottolineato un noto fisico, C. Rovelli – è oggi nutrito dallo sconforto per la perdita dell’illusione che la scienza possa offrire un’immagine del mondo definitiva». «Dopo il ventesimo secolo, il pensiero razionale appare incerto e sotto accusa; e tanto nel mondo della cultura quanto nel pensiero comune crescono forme diverse di irrazionalismo». In breve, la scienza è caduta come elemento di padronanza del mondo da parte della gente comune dei nostri tempi. Contemporaneamente, nuovi rischi sono stati denunziati da un’intera scuola sociologica, i Bauman, i Beck, i Sennet: più larghi, più insidiosi di quelli affrontati fino a ieri, che erano d’ordine economico-sociale e avevano trovato risposta nel moto storico del Welfare. In una parola, la caduta dei capisaldi tradizionali della società è aggravata dall’acquisizione del carattere intrinsecamente mutevole del caposaldo della scienza, ritenuto a lungo l’elemento più sicuro di una vita non precaria.
È in questo tumulto di problemi, e su questo marcato deficit del senso di sicurezza, che forse può meglio valutarsi la dirompenza dei fenomeni politici. Nel vecchio continente non sono tanto le difficoltà economiche a determinare disorientamento e oscillazioni delle opinioni pubbliche. Ovviamente, la ripresa dello sviluppo e dell’occupazione costituisce base necessaria per rianimare il tessuto europeo. Ma la ripresa della fiducia non dipende automaticamente dai dati dell’economia, così come la valutazione della condizione di un paese non si fonda più soltanto sulla cifra del PIL. La riluttanza agli investimenti e il risultato ancora modesto della politica anti-deflazionistica della BCE hanno ragioni più complesse, e anche più oscure, di quelle puramente economiche. La politica non è più creduta come mezzo fondamentale di soluzione dei problemi. Le classi dirigenti sono prevalentemente viste come agglomerati di potere poco interessati agli interessi collettivi e molto a quelli personali. La profondità della corruzione, l’incapacità della politica di attenuare le diseguaglianze, la propensione al compromesso gettano ombre profonde sul tipo corrente di società democratica e ostacolano, o attenuano, volontà, impegno, iniziativa. La sfiducia, in breve, è politica; ed è essa, in una U.E. fatta ormai di nazioni poco solidali fra loro, a far pensare che il flusso delle migrazioni sia una specie di pericolosa epidemia da cui guardarsi con timore invece che un fenomeno storico da affrontare con lungimiranza.
Come poteva non manifestarsi in questo quadro una ristrutturazione dei sistemi delle forze politiche? È stata in effetti vasta; ed è avanzata oltretutto senza la guida di culture robuste. Progredisce infatti sulla base di moti e passioni più che su ragioni ordinate; è dunque più estrema, insofferente, sbrigativa. Buona parte di ciò che appartiene al passato viene segnato diabolicamente. Il paradigma rappresentato dai partiti tradizionali era del resto esaurito; e la politica, le istituzioni, l’economia, la vita sociale, il costume pubblico, il tipo di linguaggio ne erano stati toccati. In vari paesi si profilano torbidi politici. Nelle elezioni austriache i due tradizionali partiti di governo, socialdemocratici e democratici cristiani, non sono neppure arrivati al ballottaggio. È scontato che la sig.ra Le Pen sarà la più votata nel primo turno delle presidenziali francesi. Il primo partito nelle prossime elezioni spagnole sarà probabilmente quello dei “Podemos”. In Grecia c’è già Tsipras. In Olanda e altri paesi democratici del Nord Europa continua ad avanzare l’estrema destra populista.Altrettanto avviene, più pericolosamente, in molte nazioni ex comuniste dell’Est. Si vanno estinguendo i partiti del mondo cattolico-democratico. I socialisti sono considerati rispettabili vecchi.
Adesso questo insieme di fenomeni politici sembra essersi spostato anche negli Stati Uniti, società che del mondo occidentale costituisce da tempo l’avanguardia, nel bene o nel male. I temi più scottanti della condizione europea sono stati ripresi nella campagna elettorale americana; e un ribaldo come il candidato alla Presidenza del partito repubblicano li ha fatti propri alla rinfusa, aggiungendovi larghe dosi di volgarità. La stampa europea tende a riprendere il problema come fosse nuovo. E il maggiore quotidiano italiano ha dedicato una grande inchiesta sulle “nuove diseguaglianze americane”. Ma perché nuove? Si tratta in sostanza dei problemi che toccano l’intero mondo sviluppato. Ed è ben chiaro che un improbabile successo di Trump e di Sanders negli Stati Uniti, non segnerebbe, come è stato scritto, «l’affermarsi di un’agenda alternativa»<. Il populismo di estrema destra è il problema che deve avere attenzione primaria dovunque.
In Europa, l’uscire dalla condizione valetudinaria richiede non la pedante burocrazia di Bruxelles ma una grande e convincente strategia politica. Un respiro ampio, d’ordine anche morale, capace di trascinare le opinioni pubbliche e distoglierle dai loro dubbi sul destino del continente. Sembra questo il compito primo cui dovrebbero attendere le classi politiche europee. Sgomenta che l’esito dei loro sforzi, quando esistono, sia stato esilissimo. C’è una grande riluttanza a vedere che l’europeismo ha mancato di coraggio politico in momenti decisivi e ha finito così per aprire la strada ai fermenti di dissoluzione che oggi percorrono l’Europa.
Se si prova ora a valutare la situazione italiana per scrutare come possa incidere sugli orientamenti dell’U.E., è probabile che molti non vi trovino grandi motivi di conforto. È giusto non scorgervi neppure, però, elementi di sconforto. In qualche paese la polarizzazione populismo di destra-populismo di sinistra ha già prevalso sul tessuto logoro dei partiti. Altrove la battaglia è in corso. In Italia c’è una novità: i processi di polarizzazione si sono scontrati col parziale rinnovamento sospinto dal dibattito politico-culturale svoltosi nella prima Repubblica, e sfociato poi nell’esperienza dell’Ulivo. Maturato, infine, con la formazione di un partito maggioritario di sinistra riformatrice. Per quanto non soddisfacente appaia ancora sotto vari profili, i risultati di questo processo non sono davvero minori. Il primo è costituito dalla definitiva marginalizzazione dell’estrema sinistra antieuropea. Il secondo è che si è posto un freno a quella aggregazione neo-nazionalista che è esplosa in altre nazioni. In effetti, a destra e al centrodestra non vi sono in Italia posizioni stabili ma scompiglio. Più che linee politiche espresse da strutture definite prevalgono quelle agitazioni confuse, o sbracate, più volte comparse in passato nella vita del paese; e prevalentemente oggi espresse dal Movimento 5 stelle, la cui collocazione è misteriosa e la cui rozzezza culturale impedisce, peraltro, di prevedere un suo lungo e felice futuro, al di là dei sondaggi odierni.
Un terzo risultato, sul quale occorre riflettere più compiutamente di quanto si sia fatto, è che in Italia comincia ad affermarsi ciò che è sempre mancato: un partito di sinistra democratico con largo sostegno. Nel Novecento lo tentarono in molti. Prima del fascismo, Nitti e Amendola; poi Parri, proponendosi come capo della Resistenza: LaMalfa, modernizzando il Partito Repubblicano; Pannunzio Valiani e Carandini, con i neo-radicali; Saragat, richiamandosi alla socialdemocrazia nordica; e perfino Nenni, al momento dell’unificazione socialista degli anni ’70. Fallirono tutti, pur trattandosi di una classe politica di spessore non comune, incomparabile con quella odierna. Per fortuna, però, rispetto alla loro esperienza è intervenuto un fondamentale fatto nuovo. L’età delle ideologie è ormai superata. Ed è la globalizzazione stessa che rende indispensabili, sullo sfondo degli ideali democratici occidentali, il tipo di cultura laico-critica e l’approccio pragmatico alla modernità che in Italia furono in passato sopraffatti dai miti della sinistra di origine marxista.
Sembra questo, in verità, il punto base di ogni riflessione sul quadro politico italiano. Esso esigerebbe nel Pd una serie di revisioni che, riconosciamolo, non sono poco costose: in materia di programmi, di narrativa, di struttura del partito. Forse è più facile avviarle osservando che, se l’Europa deve continuare ad essere il quadro di riferimento, allora è proprio il nuovo assetto politico a consentire all’Italia di muoversi in Europa con un approccio più risoluto e iniziative più adeguate di quante si siano mai avute negli ultimi vent’anni. Vi sono pochi dubbi, per converso, che un ritorno all’indietro tornerebbe a generare in Europa i giudizi e la diffidenza nutriti in passato verso gli storici giri di valzer compiuti in tanti campi dal nostro paese.
Dalla nostra finestra con vista non si comprende bene se i critici molto vivaci che si muovono nel Pd abbiano in mente un progetto, un disegno e quale eventualmente sia. Essi – par di comprendere – non sembrano sospettare che l’inconsistenza delle estreme populiste ed antieuropee in Italia è determinata proprio dalla caratteristica prima del Pd: l’essere partito “maggioritario”, o, con termine analogo, “nazionale”. Perdere tale caratteristica – come si farebbe automaticamente modificando la legge elettorale, e permettendo alle estreme di mascherarsi per obbiettivi elettorali dietro altre forze più credibili – sfocerebbe in due risultati negativi. In Italia, torneremmo alla confusione del secondo Governo Prodi, perdendo la possibilità di razionalizzare il sistema politico in direzione bipolare. In Europa, perderemmo la garanzia dell’elemento di sicurezza politica da cui oggi è facilitata la proposta economica fatta dal nostro paese a Bruxelles: quando invece bisognerebbe rafforzarla, portando l’intero schieramento di sinistra dell’U.E. a premere nella direzione individuata dall’Italia come quella che ha le maggiori possibilità di essere condivisa da altre forti nazioni.
Si tratterebbe dunque di un duplice errore e il paese non è ancora così risanato da poterselo consentire. Il fatto è che una parte egregia del personale politico della sinistra continua a non avvertire che il paese rifiuta ogni recupero dei pezzi di marmo congelatisi sotto le rovine: e perciò marginalizza politicamente, in modo pregiudiziale e assoluto, quanti sembrano proporlo, pur sentendo spesso, magari, il valore di alcune delle loro domande.
Il partito di sinistra riformatrice è fondato, inoltre, su un metodo di selezione della leadership differente dai partiti tradizionali: e da essa sembra derivare quell’insieme di atti politici e di proposte innovatrici da cui oggi, piaccia o no, è resa viva la discussione pubblica. Naturalmente, un continuo esame critico degli uni e delle altre è indispensabile e utile. Ma è certo difficile che possa derivare dal patrimonio programmatico della sinistra del Novecento, per la buona ragione che quanto la politica è chiamata ad affrontare riguarda la soluzione dei problemi che sono vivi nelle società dell’era globale, non di quelli affrontati dalla cultura politica dell’età industriale.
Non si vorrebbe che questo punto fosse oscurato da un altro, di natura tutt’affatto differente, personalistica. È oggi al timone una classe politico-amministrativa diversa da quella che ha a lungo gestito il paese. C’è un personale nuovo, non selezionato dai partiti nella maniera tradizionale. Può piacere o non piacere, essere utile o, talvolta, nocivo. Ma è in ogni caso il risultato della mancanza di un reale sforzo di rinnovamento dei partiti, per il quale non vale il rimpianto di non aver fatto in tempo ciò che avrebbero potuto (è vero Epifani? è vero Bersani?). Occorrerebbe perciò prendere atto che questo nuovo personale ha alcune idee oltre che alcuni difetti: identificandone gli elementi di debolezza ma senza rifiutarlo in blocco con dichiarazioni lievemente incongrue in materia di democrazia. Dalla nuova classe politica è stato espresso un governo che è differente, nel bene e nel male, dal tipo di governo di coalizione da cui è stato retto il paese per oltre 50 anni. Se di questo disegnassimo il diagramma, la linea si volgerebbe inizialmente verso l’alto (i Governi del dopoguerra, la ricostruzione, il miracolo economico). Poi la linea diventerebbe piatta (i Governi di centrosinistra moderato, Moro, Rumor, Andreotti); quindi si inclinerebbe sempre più verso il basso, fino alla scomparsa della prima Repubblica. Precipiterebbe sotto terra, infine, con i Governi Berlusconi. L’andamento torna oggi a riprendere verso l’alto, più nel giudizio internazionale che in quello italiano, col Governo Renzi. Fa impressione che nel Pd vi sia chi pensi che bisogna tornare allo schema della Democrazia Cristiana d’antan: un leader al partito e un altro alla direzione del Governo, nella prospettiva di uno scambio continuo tra un incarico e l’altro e di una ripresa della fantasiosa ridda di governi che avemmo in passato.
Il punto su cui tutto gira – sia politicamente sia costituzionalmente – è proprio qui: le democrazie contemporanee possono essere governate soltanto sulla base di un sistema maggioritario, non di un sistema proporzionale. Poi, il maggioritario può essere di un tipo o di un altro, può avere modulazioni o sfumature differenti: e in effetti tutti i grandi paesi democratici dell’Occidente sono retti da sistemi diversi tra loro in non pochi aspetti. E però, tutti, maggioritari. La sinistra tradizionale, alla quale non a caso Bobbio addebitava la carenza di un pensiero costituzionale serio, non si è mai posta questo problema: che è diventato drammatico in Italia quando alle deficienze della politica si sono congiunte le deficienze del sistema di governo e la prima Repubblica è caduta per l’una e altra ragione. E però oggi la riforma costituzionale unita alla nuova legge elettorale coglie il punto chiave: definisce in Italia per la prima volta un ordinamento adeguato al principio che regola tutti gli altri paesi democratici del mondo. Certo si può dubitare della bontà di alcune formulazioni della riforma su una questione o su un’altra. Ma il suo significato rivoluzionario dei vecchi ordinamenti, la sua attualità storica, come potrebbero essere rifiutati da un partito di sinistra moderna?
Che il Governo Renzi abbia compiuto alcuni errori e il Presidente del Consiglio talvolta ecceda nella sua capacità di colloquio, è obbiettivo il rilevarlo. È obbiettiva, anche, la tara costituita dalle difficoltà parlamentari e di partito, che portano a scompensi, difetti normativi, ritardi (e a trasformismi sorprendenti: verso l’estrema sinistra, non meno che verso la destra o il centrosinistra). Anche con questa tara, tuttavia, l’opera di Governo appare diversa e migliore di quella della fase “piatta” della prima e della seconda Repubblica. Singolarmente diversa, anche, per quantità. Cioè per numero di iniziative prese, continuità di presenza sui problemi insorgenti, periodico ingresso nella battaglia economica europea, alla quale non poco giova il riconoscimento internazionale della competenza del Ministro del Tesoro.
Insomma, si possono avere i giudizi più vari sul Partito Democratico e sul Governo Renzi, piacere o non piacere. Ma è innegabile che la ristrutturazione della lotta politica ha assunto in Italia – questo paese ritenuto spesso impossibile – caratteri notevolmente differenti da quelli manifestatisi in altri paesi del continente: e per una volta, non in senso negativo ma positivo. Così, se l’Europa tenesse (riuscendo a riprendere lo sviluppo e mettendo in piedi il pilastro di un ordine internazionale credibile) ebbene, è probabile che un po’ di luce più viva potrebbe tornare nelle case degli italiani. L’insegnamento da non dimenticare è che delle riforme della società bisogna creare anzitutto la condizione politica. E se non vi si riesce è perfettamente inutile una sinistra innocua che parli con solennità di quanto è irrealizzabile. È questa condizione politica che tra infinite difficoltà e problemi si è adesso riusciti a mettere in piedi. Sarebbe sperabile che nel referendum costituzionale di ottobre gli italiani avvertissero, al di là delle bolle di sapone lanciate dai numerosi specialisti della materia, che non si può buttarla via per avversioni personali in assenza di ogni disegno alternativo.
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