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Renzi e le sue carte
di G. G.
La corsa del governo Renzi sembrava destinata, nell’opinione pubblica prevalente, a essere quella di un velocista. In meno di cento giorni si è, invece, trasformata in una corsa ad ostacoli, con barriere mobili e varie, ma sempre più fitte sul suo percorso. Sembrava essere rimessa al più rettilineo dei percorsi, quello che più può esaltare le doti dei velocisti ai quali Renzi viene giudicato appartenere di natura. Si è trasformata, invece, nello stesso brevissimo lasso di tempo, in una serpentina imprevedibile, ossia nel tipo di corsa che meno si addice alla massima utilizzazione delle doti naturali del velocista. Si è perfino trasformata in una sorta di speciale cronoscalata, ossia in una corsa a cronometro in salita invece che in piano, nella quale per ogni frazione del percorso è rigorosamente prescritto il tempo concesso e non si rimane in gara se questi tempi particolari non vengono puntualmente osservati.
Fuor di metafora, tutti sembrano molto meravigliarsi che Renzi non mantenga in maniera assolutissima tutti i tempi, il percorso, le tappe che egli aveva più volte ripetuto di voler osservare. Una riforma alla settimana o ogni dieci giorni? Neppure una al mese. “Italicum” come legge elettorale per la Camera dei Deputati? Se sarà varata, sarà un po’ diversa dal previsto. Soppressione del Senato elettivo e sua sostituzione con una seconda Camera senza indennità, formata automaticamente con i sindaci dei capoluoghi di provincia, i presidenti delle giunte regionali e altri designati dal presidente della Repubblica? Non se ne parla nemmeno. Gli 80 euro in più in busta-paga per vaste categorie di lavoratori? Rateizzati e incerti come provvedimento definitivo oltre il primo anno. Finanziamento di questa e di altre riforme senza imposizione di nuove tasse? Divertente giochetto per le allodole, perché quel che da una parte si toglie viene rimesso da un’altra parte.
Quanto poi alla solidità della maggioranza parlamentare che sostiene il governo, incertezza assoluta: Berlusconi non accetta gran parte dell’operato del governo, e, soprattutto, una parte dello stesso partito di Renzi rema apertamente per vie diverse o del tutto e apertamente contrarie alle sue, come si è visto in maniera che più evidente non si potrebbe desiderare con la presentazione della proposta Chiti in materia di riforma del Senato.
Di qui a giudicare Renzi, nella sua qualità di presidente del Consiglio, un giovane e inesperto avventuriero del gioco politico e parlamentare non ci vuole molto. Ancora meno ci vuole, poi, a ritenere che sia destinato a vedere la navicella del suo avventuroso governo naufragare sulla fitta barriera degli scogli che si frappongono alla sua navigazione.
Nessuno, peraltro, si chiede se Renzi, nell’affrontare questa navigazione, davvero non facesse alcun conto, anzi addirittura non prevedesse alcunché degli ostacoli che sta incontrando. E nessuno si chiede se egli non solo li prevedesse e ne facesse un conto anticipato (proporzionato o meno, è un altro discorso), ma vi si fosse già preparato prevedendo almeno qualcosa degli adattamenti, delle mediazioni, e magari delle rinunce, che ogni uomo politico deve mettere nel conto del suo agire, e massimamente in regime parlamentare, e, se possibile, ancor più, se si tratta di un uomo politico le cui fortune nazionali e le felici prospettive di uomo di partito sono ancora piuttosto recenti, e certo non hanno permesso a questi livelli quel consolidamento e quella sedimentazione di forze e di influenze che possono nascere soltanto da un abbastanza lungo esercizio del potere e del successo.
Noi, invece, pensiamo che un tale calcolo di eventualità avverse Renzi se lo sia fatto abbastanza per non essere sorpreso di quanto gli sta capitando e per essere preparato, in qualche modo, a farvi fronte. Quando lo sentiamo ripetere, fin troppo, che egli andrà avanti, nonostante tutto, «come un treno»; quando lo vediamo affermare con sorprendente sicurezza, quasi, si direbbe, con sicumera, che la Legislatura che ha visto la nascita del suo governo durerà fino al suo termine di legge nel 2018; quando lo ascoltiamo insistere sulla totale mancanza di alternative alla soluzione di governo che si identifica con lui; e, contemporaneamente, lo sentiamo affermare con ancora maggiore sicurezza che l’unica alternativa al suo governo è il ricorso alle elezioni nel prossimo autunno, ebbene non possiamo fare a meno di pensare che nel conto della navigazione del suo governo Renzi avesse messo molto per tempo anche l’eventualità di intoppi paralizzanti; e che altrettanto per tempo avesse già pensato ai rimedi del caso. Non possiamo, anzi, fare a meno di pensare che di questi rimedi egli avesse anche una ragionevole certezza; e che, quindi, quando parla di ricorso alle elezioni, egli sappia bene di poterne parlare anche in relazione alle procedure e ai poteri istituzionali in materia di elezioni anticipate.
Inclineremmo, quindi, a grande prudenza nel parlare di avventurismo di Renzi e di precarietà e incertezza del suo percorso di governo. Certo, di assolutamente tranquillo e sicuro c’è ben poco nella vita, e nell’attività politica e in regime parlamentare ce n’è ancora di meno. Ma non è solo una certa riflessione sulla tipologia dell’azione politica di Renzi e su alcune presumibili qualità della sua personalità politica a dettarci la prudenza alla quale accennavamo. È anche un’opinione generale sulle condizioni che hanno determinato l’avvento di Renzi alla guida del governo e fra le quali la sua attività di governo si svolge. E da questo punto di vista quel che innanzitutto ci sembra di dover mettere in rilievo è la ormai quasi completa assenza di veri e propri e funzionali e vivi partiti politici nella vita pubblica italiana.
Scontiamo, in effetti, così, la fase probabilmente terminale di quella istruzione del sistema politico repubblicano quale si era sviluppato in circa mezzo secolo, che fu avviata – per via a più del 90% giudiziaria – nella stagione travolgente della cosiddetta “tangentopoli”. Stagione la quale ha poi dimostrato, a sua volta, nei vent’anni successivi di non aver avuto nessuna virtù di ricomporre in altra forma e con altri equilibri un sistema politico alternativo a quello distrutto e da esso diverso, e ha messo capo a una scomposizione e frammentazione delle forze politiche le cui insufficienze e debolezze organiche e insuperabili si sono ampiamente dimostrate in questi anni. Né il partito del territorio tipo Bossi, né il partito personale tipo Berlusconi, né il partito di movimento tipo 5 Stelle, né il partito municipale come quello della cosiddetta “stagione dei sindaci”, né altre esperienze di questi anni hanno dimostrato di portare alla formazione e alla strutturazione di una classe politica di duraturo prestigio ed efficienza, che costituisse la indispensabile intelaiatura istituzionale e politica del regime italiano di libertà. Né a questo destino di carenza e di incapacità si è sottratta la forza politica che più d’ogni altra sembrava poterlo evitare, ossia il partito dello stesso Renzi, che proprio nelle vicende dell’affermazione di Renzi quale suo leader è venuto meno ampiamente alle sue possibilità da questo punto di vista, a dispetto del ricorso alle “primarie” e di altrettali “feste della democrazia” che ha sbandierato quale sua insegna di rinnovamento e di avanzamento negli anni intercorsi dal 1994 a oggi.
È questo vuoto della politica a rendere possibile il successo di Renzi: il vuoto di una politica che, dopo gli sconvolgimenti susseguitisi dal 1992 in poi quasi senza interruzione, ha dimostrato di non sapersi in alcun modo riproporsi quale ipotesi e proposta di governo di un paese libero, abbastanza avanzato e moderno, e ansioso più che desideroso di rinnovarsi e di riprendere con nuovo e migliore slancio il cammino, che ha visto farsi sempre più problematico dal momento in cui alla crisi politica si è aggiunta e cumulata quella economica globale da cui non riesce ancora a uscire, malgrado le molte “cure” che ha ricevuto e riceve. In molti momenti degli ultimi venti anni questa ansia e desiderio del paese ha avuto espressioni di partecipazione e manifestazioni di convinto impegno, andate generalmente a vuoto perché rimaste senza ricevere le risposte che se ne attendevano se non in parte e in misure e in modi insoddisfacenti. Delusioni che hanno finito, ovviamente, con l’esasperare la crisi già così grave della politica, come l’affermazione incredibile e paradossale del movimento 5 Stelle ha dimostrato con ampia evidenza.
Se dovessimo dettagliare i fattori di questa situazione, dovremmo trattenerci sugli altri e varii protagonisti della vicenda italiana di cui parliamo, o almeno sui media (giornali in testa), la magistratura, gli intellettuali, i sindacati (di imprenditori e di lavoratori), l’apparato della pubblica amministrazione, i cosiddetti “poteri forti” (oggetto di molte leggende, ma non irreali), nonché la Chiesa e il clero, per non parlare d’altro. Ma di ciò parleranno (e hanno già cominciato a farlo) gli storici. Qui importa soprattutto che nella vicenda del paese sia tutto il paese a essere stato e a continuare ad essere coinvolto. Gli atteggiamenti e i discorsi di chi si considera al di fuori della tempesta, e in grado di giudicarne da un presuntuoso di sopra del corso degli eventi e di chi vi si trova, sono qualche volta utili (in qualche caso, addirittura illuminanti), ma non portano da nessuna parte. Tutti possiamo essere osservatori e giudici di quel che accade, ma sentircene al di fuori e presumere di giudicarne in posizione di superiorità non tanto intellettuale quanto morale è chiaramente fuori di ogni accettabile ipotesi. Dalla crisi si esce invece solo se ci si sente in essa coinvolti e messi in questione tutti e singolarmente, non solo come partecipi di essa e come corresponsabili.
Tutto questo può apparire una più o meno impropria divagazione rispetto alle considerazioni dalle quali siamo partiti, e in qualche modo lo è. Ma solo in qualche modo, perché l’essenziale sul piano politico ed etico-politico della crisi in cui da ormai troppo tempo ci troviamo è senz’altro quello che si è detto. E se Renzi riuscirà nel compito così difficile che si è assunto, sarà proprio, e innanzitutto, perché, se non in tutto, almeno in parte ci porterà a superare la dimensione soggettiva (individuale e collettiva) politica ed etico-politica dell’attuale condizione italiana, che abbiamo cercato qui di indicare.
Che poi oltre di ciò vi siano tutti i problemi materiali e istituzionali che sappiamo, specificamente italiani e del contesto europeo e internazionale, è verissimo, e serve a richiamare alla indispensabile, piena percezione del generale problema italiano dei nostri tempi. Ma dobbiamo anche ricordare che, contrariamente a molte apparenze e all’opinione largamente prevalente, le carte che l’Italia e gli italiani possono a questo riguardo giocare sono (come altre volte abbiamo detto) molte e più che valide, e vogliamo sperare che Renzi le vorrà e saprà giocare tutte.
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