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La via napoletana alla sanità e all’assistenza sociale: l’età moderna*
di Aurelio Musi
1. I significati della “via napoletana”

Il titolo di questo contributo può anche essere espresso così: “Medicina, sanità, assistenza sociale, società: una via napoletana alla modernità”. Come chiarirò successivamente, con le due formulazioni intercambiabili del titolo intendo alludere ad un livello particolare di sviluppo che, insieme con altri, indica al tempo stesso il legame profondo della storia del Regno di Napoli con altre storie di realtà dell’Europa occidentale e i caratteri specifici della modernità napoletana. La periodizzazione di questo processo è quella di una “lunga età moderna”, compresa fra il principio del XVI secolo e l’Unità politica della penisola italiana, in cui è possibile analizzare permanenze e sviluppi delle strutture ospedaliere, la traduzione nel Regno di Napoli della segregazione e reclusione dei poveri, le trasformazioni settecentesche e la separazione delle istituzioni medico-ospedaliere da quelle filantropiche nell’Ottocento, in coincidenza con il più avanzato processo di professionalizzazione del medico. La tesi che vorrei cercare di argomentare in questo studio è la seguente: durante la “lunga età moderna” nel Mezzogiorno d’Italia non è ravvisabile un passaggio, una transizione lineare dalla carità privata alla beneficenza pubblica all’assistenza e al servizio sociale che oggi possiamo definire welfare; piuttosto è riconoscibile la coesistenza tra i diversi profili, naturalmente con accentuazioni che variano da un periodo ad un altro: e proprio tale coesistenza è la garanzia della relativa funzionalità del sistema sanitario e assistenziale nel Mezzogiorno.
Devo allora innanzitutto precisare che cosa intenda per “via napoletana alla sanità e all’assistenza”. Mi sembra di poter identificare sei profili del significato.
1) La lunga durata dell’antico regime. Coesistenza più che passaggi, si è scritto, caratterizzano medicina, sanità e assistenza nel Mezzogiorno. La professionalizzazione del medico è qui più tardiva rispetto ad altre realtà italiane ed europee. La sua formazione accademica e istituzionale procede secondo schemi non certo innovativi fino al tardo Settecento e al primo Ottocento. Ospedali e strutture sanitarie conservano a lungo le loro funzioni polivalenti. Se si osserva l’evoluzione della paramedicina, appare chiaro come i farmacisti a Napoli abbiano una lunga storia come corpo, ma risale solo al 1816 la formazione di un loro collegio. E solo nel 1865 viene creata la Scuola di Farmacia. Esempi della lunga durata dell’antico regime sono, a questo livello, molteplici: la persistenza della farmacia galenica, l’eclettismo delle procedure e dei metodi, la permanenza delle spezierie conventuali, la trasformazione e la fine tardiva delle arti salutari minori. Solo dopo l’Unità si trasformano o scompaiono del tutto speziali di farmacia, speziali manuali e droghieri, salassatori, levatrici, brachierai, erniari, curapiedi, limatori di calli, stufaioli, conciaossa, barbieri, semplicisti ed erboristi. Al 1850 a Napoli i salassatori risultano ancora alcune centinaia e scompaiono completamente solo dal censimento del 1871 in quanto accorpati ai barbieri, autorizzati comunque a praticare il salasso fino al 18901.
2) Coesistenza di “privato” e “pubblico”. I concetti di privato e pubblico, nel loro processo di formazione e sviluppo, seguono quasi in parallelo i destini di concetti quali Stato e Società civile. La distinzione tra questi ultimi è riconoscibile solo allorché si conclude la vicenda dello Stato giurisdizionale, di una realtà politica cioè in cui il potere pubblico convive, in condizioni di collusione e collisione, con altri poteri concorrenti sullo stesso territorio e per le stesse funzioni attribuite allo Stato2. Solo con l’affermazione della divisione dei poteri e dello Stato di diritto, in una realtà cioè in cui si consolida il primato del potere pubblico come complesso di ordinamenti, Stato e società civile sono distinguibili e rivendicano la loro relativa autonomia. Alcuni Stati moderni, tuttavia, avvertono precocemente l’esigenza di distinzione tra titolarità sovrana del potere e sua gestione e di centralizzazione delle funzioni pubbliche: insieme con l’amministrazione, il fisco, la giustizia il bisogno di centralizzazione investe anche la sfera della sanità e dell’assistenza. Così nascono, a partire dal XVI secolo, in molti Stati regionali italiani e in altri paesi europei, magistrature specificamente delegate alla politica sanitaria nel governo del territorio. A Napoli non viene creata nessuna struttura consimile. Molte deleghe sono di fatto, se non di diritto, attribuite alle strutture private di assistenza e beneficenza.
3) Attrazione cetuale per le strutture sanitarie. Medicina e sanità attraggono, nella capitale e in altre città del Mezzogiorno, l’interesse dei ceti non nobili, “popolari”: sia sotto il profilo dell’attività professionale, sia sotto il profilo della partecipazione al governo delle strutture dell’assistenza, come, ad esempio la Casa Santa dell’Annunziata e il Pio Monte della Misericordia di Napoli. Ma, soprattutto per quanto riguarda questo secondo profilo, i ceti “popolari” entrano in conflitto con nobiltà e patriziati, ceti altrettanto strutturati e politicamente più rappresentati nei governi della capitale e in altri reggimenti cittadini del Regno di Napoli.
4) Strutture dell’assistenza come spazi aziendali. Grandi realtà assistenziali come l’Annunziata3 e il Pio Monte della Misericordia4, studiate meglio di altre, sono anche, per tutta l’età moderna, aziende. Il che significa, in primo luogo, che esigono gestione e amministrazione come strutture complesse. Le molteplici funzioni che svolgono richiedono capacità di organizzazione e di amministrazione: tecnici in grado di curare i bilanci, funzionari che sanno seguire le diverse funzioni assegnate alle opere pie e assistenziali, politica del personale. In secondo luogo grandi complessi come l’Annunziata costituiscono uno dei più importanti sbocchi occupazionali: tra medici, paramedici, assistenti, nutrici, tecnici, ecc., la Casa Santa occupa oltre quattromila addetti al principio de secolo XVII. E anche per questo, oltre che per le disponibilità ricettive, suscita l’ammirazione di tanti osservatori stranieri. Azienda significa anche gestione ed amministrazione dei patrimoni immobiliari e mobiliari in proprietà delle opere pie e delle attività finanziarie e speculative, in particolare degli investimenti nelle diverse voci del debito pubblico napoletano (fiscali, arrendamenti, gabelle, ecc.).
5) Interesse dei sovrani per medicina, sanità e assistenza. Soprattutto tra Sette e Ottocento come vedremo, i sovrani borbonici mostrano una notevole sensibilità a livello di sanità e assistenza pubblica, che sarà riconosciuta anche da illustri esponenti dell’illuminismo napoletano.
6) Formazione di una Scuola Medica Napoletana. Se nella prima età moderna sono solo singole personalità a partecipare, sia a livello di produzione teorica sia a livello di sperimentazione pratica, all’evoluzione del sapere medico, è a partire dagli anni della “crisi della coscienza europea” (Paul Hazard) tra fine Seicento e primo Settecento, che, grazie soprattutto alle Accademie e ad altre realtà di discussione e sperimentazione, cominciano a formarsi gli embrioni di quella che sarà la vera e propria Scuola Medica Napoletana negli ultimi decenni del Settecento. Prima la discussione tra iatromeccanici e iatrochimici, la partecipazione al dibattito internazionale sullo statuto scientifico della medicina, quindi la scelta netta a favore di una medicina pragmatica segneranno le tappe fondamentali dell’apporto del sapere medico napoletano alla scienza europea. Un carattere specifico di tale scuola è il primato del sapere e della sperimentazione ospedaliera sul sapere e l’insegnamento universitario. Nella storia del Regno di Napoli si ha la conferma di quanto sostiene Thomas Khun in La struttura delle rivoluzioni scientifiche: la sfasatura temporale, cioè, tra una rottura epistemologica e il suo affermarsi come paradigma nella cosiddetta scienza normale.




2. Una “lunga età moderna”

Quali sono i motivi di continuità e i motivi di novità nel modo di intendere l’assistenza sociale nel Regno di Napoli? Esaminiamo innanzitutto le strutture ospedaliere. Quelle più antiche sono S. Eligio, l’Annunziata, la Vittoria, S. Nicola della Carità, S.Angelo a Nido. Nel periodo spagnolo vengono fondati, tra i principali, gli Incurabili (1519), la Trinità dei Pellegrini (1579), S. Giacomo, S. Gennaro (1656). Le funzioni svolte da questi ospedali sono molteplici: ricovero per poveri, mendicanti e vagabondi, ospizio, conservatorio per le “figliuole esposite” (ragazze madri), grande spazio di occupazione, cronicario, centro di potere (dialettica tra nobili e “popolari”). È di particolare interesse osservare la distribuzione per quartieri degli ospedali di Napoli, che svolgono anche il compito di controllo dello spazio sociale urbano. Una grande metropoli, abitata da oltre trecentomila persone tra la fine del Cinquecento e la metà del secolo successivo, non presenta certo una rete ospedaliera sufficiente a rispondere ai gravissimi problemi sanitari del tempo: si tratta di una dozzina di istituzioni in grado, alla fine del Cinquecento, di poter ospitare non più di tremila ammalati. Eppure a questa stessa epoca gli ospedali sono ben inseriti nel tessuto urbano e la loro collocazione sul territorio riproduce la particolare articolazione urbanistica voluta e realizzata dal viceré Toledo. In una prima area, quella compresa tra Posillipo, Mergellina, S. Lucia, l’Arsenale, il Porto, Castelnuovo e corrispondente grosso modo alle Ottine di S. Spirito, Rua Catalana, Porto, sono dislocati tre ospedali: quello della Vittoria, di S. Giacomo, di S. Nicola della Carità. Questa zona è abitata da circa cinquantamila persone, con i popolosi fondachi di S. Marco, S. Nicola degli Aquari, S. Maria a Mare. In una seconda area, compresa fra Monte Oliveto, S. Anna dei Lombardi, S. Chiara e Castel S. Elmo su un versante, fra S. Angelo a Nido e Mezzocannone su un altro versante, corrispondente grosso modo, alle Ottine di S. Giuseppe, Alvina, S. Pietro Martire, Porta del Caputo, S. Caterina, S. Giovanni Maggiore, Nido, S. Maria Maggiore, S. Angelo a Segno, ci sono due ospedali: S. Angelo a Nido e Pellegrini. Questa zona è abitata da circa sessantamila persone. L’ultima area, da Porta Capuana a Porta Nolana, comprende alcuni quartieri a maggiore densità abitativa come Mercato e Vicaria. Corrisponde, grosso modo, alle Ottine di Capuana, Mercato Vecchio, Porta di S. Gennaro, Case Nove, Mercato Grande, Forcella, Fistola e Baiano, Vicaria Vecchia, S. Gennariello, S. Giovanni a Mare, Rua Toscana, Armieri, Sellaria, Speziaria, Antica Scalesie, Selice, Loggia. In questa zona con la maggiore concentrazione urbana – oltre centomila abitanti a fine Cinquecento –, è dislocato il maggior numero di ospedali: l’Annunziata, S. Eligio, gli Incurabili, S. Giovanni di Dio, S. Maria della Pace. L’organizzazione sanitaria è parte della più generale organizzazione politico-sociale della capitale: un ruolo di enorme rilievo è svolto dall’Eletto del Popolo, dalle istituzioni della Piazza popolare, dagli ufficiali delle 29 Ottine, distribuite sull’intero territorio della città murata, in cui era racchiusa la vita e la formazione del potere “popolare”5.
Il Regno di Napoli appare tagliato fuori da una delle grandi direttrici europee dei secoli XVI e XVII, lo schema generale della “grande reclusione”6, a cui cercano di ispirarsi, sia pure in forme e misura assai variabili, le politiche assistenziali degli Stati a modello assolutistico: uno schema che traduce, su una materia specifica, l’esigenza politica della centralizzazione e della “reductio ad unum” statale di fronte alla disseminazione dei poteri nella società. Ma si è già scritto che tutto questo è un processo, una tendenza, non un sistema realizzato, perché nell’epoca dello Stato giurisdizionale non si è ancora affermato il potere pubblico come legittimo monopolista delle funzioni e dei diritti dello Stato, ma esso convive con altri poteri dotati di giurisdizione. La “grande reclusione” è ben lontana dal “compendiare in sé l’atteggiamento nel campo dell’assistenza”7. Le resistenze a quello schema passano per la forza della carità e dell’assistenza privata, l’eredità e le persistenze medievali anche nella percezione del povero, la lunga durata di istituzioni di tipo tradizionale. A Napoli i privati sono impegnati nella fondazione di ospedali. Nel 1601 Annibale Cesareo, segretario del Sacro Regio Consiglio, erige l’ospedale della Cesarea; nel 1607 Ottavio Cassano fonda il conservatorio e l’ospedale di S. Onofrio per i vecchi; un’istituzione analoga per i giovani ciechi è eretta da Aniello de Mano nel 1611; l’ospedale per i poveri cionchi è eretto da Tiberio Malfi8 nel 1655. Tra privato e pubblico si mantiene salda la supremazia laica nel settore ospedaliero; la Chiesa preferisce penetrare a fondo soprattutto nel campo dei conservatori e dell’istruzione ai giovani.
In linea con la tendenza europea la grande peste del 1656 determina un salto di qualità nell’intervento statale in materia ospedaliera. Il tornante è la creazione di S. Pietro e Gennaro extra moenia. Su questo ospedale scrive Giuseppe Maria Galanti a fine Settecento: «Fuori le mura di Napoli eravi un ospedale, detto di S. Gennaro extra moenia, per gli appestati: nel contagio del 1656 servì da lazzaretto. Il viceré don Pietro d’Aragona che cessò di esserlo nel 1672 ne volle fare un ospedale dei poveri mendicanti di tutto il Regno, e gli diede il nome di S. Pietro e Gennaro. Se ne conferì il governo alla Piazza del Popolo. I poveri mendicanti furono ricevuti e forniti di vitto, di vestire e di sagramenti. Furono vestiti di color pavonazzo: tutte le persone caritatevoli concorsero colle loro limosine. Chi di essi entro un certo tempo non si ricoverava dentro questo ospedale era sfrattato dal Regno»9. Il bando del 14 febbraio 1667 prescrive che, a partire dal 23 febbraio e nel termine di otto giorni, tutti i poveri mendicanti e vagabondi della città debbano presentarsi ed essere condotti all’ospizio. Se ne presentano 800; ma, dopo qualche anno, l’ospizio si svuota, mendicanti e vagabondi trovano il modo di sfuggire ai controlli e mettono in crisi il progetto ispano-napoletano della segregazione e della reclusione10. Insomma si ha l’impressione che, ancora nel tardo Seicento, non sia il modello della “grande reclusione dei poveri” la cifra dominante delle istituzioni assistenziali e ospedaliere napoletane che appare piuttosto la coesistenza dei modelli affermatisi nei secoli precedenti e il carattere polifunzionale degli istituti. Certo anche Napoli tenta di rinchiudere i suoi poveri, soprattutto quelli provenienti dal mondo delle province. Ma, e lo ripeto, l’immagine più forte che ci restituisce il sistema ospedaliero sviluppatosi tra XVI e XVII secolo è quella di una ricca articolazione dell’intervento pubblico e privato. L’ospedale napoletano, dunque, è la cassa di risonanza di tutti i motivi della coesistenza complessa di antico e nuovo sia nelle strutture sia nel sistema di valori.



Tra Settecento e Ottocento

Il Settecento è considerato il secolo della grande trasformazione in Europa: variano certo quantità, qualità, modalità e tempi del processo che, tuttavia, è indubbio. Ma nel caso del Regno di Napoli, poi delle Due Sicilie a partire dal 1815, non un unico regno, ma due governi distinti, la transizione – è bene ricordarlo – che si verifica tra Sette e Ottocento non è passaggio lineare, ma ancora coesistenza di antico e nuovo. Dunque sarebbe più esatto parlare, a proposito del Mezzogiorno della prima età borbonica, del decennio francese e della seconda età borbonica come di un’area in cui una lenta trasformazione si accompagna ad una lenta transizione.
Al tempo stesso sono riconoscibili tappe di accelerazione del doppio processo (trasformazione e transizione). È il caso del ventennio 1760-1780 che coincide con l’esperienza riformatrice di Ferdinando IV di Borbone e con alcune innovazioni interessanti la macchina amministrativa e il governo del territorio. Per quanto riguarda medicina e sanità uno dei protagonisti della svolta è Domenico Cotugno. Quando parlo di svolta e ne attribuisco il protagonismo al Cotugno, voglio riferirmi a tre livelli: quello dell’insegnamento e della formazione, quello della capacità di aggregare e creare una scuola, quello della professione medica. Per quanto attiene al primo livello, gran parte degli insegnamenti medici sono spostati agli Incurabili, che viene a configurarsi come un embrione di policlinico. La riforma dell’insegnamento prevede l’introduzione di nuove materie. Cirillo è il promotore di una Scuola Medica che riunisce nomi di grande prestigio come Sarcone, Serao, Sementini e Cirillo. A caratterizzare poi l’avvio verso un nuovo status della professione medica è il più deciso intervento pubblico e l’introduzione di un codice deontologico.
Il riconoscimento dell’impulso proveniente dal sovrano è in un passo del Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze di Antonio Genovesi. Egli scrive. «Pochi, ma generosi giovani dell’ospedale di S. Giacomo, li quali un raggio di luce accendeva che suol portare le genti a vera grandezza, avendo avuto il coraggio e la filiale confidenza di far pervenire fino al real trono i loro desideri per un’accademia delle scienze mediche, trovarono nel monarca e nei suoi savi ministri tanta accoglienza, fervore, protezione, ch’essi n’erano quasi pazzi per l’allegrezza»11. Era questo il clima entusiasmante, utopico, foriero, di lì a poco, di non poche disillusioni che vivevano gli esponenti più sensibili dell’illuminismo napoletano. Era il segno della inedita condizione descritta alcuni anni dopo da Gaetano Filangieri, la collaborazione tra intellettuali e politica, “la filosofia in soccorso de’ governi”.
Anche le strutture ospedaliere a fine Settecento sono investite da una lenta, ma percettibile trasformazione. Nuove categorie di ammalati sono ospitate nel vecchio ospedale cronicario degli Incurabili. L’Annunziata va specializzandosi. La Trinità dei Pellegrini conserva il suo carattere di ospizio, ma si apre anche alla cura di convalescenti provenienti da altri ospedali.
Dietro la facciata, il cuore dell’organizzazione ospedaliera sta comunque cambiando12. Non si può parlare ancora di un vero e proprio sistema, cioè un organismo dotato di unità, di rapporti funzionali e interdipendenti tra le parti, di un insieme di specializzazioni. Ma qualcosa si muove rispetto al passato. In età spagnola gli Incurabili era stato l’unico ospedale dove, pur tra contrasti e lotte vivaci di potere, di cui aveva fatto le spese e pagato prezzi abbastanza elevati una straordinaria personalità di chirurgo come Marco Aurelio Severino, si erano sperimentate forme inedite di rapporto tra il medico e il paziente. È proprio questo il luogo ideale in cui viene formandosi, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del Settecento, la nuova concezione dell’ospedale come policlinico. È qui che viene affermandosi il nuovo ruolo del medico nella struttura sanitaria. Già il dato numerico è di per sé significativo di profonde trasformazioni: 45 medici per poco più di mille pazienti ospitati agli Incurabili negli anni Ottanta del Settecento sono la testimonianza del fatto che ormai è a partire dall’ospedale come sintesi di didattica, sperimentazione scientifica e luogo di cura che si potrà affermare la nuova dimensione del medico anche nella società del Mezzogiorno d’Italia. Ed è altresì significativo il fatto che su un totale di 45 medici ben 20, quasi la metà, sono chirurghi. Quella degli Incurabili non è una situazione isolata. Per Galanti S. Giacomo è un ospedale modello: «per ‘istruzione dei giovani addetti al servizio degli infermi, ha un teatro anatomico, un museo anatomico, una biblioteca ed uno studio di medicina e chirurgia. Le facoltà che vi si insegnano sono anatomia teorica e pratica, fisiologia, patologia, pratica di medicina, chirurgia»13.
È in questi anni che vengono gettate le basi delle importanti novità del decennio francese e del periodo borbonico: la specializzazione dei compiti dell’ospedale, la razionalizzazione della sua organizzazione, la separazione delle istituzioni medico-ospedaliere da quelle filantropiche.
La prima restaurazione borbonica, dopo il fallimento della rivoluzione del 1799, mostrò un doppio volto: quello della repressione e quello dell’intervento pubblico in materia sanitaria. Il provvedimento di abolizione del Collegio dei praticanti degli Incurabili e la messa in atto di una vera strategia dell’epurazione nell’università di Napoli furono la reazione di Ferdinando di Borbone alla partecipazione di molti medici all’esperienza repubblicana del 179914. La vocazione politica dei medici napoletani apparve in piena evidenza nella congiuntura rivoluzionaria come aveva dato una prova durante la rivolta del 1647-48. Tanti furono immolati sui patiboli – tra i nomi più significativi, Domenico Cirillo e Francesco Bagno – tanti scelsero l’esilio in Francia, tra cui Vincenzo Fontanini, chirurgo della marina francese e Settimio Fonzi. Ma Ferdinando non si distinse solo per l’uso delle strategie repressive. Fu lui a volere la vaccinazione pubblica contro il vaiolo.
Le riforme strutturali del decennio francese investirono anche il settore medico-sanitario. Quel che distingue questo periodo da altri precedenti della storia del Regno di Napoli è l’organicità e la coerenza del piano riformatore: individuate alcune linee ispiratrici, esse divennero operanti negli ambiti più diversi del governo del territorio. Così fu per il nuovo rapporto tra il centro e la periferia nell’amministrazione statale, che, in età spagnola, austriaca e borbonica, non aveva potuto dispiegare i suoi effetti soprattutto per le resistenze dei poteri forti, aristocrazia feudale e mondo ecclesiastico. L’esigenza di centralizzazione e di direttrici unitarie nel governo del territorio si accompagnò al criterio di una maggiore laicizzazione delle istituzioni in campo medico-sanitario: la giurisdizione dell’Università passava dal Cappellano Maggiore al ministero dell’Interno; il “decreto organico” di Murat del 1811 centralizzava gli studi nell’università di Napoli, abolendo di fatto altre istituzioni che conferivano lauree e licenze professionali come lo Studio di Salerno, erede dell’antica Scuola Medica, e privando di questa stessa facoltà l’ospedale degli Incurabili. Il riordino del sistema ospedaliero fu coerente con la spinta alla centralizzazione: l’intero settore fu affidato al ministero dell’Interno e fu perfezionata una tendenza già avviata a fine Settecento, l’istituzione di luoghi specializzati di cura e di cliniche universitarie. Per la prima volta furono creati gli ospedali militari. Fu istituito un unico Consiglio generale per gli enti di beneficenza. Fu messo ordine nel mondo medico napoletano, soprattutto attraverso la riforma della formazione e della professione. Furono istituiti tre livelli: la laurea per i professori medici, i chirurghi in capo e di prima classe dell’armata; la licenza per gli altri chirurghi e professionisti privati; l’attestato di abilità per farmacisti, raccoglitori di parti, levatrici, salassatori, dentisti. Fu ripristinato il Collegio dei giovani praticanti.
Nella seconda restaurazione borbonica di Ferdinando I, caratterizzata dalla politica dell’amalgama e dallo sviluppo della monarchia amministrativa, furono riorganizzati studi e professione medica. Nel maggio 1816 fu varato un nuovo e più organico regolamento del Collegio degli allievi medici e chirurghi alle dipendenze della Commissione della Pubblica Istruzione. Nel 1820 il Collegio fu trasferito nel soppresso monastero di S. Gaudioso. Di nuovo chiuso dopo i moti del 1820-21, fu riaperto per pochi mesi, quindi serrato di nuovo per i tumulti e le proteste contro i regolamenti troppo rigidi. Per quanto riguarda l’organizzazione degli studi fu fatto un ulteriore passo in avanti con l’estensione della laurea ad altre categorie, con l’aumento delle cattedre e delle cliniche, con la separazione della medicina dalla chirurgia. Confermando la sua vocazione politica, il mondo medico fu coinvolto nei moti carbonari e nella loro successiva repressione.
Dopo l’ascesa al trono di Ferdinando II si moltiplicarono gli studi privati di medicina. Protagonisti e maestri furono Semmola, De Renzi, Prudente, Turchi, Ramaglia, De Renzis. Elementi di continuità col periodo francese sono rilevabili soprattutto nel sistema ospedaliero, ma una novità significativa fu la fine dell’amministrazione centralizzata degli enti di beneficenza. Fermenti di rinnovamento si produssero alla vigilia del 1848 sia nell’istituzione di nuove cattedre come quella di zoologia generale affidata a Oronzo Gabriele Costa, fondatore dell’Accademia degli Investiganti Naturalisti, sia nel sistema di insegnamento. In questo secondo livello si distinse Angelo Camillo De Meis, rettore del Collegio, che ne propose un’organica riforma, ispirata al passaggio dal “catechismo morale” al “catechismo sociale”: un’idea tendente a liberare il sistema d’insegnamento medico dai suoi residui religiosi e confessionali e laicizzarlo completamente. Dopo i moti del 15 maggio, a cui aveva partecipato, De Meis fu destituito e inviato in esilio insieme con i suoi colleghi Vincenzo Lanza, Salvatore Tommasi, Antonio Ciccone. Seguendo una tradizionale abitudine dei suoi predecessori, il sovrano borbonico sciolse le Accademie, luoghi privilegiati del dissenso e della protesta patriottica.
Nell’ultimo periodo borbonico fu ancora decisivo il contributo di illustri medici napoletani al dibattito internazionale sullo statuto della medicina. La tesi di chi ha studiato questo periodo come il Catapano è la seguente: nei primi decenni dell’Ottocento non si trova eco alcuna a Napoli della svolta anatomo-clinica francese e dei nuovi indirizzi fisiologici e terapeutici; nella Scuola Medica Napoletana domina ancora la tendenza alla dipendenza dallo spirito della medicina ippocratica. Dopo il 1825 si affermerebbe, invece, una «rottura della stasi con inclinazione al positivo»15. Da questo punto di vista, particolare interesse suscita nel 1845 la memoria presentata da Vincenzo Lanza al VII congresso degli scienziati italiani Su lo stato presente della medicina pratica napoletana. Essa segue di pochi anni lo scritto di Giovanni Semmola, Saggio chimico-medico su la preparazione, facoltà ed uso de’ medicamenti, in cui la farmacologia è considerata una scienza positiva, parte della medicina sperimentale e razionale. Anni dopo anche la medicina subirà l’influenza dell’idealismo, a testimonianza, ancora una volta, del respiro europeo della cultura napoletana non solo sul fronte umanistico, ma anche su quello scientifico.










NOTE
*È il testo della relazione presentata al primo seminario di studi dottorali “Alle origini del welfare: dalla beneficenza all’assistenza (XIV-XIX secolo)”, Napoli, 6-11 ottobre 2014, Issm-Cnr.^
1 Per quanto precede cfr. A. Musi, La disciplina del corpo. Le arti mediche e paramediche nel Mezzogiorno moderno, Napoli, Guida, 2011.^
2 Cfr. A. Musi, Il feudalesimo nell’Europa moderna, Bologna, il Mulino, 2007.^
3 Cfr. S. Marino, Ospedali e città nel Regno di Napoli. Le Annunziate: istituzioni, archivi e fonti, Firenze, Olschki, 2014.^
4 Cfr. D. Casanova, Fluent ad eum omnes gentes. Il Monte delle Sette Opere della Misericordia di Napoli nel Seicento, Napoli, 2008.^
5 Per quanto precede cfr. N.F. Faraglia, Il censimento della popolazione di Napoli fatto negli anni 1591, 1593,1595, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 22 (1897), pp. 255-311; Idem, Descrizione delle parrocchie di Napoli fatta nel 1598, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 23 (1898), pp. 502-566; A. Musi, Classi inferiori, conflitti, assistenza sociale, in AA.VV., Spagna e Mezzogiorno d’Italia nell’età della transizione. Classi sociali e fermenti culturali (1650-1760), a cura di L. De Rosa e L.M. Enciso Recio, Napoli, 1986, pp. 69-71.^
6 L’espressione è di J.P. Gutton, La società e i poveri, Milano, Rizzoli, 1977^
7 Ibidem, p. 124.^
8 Tiberio Malfi è autore di un celebre trattato sul barbiere del 1626, per cui cfr. A. Musi, La disciplina del corpo, cit., pp. 108-113. Il Malfi, barbiere e console dell’arte omonima, entra successivamente nei ranghi di accademico e professore di anatomia nello Studio napoletano.^
9 G.M. Galanti, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, ed. anastatica a cura di F. Assante D. Demarco, Napoli, 1969, vol. I, p. 91.^
10 Cfr. A. Musi, Classi inferiori, cit., p. 72.^
11 A. Genovesi, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, in Della diceosina; o sia, della filosofia del giusto e dell’onesto, Napoli 1753, p. 271.^
12 Cfr. A. Musi, Classi inferiori, cit., pp. 76-78.^
13 G.M. Galanti, Della descrizione, cit., p. 95.^
14 Per quanto segue ricco di informazioni è il saggio di V.D. Catapano, Vicende mediche a Napoli nell’Ottocento preunitario, in P. Frascani (a cura di), Sanità e società. Abruzzi, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria secoli XVII-XX, Udine, Casamassima, 1990, pp. 251-290.^
15 Ivi, p. 275.^
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