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Croce e un luogo dell’«Aesthetica» del Baumgarten
di Felicita Audisio
Così Croce termina il paragrafo finale del cap. XIII dell’Estetica (Teoria), Il «Bello fisico» di natura e di arte, contrassegnato dal sommarietto Gli stimoli della produzione:
Il vecchio estetico Baumgarten consigliava ai poeti, come mezzi per promuovere l’ispirazione, di andare a cavallo, bere moderatamente vino, e, se per altro (ammoniva) fossero casti, guardare belle donne1.

Non è in causa in questa sede il pensiero di Croce in merito al ‘bello fisico’, quanto lo scioglimento di un ristretto di citazione. La citazione implicita occorre nell’Estetica in prevalenza nella prima parte (Teoria), mentre quella esplicita intesse soprattutto la seconda parte (Storia), ma, ciò detto, abbiamo appena sfiorato l’argomento, perché l’intertestualità in Croce è molto complessa e assume aspetti che solo in minima parte sono riconducibili al modo di citare in uso tra Otto e Novecento, e soprattutto si spiegano con la necessità, da parte del filosofo, di rendere il passo preso a prestito funzionale al proprio pensiero. E a tale scopo, vengono riformulate le frasi e talvolta perfino sacrificati dei segmenti del testo mutuato che egli percepisce come ridondanti, in quanto non aggiungono nulla alla sostanza del suo dire, e ciò al fine di conseguire il massimo della chiarezza2. L’esempio qui richiamato, per il compendio dei contenuti, è inscrivibile al registro della citazione implicita o allusiva, in genere echeggiante una fonte classica, e ricordiamo con Pasquali, non importi qui se il terreno non è quello della poesia ma della critica, che «le allusioni non producono l’effetto voluto se non su un lettore che si ricordi chiaramente del testo cui si riferiscono»3; ma è allo stesso tempo rinvio esplicito ad autore oggetto di trattazione, del quale è dichiarato infatti il nome: Alexander Gottlieb Baumgarten, filosofo (Berlino 1714 - Francoforte s. O. 1762), al quale dobbiamo il neologismo «aesthetica», le cui opere cadute nell’ombra col romanticismo sono state rivalutate da Croce.
Nell’Estetica già nella princeps (1902) è dedicata a Baumgarten buona parte del cap. IV della Storia, capitolo che a partire dall’ed. 1908 porterà il titolo: Le idee estetiche nel cartesianesimo e nel leibnizianismo e l’«Aesthetica» del Baumgarten, ove del filosofo tedesco viene ripercorsa brevemente la biografia e ne sono analizzate le opere. Nelle Meditationes (1735), in cui compare per la prima volta il termine «aesthetica» che nomina la dottrina dell’arte come scientia cognitionis sensitivae, Baumgarten non giungeva, afferma Croce, «a distinguere nettamente fantasia e intelletto»4. Nell’Aesthetica (1750-1758), ove determinava meglio il suo pensiero e la scienza della «conoscenza sensibile» veniva fondata per affiancare la logica tradizionale, la «verità estetica» era sì distinta da quella «logica» ma non svincolata dalla Poetica e dalla Rettorica alle quali erano demandate le distinzioni dei generi letterari. Mantenendo il filosofo legami ancora forti col passato, non si poneva in opposizione ma in accordo con i suoi predecessori, in particolare Wolff e Leibniz. «Nome nuovo e contenuto vecchio» era definita l’Estetica del tedesco, la cui «armatura filosofica» mancava del «corpo vigoroso che l’indossi». Ma, subito dopo, il lapidario giudizio è attenuato da una vena di simpatia: «L’eccellente Baumgarten, uomo pieno di calore e di convinzione, spesso così schietto e vivace nel suo latino scolastico, è una simpatica e ragguardevole figura nella storia dell’Estetica; ma sempre della scienza in formazione, non della formata; dell’Estetica condenda, non della condita»5.
Ma torniamo al luogo che sigilla il cap. XIII dell’Estetica (Teoria). Della bibliografa baumgarteniana, estratte le tre più importanti opere addotte da Croce: Meditationes6, Metaphysica7 e Aesthetica8, è senz’altro quest’ultima quella interessata con la sez. V Impetus aestheticus (§§ 78-95). L’impetus è il carattere richiesto come quarto punto all’estetico «dotato», il quale sussume in sé il «bello slancio», «l’infiammarsi della mente», «l’impeto», «l’estasi», «il furore», «l’entusiasmo», infine «il soffio divino». Gli stimolanti per far poesia o per pensare il ‘bello’ sono passati in rassegna nei §§ 81-92. A sostegno della teoria Baumgarten ricorreva alle fonti classiche, operando un intarsio fra la propria riflessione e la citazione di conforto. Utili alla nostra indagine sono propriamente i §§ 85-87 relativi agli stimolanti: 2° (bere moderatamente vino) e 3° (guardare belle donne), mentre il 1° (l’andare a cavallo) si impernia nei §§ 81 e 92, anche se del § 92, come diremo, Croce non usufruì.
Al § 85 (5) Baumgarten consigliava a coloro che si propongono di pensare «in modo bello», e quindi come esaltazione e ispirazione, alcuni stimolanti e tra questi quello di abbeverarsi a fonti più generose e succose come la fonte Aganippe, nel caso in cui fossero soliti bere soltanto acqua:
Si pulcre cogitaturo requiritur status, qualem § 39. descripsi, praesertim in sensationibus themati satis heterogeneis constituto, aquae potori, pro positu corporis, § 78. opportunus erit generosioris laticis modicus haustus, quo remittentibus nonnihil sensationibus e. g. molestis clarescere necessariae e. g. hilares imaginationes et praeuisiones eo magis possint. M. § 554. Hunc autem satis multis esse fontibus historici naturae narrant. Pone talem vim in Aganippe fuisse.
[Se, a chi si propone di pensare in modo bello, si richiede uno stato quale quello che ho descritto nel § 39, specie se si trova in mezzo a sensazioni piuttosto eterogenee al suo tema (cfr. § 78); a chi è solito bere acqua, in relazione alla posizione del proprio corpo, sarà opportuna una moderata sorsata di un succo più generoso, col cui aiuto possano, al parziale sedarsi, ad esempio, delle sensazioni moleste, acquistar luce ad esempio le tanto necessarie liete immagini fantastiche e tanto più le previsioni. Gli storici della natura narrano che una tale bevanda fosse propria di parecchie fonti. Una tale proprietà, per esempio, si trovava nella fonte Aganippe 9]

Al § 86 (6) il filosofo suggeriva una bevanda ancora più inebriante, il vino, e per dar corpo alla propria idea attingeva al patrimonio classico: Orazio (Ep. 1, 19, 2-3) e Tibullo (1, 7, 37-42):
Fontanae eiusmodi praeferent vinum § 85. cum Horatio iudicantes

Nulla placere diu neque vivere carmina posse,
Quae scribuntur aquae potoribus.

Ille liquor docuit voces inflectere cantu
, § 83.
Mouit et ad certos nescia membra modos, § 81.
Bacchus et agricolae magno confecta labore
Pectora tristitiae dissolvenda dedit.
§. 84, 52.
Bacchus et afflictis requiem mortalibus affert,
Crura licet dura compede pulsa sonent.
§ 85. Tib.


Fermiamoci ad Orazio: l’epistola terza a Mecenate dice: «nulla placere diu nec vivere carmina possunt / quae scribuntur aquae potoribus»; cioè che la poesia scritta da chi beve acqua non può né a lungo piacere e neppure aver vita. Il «bere moderatamente vino» nella sequenza dell’Estetica di Croce rifonde linguisticamente il «modicus haustus» e il «vinum» addotti da Baumgarten.
Al § 87 (7) il filosofo tedesco si faceva più ardito con un consiglio di natura sensuale; è come se perseguisse un iter pedagogico che prevede per i pensatori del ‘bello’, dopo gli effetti di una pur moderata ebrietà, l’eccitamento dei sensi, la voluttà:
Noua occasio est castis aestheticis, qui sedentes aduersus, identidem, nescio quam, spectant et audiunt duce ridentem. Misere quod omnes eripit sensus ipsis. Nam simul suam Lesbiam adspiciunt, nihil est super illis.
[C’è un’altra occasione per i casti estetici che, sedendo innanzi a una qualche donna, la guardano continuamente e l’ascoltano ridere dolcemente. Il che toglie loro, infelici, tutti i sensi. E infatti, non appena vedono la loro Lesbia, si credono in Paradiso10].


Questa volta è invocata l’autorità di Catullo, Carmina, 51, 9-12

Lingua sed torpet, tenuis sub artus
Flamma dimanat, sonitu suopte
Tintinant aures, gemina teguntur
Lumina nocte.
Cat.


ma si completi il paragrafo:

Quando autem absentis angiportum perambularunt, § 81. clausam ianuam fenestrasque vacuas salutantes, subito se in montes et lucos ex urbe remouent, § 84. ibique suum naturae miraculum procul vident dulce ridens, dulce loquens audiunt, fingunt, scribunt, canunt, psallunt, pingunt. [...].
[Ma quando, dopo aver percorso (cfr. § 81) il vicoletto dove c’è la casa dell’amata assente, salutando la porta chiusa e le finestre vuote, improvvisamente fuggono via dalla città verso i monti e i boschi (cfr. § 84) e lì da lontano vedono il loro miracolo naturale che ride dolcemente, l’ascoltano che parla dolcemente, e inventano, scrivono, cantano, danzano, dipingono [...]11].


Il tutto si coagula nell’Estetica in «se per altro (ammoniva) fossero casti, guardare belle donne»; e con questa nota precettistica, si conclude per Croce l’ampia rassegna del cap. V dedicato all’Impetus aestheticus. Resta è vero ancora da considerare il 1° stimolante: «l’andare a cavallo» che ricorre sia al § 81 sia, abbiamo detto, al § 92. Al § 81 non è il cavallo comune che entra in scena bensì Pegaso e la fonte Ippocrene, sacra alle Muse, sull’Elicona. È noto che l’espressione abbeverarsi alla fonte d’Ippocrene, come a quella non lontana di Aganippe, significava coltivare la poesia. Baumgarten esaminando lo slancio del corpo e il movimento nei temperamenti malinconici, in conseguenza di una cavalcata particolare affermava, appoggiandosi questa volta a Plinio Il Giovane (Ep., I, 6, 2):
[...] Hinc forte pegasus hippocrenen recludens, hinc tot in itineribus carmina scripta. Mirum est, ut animus agitatione motuque corporis excitetur. Pli. L. I. ep. 6.
[Forse per questo è Pegaso che fa schiudere la fonte Ippocrene e tante poesie sono state scritte in viaggio. È straordinario come l’animo sia eccitato dall’agitazione e dal moto del corpo12].


«L’andare a cavallo» ricorre anche al § 92, ove si sostiene che, passata la giovinezza, la poesia viene meno. La fonte di riferimento è di nuovo Orazio nel momento in cui paventa il suo declino di poeta. A Mecenate che lo invita a continuare nella poesia lirica, il poeta risponde con una recusatio (Ep. I, 1, 8-9: «Solve senescentem mature sanus equum, ne / peccet ad extremum ridendus, et ilia ducat»). [Il tuo cavallo invecchia. Abbi il buon senso di staccarlo nel momento giusto, prima che stramazzi proprio sul traguardo, ridicolo ed esausto13]. Nei due addendi § 81 e § 92 «il cavallo» sia in corsa sia in riposo rappresenta il simbolo, o una delle condizioni essenziali, del fare poesia in gioventù, e nel declino, in vecchiaia, dell’abbandono di essa, anche se Croce si fermerà alla prima stazione, premendogli il consiglio a giovani estetici o poeti.
Nella resultanza, la riformulazione nell’Estetica (cap. XIII Teoria) del passo della sez. V Impetus aestheticus (§§ 81, 85-87) si presenta quale esito compendioso, o di «condensazione»14, dell’argomentare di Baumgarten. Ma a differenza del tedesco che svolge il proprio pensiero col soccorso di continue inserzioni dei classici, oltre che con l’impiego di forme argomentative (nell’Aesthetica si vedano gli appositi paragrafi a queste dedicate) rispondenti a criteri di perfezione, il procedere di Croce, che opera una sintesi dei punti significativi del testo citato, si può definire piuttosto con la figura retorica della «comunione» con l’uditorio; figura che non ha l’esclusivo fine di «appoggiare quanto si dice con il peso di un’autorità», quanto quello di ribadire il concetto attraverso un’immagine, e che spesso poggia sulla cultura, sulla tradizione e sul «passato comune»15.


***


Che Baumgarten sia stato per Croce una felice scoperta lo prova la ristampa che già nel 1900 – all’altezza delle Tesi16 – il filosofo allestì a proprie spese del raro testo delle Meditationes17, e l’interesse non venne mai meno, anzi si accrebbe nel 1932 con il saggio dal titolo significativo: Rileggendo l’Aesthetica del Baumgarten18. In verità, l’occasione fu di natura estrinseca: dopo decenni di ricerche senza esito presso il mercato antiquario, nel luglio del 1932 Croce era finalmente riuscito ad acquistare per poco meno di 600 lire, tramite un libraio di Berlino19, un bell’esemplare completo delle due parti della rarissima Aesthetica 20. La felicità di possedere finalmente un’opera che trentadue anni prima aveva avuto in prestito da una biblioteca tedesca spinse il filosofo a ‘rileggere’ Baumgarten21. Nel 1936, in occasione del suo settantesimo compleanno, gli amici gli avrebbero fatto omaggio di una nuova edizione dell’Aesthetica alla quale furono premesse le Meditationes22. Nel 1932 Croce tornò quindi al testo baumgarteniano con commozione: «E cominciai a riscandire i primi e lapidarî paragrafi del libro, anche rimasti a me scolpiti nella memoria», e con sentimento di umana partecipazione rievocava le obiezioni mosse al filosofo tedesco e le sue «parate» e «rimbeccamenti»23, cioè le accese discussioni avvenute con i suoi critici. Il riesame dell’opera condotto dall’ottica del proprio sistema filosofico, ma anche sorretto da una pietas di antico allievo, lo portava a un giudizio più approfondito e positivo. Riconosceva a Baumgarten la capacità di aver determinato «la sfera estetica come una sfera teoretica, e una sfera teoretica anteriore idealmente a quella logica o intellettiva», aprendogli così la porta d’ingresso all’«avviamento più moderno del filosofare». Gli riconosceva inoltre di avere compreso che la scienza filosofica era necessaria alla critica stessa delle opere letterarie, «la quale deve muovere dai criterî così filosoficamente stabiliti»24, cioè a dire che l’Estetica è la scienza che si pone a fondamento della critica letteraria e d’arte, costituendone la metodologia. Tuttavia, nell’Estetica baumgarteniana, rilevava che permanesse ancora il vizio di origine col mantenimento del legame con i predecessori, con Leibniz in particolare, che invano il tedesco tentava di annullare col ricorrere all’oratoria quale espediente nel conflitto non risolto tra veritas aesthetica (verità di espressione e non di logica) e versimilitudo25.
Se nel 1902 Croce aveva letto Baumgarten dalla prospettiva della prima Estetica, che afferma il carattere teoretico dell’arte e poggia sul principio della identità dell’intuizione-espressione, ma ove sono distinti, peraltro già fissati nelle Tesi, i principi teorici in un sistema di categorie: teoretica e pratica, l’una di base alla seconda; e ognuna distinta a sua volta in due gradi: estetico e logico la prima, economico ed etico la seconda, nel saggio del 1932 lo analizzava alla luce di una teoria sostanziata delle cosiddette integrazioni: la prima, che esplicita il concetto di arte come «pura forma» e il cui carattere è definito «lirico»26; la seconda, che svolge quello di «totalità» dell’espressione artistica27, con l’ulteriore specificazione dell’arte come «carattere universale o cosmico», in base al riconoscimento della relazione tra la parte e il tutto, fra individuo e cosmo. Sulla base del concetto di ‘sentimento’ che rappresenta il mondo pratico, la materia ch’è la «condizione», l’«antecedente» dell’espressione poetica, Croce sottolineava che in Baumgarten tutto ciò era sì balenato ma «assai confusamente, perché ben altro occorreva per porre e stabilire il principio della liricità di ogni arte, il carattere lirico intrinseco all’intuizione pura, e con ciò stesso giustificare l’ufficio catartico dell’arte rispetto alle passioni»28. L’esame si faceva più serrato: dopo aver riaffermato il mondo passionale o pratico come antecedente e materia dell’arte, Croce procedeva con l’altro problema, quello del carattere universale o cosmico dell’arte, rilevando nel Baumgarten, come nei suoi successori, un errore di prospettiva nel porre la realtà fuori dello spirito, che portava a un rispecchiamento fra spirito e realtà e non già a una dialettizzazione delle forme nell’unità dello spirito29.
Ma nel saggio del 1932 Croce azionava anche un cambio di registro, passando da quello critico a quello della narrazione letteraria e artistica, ciò che gli consentiva di delineare un ritratto più compiuto e affettuoso del vecchio maestro, al quale si rivolgeva in una forma allocutoria che raggiungeva un grado di intimità tale da consentirgli il pronome personale ‘tu’, esprimente familiarità: «quanto a me, ancor oggi tu, o mio vecchio maestro, m’insegni qualcosa [...]»30. È in questa dimensione colloquiale che Croce indulge al racconto e all’illustrazione dei gusti e dei vezzi del vecchio filosofo: «epigrafico sovente, ma di solito aspro, nodoso e involto questo suo latino, che egli commentava e svolgeva dalla cattedra in un vivace tedesco e in modo gradevole ed ameno» e ancora: «parlando usciva, invece, in motti scherzosi», riesumando perfino un esempio della sua vena di aneddotista31.
Tornando al nostro assunto, non sorprende che a distanza di anni Croce fosse colpito ancora dal medesimo luogo, la sez. V Impetus aestheticus, di cui sunteggiava i costituenti, ad eccezione del primo: l’andare a cavallo: «passava a rassegna (§§ 85-86) tutti gli stimolanti dell’impetus ossia della ispirazione ed esaltazione poetica, e tra questi anche la virtù delle bevute che si attingono alla chiara fonte di Aganippe e ad altre acque miticamente famose; ma “giacché (soggiungeva) la nostra ordinaria acqua non sa produrre di simili effetti, si suol proporre a tal uomo il vino”»32. Il passo riguardante il terzo stimolante è invece riprodotto integralmente. La citazione letterale segna un indubbio scarto rispetto al compendioso «guardare belle donne» del 1902, e soprattutto ha un fine che non è meramente stilistico. Al termine della requisitoria condotta contro i falsi estetici contemporanei, la schiera degli improvvisatori di Estetiche «tutte abortive» sorte negli ultimi anni in Italia33, Croce affrontava con esacerbata amarezza l’innominato avversario principe e in questo duro scontro ricorreva a un modo retorico: l’argomentare per mezzo dell’esempio o del «modello»34, impiegando cioè le parole dello stesso Baumgarten:
Misere – tu dicevi dell’amore e degli innamorati, – quod omnes eripit sensus ipsis, nam simul suam Lesbiam adspiciunt, nihil est super illis; e sapevi che la poesia comincia a nascere con la “visione a distanza”, con l’insoddisfatto desiderio, col sognare, col fantasticare: “quando autem absentis angiportum perambularunt, clausam ianuam fenestrasque vacuas salutantes, subito se in montes et lucos ex urbe removent, ibique suum naturae miraculum procul vident dulce ridens, dulce loquens audiunt, fingunt, scribunt, canunt, psallunt, pingunt (§ 87)35.


Coinvolgendo l’antico maestro nell’aspra ritorsione polemica a quegli diretta, mentre lo investiva del compito di apportare sollievo e insegnamento con la propria filosofia ne ribadiva la portata innovativa36:

Ma quello stesso assertore del selvaggio sentimento ha poi sempre in tasca il vieto suo panlogismo, e lo tira fuori e dice che quel sentimento per sé, quell’arte per sé, di cui aveva parlato, è astratta e irreale, perché reale è solo il pensiero logico che la pensa; e tu lo compassionerai con l’ammonirlo di quel che non sa o a cui non ha mai pensato, cioè che “ex nocte per auroram meridies“ (§ 7); lo compassionerai, perché egli, nella rozzezza sua di mente e d’animo, nella sua totale ottusità estetica, par che conosca solamente la tenebria fitta e il mezzodì accecante, e si argomenti di stringerli in ripugnante connubio, e ignori l’aurora che sta tra i due, tra le agitazioni del sentimento e le discriminazioni filosofiche, ed è il trapasso dalle une alle altre: l’aurora, la Poesia37.


Basterà qui appena notare che un anno prima, nel 1931, era uscita presso Treves la Filosofia dell’arte di Giovanni Gentile38, ma il dissidio filosofico creatosi fra i due risaliva, come è noto, ad anni più lontani.
















NOTE
1 Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 2014 (Edizione nazionale delle Opere di Benedetto Croce – Filosofia come scienza dello spirito, I), 3 voll., 2 di testo e 1 di Apparato, cfr. Estetica, I, p. 145; Estetica, II, p. 124 con minime varianti formali.^
2 Sul modo di citare di Croce, cfr. F. Audisio, Il «rovescio del ricamo» e la citazione allotria, in Filologia e filosofia. Sull’Estetica di Benedetto Croce e altri saggi, Napoli, Bibliopolis, 2003, pp. 185-217; riguardo all’Estetica, una minima tipologia è data in Estetica, Apparato, pp. 93-97.^
3 G. Pasquali, Arte allusiva, in Pagine stravaganti, Firenze, Sansoni, 1968, 2 voll., II, pp. 275-282, a p. 275.^
4 Estetica, I, p. 269; Estetica, II, p. 241 con qualche variante formale.^
5 Estetica, I, p. 273; Estetica, II, p. 246 con qualche variante formale.^
6 A. G. Baumgarten, Meditationes Philosophicae De Nonnullis Ad Poema Pertinentibus, Halae Magdebvrgicae, Litteris Ioannis Henrici Grvnerti, Acad. Typogr., 1735. Si veda Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus di A. G. Baumgarten. Testo, indici, concordanze, a cura di A. Lamarra, P. Pimpinella, Firenze, Olschki, 1993.^
7 Metaphysica per Alexandrum Gottlieb Baumgarten Professorem Philosophiae. Editio II. Halae Magdeburgicae. Impensis Carol. Herman. Hemmerde, 1743.^
8 Aesthetica scripsit Alexander Gottlieb Baumgarten. Prof. Philosophiae. Traiecti cis Viadrum. Impens. Ioannis Christiani Kleyb, 1750; Aestheticorum pars altera ... Francofurti cis Viadrum, Impensis Iohannis Cristiani Kleib, 1758; rist. anast. Frankfurt a. d. Oder, 1750-1758, G. Olms, Hildesheim 19863. Per la traduzione, cfr. A. G. Baumgarten, L’Estetica, a cura di S. Tedesco, trad. di F. Caparrotta, A. Li Vigni, S. Tedesco. Consulenza scientifica e revisione di E. Romano, , Palermo, Aesthetica Edizioni 2000.^
9 L’Estetica, cit., p. 44.^
10 Ibid.^
11 Ibid.^
12 Ibid.^
13 Orazio, Ep. I, 1, 89, trad. di M. Beck, in Tutte le opere, Introduzione di N. Rudd, trad. di L. Canali e di M. Beck. Commento e note di M. Pellegrini e di M. Beck, Milano, Mondadori, 2007, p. 555.^
14 G. Genette, Palinsesti. La letteratura al secondo grado, trad. a cura di Raffaella Novità, Torino, Einaudi, 1997, p. 289.^
15 Ch. Perelman - L. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, prefazione di N. Bobbio, trad. a cura di C. Schick, M. Mayer e con la collaborazione di E. Barassi, Torino, Einaudi, 1966, reprints, 1976, 2 voll., I, p. 187.^
16 Tesi fondamentali di un’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, «Atti dell’Accademia Pontaniana», XXX, 1900, pp. 1-88; rist. anastatica a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 2002. Ma già Croce si interessava a Baumgarten nell’apprestare materiale per la parte ‘storica’ dell’Estetica, cfr. la lettera a Gentile (21. 8.1899), in B. Croce - G. Gentile, Carteggio, I, 1896-1900, a cura di C. Cassani e C. Castellani, introduzione di G. Sasso, Torino, Nino Aragno Editore, 2014, p. 276.^
17 A. G. Baumgarten, Meditationes Philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus. Ristampa dell’unica edizione del 1735, a cura di B. Croce (Trani, V. Vecchi), Napoli, 1900, pp. VIII + 46. Su questa ristampa, cfr. M. Panetta, Croce editore, Napoli, Bibliopolis, 2006, 2 voll., I, pp. 224-226.^
18 Rileggendo l’«Aesthetica» del Baumgarten, «La Critica», 31 (1933), pp. 1-19; rist. in Ultimi saggi, a cura di M. Pontesilli, Napoli, Bibliopolis, 2012 (Edizione nazionale delle Opere di Benedetto Croce – Saggi filosofici, VII), pp. 81-105. Il saggio fu inoltre ristampato in Storia dell’estetica per saggi, Bari, Laterza, 1942, pp. 93-122, e in Filosofia. Poesia. Storia, Milano-Napoli, R. Ricciardi editore, 19522, «La letteratura italiana. Storia e testi», pp. 381-401.^
19 B. Croce, Epistolario II. Lettere ad Alessandro Casati 1907-1952, Nella sede dell’Istituto, Napoli 1969, p. 140 (Croce a Casati, 24.7.1932).^
20 Vd., supra, n. 8. Così descrive l’esemplare Croce: «era veramente bello, freschissimo, due volumetti in dodicesimo con graziosa legatura settecentesca di tutta pergamena bianca dai tasselli di pallido rosa ed impressi caratteri d’oro», cfr. Ultimi saggi, p. 81.^
21 Il 26 luglio Croce cominciò a «rileggere» l’Aesthetica, appena quattro giorni dopo aver ricevuto il volume dal libraio tedesco, e lavorò al saggio il 27-28 luglio e dall’11 al 20 agosto 1932, cfr. B. Croce, Taccuini di lavoro, 1927-1936, Napoli, Arte tipografica, 1987 [ma 1992], 6 voll. + Indici, ivi, 2011, III, pp. 326 ss.^
22 L’opera del Baumgarten nel testo di origine, e premessevi le Meditationes fu ristampata a Bari presso Laterza in edizione di lusso in occasione del settantesimo anniversario di Croce, al quale il volume è dedicato: Aesthetica iterum edita ad exemplar prioris editionis annorum MDCCL-LVIII spatio impressae. Praepositae sunt Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus, ab eodem auctore editae anno MDCCXXXV, apud. Jos. Laterza et Filios, Barii MCMXXXVI. L’iniziativa fu di Alessandro Casati che compose anche una circolare per la sottoscrizione, cfr. B. Croce, Epistolario II., cit., p. 172 (Croce a Casati, 13.4.1935). Il testo dell’Aesthetica fu curato da Tommaso Fiore, mentre Croce si limitò ad apporre «alcune note di carattere storico e bibliografico», cfr. Ultimi saggi, p. 102, n. 1, mentre per la correzione delle bozze si avvalse, oltre che di Fiore, anche di Eugenio della Valle; per le vicende editoriali, cfr. B. Croce - G. Laterza, Carteggio a c. di Antonella Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2004-2009, 3 voll. e IV in 2 tomi, I 1901-1910, pp. 198 e ss., e B. Croce, Taccuini di lavoro, cit., III, pp. 486 e ss. Su questa edizione, cfr., inoltre, D.M. Fazio, Di un’edizione dell’«Aesthetica» di Baumgarten per i settant’anni di Benedetto Croce, in Filosofia e storiografia. Studi in onore di Girolamo Cotroneo, a cura di F. Rizzo, Soveria Mannelli, Rubbettino, [2005], pp. 175-186. Riguardo alle edizioni: Aesthetica (1750-1758) e Meditationes (1735), possedute dalla Fondazione e Biblioteca B. Croce, cfr. D. Marra, Conversazioni con Benedetto Croce su alcuni libri della sua biblioteca, Milano, Hoepli, 1952, pp. 97-98.^
23 Ultimi saggi, p. 82.^
24 Ivi, pp. 87-88.^
25 Ivi, p. 94.^
26 L’intuizione pura e il carattere lirico dell’arte (conferenza letta il 2 settembre 1908 in Heidelberg, nella 2a adunanza generale del 3° Congresso internazionale di Filosofia), «La Critica», 6 (1908), pp. 321-340; rist. in Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, a cura di M. Mancini, Napoli, Bibliopolis, 2003, 2 voll. (Edizione nazionale delle Opere di Benedetto Croce - Saggi filosofici, I), I, pp. 13-37.^
27 Il carattere di totalità della espressione artistica, «La Critica», 16 (1918), pp. 129-140; rist. in Nuovi saggi di estetica, a cura di M. Scotti, Napoli, Bibliopolis, 1992 (Edizione nazionale delle Opere di Benedetto Croce - Saggi filosofici, V), pp. 113-126.^
28 Ultimi saggi, p. 99.^
29 Ivi, p. 100.^
30 Ivi, p. 105.^
31 Ivi, p. 83.^
32 Ivi, p. 84.^
33 Ivi, p. 102.^
34 Ch. Perelman - L. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione, cit., p. 386.^
35 Ultimi saggi, p. 104.^
36 Ibid.^
37 Ibid.^
38 La Filosofia dell’arte, sec. ed. riv., Firenze, Le Lettere, 2000 (Opere complete di Giovanni Gentile, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi filosofici), vol. VIII; un libro, come è noto, nel quale Gentile rielaborò un corso di lezioni tenute tra il 1927 e 1928 all’Università di Roma. Quanto al «selvaggio sentimento», di cui lo accusa Croce, cfr. G. Gentile, Il sentimento, «Giornale critico della filosofia italiana», 9 (1928), pp. 1-19, ora in Introduzione alla filosofia, sec. ed. riv., con un’Appendice, Firenze, Sansoni, 1981 (Opere complete di Giovanni Gentile, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi filosofici), vol. XXXVI, pp. 34-60. Sull’argomento, cfr. G. Sasso, Gentile: la questione del «sentimento» (2007), in Filosofia e idealismo. VI. Ultimi paralipomeni, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 315-364, e inoltre Id., Glosse marginali di G. Gentile ai libri di B. Croce (1976), in Filosofia e idealismo. II. Giovanni Gentile, Napoli, Bibliopolis, 1995, pp. 539-612, in particolare, per le glosse sul «sentimento», pp. 542-569.^
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